Streghe e fantasmi
di casa nostra
Dopo numerose interviste apparse sul
portale,mi sembrava giusto tornare sull’argomento
“Triora e i giovani”,questione tanto cara
al sottoscritto,in quanto sono impegnato da anni a far
conoscere con le proprie pubblicazioni le realtà
dell’Entroterra Ligure.La bellezza di Triora risiede
essenzialmente nell’aria di mistero e di magia
che ancora vi si respira.A distanza di secoli sembra
plausibile aspettarsi che le streghe ricompaiano da
un momento all’altro per portarci in una dimensione
fantastica e atemporale,dove leggenda e suggestioni
regnano sovrane.Tanto sta facendo la televisione e il
cinema,riportando ai fasti una letteratura fantastica
ritenuta per troppi anni o infantile o monopolio di
una certa cultura politica;mi sto riferendo al celebre
Signore degli Anelli che tanto imperversa nelle sale
cinematografiche e nell’immaginario collettivo
raccontandoci dei simpatici Hobbit,di Fate,Elfi e di
altre fantastiche creature.E’ una magia questa
che sa di pura finzione artificiosa,relegata agli straordinari
effetti del cinema che,una volta terminata la pellicola,lascia
con l’amaro in bocca.Eppure per vivere una magia
più autentica basterebbe abbandonare i cinema
per perdersi nelle strade di Triora,capitale incontrastata
di Bagiue,spiritelli,fantasmi e creature sovrannaturali
in genere.Non è questa la sede per imbastire
una discussione sul film del momento e neppure per criticarne
i contenuti,ma tutti coloro che per anni sono stati
ghettizzati per la lettura del celebre libro di Tolkien
una cosa la riconoscono.Lo scrittore sudafricano non
ha certo impegnato anni della sua vita solo per raccontare
una colossale fiaba che potesse prestarsi a una realizzazione
cinematografica miliardaria;Tolkien è un tradizionalista
per antonomasia,narratore di un mondo antico e leggendario
che affonda le sue convinzioni,i suoi assiomi nel Mondo
della Tradizione in netta antitesi con la cultura odierna.Se
dunque vogliamo andare necessariamente alla ricerca
del nostro reale patrimonio folkloristico (nel senso
tecnico del termine) dovremmo cominciare a riabituarci
ai silenzi delle notti di casa nostra (e per casa nostra
intendo non le grandi città,ma le campagne,i
monti e tutte le zone distanti dai grandi agglomerati
urbani),a non provare un senso di vuoto di fronte all’assenza
apparente di vita e civiltà.
Se di “morte del fantastico”
dobbiamo parlare,allora cominciamo a prendercela con
chi ha distrutto per primo l’habitat naturale
delle creature sovrannaturali:la civiltà,dunque
noi stessi..Gli esempi sono moltissimi.Fonti,ruscelli
e fiumi, o sono incredibilmente inquinati o rimangono
accessibili solo in alta montagna;mi viene difficile
pensare oggigiorno a quegli spiriti che un tempo gli
antichi pensavano risiedessero nelle fonti pure delle
sorgenti;oggi ,nella migliore delle ipotesi, sarebbero
soffocati da anticrittogramici,uranio,disinfestanti,liquami
e altre “simpatiche” usanze o peggio finirebbero
per essere imbottigliati e venduti con l’acqua
minerale..Un po’ meglio andrebbe per gli abitanti
dei boschi,a patto che le foreste esistano ancora o
che quelle poche non siano così minacciate dalla
cementificazione,dalle costruzioni abusive,e dal degrado
ecc.E se anche,per ipotesi,a questi esser fatati concedessimo
una sorta di riserva naturale in cui vivere accanto
a noi ,nascerebbero altri problemi:chi li preserverebbe
dalla presenza ingombrante,chiassosa e irrispettosa
dell’uomo moderno?! Mi tornano in mente alcuni
ricordi della mia infanzia (faccio riferimento a una
ventina d’anni fa,quando i grossi centri commerciali
erano poco più di un incubo notturno…e
non grigia realtà!),le notti estive trascorse
nelle campagne della Bassa,quando grilli,lucciole e
altri animali annunciavano il calare delle tenebre.
La sera ammantava di magia qualsiasi
cosa:era il momento per ascoltare le storie di una volta,gli
aneddoti legati alla cascina,alle famiglie di contadini,alle
usanze di un tempo.Non mancava lo spazio per i racconti
di “fantasmi”,per qualche aneddoto curioso
legato alla storia del luogo.I granai abbandonati,pieni
di vecchi utensili, si animavano di presenze misteriose,o
ancora si vociferava del fantasma di un monaco che appariva
accompagnato da un forte profumo di fiori.C’era
la campagna,verde,infinita, a proteggere questo mondo.Sono
passati molti anni da allora e il caso ha voluto che
cominciassi a percorrere le strade dell’Entroterra
Ligure,fino a giungere in quel di Triora.Il borgo attendeva
solo di essere scoperto.Le tradizioni secolari,le storie
fantastiche erano lì,in attesa di qualcuno che
le ascoltasse.Occorrevano solo amore e pazienza.Mi bastò
visitare il Museo Etnografico e della Stregoneria:un
autentico angolo di storia triorese,messo insieme con
grande passione e ,guarda caso,ricavato in quella casa
che fu utilizzata come prigione durante il processo
del 1587. Non servirono roboanti effetti scenici per
cogliere l’inquietante atmosfera che permeava
i sotterranei del Museo dove erano raccolti libri,documenti
e immagini sull’argomento .Le rappresentazioni
delle sfortunate del tempo,torturate dai loro carnefici
erano poi l’apice di una sensazione soffocante
che riportava ad un’epoca angusta e oscura.Una
volta terminata la visita al museo il borgo era lì,immerso
in una quiete irreale.Le volte scavate nella roccia,i
sottopassi,le case di pietra,molte delle quali abbandonate,sembravano
gli spettatori del mio passaggio.Non ebbi l’impressione
di essere un intruso,ma certamente quel posto esigeva
un rispetto profondo e reverente,esattamente come tutti
i luoghi che hanno subito eventi drammatici e dolorosi.Il
processo del 1587 era ancora ricordato,ma ad esso si
aggiungeva la rovina dell’ultima guerra e la ferocia
dell’invasore.
