“ In una
sera d’estate ”
(a Battistina 1576-1588)
Vicino alle terre di Francia, lontano
dal mare, nel selvaggio splendore dei monti della Liguria
di ponente, a nido d’aquila sulle creste dell’alta
valle Argentina, sorge l’antico borgo di Triora.
Incluso sin dal secolo XI nella Marca Arduinica, possesso
prima dei conti di Ventimiglia poi, dal 1261, podesteria
della Repubblica di Genova, ebbe una certa rilevanza
in passato proprio per questa sua ubicazione. In un
luogo di confine attraversato da molteplici direttrici
di crinale si trovò nel tempo a confinare con
i Lascaris di Tenda, i domini dei Clavesana, la contea
di Nizza e lo Stato Sabaudo. Si potrebbe inoltre, e
a ben diritto aggiungere, che si costituì “compagna”
già nell’XI secolo, che si diede propri
regolamenti, che dal 1250 stipulò convenzioni
con i paesi limitrofi e che nel XVI secolo vi furono
promulgati gli Statuti. E altro ancora si potrebbe dire.
Le pagine della Storia, tuttavia, non la ricordarono
per questo.
Altri tristi accadimenti ne segnarono per sempre l’esistenza.
Sofferenze e disperazione per una grave carestia, che
da due lunghi anni vi infieriva, provocarono presto
l’inesorabile, febbrile caccia ad un colpevole.
Un capro espiatorio che ovviamente fu tosto trovato
e, quasi per questo si potesse tirare finalmente un
sospiro di sollievo cancellando ogni male, accettato
come unica, reale cagione. “Streghe!”, si
gridò all’unisono. La materia era delicata,
estremamente pericolosa per i tempi, ma la gente che
contava, che prendeva parola per tutti, non se ne avvide
e procedette. Gli eventi sfuggirono di mano e fu il
principio della fine.
Tra l’estate e l’autunno del 1587 molte
donne, fanciulle e giovinette poco più che bambine
furono accusate dell’orribile crimine, rinchiuse
nelle segrete della fortezza di S. Dalmazzo e in alcune
case adibite a carcere, torturate ed infine condannate.
La crudele mano della Santa Inquisizione giunse in quei
luoghi remoti e se ne andò lasciando dietro di
se morte, paura e desolazione.
Ecco come Triora entrò nella Storia. E come vi
ci rimase prigioniera, raggelata in un tetro episodio
di sangue e per null’altro ricordata. Ma questo
non significa più niente, ormai. Almeno per me.
Perché per quanto mi riguarda, la ricorderò
per altro…
Tempo fa m’innamorai. M’innamorai di un
romanzo e della splendida storia che vi si narrava.
La storia di una ragazzina di quattro secoli fa. Di
lei m’innamorai. M’innamorai di quell’amore
strano e dolce che succede solo coi personaggi dei libri
e lascia sulle labbra il sapore dei sogni. Ed è
proprio qui che ha inizio quanto ora voglio raccontare,
perché della materia dei sogni avrei creduto
unicamente fatta la storia della piccola strega, se
non che un giorno, per coincidenza ( o per destino…),
capitò fra le mie mani un vecchio e raro libro
contenente assai dettagliati resoconti di atti giudiziari
riguardanti un certo processo svoltosi in “Tria
Oras, borgo in su la val’Argentina a.D. 1588”.
Alcune pagine più in là si poteva leggere:
“li nomi delle sciagurate son questi”, cui
seguiva un rapido elenco di dodici nomi, ed infine:
“et una fanciulla di tredici anni che il maggio
scorso abbiurò in gesa”. La ragazzina che
credevo frutto della fantasia d’uno scrittore
e che invece era davvero vissuta? Ecco che d’
improvviso, fra quelle carte, il sogno prendeva la forma
della realtà e tra le pagine dello splendido
romanzo si aprivano come spiragli nel buio e, prorompendo
irrimediabilmente nella mia esistenza, una muta preghiera
vi si faceva largo, sussurrandomi il nome di una persona
e la sua vita sepolta dall’oblio.
Così mi promisi di andarci, in quel paesino ligure.
Di recarmi nell’entroterra di ponente, fra le
sue montagne, i suoi fiumi e torrenti. Là sulle
cime dell’alta valle Argentina, dove non giungono
il frastuono del traffico cittadino e gli incessanti
rumori della modernità. Là, fra boschi
e forre, fra pendii e ripidi sentieri. Là, dove
quasi nulla sembra cambiato e dove ci si sente riportare
indietro nel tempo. Per cercare la sua storia e assaporarla
di un sapore nuovo.
Non sui libri, questa volta.
Ma dove lei visse. A Triora.
