“ In una sera d’estate ”
(a Battistina 1576-1588)

Vicino alle terre di Francia, lontano dal mare, nel selvaggio splendore dei monti della Liguria di ponente, a nido d’aquila sulle creste dell’alta valle Argentina, sorge l’antico borgo di Triora.
Incluso sin dal secolo XI nella Marca Arduinica, possesso prima dei conti di Ventimiglia poi, dal 1261, podesteria della Repubblica di Genova, ebbe una certa rilevanza in passato proprio per questa sua ubicazione. In un luogo di confine attraversato da molteplici direttrici di crinale si trovò nel tempo a confinare con i Lascaris di Tenda, i domini dei Clavesana, la contea di Nizza e lo Stato Sabaudo. Si potrebbe inoltre, e a ben diritto aggiungere, che si costituì “compagna” già nell’XI secolo, che si diede propri regolamenti, che dal 1250 stipulò convenzioni con i paesi limitrofi e che nel XVI secolo vi furono promulgati gli Statuti. E altro ancora si potrebbe dire.
Le pagine della Storia, tuttavia, non la ricordarono per questo.
Altri tristi accadimenti ne segnarono per sempre l’esistenza.
Sofferenze e disperazione per una grave carestia, che da due lunghi anni vi infieriva, provocarono presto l’inesorabile, febbrile caccia ad un colpevole. Un capro espiatorio che ovviamente fu tosto trovato e, quasi per questo si potesse tirare finalmente un sospiro di sollievo cancellando ogni male, accettato come unica, reale cagione. “Streghe!”, si gridò all’unisono. La materia era delicata, estremamente pericolosa per i tempi, ma la gente che contava, che prendeva parola per tutti, non se ne avvide e procedette. Gli eventi sfuggirono di mano e fu il principio della fine.
Tra l’estate e l’autunno del 1587 molte donne, fanciulle e giovinette poco più che bambine furono accusate dell’orribile crimine, rinchiuse nelle segrete della fortezza di S. Dalmazzo e in alcune case adibite a carcere, torturate ed infine condannate.
La crudele mano della Santa Inquisizione giunse in quei luoghi remoti e se ne andò lasciando dietro di se morte, paura e desolazione.
Ecco come Triora entrò nella Storia. E come vi ci rimase prigioniera, raggelata in un tetro episodio di sangue e per null’altro ricordata. Ma questo non significa più niente, ormai. Almeno per me. Perché per quanto mi riguarda, la ricorderò per altro…
Tempo fa m’innamorai. M’innamorai di un romanzo e della splendida storia che vi si narrava. La storia di una ragazzina di quattro secoli fa. Di lei m’innamorai. M’innamorai di quell’amore strano e dolce che succede solo coi personaggi dei libri e lascia sulle labbra il sapore dei sogni. Ed è proprio qui che ha inizio quanto ora voglio raccontare, perché della materia dei sogni avrei creduto unicamente fatta la storia della piccola strega, se non che un giorno, per coincidenza ( o per destino…), capitò fra le mie mani un vecchio e raro libro contenente assai dettagliati resoconti di atti giudiziari riguardanti un certo processo svoltosi in “Tria Oras, borgo in su la val’Argentina a.D. 1588”. Alcune pagine più in là si poteva leggere: “li nomi delle sciagurate son questi”, cui seguiva un rapido elenco di dodici nomi, ed infine: “et una fanciulla di tredici anni che il maggio scorso abbiurò in gesa”. La ragazzina che credevo frutto della fantasia d’uno scrittore e che invece era davvero vissuta? Ecco che d’ improvviso, fra quelle carte, il sogno prendeva la forma della realtà e tra le pagine dello splendido romanzo si aprivano come spiragli nel buio e, prorompendo irrimediabilmente nella mia esistenza, una muta preghiera vi si faceva largo, sussurrandomi il nome di una persona e la sua vita sepolta dall’oblio.
Così mi promisi di andarci, in quel paesino ligure. Di recarmi nell’entroterra di ponente, fra le sue montagne, i suoi fiumi e torrenti. Là sulle cime dell’alta valle Argentina, dove non giungono il frastuono del traffico cittadino e gli incessanti rumori della modernità. Là, fra boschi e forre, fra pendii e ripidi sentieri. Là, dove quasi nulla sembra cambiato e dove ci si sente riportare indietro nel tempo. Per cercare la sua storia e assaporarla di un sapore nuovo.
Non sui libri, questa volta.
Ma dove lei visse. A Triora.



