Chi qui soggiorna acquista quel che perde:
Il caso di Triora dalla villeggiatura signorile al turismo itinerante
Gian Maria Panizza

Triora, situata nell’alta valle Argentina, dove le Alpi marittime collegano Nice, La Brigue e Tende (già lungamente piemontesi) con il Cuneese attraverso l’estremo Ponente ligure della provincia d’Imperia, è da tempo nota per i processi che vi si tennero tra il 1588 ed il 1590 ad opera di Giulio Scribani, Commissario straordinario inviato dal Senato della Repubblica genovese pro estirpatione strigiarum et maleficarum. Trentatre donne (ed un uomo) vennero torturate ed interrogate, senza contare un numero ancora imprecisato di segnalati e denunciati; nove morirono nei tormenti e nelle prigioni improvvisate di Triora e Badalucco e cinque nelle carceri dello Stato genovese. Nel 1590 il Sant’Uffizio avocò a Roma il proseguimento dei procedimenti, sottratti a Scribani, che venne scomunicato: nessuna delle vittime finì sul rogo (C.C., G.M.P. 1990).

Da più di vent’anni l’alta valle Argentina è il luogo dove trascorro la maggior parte delle mie vacanze e dove posso contare su carissime amicizie: il mio punto di vista –è bene precisarlo- non è semplicemente quello del ricercatore, ma anche –forse soprattutto- quello di colui che si considera ormai cittadino adottivo di Triora ed è stato, inoltre, in un certo modo, coinvolto nella valorizzazione turistica locale. Questa partecipazione ebbe inizio nel 1987, quando intrapresi con Claudio Coppo le ricerche d’archivio che ci portarono a riconsiderare sotto una diversa luce la vicenda delle accuse di stregoneria (ed a proporne un’interpretazione fondata sulle strategie ed i conflitti nella comunità triorese di fine Cinquecento). Gli ultimi tre giorni d’ottobre dell’anno successivo il Comune di Triora, in collaborazione con la Comunità montana Argentina – Armea, il Casino di San Remo, l’ASPES (Associazione per lo studio del fenomeno esoterico e simbolico) e l’Università di Genova, organizzò un convegno nazionale per celebrare il quarto centenario dei processi, ed in quell’àmbito venne ospitato anche il nostro contributo.

Da quella data, si può dire, ebbe inizio la fase più recente, e decisiva, dello sviluppo turistico di Triora (S. O. 2003, 71 – 105), ormai largamente nota (tanto da aver spinto il celebre musicologo e demonologo Quirino Principe a definirla la Salem europea, salvo ribattezzare Salem, subito dopo, la Triora del New England) per averlo impostato sull’immagine –così ambigua e controversa- della strega. Il quindicennio che ci separa dal primo convegno è stato scandito da altri due, ed il quarto avrà luogo nell’ottobre del 2004; il 19 agosto 2001 il Piccolo Teatro di Pinerolo, con la regia di Luigi Oddoero, la consulenza drammaturgica di Luca Valentino ed il testo che elaborai utilizzando i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Genova, rappresentò nella piazza della Collegiata una pièce intitolata Dove sono le streghe di Triora?, alla quale assisterono un migliaio di persone. Questo lavoro mi fu suggerito dagli amici trioresi, ed in particolare da Sandro Oddo (che posso ben definire, insieme al fratello Silvano, l’anima dell’Associazione turistica locale). Rendendosi interprete di quella che egli definì un’aspirazione collettiva della gente di Triora a veder rappresentata la riabilitazione delle sue donne ingiustamente accusate, egli mi fornì un ulteriore, significativo indizio per comprendere l’atteggiamento e la volontà che hanno portato quei luoghi all’attuale situazione di grande notorietà e frequentazione. Ma la storia del turismo a Triora ed in valle Argentina ha avuto inizio molto prima, e credo meriti raccontarla, sia pure riassumendola nelle sue fasi e vicende più significative.

Chi si aggira per Triora non può fare a meno di notare le targhe di marmo murate sulle facciate delle case, agli angoli delle vie, sotto le volte dei carugi, su chiese e palazzi; su ruderi coperti d’edera ed invasi dalla vitalba; perfino su un solitario e superstite blocco di pietra. Raccontano la storia di un borgo scomparso, ignoto o meno visibile; ricordano fatti, edifici, persone; segnano un cammino, quasi un pellegrinaggio nel passato: parlano, senza retorica, con trattenuta commozione, a chi si soffermi ad ascoltarle (non senza suscitare, talvolta, un sorriso).