* * *
Finalmente il mare. Sono soltanto nei
pressi di Genova, la mia meta è ancora lontana,
eppure mi da un certo sollievo trovarmi dinanzi a quell’immenso
manto cobalto le cui increspature brillano dei primi
raggi di sole. Mi tornano alla mente certe albe di Lorrain…
Dal porto di questa città salpò la Meliorata
con a bordo il Commissario straordinario della Repubblica,
Giulio Scribani, che alla fine di tutto, dopo aver torturato
e condannato, fu prima scomunicato e poi riaccolto fra
le braccia di Santa madre Chiesa “per aver agito,
come dire? Per eccesso di zelo cattolico”. Lui
e il suo seguito attraccarono a Taggia e poi, coi muli,
fino a Triora, dove giunsero l’ 8 Giugno del 1588.
L’alba è ancora fresca, il cielo sereno
e quella che respiro è un’atmosfera di
trepidante attesa. Abbandonando la costa e dirigendomi
alle vie interne, lambisco un angolo di Piemonte per
poi ritornare sulle tranquille provinciali in direzione
di Imperia. Attraverso una Liguria verdissima e a me
sconosciuta, fatta di vecchi paeselli, ponti di pietra
e balze coltivate, mentre ricamando nel blu terso dell’orizzonte,
stormi d’uccelli coronano le rovine di chissà
quale vetusta costruzione. Fra un abitato e l’altro,
solo montagne e boschi. Penso alle pagine dell’adorato
romanzo, cerco di ricostruirne i panorami, le creste
e le valli che anche lei conobbe…Non deve essere
cambiato poi molto, anzi, se non fosse per la strada
e la mia auto, parrebbe proprio di stare in un altro
mondo, in un altro tempo. Il suo. Scorgo una mulattiera
che scompare nel verde. Sugli impervi sentieri alcuni
banditi turchi sorpresero l’Eccellentissimo Commissario
Inquisitore. Oggi certo non si corre più quel
tipo di pericolo, ma osservando lo spettacolare paesaggio
che mi circonda e intravedendo il sottile disegno di
altre stradine che s’inerpicano sparendo tra la
vegetazione, non mi riesce certo difficile immaginare
gli stati d’animo, l’apprensione del viaggiatore
che si vedeva costretto ad addentrarsi in queste valli.
Le vie intanto si fanno sempre più strette, serpeggiando
tra speroni di roccia e castagneti, facendosi talvolta
quasi impraticabili. Ovunque, come bianche rughe a segnare
il volto dei monti, corrono antichi terrazzamenti e
dalla fitta boscaglia emergono neglette cascine, torrioni
o avanzi di chiostri soffocati dall’edera. Semi
nascosto dalle fronde di un enorme tasso sta infisso
nel terreno un palo di legno con un cartello consunto
su cui si legge malapena la scritta “Triora”
con in basso una freccia. Ci siamo, penso, ma qualcosa
di meraviglioso quanto inaspettato mi attende alla fine
d’una pressoché interminabile serie di
tornanti: asfalto e bosco s’interrompono bruscamente
e la forte luce del giorno m’ abbaglia. Trattengo
il fiato. Un’immensa vallata si spalanca ai miei
occhi: monti azzurri nella lievissima e remota foschia
sono da fondale per altre maestose catene che si sovrappongono,
si rincorrono e sprofondano nitide davanti a me tra
pascoli, foreste e vette brulle scintillanti nel caldo
sole estivo. Eccola, la valle Argentina. Ecco i profili
dei monti che lei conobbe. Ecco il mondo in cui visse,
il disegno del cielo, degli alpeggi…
Sgancio la bicicletta e con lo zaino sulle spalle incomincio
ad attraversare le pendici pietrose di un monte aspro
e cocente. Niente motore, nessun rumore d’altre
vetture. Niente di niente. Solo lo scricchiolio delle
ruote sulle pietre, le cicale, un alito di brezza e
il mio respiro.
Ora davvero sono vicino. Ma che cosa sto cercando, poi?
Non so…non lo so più neppure io…soltanto
so che devo andarci, a Triora. Devo vedere, devo conoscere,
sentire i luoghi che la conobbero. Voglio vedere la
piazza della Collegiata, la via dietro la chiesa, voglio
recarmi a S.Dalmazzo, se ancora è in piedi, voglio
camminare sotto le arcate di palazzo Stella, attraversare
la Cabotina. Anche solo per un momento, voglio vivere
dove lei fu viva.
La strada sterrata prosegue ancora per molti chilometri.
Il sole scotta ed io mi fermo qualche volta per bere
dalla borraccia spaziando con lo sguardo per l’intero
orizzonte. Che effetto questo silenzio! E’ sovrumano,
quasi pauroso direi. Noi della città ci lamentiamo
del trambusto che non ci lascia un attimo e aneliamo
ad un po’ di quiete, ma io dico che non saremmo
più abituati a sopportarla, una quiete del genere.