* * *

Finalmente il mare. Sono soltanto nei pressi di Genova, la mia meta è ancora lontana, eppure mi da un certo sollievo trovarmi dinanzi a quell’immenso manto cobalto le cui increspature brillano dei primi raggi di sole. Mi tornano alla mente certe albe di Lorrain… Dal porto di questa città salpò la Meliorata con a bordo il Commissario straordinario della Repubblica, Giulio Scribani, che alla fine di tutto, dopo aver torturato e condannato, fu prima scomunicato e poi riaccolto fra le braccia di Santa madre Chiesa “per aver agito, come dire? Per eccesso di zelo cattolico”. Lui e il suo seguito attraccarono a Taggia e poi, coi muli, fino a Triora, dove giunsero l’ 8 Giugno del 1588.
L’alba è ancora fresca, il cielo sereno e quella che respiro è un’atmosfera di trepidante attesa. Abbandonando la costa e dirigendomi alle vie interne, lambisco un angolo di Piemonte per poi ritornare sulle tranquille provinciali in direzione di Imperia. Attraverso una Liguria verdissima e a me sconosciuta, fatta di vecchi paeselli, ponti di pietra e balze coltivate, mentre ricamando nel blu terso dell’orizzonte, stormi d’uccelli coronano le rovine di chissà quale vetusta costruzione. Fra un abitato e l’altro, solo montagne e boschi. Penso alle pagine dell’adorato romanzo, cerco di ricostruirne i panorami, le creste e le valli che anche lei conobbe…Non deve essere cambiato poi molto, anzi, se non fosse per la strada e la mia auto, parrebbe proprio di stare in un altro mondo, in un altro tempo. Il suo. Scorgo una mulattiera che scompare nel verde. Sugli impervi sentieri alcuni banditi turchi sorpresero l’Eccellentissimo Commissario Inquisitore. Oggi certo non si corre più quel tipo di pericolo, ma osservando lo spettacolare paesaggio che mi circonda e intravedendo il sottile disegno di altre stradine che s’inerpicano sparendo tra la vegetazione, non mi riesce certo difficile immaginare gli stati d’animo, l’apprensione del viaggiatore che si vedeva costretto ad addentrarsi in queste valli.
Le vie intanto si fanno sempre più strette, serpeggiando tra speroni di roccia e castagneti, facendosi talvolta quasi impraticabili. Ovunque, come bianche rughe a segnare il volto dei monti, corrono antichi terrazzamenti e dalla fitta boscaglia emergono neglette cascine, torrioni o avanzi di chiostri soffocati dall’edera. Semi nascosto dalle fronde di un enorme tasso sta infisso nel terreno un palo di legno con un cartello consunto su cui si legge malapena la scritta “Triora” con in basso una freccia. Ci siamo, penso, ma qualcosa di meraviglioso quanto inaspettato mi attende alla fine d’una pressoché interminabile serie di tornanti: asfalto e bosco s’interrompono bruscamente e la forte luce del giorno m’ abbaglia. Trattengo il fiato. Un’immensa vallata si spalanca ai miei occhi: monti azzurri nella lievissima e remota foschia sono da fondale per altre maestose catene che si sovrappongono, si rincorrono e sprofondano nitide davanti a me tra pascoli, foreste e vette brulle scintillanti nel caldo sole estivo. Eccola, la valle Argentina. Ecco i profili dei monti che lei conobbe. Ecco il mondo in cui visse, il disegno del cielo, degli alpeggi…
Sgancio la bicicletta e con lo zaino sulle spalle incomincio ad attraversare le pendici pietrose di un monte aspro e cocente. Niente motore, nessun rumore d’altre vetture. Niente di niente. Solo lo scricchiolio delle ruote sulle pietre, le cicale, un alito di brezza e il mio respiro.
Ora davvero sono vicino. Ma che cosa sto cercando, poi? Non so…non lo so più neppure io…soltanto so che devo andarci, a Triora. Devo vedere, devo conoscere, sentire i luoghi che la conobbero. Voglio vedere la piazza della Collegiata, la via dietro la chiesa, voglio recarmi a S.Dalmazzo, se ancora è in piedi, voglio camminare sotto le arcate di palazzo Stella, attraversare la Cabotina. Anche solo per un momento, voglio vivere dove lei fu viva.