Ecco alcuni esempi: Fino al 1878 / qui fu l’antica chiesa (sec. VIII?) / dei SS. Pietro apost. e Marziano martire già parrocchia. - Qui fu la chiesetta della Maddalena. / Ne restarono tracce fino al 1942. – Qui fu una delle sette porte del paese. - Limite della divisione del paese / tra la parte alta e quella bassa. / Questa fu soggetta ai Conti di Ventimiglia fino al 1260. - Questo passaggio / fra la piazza e la via / fu aperto nel 1893. – Portico del Masaghìn / così detto dal locale del vicino comune / precipitato nel 1887 / dove erano conservati i viveri ed il sale del paese. / (Ved. Statuti di Triora, cap. VI). – Casa già della nobile famiglia Velli (sec. XVII). – Qui era il forno / del quartiere Sambughéa. – Nell’aprile del 1794 / Andrea Massena / Generale dell’esercito napoleonico / da questa casa / ospite della famiglia Borelli / diresse le operazioni militari / che si svolgevano sui colli di Triora / tra Francesi ed Austro – Sardi. – Cabotina. Nel sec. XVI – credevasi luogo delle streghe. – Casa già dei Gastaldi. / (tre sindaci, sei parroci, vari notari / ed il pittore Lorenzo / defunto il 3. VII. 1690, di anni 65. – Nella casa / cui fa da parete questo muro / chiudeva i suoi giorni / il 24 aprile 1927 / Luigia Margherita Brassetti di Cagliari / benemerita di Triora. – Luca Verrando (+ 10 genn. 1927) (che visse in questa sua casa) / ultimo usciere della cessata Pretura locale / esperto nella pittura ornamentale e modesto artigiano / nella lavorazione del ferro e del legno / merita di essere additato all’ammirazione dei suoi concittadini. (F.F. 1960 [1] passim)

Le targhe, circa settanta, vennero fatte collocare tra il 1934 ed il 1958 da padre Francesco Ferraironi (Triora 1883 – Roma 1963), singolare figura di sacerdote dell’Ordine della Madre di Dio, erudito e storico locale, instancabile ricercatore in archivi ormai irreperibili o scomparsi (come quelli di alcune antiche famiglie trioresi o quello municipale, distrutto nel 1944 dal tritolo fatto esplodere dai Tedeschi sotto il palazzo comunale) ed autore di una cinquantina fra libri ed opuscoli dedicati a Triora, alla Valle Argentina, ai paesi circostanti ed alle valli limitrofe, nei quali rese pubbliche le sue ricerche (svolte principalmente durante le vacanze estive, quando da Roma tornava al suo paese) aventi per oggetto quelli che oggi definiremmo beni artistici, architettonici, paesaggistici e demoetnoantropologici. Al suo amore per Triora, alla sua lungimiranza, alla sua instancabile attività di valorizzazione si deve l’aver creato i presupposti per lo sviluppo turistico dello splendido borgo alpino.

Due ulteriori targhe apposte da Ferraironi ci dicono molto sulla sua preoccupazione di vedere estinguersi la popolazione di Triora (e, con essa, la memoria viva del paese: il dopoguerra avrebbe ulteriormente aggravato lo spopolamento nell’arrière–pays del Ponente ligure) e sulla sua convinzione (più volte ribadita con forza nei suoi scritti) che quei luoghi fossero ideali per una vacanza rigenerante: Vico Ciappa / già abitato da sette famiglie / oggi (1935) da una sola e Chi qui soggiorna acquista quel che perde. (F.F. 1960 [1], 328; 318) Quest’ endecasillabo, tanto sgraziato quanto enigmatico, venne così spiegato da padre Ferraironi: È l’impresa dell’Accademia “I Rozzi” di Siena…fondata nel 1531 da dodici artigiani. Il significato è semplice e chiaro: Triora dà all’ospite in salute ciò ch’egli vi lascia come spesa di soggiorno. (F.F. 1960 [1], 318 n. 2)

Attraverso tutta l’opera di Ferraironi corre il filo rosso della promozione turistica dei luoghi da lui amati. Non si tratta solo di un’appassionata difesa della vallata e dei borghi antichi: egli intuiva che solo un attento e sensibile turismo culturale e naturalistico avrebbe potuto, se non arrestare, forse porre rimedio all’abbandono della montagna ed allo spopolamento dei paesi: Una miglior valorizzazione delle nostre montagne può essere uno dei contributi allo spopolamento alpino. Indirizzare il turismo di massa verso la montagna equivale a creare un doppio beneficio…(F.F. 1956, 115). Il suo impegno in questo senso (sempre teso a trasportare i valori dei quali si sentiva portatore oltre la frattura rappresentata dal secondo conflitto mondiale) culminò, negli ultimi anni della sua vita, nella realizzazione di una grande mostra culturale e popolare, aperta a Triora il 15 agosto 1960, non a caso: nel novembre dell’anno precedente si era tenuto a Trento il primo Convegno per una politica di sviluppo della Regione Alpina, nel corso del quale venne presentato un programma di valorizzazione del territorio delle Alpi Marittime, impostato sul progetto della linea ferroviaria direttissima Sanremo – Cuneo, che avrebbe compreso il tronco Triora – Mònesi (F.F. 1960 [1], 357). Va ricordato che Triora avrebbe dovuto avere una sua stazione ferroviaria già dal 1879, quando venne progettato il tronco della linea Cuneo – Ventimiglia che sarebbe passato in territorio italiano: l’opposizione di Depretis, allora Presidente del Consiglio, fece approvare invece il progetto che prevedeva il transito in Francia, poi effettivamente realizzato (F.F. 1953, 26).