Attorno a me non vola una foglia. Tutto tace. Sì,
una delle prime cose che mi ha colpito nel mio viaggio
è stato proprio il silenzio. L’ incommensurabile
silenzio di queste vallate. Da bambino avrei subito
gridato il mio nome per sentire l’eco. Ora quest’immensità
non mi infonde ameni pensieri. E’ così
grande, così troppo vasta e magnifica e fa sentire
tanto minuscoli. La verità è che questo
silenzio ci sorprende all’improvviso e ci lascia
soli con noi stessi e coi nostri pensieri. Una compagnia
cui non siamo sovente avvezzi. Così per non farci
precipitare in un abisso di troppi e profondi turbamenti,
ci allevia con la bellezza sublime di uno spettacolo
come quello che mi sta di fronte. E non ci si può
che commuovere dinanzi a tanta pietà…
Il primo centro abitato che incontro è Andagna,
un borgo anch’esso toccato dai tristi eventi di
quattro secoli fa. E’ quasi mezzogiorno e sembra
non esserci anima viva. Se non fosse per evidenti segni
che testimoniano in questo luogo la presenza dell’uomo,
parrebbe di essere giunti in una cittadina abbandonata.
Le case sono addossate le une alle altre e lasciano
scivolare fra di esse strettissimi budelli in salita.
Attrae la mia attenzione un minuscolo spiazzo erboso
su cui troneggia, quasi sproporzionata, quella che doveva
essere una grande e magnifica chiesa in pietra grigia
con un gigantesco portale d’epoca remota. Una
gravissima crepa, meglio dire uno squarcio, apre letteralmente
in due la facciata e il tetto di rozze beole, alcune
crollate all’interno dell’unica navata.
Erbacce e rampicanti hanno posto il loro presidio quasi
ovunque. Mi viene da pensare a come sarà apparsa
allora, all’epoca del processo. Quante omelie
vi si saranno pronunciate per terrorizzare e mettere
in guardia dalle “nefande donne” che si
aggiravano in quei luoghi la notte, e più di
tutti, nella vicina Triora? Quante cose avranno visto
e udito queste pietre? E’ davvero insanabile,
quella crepa…Non mancherà molto prima che
l’intero edificio si accasci su se stesso per
riposare per sempre. Un giorno ci sarà un enorme
fragore, una nube di polvere si leverà nell’aria
e poi silenzio. Le fronde di questo grosso noce non
sfioreranno più le imponenti mura, le tozze bestie
dei capitelli rovineranno sul manto erboso, e di quelle
lontane omelie non rimarrà neppure quell’ultimo
ribattimento d’ eco, che forse ancor oggi s’attarda
fra le superstiti volte.
Lascio il paese. Le finestre buie della chiesa mi seguono
per qualche tornante sparendo lentamente nel verde scuro
della montagna. Il sole è caldissimo e il cielo
di un blu che non ricordo d’aver mai visto prima.
Riprendono le salite, le balze costellate di cascine
ed ecco, dopo poco, intravedersi Molini, l’ultimo
abitato prima della mia meta. Costeggio una vecchia
osteria dai vetri piombati e giallastri, una piccola
chiesetta ed una bizzarra bottega di alimentari. E poi
di nuovo boschi, ampi lembi d’orizzonte e la strada,
che si fa più ripida e se possibile ancora più
stretta. Dopo poco alzo lo sguardo e scorgo tra le fronde
le mura e le torri di un borgo in cima al monte. Triora.
La locanda “Colomba d’oro” mi ospiterà
per la notte. Ancora non so, non immagino neppure quello
che sta per succedermi, che sarà una notte indimenticabile
e che lo straordinario incontro che con essa mi attende
cambierà per sempre la mia vita.
Sulla strada principale, poco prima di raggiungere il
vero nucleo del borgo, attorno al massiccio torrione
di un antico castellazzo si sviluppano i tre piani della
dignitosa locanda. L’interno, come l’esterno,
è oramai un miscuglio di stili e se l’eleganza
dell’ingresso con i suoi vetri smerigliati in
stile liberty potrebbe far pensare ad un arredo della
medesima epoca, le basse e tozze scale che conducono
alle camere e a salottini dalle volte di pietra grezza
che si dislocano nei piani mezzani, tradiscono l’origine
di una costruzione di chiaro stampo medievale. La finestra
della mia stanza si affaccia sulla valle Argentina ed
io non so descrivere come mi sento ad essere qui, dopo
avere tanto letto di questo posto, dopo avere letto
di lei e della sua storia. Vuoto lo zaino e ne cavo
fuori la custodia di pelle che contiene i vari documenti
dell’archivio di Stato, i resoconti degli interrogatori,
l’opuscolo di padre Ferraironi e, naturalmente,
anche l’adorato romanzo. “Nella città
di Triora, durante l’Inquisizione la storia di
una ragazza ritenuta diversa”... Mi sdraio sul
letto e inizio a sfogliarne le pagine, a rileggere parole
che oramai conosco a memoria.