La strada sterrata prosegue ancora per molti chilometri. Il sole scotta ed io mi fermo qualche volta per bere dalla borraccia spaziando con lo sguardo per l’intero orizzonte. Che effetto questo silenzio! E’ sovrumano, quasi pauroso direi. Noi della città ci lamentiamo del trambusto che non ci lascia un attimo e aneliamo ad un po’ di quiete, ma io dico che non saremmo più abituati a sopportarla, una quiete del genere. Attorno a me non vola una foglia. Tutto tace. Sì, una delle prime cose che mi ha colpito nel mio viaggio è stato proprio il silenzio. L’ incommensurabile silenzio di queste vallate. Da bambino avrei subito gridato il mio nome per sentire l’eco. Ora quest’immensità non mi infonde ameni pensieri. E’ così grande, così troppo vasta e magnifica e fa sentire tanto minuscoli. La verità è che questo silenzio ci sorprende all’improvviso e ci lascia soli con noi stessi e coi nostri pensieri. Una compagnia cui non siamo sovente avvezzi. Così per non farci precipitare in un abisso di troppi e profondi turbamenti, ci allevia con la bellezza sublime di uno spettacolo come quello che mi sta di fronte. E non ci si può che commuovere dinanzi a tanta pietà…
Il primo centro abitato che incontro è Andagna, un borgo anch’esso toccato dai tristi eventi di quattro secoli fa. E’ quasi mezzogiorno e sembra non esserci anima viva. Se non fosse per evidenti segni che testimoniano in questo luogo la presenza dell’uomo, parrebbe di essere giunti in una cittadina abbandonata. Le case sono addossate le une alle altre e lasciano scivolare fra di esse strettissimi budelli in salita. Attrae la mia attenzione un minuscolo spiazzo erboso su cui troneggia, quasi sproporzionata, quella che doveva essere una grande e magnifica chiesa in pietra grigia con un gigantesco portale d’epoca remota. Una gravissima crepa, meglio dire uno squarcio, apre letteralmente in due la facciata e il tetto di rozze beole, alcune crollate all’interno dell’unica navata. Erbacce e rampicanti hanno posto il loro presidio quasi ovunque. Mi viene da pensare a come sarà apparsa allora, all’epoca del processo. Quante omelie vi si saranno pronunciate per terrorizzare e mettere in guardia dalle “nefande donne” che si aggiravano in quei luoghi la notte, e più di tutti, nella vicina Triora? Quante cose avranno visto e udito queste pietre? E’ davvero insanabile, quella crepa…Non mancherà molto prima che l’intero edificio si accasci su se stesso per riposare per sempre. Un giorno ci sarà un enorme fragore, una nube di polvere si leverà nell’aria e poi silenzio. Le fronde di questo grosso noce non sfioreranno più le imponenti mura, le tozze bestie dei capitelli rovineranno sul manto erboso, e di quelle lontane omelie non rimarrà neppure quell’ultimo ribattimento d’ eco, che forse ancor oggi s’attarda fra le superstiti volte.
Lascio il paese. Le finestre buie della chiesa mi seguono per qualche tornante sparendo lentamente nel verde scuro della montagna. Il sole è caldissimo e il cielo di un blu che non ricordo d’aver mai visto prima.
Riprendono le salite, le balze costellate di cascine ed ecco, dopo poco, intravedersi Molini, l’ultimo abitato prima della mia meta. Costeggio una vecchia osteria dai vetri piombati e giallastri, una piccola chiesetta ed una bizzarra bottega di alimentari. E poi di nuovo boschi, ampi lembi d’orizzonte e la strada, che si fa più ripida e se possibile ancora più stretta. Dopo poco alzo lo sguardo e scorgo tra le fronde le mura e le torri di un borgo in cima al monte. Triora.
La locanda “Colomba d’oro” mi ospiterà per la notte. Ancora non so, non immagino neppure quello che sta per succedermi, che sarà una notte indimenticabile e che lo straordinario incontro che con essa mi attende cambierà per sempre la mia vita.
Sulla strada principale, poco prima di raggiungere il vero nucleo del borgo, attorno al massiccio torrione di un antico castellazzo si sviluppano i tre piani della dignitosa locanda. L’interno, come l’esterno, è oramai un miscuglio di stili e se l’eleganza dell’ingresso con i suoi vetri smerigliati in stile liberty potrebbe far pensare ad un arredo della medesima epoca, le basse e tozze scale che conducono alle camere e a salottini dalle volte di pietra grezza che si dislocano nei piani mezzani, tradiscono l’origine di una costruzione di chiaro stampo medievale. La finestra della mia stanza si affaccia sulla valle Argentina ed io non so descrivere come mi sento ad essere qui, dopo avere tanto letto di questo posto, dopo avere letto di lei e della sua storia. Vuoto lo zaino e ne cavo fuori la custodia di pelle che contiene i vari documenti dell’archivio di Stato, i resoconti degli interrogatori, l’opuscolo di padre Ferraironi e, naturalmente, anche l’adorato romanzo. “Nella città di Triora, durante l’Inquisizione la storia di una ragazza ritenuta diversa”... Mi sdraio sul letto e inizio a sfogliarne le pagine, a rileggere parole che oramai conosco a memoria.