Vale senz’altro la pena di leggere il catalogo, tempestivamente pubblicato e distribuito prima dell’inaugurazione col significativo titolo La ricchezza di un paese povero in Liguria (Triora, presso Sanremo). La mostra era suddivisa in dodici sezioni (nell’accostamento di diversi criteri di selezione ed esposizione si riscontrano, nel bene e nel male, tutte le caratteristiche dell’eclettismo tradizionale del dilettante inteso nel senso migliore e più illustre del termine. Ferraironi era ancor capace, con un misto d’innocenza ed erudizione filosofeggiante, come mi è stato raccontato da chi lo conobbe ormai anziano, di incantarsi, nella sua wunderkammer, su una pietra nella quale il lavorìo delle acque e delle stratificazioni aveva simulato prodigiosamente le lettere di una sigla ipso facto simbolica e misteriosamente allusiva – articolo n° 3 della sezione IV della mostra): I. Quadri. II. La casa. III. Cultura, tradizioni, antichità, curiosità. IV. Mineralogia, morfologia, petrografia, fossili e conchiglie. V. Relitti o avanzi di cose d’arte. VI. Storia e arte. VII. Religione. VIII. Confraternita di S. Giovanni Battista. IX. Artigianato. X. Cucina. XI. Attrezzi rurali. XII. Entro bacheche ossia vetrine. Ancor più vale la pena di citare un brano significativo dall’introduzione al catalogo, nella quale Ferraironi promuoveva energicamente l’interesse per l’arte e la cultura di quei luoghi, dove il turista può sempre ritrovare qualcosa che lo interessa e lo attrae (il turista sognato da Ferraironi è però soprattutto una specie di colto flâneur): scenari ricchi di artigianato d’espressiva e dignitosa eleganza, di modesto splendore artistico del quale si circondava la vita civile e religiosa nei secoli dal XIV al XVIII. Una cultura da apprezzare nelle testimonianze della sua interezza e complessa coerenza, ormai in grave pericolo, se non già perduta per sempre:

Fino a mezzo secolo fa, presso molte famiglie benestanti di Triora si potevano osservare non pochi oggetti che, oltre ad avere qualche pregio d’arte, destavano il ricordo degli antenati, dei loro costumi, delle loro tradizioni. Tali oggetti rispecchiavano la vita sobria ma operosa del popolo triorese dei secoli passati, ne attestavano una sensibilità artistica, ci parlavano di uno sviluppato artigianato locale. Ma da quel tempo, la mancata passione a conservare le proprie memorie, e la decadenza di molte famiglie che hanno mutato condizione sociale per cause economiche, oppure si sono allontanate dal paese come conseguenza dello spopolamento montano, hanno cagionato la dispersione della maggior parte di ciò che era patrimonio tradizionale e artistico del luogo. Antiquari di Sanremo e di Genova hanno portato via a carrettate il materiale acquistato con pochi soldi; famiglie trapiantatesi altrove hanno fatto altrettanto; ed altri proprietari hanno adornato le loro sale di Genova e di Roma (per citare solo alcuni casi) con quadri, stoffe, maioliche, armadi o utensili domestici provenienti da Triora. Ed ogni anno s’impoverisce sempre più il patrimonio artistico e tradizionale del paese, e prendono altra destinazione ora un quadro, ora un Crocefisso di avorio, una statuina di legno, un ferro battuto, una sovrapporta di pietra intagliata, un seggiolone, un mortaio di marmo lavorato, e via di seguito: teiere d’argento, casse con intagli, alari di caminetto, picchetti o battenti di porta, scaldini da letto, brocche di rame, ecc. Sono spariti pure dai vecchi palazzi (che si riducevano a cinque o a sei) i lunghi bracci di ferro battuto e lavorato che sporgevano dai due lati delle finestre, e terminanti con due anelli nei quali s’infilava una sbarra di legno per stendervi i panni. (F.F. 1960 [2], 2)
Vedremo poi come quest’idea della mostra risulterà germinale e darà, dopo una ventina d’anni, frutti inaspettati ma decisivi per lo sviluppo turistico di Triora.