Senza accorgermene, è il tramonto. Scendo per
strada, con le mie carte, e mi dirigo alle minuscole
vie del borgo. Qualche fotografia, qualche appunto,
penso, ma è qualcos’altro che mi spinge
a recarmi nel paese proprio ora, che si fa sera…
* * *
Il sole di questa limpida giornata di Luglio ha tinto
d’estate la bella valle Argentina ed ora torna
a coricarsi dietro le montagne lasciando il suo ricordo
in un dolce rossore che corona le loro sagome brune
e sfuma nell’azzurro del cielo. Laggiù,
dalla piana, l’eco delle campane accarezza l’aria
ancora tiepida e leggera, gonfia d’aromi silvestri,
di lavanda e di fieno seccato.
Immersa nella pace, arroccata sulla cima del suo roccioso
Trono, Triora attende un’altra notte, con i tetti
delle case che si stagliano nel cielo ed una brezza
lieve che scivola dai campi e su, su per le anguste
vie indiscreta s’insinua tra le crepe e le fessure,
facendo rabbrividire verdi muri di edera.
Senza fretta alcuna passeggio per quell’intreccio
di vicoli risalendo alla parte più a valle del
paese, la parte meno illuminata, dietro il crinale del
monte, verso quel posto tetro e di mala fama che ha
nome Cabotìna e che, come ancor oggi recita una
lapide tra il fogliame d’un muro, fu dimora dei
convegni notturni delle odiate e temute streghe; null’altro
che semplici donne e fanciulle che infine perirono prostrate
dagli interrogatori e straziate dai tormenti proprio
qui, dove mi trovo ora, tra le rovine di S.Dalmazzo.
Quale strana, indefinibile sensazione essere in questo
luogo, nelle quiete ore del crepuscolo, con questa luce
rossastra che cede sempre più all’oscurità
della sera. Trovarmi qui tra queste antiche case, ormai
diroccate, con le loro finestre buie, le loro porte
socchiuse o sventrate che lasciano intravedere forse
le medesime stanze nelle quali furono rinchiuse le sventurate.
Di quella lontana estate non rimane che qualche pietra
sconnessa e qualche casa vuota. Di lei, dei suoi capelli
recisi e delle bionde ciocche sparse sulla pietra scabra,
del suo giovane corpo nudo, della sua dignità
rapita, del suo sangue, del suo sorriso e dei suoi sogni
non rimane che silenzio e un penetrante brivido che
mi assale e non mi abbandona un istante mentre proseguo.
Sino a quel momento non avevo compreso cosa potesse
veramente significare essere in quel luogo, cosa, nel
più profondo, stessi cercando. E perché.
Poi, lentamente, ad ogni passo, incomincio a rendermene
conto e per la prima volta quella limpida sera d’estate
mi fa paura.
Smetto di camminare e mi guardo attorno. Sono in cima
al paese, ora, con lo scuro spettacolo dell’intera
vallata all’orizzonte ed il cimitero, là
sul colle, coi suoi cipressi e la mura a secco. Al mio
fianco le rovine di una torre rotonda e di altre minuscole
costruzioni in una delle quali, un tempo, lei fu rinchiusa.
Lei, la ragazzina che credevo frutto della penna d’uno
scrittore e la cui storia si perse come tante, attraversando
i secoli, nell’iniquo oblio del tempo.
Sui monti la sottile linea chiara del cielo si fa blu
e poi viola, riempiendo l’aria di una soave quiete.
Nulla di quello che successe sembra realmente accaduto.
Solo parte del passato, ed un passato troppo lontano
per potersi di nuovo udire. Non come questa bella serata
estiva, con il fremito dei grilli e la luna sul suo
manto stellato. Tutto mi sembra tanto distante. Ma mi
sbaglio.
E’ proprio in questo silenzio, proprio in questo
silenzio e in questo buio che ogni cosa dimenticata
torna a parlare di se, e protende la sua ombra sul timido
passante. Da quelle case, da quelle finestre nere e
vuote riemergono ricordi antichi. Ogni attimo trascorso,
ogni vita rapita in quell’estate e che per qualche
oscura ragione rimane lì dove si è consumata,
e ogni notte pone in scena il suo dramma. Come uno spettro.
Tutto questo sento, mentre giunge la notte. Ed i miei
passi non sono davvero i soli ad echeggiare in questo
silenzio.