Senza accorgermene, è il tramonto. Scendo per strada, con le mie carte, e mi dirigo alle minuscole vie del borgo. Qualche fotografia, qualche appunto, penso, ma è qualcos’altro che mi spinge a recarmi nel paese proprio ora, che si fa sera…

* * *



Il sole di questa limpida giornata di Luglio ha tinto d’estate la bella valle Argentina ed ora torna a coricarsi dietro le montagne lasciando il suo ricordo in un dolce rossore che corona le loro sagome brune e sfuma nell’azzurro del cielo. Laggiù, dalla piana, l’eco delle campane accarezza l’aria ancora tiepida e leggera, gonfia d’aromi silvestri, di lavanda e di fieno seccato.
Immersa nella pace, arroccata sulla cima del suo roccioso Trono, Triora attende un’altra notte, con i tetti delle case che si stagliano nel cielo ed una brezza lieve che scivola dai campi e su, su per le anguste vie indiscreta s’insinua tra le crepe e le fessure, facendo rabbrividire verdi muri di edera.
Senza fretta alcuna passeggio per quell’intreccio di vicoli risalendo alla parte più a valle del paese, la parte meno illuminata, dietro il crinale del monte, verso quel posto tetro e di mala fama che ha nome Cabotìna e che, come ancor oggi recita una lapide tra il fogliame d’un muro, fu dimora dei convegni notturni delle odiate e temute streghe; null’altro che semplici donne e fanciulle che infine perirono prostrate dagli interrogatori e straziate dai tormenti proprio qui, dove mi trovo ora, tra le rovine di S.Dalmazzo.
Quale strana, indefinibile sensazione essere in questo luogo, nelle quiete ore del crepuscolo, con questa luce rossastra che cede sempre più all’oscurità della sera. Trovarmi qui tra queste antiche case, ormai diroccate, con le loro finestre buie, le loro porte socchiuse o sventrate che lasciano intravedere forse le medesime stanze nelle quali furono rinchiuse le sventurate.
Di quella lontana estate non rimane che qualche pietra sconnessa e qualche casa vuota. Di lei, dei suoi capelli recisi e delle bionde ciocche sparse sulla pietra scabra, del suo giovane corpo nudo, della sua dignità rapita, del suo sangue, del suo sorriso e dei suoi sogni non rimane che silenzio e un penetrante brivido che mi assale e non mi abbandona un istante mentre proseguo. Sino a quel momento non avevo compreso cosa potesse veramente significare essere in quel luogo, cosa, nel più profondo, stessi cercando. E perché. Poi, lentamente, ad ogni passo, incomincio a rendermene conto e per la prima volta quella limpida sera d’estate mi fa paura.
Smetto di camminare e mi guardo attorno. Sono in cima al paese, ora, con lo scuro spettacolo dell’intera vallata all’orizzonte ed il cimitero, là sul colle, coi suoi cipressi e la mura a secco. Al mio fianco le rovine di una torre rotonda e di altre minuscole costruzioni in una delle quali, un tempo, lei fu rinchiusa. Lei, la ragazzina che credevo frutto della penna d’uno scrittore e la cui storia si perse come tante, attraversando i secoli, nell’iniquo oblio del tempo.
Sui monti la sottile linea chiara del cielo si fa blu e poi viola, riempiendo l’aria di una soave quiete. Nulla di quello che successe sembra realmente accaduto. Solo parte del passato, ed un passato troppo lontano per potersi di nuovo udire. Non come questa bella serata estiva, con il fremito dei grilli e la luna sul suo manto stellato. Tutto mi sembra tanto distante. Ma mi sbaglio.
E’ proprio in questo silenzio, proprio in questo silenzio e in questo buio che ogni cosa dimenticata torna a parlare di se, e protende la sua ombra sul timido passante. Da quelle case, da quelle finestre nere e vuote riemergono ricordi antichi. Ogni attimo trascorso, ogni vita rapita in quell’estate e che per qualche oscura ragione rimane lì dove si è consumata, e ogni notte pone in scena il suo dramma. Come uno spettro.
Tutto questo sento, mentre giunge la notte. Ed i miei passi non sono davvero i soli ad echeggiare in questo silenzio.