Si può considerare l’epoca nella quale Ferraironi lavorò indefessamente a copiare a mano (da archivista non posso che approvare commosso…) numerosi documenti dell’archivio comunale, a raccogliere notizie, ricostruire vicende, affiggere targhe, annotare i giochi fanciulleschi, preparare un dizionario del dialetto locale, raccogliere pietre e formare erbari, parlare con tutti ed entrare, gradito ospite, nelle case ancora abitate ammirando e poi descrivendo quadri e suppellettili e arnesi da cucina e da lavoro -ciò ch’egli definiva, riduttivamente, come un ciclo di ricerche fatte in libri biblioteche ed archivi, iniziate fin dal 1910 (F.F. 1960 [1], 14)- un periodo di transizione fra gli anni della villeggiatura otto – novecentesca ed il turismo emergente.

In effetti i soggiorni in villa avevano avuto inizio ancor prima, nel Settecento, quando la famiglia Capponi possedeva a Triora un grande orto e giardino con peschiera fornita di trote ed una specie di ninfeo con grotta e viridario: un luogo ameno e di delizie dove ricevere gli ospiti estivi, tradizione proseguita a quanto pare nel secolo successivo, quando si solevano invitare gitanti vespertini perché prendessero parte a trattenimenti e feste di famiglia –fra gli invitati si contava sempre qualche canonico, o il notaro, o il maestro, o il medico del luogo e vi si dava anche qualche trattenimento accademico, poiché Triora ebbe sempre (a motivo delle sue scuole di latino) buoni cultori di lettere. Gli spassi georgici dei nobili trioresi comprendevano anche le cacce da fermo: Ferraironi non manca di ricordare i luoghi dove sorgevano (ed una sorge ancor oggi) le uccelliere, capunere, per gli appostamenti (F.F. 1960 [1], 314 - 315). Dalle annotazioni e dai commenti che ritroviamo nel catalogo della mostra dell’agosto 1960, relativamente all’esposizione di una portantina ottocentesca appartenuta sempre alla famiglia Capponi del ramo mentonese (articolo n° 19 della sezione III, sottosezione Cultura), apprendiamo che lungo tutto l’Ottocento una florida colonia villeggiante estiva, composta da una decina di famiglie, tutte provenienti da Menton, si recava abitualmente a soggiornare a Triora nel mese di luglio: l’uso della portantina venne abbandonato del tutto solo nel 1906, quando la strada carrozzabile, che nel 1892 era arrivata da Taggia a Molini, giunse finalmente a Triora: nel 1908 venne attivato il servizio pubblico, che certamente favorì l’incremento dei villeggianti (F.F., 1960 [2], 16 – 17).

Tra Ottocento e Novecento, e sempre più nei decenni successivi fino al secondo conflitto mondiale, l’interesse per Triora ed il suo territorio (complici anche la presenza degli Alpini e le escursioni organizzate dal CAI, la cui Sezione Ligure, nel primo decennio del secolo scorso, stabilì che ogni anno una parte dei soci salisse su queste belle vette delle Alpi Liguri , a proposito delle quali Massimo Mila scrisse alcune belle pagine) (F.F., 1956, 141 – 144; 1943, 33) aumentò, si potrebbe dire, irresistibilmente. Nel 1889 fu aperto l’Albergo Triora e, nel 1901, la Guida pratica della Provincia di Portomaurizio elencava cinque alberghi, del Commercio, degli Amici, Umberto I, del Cacciatore, della Stella (S.O. 2001, 176); nel 1914 sul Caffaro di Genova Agostino Freisa la descriveva già soggiorno ricercato nella stagione estiva da una forte colonia di villeggianti (F.F., 1943, 23); nel 1915 (su richiesta e documentazione inviata dal Comune) un decreto ministeriale dichiarò ufficialmente Triora luogo climatico di soggiorno estivo; nel 1929 Gino Mazzoni, sull’ Eco della Riviera, confermando che la fama di Triora come assai gradita e nel tempo stesso economica per la salubrità del clima, per l’ampio orizzonte, per la purezza e freschezza dell’acqua potabile e per la tradizionale ospitalità degli abitanti risaliva all’inizio del secolo (F.F. 1943, 72), sottolineava la comoda ospitalità ed il conforto moderno degli alberghi, menzionando anche la possibilità di trovare pensione presso premurose famiglie del luogo. In particolare, il Grande Albergo Triora poteva vantare impianto elettrico proprio con propria dinamo generatrice, campanelli elettrici per tutti i locali, stanze da bagno, grandi sale per la consumazione dei pasti, scelti sani ed abbondanti, uno spaziosissimo ed imponente salone dove a volte si danno delle riuscitissime serate; un’ampia terrazza esterna con giardino, una rimessa per automobili…(F.F. 1943, 74).