“Non dimenticarci!” Sembra che sussurri
qualcuno da dietro le porte sventrate. Pallidi volti
di fanciulle morte si affacciano alle finestre affiorando
dal buio dei secoli. Continuo a camminare con la terribile
e ormai certa sensazione che in questo luogo tetro si
celi qualcosa. Ogni pagina del romanzo, ogni parola
ogni commovente descrizione, ogni gesto mi sono ora
tanto vicini, così reali e palpabili da suscitare
un’infinita impotenza per quanto attorno a me
si sta compiendo. Per un momento ho il forte impulso
di tornarmene in albergo, la tentazione di andarmene
in fretta da quel posto, quando all’ improvviso,
alle mie spalle, qualcuno mormora sottovoce
- Sono qui -
Mi sento raggelare. Chi ha pronunciato queste parole,
con voce di donna così lontana e inafferrabile
come sagome nella nebbia? Non mi volto. Non so perché,
ma non lo faccio e continuo invece a guardare fisso
l’orizzonte. “E’ solo un’eco”
mi viene da pensare mentre la pelle d’oca mi serra
le membra. Ma l’eco di cosa? Dei miei stessi pensieri?
O di qualcosa che da anni, da secoli risuona nella valle,
nell’oscurità? Ebbene, se non è
nulla perché mi sono fermato, ed immobile resto?
Cosa dunque aspetto di vedere? Perché qualcosa
pure attendo. Perché so bene che luogo fu questo,
proprio qui, dove mi trovo ora. Perché so chi
ci fu rinchiusa, chi giacque ormai sola ed esausta sul
sudicio pavimento di un pollaio approntato a cella nel
caldo torrido di quell’estate lontana. Lo so bene…e
perché allora ho paura? Non è poi per
questo che sono qui?
L’alito freddo di quelle parole arriva a sfiorarmi
la nuca ed un nuovo brivido mi corre lungo la schiena.
Non so con che forza, non so con che coraggio, ma infine
trattengo il fiato e lentamente, mi volto.
Il mio cuore smette quasi di battere.
Una figura mi sta di fronte. Una ragazzina. Nuda e magra.
I suoi occhi mi fissano. Chiari. Verdi o azzurri, ma
vacui come le pupille di un cadavere. Tra i fluenti
capelli, forse biondi, sono impigliati fiori di lavanda,
e le esangui labbra socchiuse svelano il candore di
denti bianchissimi.
- E’ sempre così tranquillo in queste ore
- scandisce tristemente, con la medesima voce.
Non riesco a dire nulla, è come se mi mancasse
il fiato per parlare.
Chi sto guardando, impietrito, a quest’ora della
sera, alla torre rotonda fra le rovine del castello?
“una cella…vicino alla torre rotonda…là,
la rinchiusero…”. Non devo pensare che sia
lei, non è possibile, queste cose non succedono!
E allora chi è che mi sta di fronte? A chi a
appartengono gli occhi che sto guardando? Quegli occhi
la cui profondità è un mare sconosciuto,
uno sguardo che sento di non poter sostenere per più
di un istante e che invece, inesorabile, cattura il
mio. Gli occhi del tempo, dei ricordi. O della stessa
notte.
- Chi sei?- trovo la forza di domandarle, con un filo
di voce.
-Lo sai- pronuncia, e un altro brivido mi attraversa
gelido.
Che cosa sta accadendo? Il tempo non sembra essersi
bloccato , i grilli cantano ancora, il cielo è
così…così splendido… Non s’è
udito il sinistro canto della civetta e non è
neppure mezzanotte, se poi è vero che tale è
l’ora degli spiriti. Ma forse è questo
che tanto mi spaventa. Il fatto che tutto è come
deve essere, che nessun eclatante evento preannunci
simili accadimenti.
Senza dire una parola mi incammino al suo fianco, attraversando
ancora la strada di prima e le case abbandonate. Per
un istante ho come la sensazione che una persona viva
sia accanto a me, con questa brezza che le muove piano
i capelli, i suoi piedi nudi e snelli che si posano
lievi sulle pietre delle scalinate e la luce della luna
che illumina la chiara lanugine sul suo ventre e i piccoli
seni, appena fioriti.
-Sei tu?- trovo nuovamente la forza di parlare.
-Non sono più niente, ora- sospira tristemente.
E la sua voce è come un’eco che a fatica
riesco a distinguere.
Risaliamo le scalinate e le viuzze, passando sotto a
porticati, archi e passaggi stretti e ripidi fino a
sbucare sulla minuscola piazza della Collegiata. E’
tardi e ne c’è nessuno. I bagliori ambrati
dei lampioni rischiarano debolmente i portici delle
vetuste dimore, ora in rovina. Mi passa rapido per la
mente il pensiero che qualcuno possa uscire da un vicolo
e vederci. Ma c’è davvero troppo silenzio,
ed io sento che nessuno verrà e che questa notte
sarà soltanto per noi.
Passiamo sotto le pesanti arcate di un edificio medievale
in pietra grigia. Apparteneva ad una delle famiglie
più facoltose del paese, gli Stella. Ciò
tuttavia non impedì agli inquisitori di trascinare
sul cavalletto anche una delle sue più rispettabili
figure.
-Questa era la casa di Isotta -
Cerco di dirle che lo so, che ho letto dei libri, ma
lei non mi lascia neppure terminare.
