Chi qui soggiorna
acquista quel che perde:
Il caso di Triora dalla villeggiatura signorile al turismo
itinerante
Gian Maria Panizza
Triora, situata nell’alta valle
Argentina, dove le Alpi marittime collegano Nice, La
Brigue e Tende (già lungamente piemontesi) con
il Cuneese attraverso l’estremo Ponente ligure
della provincia d’Imperia, è da tempo nota
per i processi che vi si tennero tra il 1588 ed il 1590
ad opera di Giulio Scribani, Commissario straordinario
inviato dal Senato della Repubblica genovese pro estirpatione
strigiarum et maleficarum. Trentatre donne (ed un uomo)
vennero torturate ed interrogate, senza contare un numero
ancora imprecisato di segnalati e denunciati; nove morirono
nei tormenti e nelle prigioni improvvisate di Triora
e Badalucco e cinque nelle carceri dello Stato genovese.
Nel 1590 il Sant’Uffizio avocò a Roma il
proseguimento dei procedimenti, sottratti a Scribani,
che venne scomunicato: nessuna delle vittime finì
sul rogo (C.C., G.M.P. 1990).
Da più di vent’anni l’alta
valle Argentina è il luogo dove trascorro la
maggior parte delle mie vacanze e dove posso contare
su carissime amicizie: il mio punto di vista –è
bene precisarlo- non è semplicemente quello del
ricercatore, ma anche –forse soprattutto- quello
di colui che si considera ormai cittadino adottivo di
Triora ed è stato, inoltre, in un certo modo,
coinvolto nella valorizzazione turistica locale. Questa
partecipazione ebbe inizio nel 1987, quando intrapresi
con Claudio Coppo le ricerche d’archivio che ci
portarono a riconsiderare sotto una diversa luce la
vicenda delle accuse di stregoneria (ed a proporne un’interpretazione
fondata sulle strategie ed i conflitti nella comunità
triorese di fine Cinquecento). Gli ultimi tre giorni
d’ottobre dell’anno successivo il Comune
di Triora, in collaborazione con la Comunità
montana Argentina – Armea, il Casino di San Remo,
l’ASPES (Associazione per lo studio del fenomeno
esoterico e simbolico) e l’Università di
Genova, organizzò un convegno nazionale per celebrare
il quarto centenario dei processi, ed in quell’àmbito
venne ospitato anche il nostro contributo.
Da quella data, si può dire,
ebbe inizio la fase più recente, e decisiva,
dello sviluppo turistico di Triora (S. O. 2003, 71 –
105), ormai largamente nota (tanto da aver spinto il
celebre musicologo e demonologo Quirino Principe a definirla
la Salem europea, salvo ribattezzare Salem, subito dopo,
la Triora del New England) per averlo impostato sull’immagine
–così ambigua e controversa- della strega.
Il quindicennio che ci separa dal primo convegno è
stato scandito da altri due, ed il quarto avrà
luogo nell’ottobre del 2004; il 19 agosto 2001
il Piccolo Teatro di Pinerolo, con la regia di Luigi
Oddoero, la consulenza drammaturgica di Luca Valentino
ed il testo che elaborai utilizzando i documenti conservati
presso l’Archivio di Stato di Genova, rappresentò
nella piazza della Collegiata una pièce intitolata
Dove sono le streghe di Triora?, alla quale assisterono
un migliaio di persone. Questo lavoro mi fu suggerito
dagli amici trioresi, ed in particolare da Sandro Oddo
(che posso ben definire, insieme al fratello Silvano,
l’anima dell’Associazione turistica locale).
Rendendosi interprete di quella che egli definì
un’aspirazione collettiva della gente di Triora
a veder rappresentata la riabilitazione delle sue donne
ingiustamente accusate, egli mi fornì un ulteriore,
significativo indizio per comprendere l’atteggiamento
e la volontà che hanno portato quei luoghi all’attuale
situazione di grande notorietà e frequentazione.
Ma la storia del turismo a Triora ed in valle Argentina
ha avuto inizio molto prima, e credo meriti raccontarla,
sia pure riassumendola nelle sue fasi e vicende più
significative.
Chi si aggira per Triora non può
fare a meno di notare le targhe di marmo murate sulle
facciate delle case, agli angoli delle vie, sotto le
volte dei carugi, su chiese e palazzi; su ruderi coperti
d’edera ed invasi dalla vitalba; perfino su un
solitario e superstite blocco di pietra. Raccontano
la storia di un borgo scomparso, ignoto o meno visibile;
ricordano fatti, edifici, persone; segnano un cammino,
quasi un pellegrinaggio nel passato: parlano, senza
retorica, con trattenuta commozione, a chi si soffermi
ad ascoltarle (non senza suscitare, talvolta, un sorriso).
Ecco alcuni esempi: Fino al 1878 / qui fu l’antica
chiesa (sec. VIII?) / dei SS. Pietro apost. e Marziano
martire già parrocchia. - Qui fu la chiesetta
della Maddalena. / Ne restarono tracce fino al 1942.