“Non dimenticarci!” Sembra che sussurri qualcuno da dietro le porte sventrate. Pallidi volti di fanciulle morte si affacciano alle finestre affiorando dal buio dei secoli. Continuo a camminare con la terribile e ormai certa sensazione che in questo luogo tetro si celi qualcosa. Ogni pagina del romanzo, ogni parola ogni commovente descrizione, ogni gesto mi sono ora tanto vicini, così reali e palpabili da suscitare un’infinita impotenza per quanto attorno a me si sta compiendo. Per un momento ho il forte impulso di tornarmene in albergo, la tentazione di andarmene in fretta da quel posto, quando all’ improvviso, alle mie spalle, qualcuno mormora sottovoce
- Sono qui -
Mi sento raggelare. Chi ha pronunciato queste parole, con voce di donna così lontana e inafferrabile come sagome nella nebbia? Non mi volto. Non so perché, ma non lo faccio e continuo invece a guardare fisso l’orizzonte. “E’ solo un’eco” mi viene da pensare mentre la pelle d’oca mi serra le membra. Ma l’eco di cosa? Dei miei stessi pensieri? O di qualcosa che da anni, da secoli risuona nella valle, nell’oscurità? Ebbene, se non è nulla perché mi sono fermato, ed immobile resto? Cosa dunque aspetto di vedere? Perché qualcosa pure attendo. Perché so bene che luogo fu questo, proprio qui, dove mi trovo ora. Perché so chi ci fu rinchiusa, chi giacque ormai sola ed esausta sul sudicio pavimento di un pollaio approntato a cella nel caldo torrido di quell’estate lontana. Lo so bene…e perché allora ho paura? Non è poi per questo che sono qui?
L’alito freddo di quelle parole arriva a sfiorarmi la nuca ed un nuovo brivido mi corre lungo la schiena. Non so con che forza, non so con che coraggio, ma infine trattengo il fiato e lentamente, mi volto.
Il mio cuore smette quasi di battere.
Una figura mi sta di fronte. Una ragazzina. Nuda e magra. I suoi occhi mi fissano. Chiari. Verdi o azzurri, ma vacui come le pupille di un cadavere. Tra i fluenti capelli, forse biondi, sono impigliati fiori di lavanda, e le esangui labbra socchiuse svelano il candore di denti bianchissimi.
- E’ sempre così tranquillo in queste ore - scandisce tristemente, con la medesima voce.
Non riesco a dire nulla, è come se mi mancasse il fiato per parlare.
Chi sto guardando, impietrito, a quest’ora della sera, alla torre rotonda fra le rovine del castello? “una cella…vicino alla torre rotonda…là, la rinchiusero…”. Non devo pensare che sia lei, non è possibile, queste cose non succedono! E allora chi è che mi sta di fronte? A chi a appartengono gli occhi che sto guardando? Quegli occhi la cui profondità è un mare sconosciuto, uno sguardo che sento di non poter sostenere per più di un istante e che invece, inesorabile, cattura il mio. Gli occhi del tempo, dei ricordi. O della stessa notte.
- Chi sei?- trovo la forza di domandarle, con un filo di voce.
-Lo sai- pronuncia, e un altro brivido mi attraversa gelido.
Che cosa sta accadendo? Il tempo non sembra essersi bloccato , i grilli cantano ancora, il cielo è così…così splendido… Non s’è udito il sinistro canto della civetta e non è neppure mezzanotte, se poi è vero che tale è l’ora degli spiriti. Ma forse è questo che tanto mi spaventa. Il fatto che tutto è come deve essere, che nessun eclatante evento preannunci simili accadimenti.
Senza dire una parola mi incammino al suo fianco, attraversando ancora la strada di prima e le case abbandonate. Per un istante ho come la sensazione che una persona viva sia accanto a me, con questa brezza che le muove piano i capelli, i suoi piedi nudi e snelli che si posano lievi sulle pietre delle scalinate e la luce della luna che illumina la chiara lanugine sul suo ventre e i piccoli seni, appena fioriti.
-Sei tu?- trovo nuovamente la forza di parlare.
-Non sono più niente, ora- sospira tristemente. E la sua voce è come un’eco che a fatica riesco a distinguere.
Risaliamo le scalinate e le viuzze, passando sotto a porticati, archi e passaggi stretti e ripidi fino a sbucare sulla minuscola piazza della Collegiata. E’ tardi e ne c’è nessuno. I bagliori ambrati dei lampioni rischiarano debolmente i portici delle vetuste dimore, ora in rovina. Mi passa rapido per la mente il pensiero che qualcuno possa uscire da un vicolo e vederci. Ma c’è davvero troppo silenzio, ed io sento che nessuno verrà e che questa notte sarà soltanto per noi.
Passiamo sotto le pesanti arcate di un edificio medievale in pietra grigia. Apparteneva ad una delle famiglie più facoltose del paese, gli Stella. Ciò tuttavia non impedì agli inquisitori di trascinare sul cavalletto anche una delle sue più rispettabili figure.
-Questa era la casa di Isotta -
Cerco di dirle che lo so, che ho letto dei libri, ma lei non mi lascia neppure terminare.