-Non sai niente- dice guardando malinconica il grande
portone chiuso -Vieni con me-
Dal portico, scompariamo in un vicolo in salita che
costeggia l’edificio. In lontananza, fra i muri
delle altre case, si scorge un pezzetto di cielo e il
breve profilo della montagna.
Percorsi una decina di passi la vedo fermarsi, accostarsi
al muro ed iniziare a sfiorarlo pensierosa, come rivivendo
antichi gesti.
- C’è un passaggio, qui - dice - che ho
sempre usato- Poi mi guarda e aggiunge a bassa voce
-anche una volta di troppo…-
Mi si gela il sangue mentre ripercorro col pensiero
le pagine del romanzo, quando la ragazzina fu catturata
nell’atto disperato di sfuggire alle guardie passando
per un pertugio tra le assi di legno d’una porta
sgangherata. Un passaggio…come questo.
La seguo e in un attimo siamo dentro. Deve essere una
cantina, perché l’aria è umida e
più fresca. Cerco di abituare le pupille all’oscurità,
ma per quanti sforzi faccia è veramente impossibile.
Non la sento più muoversi e mi terrorizza il
fatto di rimanere solo.
-Non vedo niente- mormoro piano.
-Le pareti sono di pietra, piene di ragnatele e di muffa-
comincia a dire senza neanche prestarmi ascolto. - C’era
un gran bel tavolo proprio in mezzo alla stanza, ma
adesso è rotto, inclinato e senza una gamba,
come quello sghembo che hanno costruito Lorenzo e Giano,
a casa…Là in quell’angolo stava una
delle credenze, con dentro le erbe che profumano il
mangiare, le castagne secche, la farina e l’olio.
Annusa, lo senti il profumo del pane che viene cotto
nell’altra stanza? Altro che fare la fila come
gli altri, in paese! Ed era così buono da sentire
alla mattina quando arrivavo. In fondo sull’altra
parete c’è un enorme camino, ma non so
se qualcuno l’ ha mai acceso. Dovevamo sempre
cacciarci via i pipistrelli e ci si teneva qualche pentola
e i ferri per gli scuri. Là sulla destra, invece,
c’è la scala che porta su, al piano dei
signori, dove c’era la camera di Isotta, dove
c’erano anche dei grandi tappeti appesi al muro
e il pavimento liscio, per camminare meglio. E persino
una stanza dove si stava solo così, per parlare-
Ascoltando la sua voce, le sue parole, mi sembra di
non essere più al buio e anche se profumo di
pane cotto è davvero l’ultima cosa che
si può respirare in questa cantina abbandonata,
è come se i miei occhi e le mie narici siano
perse in un altro tempo. Ho quasi l’impressione
che se allungassi una mano potrei toccarlo, il tavolo,
e lo sentirei in piedi, come nuovo. E se spalancassi
le ante di quella credenza, che ormai sarà marcita,
la stanza sarebbe invasa dai profumi delle spezie e
dell’olio nell’otre. Mi sembra persino di
vederla scendere le scale con il suo vestito di tela
ruvida e lo scialle, quando era qui, un tempo…
Avverto un sospiro nel buio, e sento che mi viene vicino.
Mi parla all’orecchio.
-Quando ho visto il soldato ho cercato di girare attorno
al tavolo, per raggiungere l’asse rotta e scapparmene
in strada, ma quello è riuscito ad afferrarmi
e mi ha subito cacciato in bocca uno straccio per non
farmi strillare. La verità è che con quel
coso premuto fino i gola avrei avuto solo la forza di
vomitare-
Un ennesimo brivido mi corre lungo la schiena, mentre
la sola ed unica verità si fa oramai nitida nella
mia mente, sconvolgendone regole e certezze e lasciandomi
solo con l’innegabile fatto che per davvero mi
trovavo a Triora, in una calda notte di Luglio, nella
cantina di un palazzo cadente. E che accanto a me, nel
buio, c’era lei…
-Andiamo di sopra- sento dirmi la sua voce.
Di nuovo la luce. Ne si vedono i fasci, che come lame
d’argento fendono l’ombra dei corridoi.
Giungiamo in una grande sala con le finestre che si
affacciano sulla piazza della Collegiata. E’ vuota,
sporca e pericolante. C’è solo un gran
mucchio di legna accatastata in un angolo. Sulla parete
opposta un camino dagli alari scolpiti. Lei è
in piedi, pallida come la luna, eterea come i suoi raggi
che filtrano dai vetri in pezzi. Non smetto un momento
di guardarla e anche se soltanto una ragazzina di tredici
anni, non posso fare a meno di pensare, come Niccolò,
lo scrivano che venne da Genova e che l’amò
più di quattro secoli fa, di non avere mai visto
una donna più bella. Avanza leggera verso la
legna e si volta a guardarmi.