– Qui fu una delle sette porte del paese. - Limite
della divisione del paese / tra la parte alta e quella
bassa. / Questa fu soggetta ai Conti di Ventimiglia
fino al 1260. - Questo passaggio / fra la piazza e la
via / fu aperto nel 1893. – Portico del Masaghìn
/ così detto dal locale del vicino comune / precipitato
nel 1887 / dove erano conservati i viveri ed il sale
del paese. / (Ved. Statuti di Triora, cap. VI). –
Casa già della nobile famiglia Velli (sec. XVII).
– Qui era il forno / del quartiere Sambughéa.
– Nell’aprile del 1794 / Andrea Massena
/ Generale dell’esercito napoleonico / da questa
casa / ospite della famiglia Borelli / diresse le operazioni
militari / che si svolgevano sui colli di Triora / tra
Francesi ed Austro – Sardi. – Cabotina.
Nel sec. XVI – credevasi luogo delle streghe.
– Casa già dei Gastaldi. / (tre sindaci,
sei parroci, vari notari / ed il pittore Lorenzo / defunto
il 3. VII. 1690, di anni 65. – Nella casa / cui
fa da parete questo muro / chiudeva i suoi giorni /
il 24 aprile 1927 / Luigia Margherita Brassetti di Cagliari
/ benemerita di Triora. – Luca Verrando (+ 10
genn. 1927) (che visse in questa sua casa) / ultimo
usciere della cessata Pretura locale / esperto nella
pittura ornamentale e modesto artigiano / nella lavorazione
del ferro e del legno / merita di essere additato all’ammirazione
dei suoi concittadini. (F.F. 1960 [1] passim)
Le targhe, circa settanta, vennero fatte
collocare tra il 1934 ed il 1958 da padre Francesco
Ferraironi (Triora 1883 – Roma 1963), singolare
figura di sacerdote dell’Ordine della Madre di
Dio, erudito e storico locale, instancabile ricercatore
in archivi ormai irreperibili o scomparsi (come quelli
di alcune antiche famiglie trioresi o quello municipale,
distrutto nel 1944 dal tritolo fatto esplodere dai Tedeschi
sotto il palazzo comunale) ed autore di una cinquantina
fra libri ed opuscoli dedicati a Triora, alla Valle
Argentina, ai paesi circostanti ed alle valli limitrofe,
nei quali rese pubbliche le sue ricerche (svolte principalmente
durante le vacanze estive, quando da Roma tornava al
suo paese) aventi per oggetto quelli che oggi definiremmo
beni artistici, architettonici, paesaggistici e demoetnoantropologici.
Al suo amore per Triora, alla sua lungimiranza, alla
sua instancabile attività di valorizzazione si
deve l’aver creato i presupposti per lo sviluppo
turistico dello splendido borgo alpino.
Due ulteriori targhe apposte da Ferraironi
ci dicono molto sulla sua preoccupazione di vedere estinguersi
la popolazione di Triora (e, con essa, la memoria viva
del paese: il dopoguerra avrebbe ulteriormente aggravato
lo spopolamento nell’arrière–pays
del Ponente ligure) e sulla sua convinzione (più
volte ribadita con forza nei suoi scritti) che quei
luoghi fossero ideali per una vacanza rigenerante: Vico
Ciappa / già abitato da sette famiglie / oggi
(1935) da una sola e Chi qui soggiorna acquista quel
che perde. (F.F. 1960 [1], 328; 318) Quest’ endecasillabo,
tanto sgraziato quanto enigmatico, venne così
spiegato da padre Ferraironi: È l’impresa
dell’Accademia “I Rozzi” di Siena…fondata
nel 1531 da dodici artigiani. Il significato è
semplice e chiaro: Triora dà all’ospite
in salute ciò ch’egli vi lascia come spesa
di soggiorno. (F.F. 1960 [1], 318 n. 2)
Attraverso tutta l’opera di Ferraironi
corre il filo rosso della promozione turistica dei luoghi
da lui amati. Non si tratta solo di un’appassionata
difesa della vallata e dei borghi antichi: egli intuiva
che solo un attento e sensibile turismo culturale e
naturalistico avrebbe potuto, se non arrestare, forse
porre rimedio all’abbandono della montagna ed
allo spopolamento dei paesi: Una miglior valorizzazione
delle nostre montagne può essere uno dei contributi
allo spopolamento alpino. Indirizzare il turismo di
massa verso la montagna equivale a creare un doppio
beneficio…(F.F. 1956, 115). Il suo impegno in
questo senso (sempre teso a trasportare i valori dei
quali si sentiva portatore oltre la frattura rappresentata
dal secondo conflitto mondiale) culminò, negli
ultimi anni della sua vita, nella realizzazione di una
grande mostra culturale e popolare, aperta a Triora
il 15 agosto 1960, non a caso: nel novembre dell’anno
precedente si era tenuto a Trento il primo Convegno
per una politica di sviluppo della Regione Alpina, nel
corso del quale venne presentato un programma di valorizzazione
del territorio delle Alpi Marittime, impostato sul progetto
della linea ferroviaria direttissima Sanremo –
Cuneo, che avrebbe compreso il tronco Triora –
Mònesi (F.F. 1960 [1], 357). Va ricordato che
Triora avrebbe dovuto avere una sua stazione ferroviaria
già dal 1879, quando venne progettato il tronco
della linea Cuneo – Ventimiglia che sarebbe passato
in territorio italiano: l’opposizione di Depretis,
allora Presidente del Consiglio, fece approvare invece
il progetto che prevedeva il transito in Francia, poi
effettivamente realizzato (F.F. 1953, 26).