Sulle bellezze paesaggistiche di Triora, dei paesi circostanti e della valle Argentina è stato scritto moltissimo ed è interessante notare come i giudizi entusiastici su quelle località, almeno fino al secondo dopoguerra, si mantengano nell’àmbito del ben noto e ben affermato binomio, la cui origine risale al pensiero filosofico del primo romanticismo, quando le montagne s’imposero come esperienza estetica ed esistenziale: il pastorale e l’orrido, le due facce del pittoresco. Anche in questo caso richiamerò uno scritto di padre Ferraironi, che definisce l’ambiente dell’alta valle Argentina circostante Triora utilizzando queste due categorie, rispettivamente per le frazioni di Borniga e di Loreto:

S’incontrano rudi ma anche ameni tipi locali, eroi qualche volta di nobili gesta rimaste confinate nella cerchia del loro piccolo mondo: tipi di pastori segnati da un’impronta di taciturno mistero: montanari paghi della loro umile vita; gente dagli occhi senza paura e gentili, gente duramente intagliata e scavata dalla solitudine ma tuttavia piena di canti, di memorie, di storie del proprio borgo natìo…per offrire un quadretto di vita primitiva diamo ora …all’escursionista estivo una breve pennellata descrittiva del più piccolo fra gli aggregati di case…è tutta gente industriosa, che fa a meno di fabbri, falegnami, muratori. I cibi più comuni sono: ceci, lenticchie, castagne secche, e latticini molti…mangiano tutti attingendo da un’unica scodella…frutta del luogo: solo mele e ciliegie. I giovani non fumano: bevono vino di rado; giocano alquanto. La sera, d’estate, la gente veglia fuori di casa. Dopo qualche canto montanaro della gioventù, si va a dormire, ma senza lenzuola: bastano le coperte di lana tessute in famiglia. Non si leggono giornali…ma la vita scorre serena…

L’aggregato di case giace alle radici occidentali del monte Trunu, sopra una cresta rocciosa formante un orrido precipizio ed un profondo burrone scavato dal corso dell’acqua…brulle coste precipitano a picco sul torrente fra screpolature, frane, anfratti e bastioni di massi petrosi che, staccandosi dalla montagna, ne hanno messo a nudo la struttura interna. Né vi mancano angoli cupi, dominati da massicci conglomerati di roccia…in questo punto il fiume riprende il suo carattere…di ballerino capriccioso, torbido e spumeggiante…lasciata la sua andatura dignitosa…ne assume un’altra inquieta e rumorosa…e…varie centinaia di metri più sotto esso precipita sui salti rocciosi e nelle forre con una gioia furiosa, percorrendo due argini di altissime rupi e burroni cavernosi…