- Cos’è quello?- domanda indicando la sagoma
a lei sconosciuta di un vecchio grammofono, finito lì
chissà come. E’ la prima volta che mi rivolge
un domanda, una domanda semplice, domande che non pongono
gli spettri, ma le persone vive. Ho un moto di tenerezza
e sento che l’inquietudine e la paura, che come
morse gelide hanno finora serrato le mie membra, stanno
lentamente scomparendo.
-Serve per sentire la musica- le rispondo.
-Da noi se volevamo la musica venivano dei suonatori-
-Ora ci stanno tutti lì dentro…- cerco
di dirle sorridendo, ma lei mi guarda seria, come se
la stessi prendendo in giro. - E’ come una specie
di magia- le dico, allora.
-Io ne so qualcosa di magia- mormora sottovoce.
Di fuori, un uccello notturno passa rapido davanti alle
finestre ed il suo sbatter d’ali mi fa sussultare
all’improvviso.
- E’ un barbagianni- commenta assente -Ce n’era
sempre uno a tenermi compagnia, quando dormivo fuori,
nei fienili. Quando qui c’era ancora pace-
Le sue parole mi fanno rivivere uno dopo l’altro
i capitoli del romanzo. Non so davvero cosa provare,
qui, vicino a lei, ma fattomi coraggio, faccio qualche
passo e la raggiungo alla finestra.
-Non eri quello di cui ti avevano accusata- le dico
finalmente.
-Sì che lo ero- risponde orgogliosa, voltandosi
a guardarmi -Solo non nel modo in cui credevano. E comunque-
soggiunge -non è mai importato che lo fossi oppure
no-
Torna a volgermi le spalle mentre il chiarore della
luna disegna quel corpo nudo e quei capelli d’oro
filato.
-Per quelli di Genova è cominciato tutto una
volta arrivati qui, ma per me la tranquillità
se ne era andata da un pezzo-
Penso all’inquisitore e a quel suo maledetto compito
portato avanti con odioso e inumano zelo. Penso alle
terribili, imperdonabili sofferenze perpetrate nei confronti
di tutte quelle donne…e di una ragazzina. La immagino
nuda come ora, indifesa e innocente. Vedo il sudicio
telo che per sua strenua preghiera le fu gettato sopra
a coprirle a stento il petto. Vedo i suoi capelli malamente
tagliati giacere ai piedi dell’orrido strumento,
vedo il notaio, sento i passi dell’inquisitore,
lo scricchiolio della penna sulla carta spessa e quello
più tetro delle corde in tensione. Vedo la luce
scura di quella camera di tormenti, della quale ora
non rimarrà che qualche pietra, là tra
gli avanzi dell’antica rocca di S. Dalmazzo. Sento
la sua voce flebile, mentre risponde alle domande, vedo
la ferita sulla guancia, causatale dallo schiaffo del
carnefice e dal suo anello, vedo i sottili rivoli di
lacrime, le macchie di sangue e di bile che le sporcano
la bocca e il mento.
-Eppure non facevo niente di male- dice con un vago
tremolio nella voce, come d’ un pianto imminente.
-Non ho mai fatto male a nessuno-
I miei occhi non possono fare a meno di riempirsi di
lacrime mentre la vedo scossa da piccoli fremiti.
-Lo so- dico cercando in qualche modo di confortarla,
di trovare le parole per far smettere quei singhiozzi
che mi straziano il cuore. Vorrei stringerla, stringerla
fra le mie braccia fino a farle male, stringerla e dirle
che non è dimenticata, che non è sola.
Ma le mentirei…Nessuno si ricorda, nessuno sa
di una ragazzina che morì in un minuscolo borgo
dell’entroterra ligure, un borgo sulle creste
dell’alta valle Argentina. Questa è la
verità. Vorrei tanto avvicinarmi e toccarla,
ma un alito di brezza fa vibrare un frammento di vetro
e lei sembra scuotersi dal suo inconsolabile pianto.
Si volta e muta subito tono.
-Cosa ci tieni in quell’affare?- dice riferendosi
alla cartellina di cuoio che ho sotto il braccio.
-Nulla…- le mento. In realtà ci sono quei
fogli. Quelle carte, quelle copie dell’Archivio
di Stato di Genova. Documenti che parlano di quel processo
e di quanto accadde qui in quegli anni. Frammenti d’interrogatori,
di lettere degli anziani alla Repubblica, procedimenti
di tortura e parte ella storia di Triora.
-Non dirmi bugie- mi guarda seria -Non stanotte-
-Qui dentro c’è abbastanza per farti male
di nuovo. E non voglio- le dico -Non stanotte-
Quanti anni, quanti secoli ci separano! E quanto riempie
il mio cuore d’angosciosa pena la consapevolezza
che questo dolce e straordinario incontro non durerà
per sempre. Che mai potrò rivedere i suoi occhi,
o udire il suono della sua voce. Così incommensurabile
la distanza che ci divide e quanto desidererei, invece,
lo fossero solo questi pochi passi! Soltanto ora mi
rendo conto di quello che sto vivendo. Solamente ora
ne comprendo il profondo significato. E solo ora mi
sento pronto, legittimato e ansioso di confessarle la
mia anima.
-Tocca a me, ora, soffrire per tutto quello che ti è
stato fatto- dico infine.
-Perché?- mi sussurra piano.
-Perché ti amo-
Restiamo entrambi muti, finché l’eco delle
nostre ultime parole svanisce completamente e ci lascia
soli. Dalla valle giungono il rumore del torrente e
il cinguettio di qualche fringuello. Lontano, un latrato.
-Tra poco farà giorno- dice sottovoce.
-E te ne andrai- chino il capo credendo già di
sapere quello che dirà, ma non apre bocca e continua
invece a fissarmi con le sue fredde pupille di morta.
-La santa inquisizione se n’è andata lasciando
più dolore di quanto mai se ne sia patito in
queste valli-
Una lacrima le scivola lungo la guancia. Non dico nulla.
Cosa potrei dire? Non potrei mai capire quello che prova.
-Era così bello, prima…- continua con lo
sguardo perso chissà dove, negli oscuri corridoi
del tempo. -Mi fermavo a dormire fuori nelle cascine,
quando faceva caldo. C’era un barbagianni, i grilli
e poi silenzio. C’erano le montagne e la campagna
grigiastre alla luce della luna. C’era la mia
dolce Triora, con le sue porte e i tetti delle case…e
io stavo così bene…-
-Il Papa- inizio a dire - e il tribunale della Sacra
Rota hanno riveduto degli, come posso dire, degli…errori
del loro passato, e fra questi hanno riabilitato tutte
voi, le vittime di Triora-
Mi guarda muta. Indifferente.
-Io il tuo Papa non lo conosco. E le sue parole difficili
non mi ridaranno quello che la sua Chiesa mi ha strappato-
mormora senza smettere di fissarmi. -Il tuo ricordo,
invece…quello mi ridarà sì la pace
che da secoli dispero trovare-
-Perché sei qui?- le domando dopo una lunga pausa.
-Perché noi siamo quelli che ritornano- afferma
facendomi rabbrividire. -Come ombre, come i ricordi
dimenticati-
-Ma io non ti dimentico- dico mentre un nodo in gola
mi impedisce di andare oltre.
Per la prima volta sorride e si avvicina sfiorandomi
la guancia con una mano.
-Non andare!- la imploro senza neppure rendermi conto
di quello che le sto chiedendo.
Di nuovo non risponde, ma si solleva sulle punte dei
piedi e preme la sua bocca sulla mia, in un tenero e
lieve bacio.
-Ricorda che ci fu un tempo in cui queste mie labbra
erano tiepide e del colore delle rose. Ricorda che ci
furono giorni in cui queste mie eterne notti altro non
erano che il preludio di nuove, luminose mattine. Ricorda
che ci fu un tempo in cui amai, un tempo in cui questo
cuore morto e gelido batteva nel petto di una ragazzina
che avrebbe voluto vedere il domani. Ricorda la mia
voce e il sapore delle tue lacrime in questa sera d’estate.
Ricorda chi ora nell’ombra del mondo, un tempo
ne faceva parte-
Chiude gli occhi e mi abbraccia stretto.
-Ricordati davvero di questa notte, e ricordati di me-
dice lentamente, sottovoce, al mio orecchio -Domani
dirai che fu un sogno, o uno spettro. O entrambe le
cose…Ma dirai, domani, che mi incontrasti e udisti
la mia storia. Dirai che un tempo solevo ridere e respirare
l’aria di questi luoghi, dirai che vi fu un tempo
in cui sognai, un tempo in cui amai. Un tempo in cui
fui viva. E per questo, non sarò morta invano-
L’eco delle sue ultime parole si spegne tra le
volte di pietra della stanza e le mie braccia stringono
l’aria.
Il chiarore dell’alba si profila debole all’orizzonte
e penetra lieve dalle finestre.
- Battistina…- sussurro finalmente, ma le mie
parole risuonano mute.
Corro allora alla finestra e con una stretta al cuore
scorgo la figura di una ragazzina esile, dai capelli
biondi, che si allontana verso la campagna ancora immersa
nell’oscurità.
* * *
L’aria fredda del mattino mi accompagna mentre
risalgo alla torre e mentre la prima carezza del sole
di un nuovo giorno si spande per l’intera vallata.
Che inesprimibili colori ha l’Estate in questi
luoghi…
Dovevano piacere molto anche a te, non è vero?
So che non ti rivedrò più, ma ora so anche
che sarai qui per sempre, addormentata in qualche fienile
o a cogliere fiori sui prati che tanto amavi…
Libera e felice, come meritavi di essere.
Buona notte, amore mio.
Riposa in pace.
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