Vale senz’altro la pena di leggere
il catalogo, tempestivamente pubblicato e distribuito
prima dell’inaugurazione col significativo titolo
La ricchezza di un paese povero in Liguria (Triora,
presso Sanremo). La mostra era suddivisa in dodici sezioni
(nell’accostamento di diversi criteri di selezione
ed esposizione si riscontrano, nel bene e nel male,
tutte le caratteristiche dell’eclettismo tradizionale
del dilettante inteso nel senso migliore e più
illustre del termine. Ferraironi era ancor capace, con
un misto d’innocenza ed erudizione filosofeggiante,
come mi è stato raccontato da chi lo conobbe
ormai anziano, di incantarsi, nella sua wunderkammer,
su una pietra nella quale il lavorìo delle acque
e delle stratificazioni aveva simulato prodigiosamente
le lettere di una sigla ipso facto simbolica e misteriosamente
allusiva – articolo n° 3 della sezione IV
della mostra): I. Quadri. II. La casa. III. Cultura,
tradizioni, antichità, curiosità. IV.
Mineralogia, morfologia, petrografia, fossili e conchiglie.
V. Relitti o avanzi di cose d’arte. VI. Storia
e arte. VII. Religione. VIII. Confraternita di S. Giovanni
Battista. IX. Artigianato. X. Cucina. XI. Attrezzi rurali.
XII. Entro bacheche ossia vetrine. Ancor più
vale la pena di citare un brano significativo dall’introduzione
al catalogo, nella quale Ferraironi promuoveva energicamente
l’interesse per l’arte e la cultura di quei
luoghi, dove il turista può sempre ritrovare
qualcosa che lo interessa e lo attrae (il turista sognato
da Ferraironi è però soprattutto una specie
di colto flâneur): scenari ricchi di artigianato
d’espressiva e dignitosa eleganza, di modesto
splendore artistico del quale si circondava la vita
civile e religiosa nei secoli dal XIV al XVIII. Una
cultura da apprezzare nelle testimonianze della sua
interezza e complessa coerenza, ormai in grave pericolo,
se non già perduta per sempre:
Fino a mezzo secolo fa, presso molte
famiglie benestanti di Triora si potevano osservare
non pochi oggetti che, oltre ad avere qualche pregio
d’arte, destavano il ricordo degli antenati, dei
loro costumi, delle loro tradizioni. Tali oggetti rispecchiavano
la vita sobria ma operosa del popolo triorese dei secoli
passati, ne attestavano una sensibilità artistica,
ci parlavano di uno sviluppato artigianato locale. Ma
da quel tempo, la mancata passione a conservare le proprie
memorie, e la decadenza di molte famiglie che hanno
mutato condizione sociale per cause economiche, oppure
si sono allontanate dal paese come conseguenza dello
spopolamento montano, hanno cagionato la dispersione
della maggior parte di ciò che era patrimonio
tradizionale e artistico del luogo. Antiquari di Sanremo
e di Genova hanno portato via a carrettate il materiale
acquistato con pochi soldi; famiglie trapiantatesi altrove
hanno fatto altrettanto; ed altri proprietari hanno
adornato le loro sale di Genova e di Roma (per citare
solo alcuni casi) con quadri, stoffe, maioliche, armadi
o utensili domestici provenienti da Triora. Ed ogni
anno s’impoverisce sempre più il patrimonio
artistico e tradizionale del paese, e prendono altra
destinazione ora un quadro, ora un Crocefisso di avorio,
una statuina di legno, un ferro battuto, una sovrapporta
di pietra intagliata, un seggiolone, un mortaio di marmo
lavorato, e via di seguito: teiere d’argento,
casse con intagli, alari di caminetto, picchetti o battenti
di porta, scaldini da letto, brocche di rame, ecc. Sono
spariti pure dai vecchi palazzi (che si riducevano a
cinque o a sei) i lunghi bracci di ferro battuto e lavorato
che sporgevano dai due lati delle finestre, e terminanti
con due anelli nei quali s’infilava una sbarra
di legno per stendervi i panni. (F.F. 1960 [2], 2)
Vedremo poi come quest’idea della mostra risulterà
germinale e darà, dopo una ventina d’anni,
frutti inaspettati ma decisivi per lo sviluppo turistico
di Triora.