Ferraironi scrisse queste parole nel 1956 (F.F. 1956, 150 – 152; 154 – 155), ma era stato preceduto da giornalisti ed escursionisti che, nel mezzo secolo precedente, avevano versato fiumi d’inchiostro, variamente tinto di prèstiti letterari d’ascendenza pascoliana e dannunziana. Una rapida consultazione della piccola antologia compilata da Ferraironi (F.F. 1943, passim) c’immerge in un paesaggio di campanili che toccano le nuvole lunari, rovine di pietra, sterpi paurosi, monti nudi e solenni ove sprofonda il silenzio, sproni alpestri, orrori di alpestri solitudini, fasce di nebbia bagnate di umida luna, dove le case di pietra di Triora sono rupi o è un borgo?, e potrei citare ancora forme bizzarre agitarsi in fondo al baratro, nebbie spinte dal vento, castagni centenari, nere case, infinita pace, grande serenità, case formanti arcate ed antri, davanzali e terrazzi verdi di basilico, timo, garofani, silenzio verde, ombrosi ippocastani enormi, angiporti che sembrano bocche di mostri in attesa, parca illuminazione che crea fantasmi orribili nei vicoli silenziosi, fronzute oasi, acque ricreanti, vallette selvagge, gobbe rocciose, vastissimi paesaggi, insomma un repertorio instancabilmente celebrativo di luoghi dei quali importa a chi descrive mettere in evidenza il conservarsi tali da continuare a fornire un’esperienza di recupero di antichissimi, primordiali, intatti valori naturali. Questo –che si potrebbe definire il remoto accessibile- sembra, ancor oggi, il senso dell’offerta di Triora al visitatore, anche in questi tempi caratterizzati, come giustamente ha rilevato Lorenzo Lanteri, originario di un’antica famiglia triorese e docente di Geografia del Turismo presso l’Università di Genova, dal declino della lunga vacanza stanziale a vantaggio del turismo itinerante, che dà modo di fotografare molto e molto raccontare (L.L. 2002, 22). D’altra parte, per quanto il linguaggio sempre un po’ sopra le righe dei brani citati, con la sua retorica belletterista, ci possa ormai apparire datato, resta vero che il pittoresco e l’orrido formano parte radicata del nostro giudizio estetico, se non sono addirittura categorie dello spirito non così facilmente escludibili. Mentre i pastori sono quasi del tutto scomparsi, i verdi silenzi, gli abissi e i dirupi restano, e così la Cabotina, casa delle streghe, tanto opportunamente segnalata al turista da padre Ferraironi con una sua targa. Egli curò anche, nel 1955, una riedizione commentata dello studio pubblicato nel 1898 da Michele Rosi, dal titolo Le streghe di Triora in Liguria.Processi di stregoneria e relative questioni giurisdizionali nella seconda metà del XVI secolo, ristampata nel 1988 in occasione del primo convegno sulla stregoneria cui ho già accennato. Se sfogliamo gli albi messi a disposizione dei visitatori per firme e commenti presso il Museo regionale etnografico e della stregoneria di Triora, oppure anche quelli analoghi offerti, al termine di squisiti pranzi, ai clienti del benemerito ristorante albergo Santo Spirito di Molini di Triora (fondato nel 1897 e da allora sempre gestito dalla famiglia Zucchetto: il luogo di riferimento per la ristorazione in valle Argentina), ritroveremo gli stessi concetti, espressi sia nell’italiano attuale, frammentato ed inquinato dal gergo televisivo, sia in molte altre lingue dai clienti stranieri: anche dai giovani che vengono a visitare questi luoghi, magari svolgendovi attività sportive come il parapendio, l’arrampicata, il ciclismo. Tutti restano colpiti da come l’alta valle ed i suoi borghi, Triora in testa, continuano a conservare –direi a difendere- un certo selvatico riserbo e soprattutto l’intatta bellezza dei paesaggi.

Entrando in Triora si passa davanti alla straordinaria statua dedicata alla strega: una bella donna dal misterioso sorriso che riempie, da un pentolone, una tazza di chissà quale pozione, pronta ad offrirla in assaggio. Realizzata nel 1990 con varii reperti metallici da Franco Balestra e Simonetta Bracco, credo non abbia l’analogo in Italia e forse nemmeno in Europa; credo anche che rappresenti chiaramente la determinazione degli abitanti di Triora nel voler rendere omaggio ad un’immagine della strega (ed implicitamente al proprio drammatico passato) non grottesca né malvagia né ripugnante; che raffiguri con efficacia il genius loci o l’anima del luogo: nel suo saper essere al tempo stesso ritrosa, inafferrabile, ma anche accogliente. Con un tipico fenomeno di invenzione della tradizione (paragonabile a quello del voler far rientrare tutta l’Italia del Nord nell’àmbito non ben definito di una Celtilandia universale), utilizzata per ottenere un simbolo di consenso collettivo, ormai numerosi paesi (che non videro magari mai processi alle streghe) mettono in scena, da diversi anni, rappresentazioni più o meno convincenti basate sulla magia, la stregoneria, l’esoterismo spesso d’accatto: fiere, in sostanza, o sagre, che generalmente si concludono (si badi bene, come se solo questo potesse essere il momento culminante o il logico fine…) con un rogo in piazza. Il messaggio di Triora va nel senso opposto, e non soltanto perché il processo vi fu veramente e non si accese alcun rogo: piuttosto perché è stata fatta una scelta di qualità culturale molto dignitosa, che finora non ha lasciato spazio ad alcuna corriva volgarità, malgrado l’inevitabile, recente approdo televisivo. Sandro Oddo, credo, sosterrebbe sorridendo che nel tazzone della strega metallica non può esserci che una buona medicina, in quanto autore di un testo fondamentale di ricerca sul campo, il repertorio commentato di ricette raccolte dalla gente del luogo Medicina popolare nell’alta valle Argentina. Vale la pena di ricordare, con una certa amarezza, che dalla data di pubblicazione (1989) gli informatori sono tutti scomparsi. Triora conta oggi trecentocinquanta residenti circa (che d’estate salgono anche fino a millecinquecento), dei quali il sessanta per cento sono anziani. Nell’ultimo ventennio, ogni anno le nascite sono state in media una o due, i morti in media quindici.