-Non sai niente- dice guardando malinconica il grande portone chiuso -Vieni con me-
Dal portico, scompariamo in un vicolo in salita che costeggia l’edificio. In lontananza, fra i muri delle altre case, si scorge un pezzetto di cielo e il breve profilo della montagna.
Percorsi una decina di passi la vedo fermarsi, accostarsi al muro ed iniziare a sfiorarlo pensierosa, come rivivendo antichi gesti.
- C’è un passaggio, qui - dice - che ho sempre usato- Poi mi guarda e aggiunge a bassa voce -anche una volta di troppo…-
Mi si gela il sangue mentre ripercorro col pensiero le pagine del romanzo, quando la ragazzina fu catturata nell’atto disperato di sfuggire alle guardie passando per un pertugio tra le assi di legno d’una porta sgangherata. Un passaggio…come questo.
La seguo e in un attimo siamo dentro. Deve essere una cantina, perché l’aria è umida e più fresca. Cerco di abituare le pupille all’oscurità, ma per quanti sforzi faccia è veramente impossibile. Non la sento più muoversi e mi terrorizza il fatto di rimanere solo.
-Non vedo niente- mormoro piano.
-Le pareti sono di pietra, piene di ragnatele e di muffa- comincia a dire senza neanche prestarmi ascolto. - C’era un gran bel tavolo proprio in mezzo alla stanza, ma adesso è rotto, inclinato e senza una gamba, come quello sghembo che hanno costruito Lorenzo e Giano, a casa…Là in quell’angolo stava una delle credenze, con dentro le erbe che profumano il mangiare, le castagne secche, la farina e l’olio. Annusa, lo senti il profumo del pane che viene cotto nell’altra stanza? Altro che fare la fila come gli altri, in paese! Ed era così buono da sentire alla mattina quando arrivavo. In fondo sull’altra parete c’è un enorme camino, ma non so se qualcuno l’ ha mai acceso. Dovevamo sempre cacciarci via i pipistrelli e ci si teneva qualche pentola e i ferri per gli scuri. Là sulla destra, invece, c’è la scala che porta su, al piano dei signori, dove c’era la camera di Isotta, dove c’erano anche dei grandi tappeti appesi al muro e il pavimento liscio, per camminare meglio. E persino una stanza dove si stava solo così, per parlare-
Ascoltando la sua voce, le sue parole, mi sembra di non essere più al buio e anche se profumo di pane cotto è davvero l’ultima cosa che si può respirare in questa cantina abbandonata, è come se i miei occhi e le mie narici siano perse in un altro tempo. Ho quasi l’impressione che se allungassi una mano potrei toccarlo, il tavolo, e lo sentirei in piedi, come nuovo. E se spalancassi le ante di quella credenza, che ormai sarà marcita, la stanza sarebbe invasa dai profumi delle spezie e dell’olio nell’otre. Mi sembra persino di vederla scendere le scale con il suo vestito di tela ruvida e lo scialle, quando era qui, un tempo…
Avverto un sospiro nel buio, e sento che mi viene vicino. Mi parla all’orecchio.
-Quando ho visto il soldato ho cercato di girare attorno al tavolo, per raggiungere l’asse rotta e scapparmene in strada, ma quello è riuscito ad afferrarmi e mi ha subito cacciato in bocca uno straccio per non farmi strillare. La verità è che con quel coso premuto fino i gola avrei avuto solo la forza di vomitare-
Un ennesimo brivido mi corre lungo la schiena, mentre la sola ed unica verità si fa oramai nitida nella mia mente, sconvolgendone regole e certezze e lasciandomi solo con l’innegabile fatto che per davvero mi trovavo a Triora, in una calda notte di Luglio, nella cantina di un palazzo cadente. E che accanto a me, nel buio, c’era lei…
-Andiamo di sopra- sento dirmi la sua voce.
Di nuovo la luce. Ne si vedono i fasci, che come lame d’argento fendono l’ombra dei corridoi. Giungiamo in una grande sala con le finestre che si affacciano sulla piazza della Collegiata. E’ vuota, sporca e pericolante. C’è solo un gran mucchio di legna accatastata in un angolo. Sulla parete opposta un camino dagli alari scolpiti. Lei è in piedi, pallida come la luna, eterea come i suoi raggi che filtrano dai vetri in pezzi. Non smetto un momento di guardarla e anche se soltanto una ragazzina di tredici anni, non posso fare a meno di pensare, come Niccolò, lo scrivano che venne da Genova e che l’amò più di quattro secoli fa, di non avere mai visto una donna più bella. Avanza leggera verso la legna e si volta a guardarmi.