Si può considerare l’epoca
nella quale Ferraironi lavorò indefessamente
a copiare a mano (da archivista non posso che approvare
commosso…) numerosi documenti dell’archivio
comunale, a raccogliere notizie, ricostruire vicende,
affiggere targhe, annotare i giochi fanciulleschi, preparare
un dizionario del dialetto locale, raccogliere pietre
e formare erbari, parlare con tutti ed entrare, gradito
ospite, nelle case ancora abitate ammirando e poi descrivendo
quadri e suppellettili e arnesi da cucina e da lavoro
-ciò ch’egli definiva, riduttivamente,
come un ciclo di ricerche fatte in libri biblioteche
ed archivi, iniziate fin dal 1910 (F.F. 1960 [1], 14)-
un periodo di transizione fra gli anni della villeggiatura
otto – novecentesca ed il turismo emergente.
In effetti i soggiorni in villa avevano
avuto inizio ancor prima, nel Settecento, quando la
famiglia Capponi possedeva a Triora un grande orto e
giardino con peschiera fornita di trote ed una specie
di ninfeo con grotta e viridario: un luogo ameno e di
delizie dove ricevere gli ospiti estivi, tradizione
proseguita a quanto pare nel secolo successivo, quando
si solevano invitare gitanti vespertini perché
prendessero parte a trattenimenti e feste di famiglia
–fra gli invitati si contava sempre qualche canonico,
o il notaro, o il maestro, o il medico del luogo e vi
si dava anche qualche trattenimento accademico, poiché
Triora ebbe sempre (a motivo delle sue scuole di latino)
buoni cultori di lettere. Gli spassi georgici dei nobili
trioresi comprendevano anche le cacce da fermo: Ferraironi
non manca di ricordare i luoghi dove sorgevano (ed una
sorge ancor oggi) le uccelliere, capunere, per gli appostamenti
(F.F. 1960 [1], 314 - 315). Dalle annotazioni e dai
commenti che ritroviamo nel catalogo della mostra dell’agosto
1960, relativamente all’esposizione di una portantina
ottocentesca appartenuta sempre alla famiglia Capponi
del ramo mentonese (articolo n° 19 della sezione
III, sottosezione Cultura), apprendiamo che lungo tutto
l’Ottocento una florida colonia villeggiante estiva,
composta da una decina di famiglie, tutte provenienti
da Menton, si recava abitualmente a soggiornare a Triora
nel mese di luglio: l’uso della portantina venne
abbandonato del tutto solo nel 1906, quando la strada
carrozzabile, che nel 1892 era arrivata da Taggia a
Molini, giunse finalmente a Triora: nel 1908 venne attivato
il servizio pubblico, che certamente favorì l’incremento
dei villeggianti (F.F., 1960 [2], 16 – 17).
Tra Ottocento e Novecento, e sempre
più nei decenni successivi fino al secondo conflitto
mondiale, l’interesse per Triora ed il suo territorio
(complici anche la presenza degli Alpini e le escursioni
organizzate dal CAI, la cui Sezione Ligure, nel primo
decennio del secolo scorso, stabilì che ogni
anno una parte dei soci salisse su queste belle vette
delle Alpi Liguri , a proposito delle quali Massimo
Mila scrisse alcune belle pagine) (F.F., 1956, 141 –
144; 1943, 33) aumentò, si potrebbe dire, irresistibilmente.
Nel 1889 fu aperto l’Albergo Triora e, nel 1901,
la Guida pratica della Provincia di Portomaurizio elencava
cinque alberghi, del Commercio, degli Amici, Umberto
I, del Cacciatore, della Stella (S.O. 2001, 176); nel
1914 sul Caffaro di Genova Agostino Freisa la descriveva
già soggiorno ricercato nella stagione estiva
da una forte colonia di villeggianti (F.F., 1943, 23);
nel 1915 (su richiesta e documentazione inviata dal
Comune) un decreto ministeriale dichiarò ufficialmente
Triora luogo climatico di soggiorno estivo; nel 1929
Gino Mazzoni, sull’ Eco della Riviera, confermando
che la fama di Triora come assai gradita e nel tempo
stesso economica per la salubrità del clima,
per l’ampio orizzonte, per la purezza e freschezza
dell’acqua potabile e per la tradizionale ospitalità
degli abitanti risaliva all’inizio del secolo
(F.F. 1943, 72), sottolineava la comoda ospitalità
ed il conforto moderno degli alberghi, menzionando anche
la possibilità di trovare pensione presso premurose
famiglie del luogo. In particolare, il Grande Albergo
Triora poteva vantare impianto elettrico proprio con
propria dinamo generatrice, campanelli elettrici per
tutti i locali, stanze da bagno, grandi sale per la
consumazione dei pasti, scelti sani ed abbondanti, uno
spaziosissimo ed imponente salone dove a volte si danno
delle riuscitissime serate; un’ampia terrazza
esterna con giardino, una rimessa per automobili…(F.F.