Accennavo prima al Museo regionale etnografico e della stregoneria. Nei vent’anni di apertura di questa importante realizzazione turistica locale (che si avvia, dopo l’imminente avvìo del recupero e della ristrutturazione del palazzo Stella, uno dei più significativi di Triora, a diventare Museo internazionale e centro propulsore di attività culturali), il totale dei visitatori paganti assomma a 154.760. Solo nel primo semestre dell’anno in corso, 8624 persone hanno visitato il museo: circa 2500 hanno firmato il registro dei visitatori, e buona parte di essi vi ha annotato pareri, impressioni, suggestioni, consigli.
Anche in questo caso appare evidente la forte continuità che caratterizza la valorizzazione turistica di Triora, tanto marcata da superare, riunendoli nel comune denominatore dell’appassionata volontà di comunicare i valori di una cultura e di un territorio, epoche diverse, concezioni e progetti diversi. Il primo museo regionale (la definizione è di Ferraironi) venne creato in casa del sacerdote, come annesso alla biblioteca (F.F. 1960 [2], 9), quindi a partire circa dal 1910, con materiali donati dalle famiglie di Triora durante i suoi soggiorni nel paese, ed era aperto alle visite delle scolaresche e dei gitanti che ne facessero richiesta. Le fotografie di quelle stanze mostrano la biblioteca di un erudito, che conservava ancora uno scaffale apposito per le belle legature, dove queste –come nelle antiche dimore principesche- venivano appoggiate ritte e di piatto, per mostrare le dorature, i fregi, gli stemmi, mentre gli ambienti del museo sembrano piuttosto un magazzino molto ingombro, dove gli oggetti (vi predominano articoli casalinghi e di chiesa, scriveva a commento delle immagini Ferraironi, e relitti di sculture) (F.F., 1960 [1], 320 – 325) vi appaiono trasportati per un urgente salvataggio: un’arca di Noè della cultura materiale di Triora. Purtroppo devo precisare che non restano tracce né della biblioteca né dell’archivio, passati agli eredi alla morte di padre Ferraironi.

Nel 1982 e nel 1983 l’Assessorato alle Istituzioni Scolastiche del Comune di Genova organizzò due Campi eco (rispettivamente tre turni di dodici giorni: novantacinque ragazzi, e 4 turni di dodici giorni: centosessanta ragazzi) a Triora. Gli studenti indagarono (nell’ambito di un programma finalizzato a contribuire alla costituzione di una delle aree del Parco regionale delle Alpi Liguri occidentali) gli stanziamenti preistorici, studiarono gli Statuti duecenteschi, vennero accompagnati in escursioni ed osservazioni naturalistiche e ricercarono, tra le vie e nelle case del borgo, le tracce della cultura contadina. Il risultato, che ottenne uno straordinario successo, fu l’allestimento, nel 1982, di una mostra della civiltà contadina sulla piazza della Collegiata; l’anno successivo, nei locali messi a disposizione dal Comune, nasceva il Museo della civiltà contadina, embrione dell’attuale Museo, le cui sale vennero aperte al pubblico nell’agosto 1983. Credo che valga la pena di riportare alcuni passi del Manifesto inaugurale del Museo, redatto dai ragazzi:

Se volete cercare l’uomo non fermatevi agli oggetti inanimati che abbiamo esposto, ma salite a vedere in quale cornice venivano e vengono usati gli strumenti del lavoro quotidiano; nelle case e nei campi, sui sentieri lastricati con fatica, nell’ambiente naturale in cui l’uomo operava e da cui venivano tratti materiali e tecnologie nate da questa natura e sviluppatesi con il solo aiuto delle mani e di qualche utensile. Vi troverete, forse senza saperlo, in uno dei luoghi più belli della Liguria, nel costituendo Parco Regionale delle Alpi Marittime Occidentali, zona di particolare pregio paesaggistico ambientale, dove convivono antichi stanziamenti umani, vecchie tradizioni, endemismi d’ogni genere (CG – IS, [1983], 41) .

Il Manifesto si conclude con l’augurio che la gente, tranquillizzata sull’onestà delle intenzioni e sulla serietà dell’impegno, avrebbe portato altri utensili che avrebbero arricchito ulteriormente il Museo: veniva rimandato al Campo Eco 1984 la schedatura e la preparazione del catalogo, secondo le direttive del Ministero dei Beni Culturali e della Regione Liguria.

Se si scorre il calendario degli eventi 2003, diffuso dall’ Associazione Turistica Triora, si conteranno –da Maggio a Dicembre- quaranta fra processioni, concerti, sagre, mostre, proiezioni, degustazioni, gare sportive, corsi di erboristeria, tornei, stages di danze, rappresentazioni teatrali ed altro ancora. L’Amministrazione comunale è impegnata nel restauro di palazzi storici (mentre un altro è stato acquistato da Per Christian Ellefsen, l’attore norvegese che con Elling ha avuto la nomination per l’Oscar, allo scopo di farne un ostello per giovani turisti e stagisti), di chiese ed affreschi e nel prepararsi a concorrere per entrare a far parte dei Borghi più belli d’Italia, la prestigiosa lista promossa dall’ANCI. Non si può certamente più dire che Triora sia un borgo desolato, dove non succede nulla e dove non viene nessuno: non passano poche settimane senza che i media se ne occupino, che qualche rivista vi proponga un itinerario in valle Argentina, che le squisite ricette della cucina locale vengano raccomandate da qualche importante gastronomo ambulante. Streghe di pezza, di legno, di metallo, di terracotta occhieggiano da tutti i negozi (ed ultimamente se ne aprono altri, ad esempio di specialità -rigorosamente biologiche- locali, e persino di fito- ed aromaterapia).

Questo è esattamente il senso della nuova sfida che si prepara. Ciò che, a suo tempo, andava tessendo padre Francesco Ferraironi aveva un senso preciso, che i cittadini di Triora hanno saputo cogliere: salvare i valori di una cultura antica, e del gusto di un’epoca che con lui andava scomparendo –quell’Otto e Novecento borghese delle villeggiature alpine, sopravvissuto tuttavia così lungamente, capace di apprezzare la pace, il silenzio o il ristorante fruscìo delle cime, dei boschi, delle acque, di vie segrete e non troppo illuminate; trasportare in salvo nell’epoca del turismo di massa il suo paese, convincendo tutti ad impegnarsi in questo progetto. Ora resta da vedere se la delicatezza intrinseca dei valori artistici, paesaggistici, naturalistici saprà resistere al continuo transito dei visitatori, all’acquisto massiccio delle case antiche da parte di inglesi, olandesi, tedeschi, monegaschi, norvegesi (tuttavia più sensibili ed attenti degli italiani nell’attento restauro delle dimore), a proposte (sempre in agguato) di redditizi progetti che potrebbero snaturare l’ambiente. I rischi aumentano di giorno in giorno: fino ad oggi chi vive e lavora in alta valle, ed in particolare la gente di Triora, ha saputo proporre al turista luoghi amati e rispettati: credo che il fascino che questi esercitano anche sul visitatore frettoloso, che lo avverte senza riflettere, dipenda proprio dalla paradossale scommessa di continuare, pur aggiornandosi, a proporsi (con riserbo e discrezione, senza cartapesta, né finzioni plastificate da parco tematico, né restauri o rifacimenti esagerati), come ai tempi in cui la villeggiatura era ben lungi dal cedere il passo al turismo itinerante. Una rischiosa scommessa, davvero: che merita sinceri auguri, nell’interesse di tutti.

 

Bibliografia

Le statistiche e la documentazione sulla valorizzazione turistica di Triora sono state fornite dall’Associazione Turistica Triora, nelle persone di Sandro e Silvano Oddo, che ringrazio di cuore anche per tutte le precisazioni, i chiarimenti, l’aiuto ed i suggerimenti nelle ricerche.


F.F. (padre Francesco Ferraironi)

1943 : Istantanee Trioresi (Liguria Occidentale) – Ventidue articoli di giornali di vari autori (1901 – 1935) con 28 illustrazioni, Roma 1943

1953: Storia cronologica di Triora (Imperia), Roma 1953

1956: La Valle Argentina presso Sanremo – Note storiche e descrittive, Roma 1956

1960 [1]: Arte e cultura nella montagna ligure (la zona di Triora presso Sanremo), con 198 illustrazioni, Roma 1960

1960 [2]: La ricchezza di un paese povero in Liguria (Triora, presso Sanremo), Roma 1960

(La bibliografia completa delle opere di Ferraironi, quasi tutte stampate presso la Tipografia Sallustiana di Roma, si trova in seconda e terza di copertina dell’opuscolo Una gloria sconosciuta: La chiesa paleocristiana di S. Pietro in Triora (Imperia) – Saggio di ricerca storica, Roma 1963, pubblicato nell’anno della morte dell’autore)

L.L. (Lorenzo Lanteri)

2002: Valorizzazione turistica dei beni culturali liguri, in New Magazine, a. XIII, n° 1 (Gennaio – Febbraio 2002)

S.O. (Sandro Oddo):

1989: Medicina popolare nell’alta valle Argentina, Arma di Taggia 1989

2003: Bàgiue – Le streghe di Triora. Fantasia e realtà (IV edizione riveduta ed ampliata – I edizione, 1994), Arma di Taggia 2003.


C.C., G.M.P. (Claudio Coppo, Gian Maria Panizza)

1990: La pace impossibile: indagini ed ipotesi per una ricerca sulle accuse di stregoneria a Triora (1587 – 1590), Firenze 1990.


CG – IS (Comune di Genova – Istituzioni Scolastiche)

[1983]: Campo Eco 83 – Nel cuore di un parco, [Genova 1983]

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati