Il
tempo magico-sacrale della Panarda
I banchetti invernali sono
sempre epici, a cominciare dal cenone devozionale di
Natale e continuando via via, per quello più
laico di Capodanno e per la Panarda rituale per Sant'Antonio
Abate, fino all'orgia alimentare di Carnevale. Un'abitudine
che trova le ragioni, oltre che nella scansione cerimoniale
delle occasioni festive raggruppate in questo periodo,
anche nella specificità stagionale dell'inverno
che permette, sia per particolarità climatiche
che per disponibilità puramente alimentari, grandi
conviviali in cui le famiglie si ritrovano.
Il cibo è, infatti, nella cultura contadina,
un elemento simbolico di base. Riunire intorno ad uno
stesso desco, specialmente nelle ricorrenze solenni
le varie generazioni parentali, trae origine da una
concezione sacrale che riconosce al mangiare, o al digiuno,
precisi valori religiosi, morali e sociali e attribuisce
al pasto, al di là della funzione nutritiva,
una precisa espressione cerimoniale.
La letteratura in argomento offre, nell'ambito delle
tradizioni popolari, un ventaglio di esempi quanto mai
vario e diffuso , dalla iscrizione di Santa Maria a
Vico, nei pressi di Sant'Omero, che ricorda che il Collegio
dei Fratelli di Ercole, ogni anno aveva l'obbligo di
indire un banchetto rituale per i soldati, alle pratiche,
tutt'ora in uso, del cibo consumato all'interno di uno
spazio cultuale, o del pranzo di nozze e del consòlo
funebre che, pure con differenti linguaggi, rientrano
nella medesima accezione di riconoscimento dell'unità
di gruppo, sia esso familiare o sociale.
All'interno di questo postulato, occorre circoscrivere
una ulteriore area tematica, poiché, nel periodo
invernale, non solo il consumo, ma anche la qualità
e la preparazione del cibo sembrano assumere toni e
valori ancora più rilevanti rispetto ad altre
circostanze di simile accezione.
A nessuno sfugge il senso antropologico,
tutt'altro che marginale, della presenza dei torroni,
dei croccanti e dei dolci, in generale, nel cenone
natalizio, dell'attento rispetto delle procedure
tradizionali nella loro preparazione, delle prescrizioni
che ne regolano il consumo nei periodi vigiliari.
Nella memoria di tutti è presente il ricordo,
e quasi l'intimo sapore, di certe confetture tipiche,
per esempio quelle di uva, l'uso debordante, fino
allo spreco, del miele e delle mandorle, propri
dei dolci di fine anno. Ricordo e sapore hanno
i contorni incerti e misteriosi del mito sorretto
dalla cifra ovidiana che nei Fasti rievoca l'antico
uso di donare focacce di datteri, fichi e miele
in calendas januari. |
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Se la cena del 24 dicembre
prevede "nove portate di magro come i mesi della
gravidanza della Madonna" non è solo per
una metalogica cabalistica, ma perché la saggezza
popolare, attribuendo al contesto la necessità
di interrompere, sia pure a livello simbolico, il disagio
di vivere recita che "a Natale né freddo,
né fame".
E cosi, nel nome di una provvidenza e abbondanza per
tutti, si imposta anche il pranzo di Capodanno, che
per quanto più sottoposto al livellamento dei
prodotti commerciali, tuttavia ha sempre i suoi cibi
di rito, non fossero altro le lenticchie e l'uva consumate
a scopo propiziatorio. Persino i ravioli e le salsicce
di Carnevale, divorati con fame ancestrale nel numero
magico di sette, vanno letti nel segno della cultura
popolare sempre tesa tra le antinomie del possesso e
della privazione, delle risorse desiderabili e dei beni
limitati ottenibili.
Ma l'evento che più di ogni altro, nel periodo
invernale, assomma ed esalta il caratteri rituali del
consumo collettivo del cibo è la grande panarda
di Sant'Antonio Abate. La tradizione è comune
a molti paesi, ma esprime compiutamente il concetto
di celebrazione comunitaria con forti permanenze magico-sacrali,
soprattutto a Villavallelonga, un piccolo centro posto
entro la zona montagnosa del Parco Nazionale d'Abruzzo.
L'aspetto più spettacolare della panarda sta
nella quantità delle portate che possono superare
anche il numero di cinquanta e nella etichetta che impone
ai commensali di onorare la tavola, consumando tutte
le vivande servite nel piatto.
La devozione popolare racconta che "tanti anni
fa una donna della famiglia Serafini lasciò una
creatura in fasce nella culla e andò a prendere
l'acqua alla fontana. Tornando a casa incontrò
un lupo che la portava in bocca. Invocò Sant'Antonio
e il lupo lasciò la bambina. La donna promise
al Santo la festa a fuoco, cioè la panarda. Dopo,
la promessa si è tramandata e diffusa per ereditarietà
tra i vari nuclei legati da parentela ". Attualmente
le famiglie obbligate sono una ventina ed ogni anno,
immancabilmente, la sera del 16 gennaio, allestiscono
un grandioso banchetto che si protrae tutta la notte.
Nella stanza in cui si svolge il convivio viene preparato
un altare su cui troneggia l'immagine di Sant'Antonio
Abate, in mezzo a composizioni ornamentali di frutta,
uova, dolci. Quando tutti gli invitati hanno preso posto
alla mensa il padrone di casa, detto per l'occasione
panardere, recita il rosario, le litanie ed infine intona
l'Orazione di Sant'Antonio, dopo di che dà l'ordine
di servire gli ospiti.
Per quanto riguarda il cibo, la panarda, accanto ad
un repertorio di vivande e di specialità gastronomiche
locali, presenta alcuni alimenti fissi che non possono
mancare in nessun caso. Essi sono: brodo di gallina
e vitello, il caldaio del lesso, maccheroni carrati
all'uovo con ragù di carne di pecora e detti
"di Sant'Antonio", la pecora alla cottora,
le fave lessate e condite, le frittelle di pasta lievitata,
le ferratelle, e la panetta che è una speciale
preparazione di pasta lievitata a cui sono state aggiunte
le uova.
La cena si protrae per tutta la notte, sia per dare
modo ai convitati di consumare agevolmente le portate,
sia perché il servizio ogni tanto è intramezzato
da momenti di preghiera e dal canto di formule religiose,
sia perché infine, ad una certa ora, le case
dei panarderi vengono visitate dalle compagnie di questua.
Mentre nelle piazze ardono enormi falò di legna,
gruppi di cantori prendono a girare le strade e a visitare
le case dove il loro arrivo è atteso e ben accetto
e le loro esecuzioni sono ricompensate con cibo e somme
di denaro. Le visite durano fino alle ultime ore della
notte, dopo di che vengono riordinate le mense e viene
servita l'ultima portata: un piatto di fave lesse, accompagnate
dalla panetta. Prima però il panardere ringrazia
tutti i presenti e intona il Padre Nostro. Solo dopo
questo ultimo atto e dopo aver consumato le fave, la
panetta e un bel bicchiere di vino in onore del Santo
protettore, gli invitati lasciano la casa, dandosi appuntamento
per l'anno venturo.
O
gran Dio onnipotente
Siam venuti buona gente
Nel gran lungo camminare
Sant'Antonio per cantare.
Padre Figlio e Spirito Santo
Attaccate 'stu bel canto
co' la voce ch'è 'na squilla
Sant'Antonio de la Villa.
Se ci-avete le pecorelle
Cresceranno grasse e belle,
Se ci-avete cavalli e bica
Sant'Antonio li benedica.
Se ci-avete 'na figlia bella
Dio la possa maritare
E da amici e da parenti
Ve la possa accompagnare
E Sant'Antonio vecchiareglie
Risatolle le famiglie,
Le famiglie satollate
Sant'Antonio sia lodato.
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