1943, 74).
Sulle bellezze paesaggistiche di Triora, dei paesi circostanti
e della valle Argentina è stato scritto moltissimo
ed è interessante notare come i giudizi entusiastici
su quelle località, almeno fino al secondo dopoguerra,
si mantengano nell’àmbito del ben noto
e ben affermato binomio, la cui origine risale al pensiero
filosofico del primo romanticismo, quando le montagne
s’imposero come esperienza estetica ed esistenziale:
il pastorale e l’orrido, le due facce del pittoresco.
Anche in questo caso richiamerò uno scritto di
padre Ferraironi, che definisce l’ambiente dell’alta
valle Argentina circostante Triora utilizzando queste
due categorie, rispettivamente per le frazioni di Borniga
e di Loreto:
S’incontrano rudi ma anche ameni
tipi locali, eroi qualche volta di nobili gesta rimaste
confinate nella cerchia del loro piccolo mondo: tipi
di pastori segnati da un’impronta di taciturno
mistero: montanari paghi della loro umile vita; gente
dagli occhi senza paura e gentili, gente duramente intagliata
e scavata dalla solitudine ma tuttavia piena di canti,
di memorie, di storie del proprio borgo natìo…per
offrire un quadretto di vita primitiva diamo ora …all’escursionista
estivo una breve pennellata descrittiva del più
piccolo fra gli aggregati di case…è tutta
gente industriosa, che fa a meno di fabbri, falegnami,
muratori. I cibi più comuni sono: ceci, lenticchie,
castagne secche, e latticini molti…mangiano tutti
attingendo da un’unica scodella…frutta del
luogo: solo mele e ciliegie. I giovani non fumano: bevono
vino di rado; giocano alquanto. La sera, d’estate,
la gente veglia fuori di casa. Dopo qualche canto montanaro
della gioventù, si va a dormire, ma senza lenzuola:
bastano le coperte di lana tessute in famiglia. Non
si leggono giornali…ma la vita scorre serena…
L’aggregato di case giace alle
radici occidentali del monte Trunu, sopra una cresta
rocciosa formante un orrido precipizio ed un profondo
burrone scavato dal corso dell’acqua…brulle
coste precipitano a picco sul torrente fra screpolature,
frane, anfratti e bastioni di massi petrosi che, staccandosi
dalla montagna, ne hanno messo a nudo la struttura interna.
Né vi mancano angoli cupi, dominati da massicci
conglomerati di roccia…in questo punto il fiume
riprende il suo carattere…di ballerino capriccioso,
torbido e spumeggiante…lasciata la sua andatura
dignitosa…ne assume un’altra inquieta e
rumorosa…e…varie centinaia di metri più
sotto esso precipita sui salti rocciosi e nelle forre
con una gioia furiosa, percorrendo due argini di altissime
rupi e burroni cavernosi…
Ferraironi scrisse queste parole nel
1956 (F.F. 1956, 150 – 152; 154 – 155),
ma era stato preceduto da giornalisti ed escursionisti
che, nel mezzo secolo precedente, avevano versato fiumi
d’inchiostro, variamente tinto di prèstiti
letterari d’ascendenza pascoliana e dannunziana.
Una rapida consultazione della piccola antologia compilata
da Ferraironi (F.F. 1943, passim) c’immerge in
un paesaggio di campanili che toccano le nuvole lunari,
rovine di pietra, sterpi paurosi, monti nudi e solenni
ove sprofonda il silenzio, sproni alpestri, orrori di
alpestri solitudini, fasce di nebbia bagnate di umida
luna, dove le case di pietra di Triora sono rupi o è
un borgo?, e potrei citare ancora forme bizzarre agitarsi
in fondo al baratro, nebbie spinte dal vento, castagni
centenari, nere case, infinita pace, grande serenità,
case formanti arcate ed antri, davanzali e terrazzi
verdi di basilico, timo, garofani, silenzio verde, ombrosi
ippocastani enormi, angiporti che sembrano bocche di
mostri in attesa, parca illuminazione che crea fantasmi
orribili nei vicoli silenziosi, fronzute oasi, acque
ricreanti, vallette selvagge, gobbe rocciose, vastissimi
paesaggi, insomma un repertorio instancabilmente celebrativo
di luoghi dei quali importa a chi descrive mettere in
evidenza il conservarsi tali da continuare a fornire
un’esperienza di recupero di antichissimi, primordiali,
intatti valori naturali. Questo –che si potrebbe
definire il remoto accessibile- sembra, ancor oggi,
il senso dell’offerta di Triora al visitatore,
anche in questi tempi caratterizzati, come giustamente
ha rilevato Lorenzo Lanteri, originario di un’antica
famiglia triorese e docente di Geografia del Turismo
presso l’Università di Genova, dal declino
della lunga vacanza stanziale a vantaggio del turismo
itinerante, che dà modo di fotografare molto
e molto raccontare (L.L. 2002, 22). D’altra parte,
per quanto il linguaggio sempre un po’ sopra le
righe dei brani citati, con la sua retorica belletterista,
ci possa ormai apparire datato, resta vero che il pittoresco
e l’orrido formano parte radicata del nostro giudizio
estetico, se non sono addirittura categorie dello spirito
non così facilmente escludibili. Mentre i pastori
sono quasi del tutto scomparsi, i verdi silenzi, gli
abissi e i dirupi restano, e così la Cabotina,
casa delle streghe, tanto opportunamente segnalata al
turista da padre Ferraironi con una sua targa. Egli
curò anche, nel 1955, una riedizione commentata
dello studio pubblicato nel 1898 da Michele Rosi, dal
titolo Le streghe di Triora in Liguria.Processi di stregoneria
e relative questioni giurisdizionali nella seconda metà
del XVI secolo, ristampata nel 1988 in occasione del
primo convegno sulla stregoneria cui ho già accennato.
Se sfogliamo gli albi messi a disposizione dei visitatori
per firme e commenti presso il Museo regionale etnografico
e della stregoneria di Triora, oppure anche quelli analoghi
offerti, al termine di squisiti pranzi, ai clienti del
benemerito ristorante albergo Santo Spirito di Molini
di Triora (fondato nel 1897 e da allora sempre gestito
dalla famiglia Zucchetto: il luogo di riferimento per
la ristorazione in valle Argentina), ritroveremo gli
stessi concetti, espressi sia nell’italiano attuale,
frammentato ed inquinato dal gergo televisivo, sia in
molte altre lingue dai clienti stranieri: anche dai
giovani che vengono a visitare questi luoghi, magari
svolgendovi attività sportive come il parapendio,
l’arrampicata, il ciclismo. Tutti restano colpiti
da come l’alta valle ed i suoi borghi, Triora
in testa, continuano a conservare –direi a difendere-
un certo selvatico riserbo e soprattutto l’intatta
bellezza dei paesaggi.
Entrando in Triora si passa davanti
alla straordinaria statua dedicata alla strega: una
bella donna dal misterioso sorriso che riempie, da un
pentolone, una tazza di chissà quale pozione,
pronta ad offrirla in assaggio. Realizzata nel 1990
con varii reperti metallici da Franco Balestra e Simonetta
Bracco, credo non abbia l’analogo in Italia e
forse nemmeno in Europa; credo anche che rappresenti
chiaramente la determinazione degli abitanti di Triora
nel voler rendere omaggio ad un’immagine della
strega (ed implicitamente al proprio drammatico passato)
non grottesca né malvagia né ripugnante;
che raffiguri con efficacia il genius loci o l’anima
del luogo: nel suo saper essere al tempo stesso ritrosa,
inafferrabile, ma anche accogliente. Con un tipico fenomeno
di invenzione della tradizione (paragonabile a quello
del voler far rientrare tutta l’Italia del Nord
nell’àmbito non ben definito di una Celtilandia
universale), utilizzata per ottenere un simbolo di consenso
collettivo, ormai numerosi paesi (che non videro magari
mai processi alle streghe) mettono in scena, da diversi
anni, rappresentazioni più o meno convincenti
basate sulla magia, la stregoneria, l’esoterismo
spesso d’accatto: fiere, in sostanza, o sagre,
che generalmente si concludono (si badi bene, come se
solo questo potesse essere il momento culminante o il
logico fine…) con un rogo in piazza. Il messaggio
di Triora va nel senso opposto, e non soltanto perché
il processo vi fu veramente e non si accese alcun rogo:
piuttosto perché è stata fatta una scelta
di qualità culturale molto dignitosa, che finora
non ha lasciato spazio ad alcuna corriva volgarità,
malgrado l’inevitabile, recente approdo televisivo.
Sandro Oddo, credo, sosterrebbe sorridendo che nel tazzone
della strega metallica non può esserci che una
buona medicina, in quanto autore di un testo fondamentale
di ricerca sul campo, il repertorio commentato di ricette
raccolte dalla gente del luogo Medicina popolare nell’alta
valle Argentina. Vale la pena di ricordare, con una
certa amarezza, che dalla data di pubblicazione (1989)
gli informatori sono tutti scomparsi. Triora conta oggi
trecentocinquanta residenti circa (che d’estate
salgono anche fino a millecinquecento), dei quali il
sessanta per cento sono anziani. Nell’ultimo ventennio,
ogni anno le nascite sono state in media una o due,
i morti in media quindici.
Accennavo prima al Museo regionale etnografico
e della stregoneria. Nei vent’anni di apertura
di questa importante realizzazione turistica locale
(che si avvia, dopo l’imminente avvìo del
recupero e della ristrutturazione del palazzo Stella,
uno dei più significativi di Triora, a diventare
Museo internazionale e centro propulsore di attività
culturali), il totale dei visitatori paganti assomma
a 154.760. Solo nel primo semestre dell’anno in
corso, 8624 persone hanno visitato il museo: circa 2500
hanno firmato il registro dei visitatori, e buona parte
di essi vi ha annotato pareri, impressioni, suggestioni,
consigli.
Anche in questo caso appare evidente la forte continuità
che caratterizza la valorizzazione turistica di Triora,
tanto marcata da superare, riunendoli nel comune denominatore
dell’appassionata volontà di comunicare
i valori di una cultura e di un territorio, epoche diverse,
concezioni e progetti diversi. Il primo museo regionale
(la definizione è di Ferraironi) venne creato
in casa del sacerdote, come annesso alla biblioteca
(F.F. 1960 [2], 9), quindi a partire circa dal 1910,
con materiali donati dalle famiglie di Triora durante
i suoi soggiorni nel paese, ed era aperto alle visite
delle scolaresche e dei gitanti che ne facessero richiesta.
Le fotografie di quelle stanze mostrano la biblioteca
di un erudito, che conservava ancora uno scaffale apposito
per le belle legature, dove queste –come nelle
antiche dimore principesche- venivano appoggiate ritte
e di piatto, per mostrare le dorature, i fregi, gli
stemmi, mentre gli ambienti del museo sembrano piuttosto
un magazzino molto ingombro, dove gli oggetti (vi predominano
articoli casalinghi e di chiesa, scriveva a commento
delle immagini Ferraironi, e relitti di sculture) (F.F.,
1960 [1], 320 – 325) vi appaiono trasportati per
un urgente salvataggio: un’arca di Noè
della cultura materiale di Triora. Purtroppo devo precisare
che non restano tracce né della biblioteca né
dell’archivio, passati agli eredi alla morte di
padre Ferraironi.
Nel 1982 e nel 1983 l’Assessorato
alle Istituzioni Scolastiche del Comune di Genova organizzò
due Campi eco (rispettivamente tre turni di dodici giorni:
novantacinque ragazzi, e 4 turni di dodici giorni: centosessanta
ragazzi) a Triora. Gli studenti indagarono (nell’ambito
di un programma finalizzato a contribuire alla costituzione
di una delle aree del Parco regionale delle Alpi Liguri
occidentali) gli stanziamenti preistorici, studiarono
gli Statuti duecenteschi, vennero accompagnati in escursioni
ed osservazioni naturalistiche e ricercarono, tra le
vie e nelle case del borgo, le tracce della cultura
contadina. Il risultato, che ottenne uno straordinario
successo, fu l’allestimento, nel 1982, di una
mostra della civiltà contadina sulla piazza della
Collegiata; l’anno successivo, nei locali messi
a disposizione dal Comune, nasceva il Museo della civiltà
contadina, embrione dell’attuale Museo, le cui
sale vennero aperte al pubblico nell’agosto 1983.
Credo che valga la pena di riportare alcuni passi del
Manifesto inaugurale del Museo, redatto dai ragazzi:
Se volete cercare l’uomo non fermatevi
agli oggetti inanimati che abbiamo esposto, ma salite
a vedere in quale cornice venivano e vengono usati gli
strumenti del lavoro quotidiano; nelle case e nei campi,
sui sentieri lastricati con fatica, nell’ambiente
naturale in cui l’uomo operava e da cui venivano
tratti materiali e tecnologie nate da questa natura
e sviluppatesi con il solo aiuto delle mani e di qualche
utensile. Vi troverete, forse senza saperlo, in uno
dei luoghi più belli della Liguria, nel costituendo
Parco Regionale delle Alpi Marittime Occidentali, zona
di particolare pregio paesaggistico ambientale, dove
convivono antichi stanziamenti umani, vecchie tradizioni,
endemismi d’ogni genere (CG – IS, [1983],
41) .
Il Manifesto si conclude con l’augurio
che la gente, tranquillizzata sull’onestà
delle intenzioni e sulla serietà dell’impegno,
avrebbe portato altri utensili che avrebbero arricchito
ulteriormente il Museo: veniva rimandato al Campo Eco
1984 la schedatura e la preparazione del catalogo, secondo
le direttive del Ministero dei Beni Culturali e della
Regione Liguria.
Se si scorre il calendario degli eventi
2003, diffuso dall’ Associazione Turistica Triora,
si conteranno –da Maggio a Dicembre- quaranta
fra processioni, concerti, sagre, mostre, proiezioni,
degustazioni, gare sportive, corsi di erboristeria,
tornei, stages di danze, rappresentazioni teatrali ed
altro ancora. L’Amministrazione comunale è
impegnata nel restauro di palazzi storici (mentre un
altro è stato acquistato da Per Christian Ellefsen,
l’attore norvegese che con Elling ha avuto la
nomination per l’Oscar, allo scopo di farne un
ostello per giovani turisti e stagisti), di chiese ed
affreschi e nel prepararsi a concorrere per entrare
a far parte dei Borghi più belli d’Italia,
la prestigiosa lista promossa dall’ANCI. Non si
può certamente più dire che Triora sia
un borgo desolato, dove non succede nulla e dove non
viene nessuno: non passano poche settimane senza che
i media se ne occupino, che qualche rivista vi proponga
un itinerario in valle Argentina, che le squisite ricette
della cucina locale vengano raccomandate da qualche
importante gastronomo ambulante. Streghe di pezza, di
legno, di metallo, di terracotta occhieggiano da tutti
i negozi (ed ultimamente se ne aprono altri, ad esempio
di specialità -rigorosamente biologiche- locali,
e persino di fito- ed aromaterapia).
Questo è esattamente il
senso della nuova sfida che si prepara. Ciò che,
a suo tempo, andava tessendo padre Francesco Ferraironi
aveva un senso preciso, che i cittadini di Triora hanno
saputo cogliere: salvare i valori di una cultura antica,
e del gusto di un’epoca che con lui andava scomparendo
–quell’Otto e Novecento borghese delle villeggiature
alpine, sopravvissuto tuttavia così lungamente,
capace di apprezzare la pace, il silenzio o il ristorante
fruscìo delle cime, dei boschi, delle acque,
di vie segrete e non troppo illuminate; trasportare
in salvo nell’epoca del turismo di massa il suo
paese, convincendo tutti ad impegnarsi in questo progetto.
Ora resta da vedere se la delicatezza intrinseca dei
valori artistici, paesaggistici, naturalistici saprà
resistere al continuo transito dei visitatori, all’acquisto
massiccio delle case antiche da parte di inglesi, olandesi,
tedeschi, monegaschi, norvegesi (tuttavia più
sensibili ed attenti degli italiani nell’attento
restauro delle dimore), a proposte (sempre in agguato)
di redditizi progetti che potrebbero snaturare l’ambiente.
I rischi aumentano di giorno in giorno: fino ad oggi
chi vive e lavora in alta valle, ed in particolare la
gente di Triora, ha saputo proporre al turista luoghi
amati e rispettati: credo che il fascino che questi
esercitano anche sul visitatore frettoloso, che lo avverte
senza riflettere, dipenda proprio dalla paradossale
scommessa di continuare, pur aggiornandosi, a proporsi
(con riserbo e discrezione, senza cartapesta, né
finzioni plastificate da parco tematico, né restauri
o rifacimenti esagerati), come ai tempi in cui la villeggiatura
era ben lungi dal cedere il passo al turismo itinerante.
Una rischiosa scommessa, davvero: che merita sinceri
auguri, nell’interesse di tutti.
Bibliografia
Le statistiche e la documentazione sulla
valorizzazione turistica di Triora sono state fornite
dall’Associazione Turistica Triora, nelle persone
di Sandro e Silvano Oddo, che ringrazio di cuore anche
per tutte le precisazioni, i chiarimenti, l’aiuto
ed i suggerimenti nelle ricerche.
F.F. (padre Francesco Ferraironi)
1943 : Istantanee Trioresi (Liguria Occidentale)
– Ventidue articoli di giornali di vari autori
(1901 – 1935) con 28 illustrazioni, Roma 1943
1953: Storia cronologica di Triora (Imperia),
Roma 1953
1956: La Valle Argentina presso Sanremo
– Note storiche e descrittive, Roma 1956
1960 [1]: Arte e cultura nella montagna
ligure (la zona di Triora presso Sanremo), con 198 illustrazioni,
Roma 1960
1960 [2]: La ricchezza di un paese povero
in Liguria (Triora, presso Sanremo), Roma 1960
(La bibliografia completa delle opere
di Ferraironi, quasi tutte stampate presso la Tipografia
Sallustiana di Roma, si trova in seconda e terza di
copertina dell’opuscolo Una gloria sconosciuta:
La chiesa paleocristiana di S. Pietro in Triora (Imperia)
– Saggio di ricerca storica, Roma 1963, pubblicato
nell’anno della morte dell’autore)
L.L. (Lorenzo Lanteri)
2002: Valorizzazione turistica dei beni
culturali liguri, in New Magazine, a. XIII, n° 1
(Gennaio – Febbraio 2002)
S.O. (Sandro Oddo):
1989: Medicina popolare nell’alta
valle Argentina, Arma di Taggia 1989
2003: Bàgiue – Le streghe
di Triora. Fantasia e realtà (IV edizione riveduta
ed ampliata – I edizione, 1994), Arma di Taggia
2003.
C.C., G.M.P. (Claudio Coppo, Gian Maria Panizza)
1990: La pace impossibile: indagini ed
ipotesi per una ricerca sulle accuse di stregoneria
a Triora (1587 – 1590), Firenze 1990.
CG – IS (Comune di Genova – Istituzioni
Scolastiche)
[1983]: Campo Eco 83 – Nel cuore
di un parco, [Genova 1983]
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