- Cos’è quello?- domanda indicando la sagoma a lei sconosciuta di un vecchio grammofono, finito lì chissà come. E’ la prima volta che mi rivolge un domanda, una domanda semplice, domande che non pongono gli spettri, ma le persone vive. Ho un moto di tenerezza e sento che l’inquietudine e la paura, che come morse gelide hanno finora serrato le mie membra, stanno lentamente scomparendo.
-Serve per sentire la musica- le rispondo.
-Da noi se volevamo la musica venivano dei suonatori-
-Ora ci stanno tutti lì dentro…- cerco di dirle sorridendo, ma lei mi guarda seria, come se la stessi prendendo in giro. - E’ come una specie di magia- le dico, allora.
-Io ne so qualcosa di magia- mormora sottovoce.
Di fuori, un uccello notturno passa rapido davanti alle finestre ed il suo sbatter d’ali mi fa sussultare all’improvviso.
- E’ un barbagianni- commenta assente -Ce n’era sempre uno a tenermi compagnia, quando dormivo fuori, nei fienili. Quando qui c’era ancora pace-
Le sue parole mi fanno rivivere uno dopo l’altro i capitoli del romanzo. Non so davvero cosa provare, qui, vicino a lei, ma fattomi coraggio, faccio qualche passo e la raggiungo alla finestra.
-Non eri quello di cui ti avevano accusata- le dico finalmente.
-Sì che lo ero- risponde orgogliosa, voltandosi a guardarmi -Solo non nel modo in cui credevano. E comunque- soggiunge -non è mai importato che lo fossi oppure no-
Torna a volgermi le spalle mentre il chiarore della luna disegna quel corpo nudo e quei capelli d’oro filato.
-Per quelli di Genova è cominciato tutto una volta arrivati qui, ma per me la tranquillità se ne era andata da un pezzo-
Penso all’inquisitore e a quel suo maledetto compito portato avanti con odioso e inumano zelo. Penso alle terribili, imperdonabili sofferenze perpetrate nei confronti di tutte quelle donne…e di una ragazzina. La immagino nuda come ora, indifesa e innocente. Vedo il sudicio telo che per sua strenua preghiera le fu gettato sopra a coprirle a stento il petto. Vedo i suoi capelli malamente tagliati giacere ai piedi dell’orrido strumento, vedo il notaio, sento i passi dell’inquisitore, lo scricchiolio della penna sulla carta spessa e quello più tetro delle corde in tensione. Vedo la luce scura di quella camera di tormenti, della quale ora non rimarrà che qualche pietra, là tra gli avanzi dell’antica rocca di S. Dalmazzo. Sento la sua voce flebile, mentre risponde alle domande, vedo la ferita sulla guancia, causatale dallo schiaffo del carnefice e dal suo anello, vedo i sottili rivoli di lacrime, le macchie di sangue e di bile che le sporcano la bocca e il mento.
-Eppure non facevo niente di male- dice con un vago tremolio nella voce, come d’ un pianto imminente. -Non ho mai fatto male a nessuno-
I miei occhi non possono fare a meno di riempirsi di lacrime mentre la vedo scossa da piccoli fremiti.
-Lo so- dico cercando in qualche modo di confortarla, di trovare le parole per far smettere quei singhiozzi che mi straziano il cuore. Vorrei stringerla, stringerla fra le mie braccia fino a farle male, stringerla e dirle che non è dimenticata, che non è sola. Ma le mentirei…Nessuno si ricorda, nessuno sa di una ragazzina che morì in un minuscolo borgo dell’entroterra ligure, un borgo sulle creste dell’alta valle Argentina. Questa è la verità. Vorrei tanto avvicinarmi e toccarla, ma un alito di brezza fa vibrare un frammento di vetro e lei sembra scuotersi dal suo inconsolabile pianto. Si volta e muta subito tono.
-Cosa ci tieni in quell’affare?- dice riferendosi alla cartellina di cuoio che ho sotto il braccio.
-Nulla…- le mento. In realtà ci sono quei fogli. Quelle carte, quelle copie dell’Archivio di Stato di Genova. Documenti che parlano di quel processo e di quanto accadde qui in quegli anni. Frammenti d’interrogatori, di lettere degli anziani alla Repubblica, procedimenti di tortura e parte ella storia di Triora.
-Non dirmi bugie- mi guarda seria -Non stanotte-
-Qui dentro c’è abbastanza per farti male di nuovo. E non voglio- le dico -Non stanotte-
Quanti anni, quanti secoli ci separano! E quanto riempie il mio cuore d’angosciosa pena la consapevolezza che questo dolce e straordinario incontro non durerà per sempre. Che mai potrò rivedere i suoi occhi, o udire il suono della sua voce. Così incommensurabile la distanza che ci divide e quanto desidererei, invece, lo fossero solo questi pochi passi! Soltanto ora mi rendo conto di quello che sto vivendo. Solamente ora ne comprendo il profondo significato. E solo ora mi sento pronto, legittimato e ansioso di confessarle la mia anima.