Inoltre c’era stato lo
spopolamento della montagna:le case dei contadini
abbandonate,i fienili vuoti,le cantine in disuso…Uno
spirito di dignitosa malinconia ammantava ogni
carruggio,esattamente come ne aveva parlato il
giornalista e scrittore Riccardo Bacchelli durante
la sua venuta a Triora.M’immaginai di tornarvi
la sera per scoprirne le emozioni che mi avrebbe
certamente comunicato.Da allora ogni volta che
torno nel Paese delle Streghe una passeggiata
notturna è sempre un’occasione per
riassaporare lo spirito del luogo.Lo zampillio
delle fonti medioevali fuori e dentro l’abitato,i
rumori della notte,i rintocchi del campanile,il
lontano scorrere del torrente Argentina in fondo
alla Valle quando ci si sofferma tra le case precipite
della Ca Botina.E’ qui che comincia il vero
viaggio nel mistero,esattamente con la capacità
di cogliere e ascoltare ciò che ci sta
intorno. E’ questa una caratteristica che
la nostra civiltà ha perso o dimenticato;la
contemplazione è uno degli strumenti maggiormente
penetranti per comprendere l’enigma che
ci circonda.Le case torri sembrano animarsi di
eteree presenze,le bagiue tornano a ballare al
chiaro di luna e i focolari lentamente si rianimano,pronti
ad accogliere il forestiero che s’innamora
di Triora.
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Ed ecco che si percorre la salita che
porta a San Dalmazzo ,magari imbattendosi nel fantasma,dolce
e gentile,di Franchetta Borelli o si potranno udire,tra
le pietre di qualche vecchia casa,le risate sommesse
di spiriti e folletti,incuriositi dal nostro arrivo.E
poi lassù a incombere sul paese c’è
il camposanto,con il quale Triora abbraccia i suoi cari
defunti.Un segno d’amore unico nel suo genere.Tornando
ai “fantasmi” di casa nostra rimanendo a
Triora,si racconta ancora il fenomeno delle famose “palle
di fuoco”,globi luminosi apparsi l’ultima
volta ai primi del XX secolo,esattamente nell’inverno
del 1906, e avvistati da numerose persone.Nel libro”Bagiue,le
streghe di Triora” dell’amico Sandro Oddo,lo
scrittore riporta la preziosa testimonianza di una delle
ultime anziane di Triora,tale Nazzarena (oggi purtroppo
scomparsa), che asseriva di aver assistito più
volte al fenomeno.E per tornare in tempi più
recenti e spostandoci di poco da Triora,il sottoscritto,nell’inverno
2004 ha fotografato casualmente uno strano fenomeno
luminoso sulla facciata della fortezza medioevale di
Castelvecchio di Rocca Barbena;un fenomeno luminescente,simile
a un’ombra,dalle tonalità blu,appare sulla
facciata del castello.Effetto ottico o fenomeno paranormale?Non
sta a me giudicarlo e non è neppure questo l’importante.

Investigazioni ufficiali e scientifiche
sono state eseguite ,sempre sull’Appennino,ma
nel Parmense,nella rocca di Bardi e riguardano il fantasma
di Morello che da tempo infesta il castello.Ma in generale
in tutti paesi ,sia di montagna che di pianura,troverete
casi simili a questi,antiche vestigia scenario di fenomeni
misteriosi.C’è sempre una “casa degli
spiriti”,una “casa stregata”,un luogo
ritenuto non solo abbandonato dall’uomo,ma che
diventa l’habitat del fantastico.Gli stessi ragazzi
del paese magari sapranno che quella casa disabitata
è chiamata delle streghe o dei fantasmi,probabilmente
solo per sentito dire o per qualche leggenda tramandatasi.Tutti
nel racontarvelo ci rideranno sopra,ma state certi che
in pochi vi diranno di esserci mai andati.Non è
dunque questo un invito a inoltrarvi in posti isolati
o peggio pericolosi,ma la riflessione è la seguente.Torniamo
a usare la fantasia,dimentichiamoci per un po’
della televisione e,magari in compagnia dei nostri figli,
riscopriamo il piacere delle storie di una volta,delle
sere passate all’aria aperta e delle bellissime
leggende di casa nostra.Una fiaba,una storia ascoltata
direttamente sul posto,con la giusta atmosfera,può
davvero farci vivere sensazioni incredibili,per nulla
paragonabili a quelle regalateci dalla tecnologia.
Ippolito
Edmondo Ferrario |