-Tocca a me, ora, soffrire per tutto quello che ti è stato fatto- dico infine.
-Perché?- mi sussurra piano.
-Perché ti amo-


Restiamo entrambi muti, finché l’eco delle nostre ultime parole svanisce completamente e ci lascia soli. Dalla valle giungono il rumore del torrente e il cinguettio di qualche fringuello. Lontano, un latrato.
-Tra poco farà giorno- dice sottovoce.
-E te ne andrai- chino il capo credendo già di sapere quello che dirà, ma non apre bocca e continua invece a fissarmi con le sue fredde pupille di morta.
-La santa inquisizione se n’è andata lasciando più dolore di quanto mai se ne sia patito in queste valli-
Una lacrima le scivola lungo la guancia. Non dico nulla. Cosa potrei dire? Non potrei mai capire quello che prova.
-Era così bello, prima…- continua con lo sguardo perso chissà dove, negli oscuri corridoi del tempo. -Mi fermavo a dormire fuori nelle cascine, quando faceva caldo. C’era un barbagianni, i grilli e poi silenzio. C’erano le montagne e la campagna grigiastre alla luce della luna. C’era la mia dolce Triora, con le sue porte e i tetti delle case…e io stavo così bene…-
-Il Papa- inizio a dire - e il tribunale della Sacra Rota hanno riveduto degli, come posso dire, degli…errori del loro passato, e fra questi hanno riabilitato tutte voi, le vittime di Triora-
Mi guarda muta. Indifferente.
-Io il tuo Papa non lo conosco. E le sue parole difficili non mi ridaranno quello che la sua Chiesa mi ha strappato- mormora senza smettere di fissarmi. -Il tuo ricordo, invece…quello mi ridarà sì la pace che da secoli dispero trovare-
-Perché sei qui?- le domando dopo una lunga pausa.
-Perché noi siamo quelli che ritornano- afferma facendomi rabbrividire. -Come ombre, come i ricordi dimenticati-
-Ma io non ti dimentico- dico mentre un nodo in gola mi impedisce di andare oltre.
Per la prima volta sorride e si avvicina sfiorandomi la guancia con una mano.
-Non andare!- la imploro senza neppure rendermi conto di quello che le sto chiedendo.
Di nuovo non risponde, ma si solleva sulle punte dei piedi e preme la sua bocca sulla mia, in un tenero e lieve bacio.
-Ricorda che ci fu un tempo in cui queste mie labbra erano tiepide e del colore delle rose. Ricorda che ci furono giorni in cui queste mie eterne notti altro non erano che il preludio di nuove, luminose mattine. Ricorda che ci fu un tempo in cui amai, un tempo in cui questo cuore morto e gelido batteva nel petto di una ragazzina che avrebbe voluto vedere il domani. Ricorda la mia voce e il sapore delle tue lacrime in questa sera d’estate. Ricorda chi ora nell’ombra del mondo, un tempo ne faceva parte-
Chiude gli occhi e mi abbraccia stretto.
-Ricordati davvero di questa notte, e ricordati di me- dice lentamente, sottovoce, al mio orecchio -Domani dirai che fu un sogno, o uno spettro. O entrambe le cose…Ma dirai, domani, che mi incontrasti e udisti la mia storia. Dirai che un tempo solevo ridere e respirare l’aria di questi luoghi, dirai che vi fu un tempo in cui sognai, un tempo in cui amai. Un tempo in cui fui viva. E per questo, non sarò morta invano-
L’eco delle sue ultime parole si spegne tra le volte di pietra della stanza e le mie braccia stringono l’aria.
Il chiarore dell’alba si profila debole all’orizzonte e penetra lieve dalle finestre.
- Battistina…- sussurro finalmente, ma le mie parole risuonano mute.
Corro allora alla finestra e con una stretta al cuore scorgo la figura di una ragazzina esile, dai capelli biondi, che si allontana verso la campagna ancora immersa nell’oscurità.


* * *


L’aria fredda del mattino mi accompagna mentre risalgo alla torre e mentre la prima carezza del sole di un nuovo giorno si spande per l’intera vallata. Che inesprimibili colori ha l’Estate in questi luoghi…
Dovevano piacere molto anche a te, non è vero?
So che non ti rivedrò più, ma ora so anche che sarai qui per sempre, addormentata in qualche fienile o a cogliere fiori sui prati che tanto amavi…
Libera e felice, come meritavi di essere.
Buona notte, amore mio.
Riposa in pace.

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati