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Leonardo Fiorentini e il Pietrificatore
| Ecco in
anteprima, per il nostro portale, alcune pagine
del nuovo noir di Ippolito Edmondo Ferrario ambientato
a Triora.
Leonardo Fiorentini è un investigatore
privato di Sanremo. Ha fatto fortuna come scrittore
di noir e ora vive tra le nebbie del capoluogo
lombardo, parandosi il cu.. dai loschi personaggi,
tra cui il suo editore, che lo vorrebbero morto.
In questo primo episodio Leonardo indaga sulla
scomparsa di una ragazza, le cui tracce conducono
a Triora…L’appuntamento è per
il 2006 in libreria.
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Ippolito Edmondo Ferrario,
Marta, il mastino napoletano e la sua Harley Davidson
Night Train 1450.
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Intervista al Sushi Bar
Per anni mi avevano accusato di essere
un pessimo scrittore e un detective altrettanto scadente.
Pornografiche, approssimative, scadenti, erano gli “entusiastici”
termini della critica per parlare delle mie storie.
Dicevano che scimmiottavo i mostri sacri della penna
causa un fisiologico deficit di fantasia che mi accompagnava
fin dai tempi delle elementari. In fondo avevano ragione;
non scrivevo certo per passione, ma per compiacermi
di avventure che inseguivo nei miei sogni la notte,
quando sfuggivo allo squallore della realtà.
All’inizio l’apice della gloria era vedermi
staccare l’assegno per il pedinamento dell’incorregibile
marito incallitosi nel menarlo a destra e a manca. Poi
accadde che un giorno il mio Ego, sempre più
incazzato nello scorgere fama e sucesso allontanarsi,
iniziò a elaborare truci elucubrazioni da autentico
fuorilegge. La mia perseveranza in un onesto lavoro
si scontrava con un talento criminale rimasto fino ad
allora sopito ; considerato che tra il dire e il fare
c’è di mezzo il mare, mi ero improvvisato
barcaiolo, remando verso lidi lontani. Il mio primo
approdo fu in Laguna, all’ombra della Serenissima.
Fui chiamato a fare il militare; mi arruolarono tra
i marò del Battaglione S.Marco, vulcanica fucina
di Commandos e assaltatori per ogni teatro di guerra:
mare, terraferma, palude. Mi trasformai in un mastino
della guerra assetato di sangue guadagnandomi il brevetto
di “Incursore da dispensa” per i miei incontenibili
appetiti in caserma. Valutai la possibilità di
fare il mercenario nel Continente Nero, ma mi dissero
che era un mestiere da sognatori, roba da nostalgici.
Oggi la guerra si fa con i soldi e le grandi multinazionali
del petrolio. Fu la prima cocente delusione sulla strada
del successo. Feci dunque le valige e salutati i miei
ex commilitoni; sull’esempio dell’Eroe dei
due mondi partii fiducioso alla ricerca del mio business.
Il soggiorno fu breve e movimentato; rimasi invischiato
nei progetti rivoluzionari di una frangia di ribelli
che chiedevano un nuovo Messico, libero e socialista.
La sola cosa libera che mi interessava era l’amore,
ma sulla questione la dottrina socialista non era poi
così indulgente come sembrava. Dopo aver rischiato
la pelle al confine messicano per un traffico d’armi
non gradito allo zio Sam, tornai in patria con l’idea
di investire le mie risorse imprenditoriali nel mestiere
più antico del mondo, quello in cui ero naufragato
più volte facendomi largo tra giunonici seni
e cellulitici sederi…La piazza della mia città
, San Remo, non era infatti famosa per il ricambio generazionale;
spesso il rapporto tra cliente e prostituta finiva per
trasformarsi in una solida amicizia o in una collaudata
questione di fiducia. Anch’ io mi ero fatto molte
amiche, alcune coscritte di mia nonna … Votavo
destra confidando nel ritorno della Legge Merlin, il
cui nome già mi sollazzava, insieme al pensiero
di essere l’imprenditore delle puttane. Non avrei
dovuto laurearmi alla Bocconi per acquisirne il titolo
e con un po’ di fortuna avrebbero messo la mia
faccia sulla copertina di Gentleman nelle vesti di magnaccia
dell’anno. La vita però, inaspettatamente,
mi regalò un incontro che per l’ennesima
volta mi spinse verso esotici orizzonti.
Successe che tra Celle Ligure e Varazze ingaggiai con
un solitario centauro un infernale sfida automobilistica
all’ultimo sangue. Prometteva di mangiare ferro
e cagare bulloni; non mi feci impressionare da quell’aria
truce che sapeva di ferramenta e diedi gas all’Alfa.
Persi la virile disfida ligure solo per amore di evitare
alla mia Giulia un incontro ravvicinato con l’impassibile
torpedone di linea che prometteva di macinarmi sotto
le gomme. Sotterrata l’ascia di guerra, offrii
al vincitore una fresca gassosa all’ombra del
gazebo del Charly Max. Lui era grande e grosso, si chiamava
come una città di mare, aveva gli occhi tristi
e l’odore di tabacco che lo seguiva: Genova era
il suo nome, anche se viveva a Savona. Alcuni mesi dopo
gli proposi di chiamare sua figlia Imperia e di trasferirsi
a La Spezia, tanto per cambiare aria. Faceva il detective
e si dilettava a scrivere; fu lui ad insegnarmi i trucchi
del mestiere. Presto imparai a tirar fuori il peggio
di me che ai lettori tanto piaceva. Strizzavo la mia
materia grigia come la più grassa delle vacche,
trasformandola, nel giro di tre romanzi, in una vacca
indiana moribonda. Quando avevo cercato di proporre
al mio editore l’ ultima storia di gangster, ero
sfuggito al suo leggendario gancio destro accompagnato
da coloriti improperi. Così la sera dell’11
di ottobre mi sentii in dovere di ringraziare Mr. Nakamura
san che con il suo scintillante gingillo in calibro
357 sopperiva a questa mia fisiologica carenza. Il suo
tempismo nipponico mi salvava dalla poca inventiva che,
con la stessa voracità di una sanguisuga cresciuta
nel delta del Mekong, si attaccava ai miei personaggi
prosciugandoli. L’attuale situazione era materia
da scrittori noir disperati: il sottoscritto, in tenuta
da cow-boy metropolitano, con tanto di cravattino di
cuoio al collo e stivali pitonati, era, suo malgrado,
in compagnia del più sanguinario tagliagole di
Tokio, accompagnato per l’occasione da ipertrofici
gorilla travestiti da camerieri. Il mio unico sbaglio
era quello di non aver calcolato che uno dei soci del
locale nel quale stavo cenando era Nakamura san, l’ultimo
mio cliente, nonchè primo della lista tra coloro
che volevano eliminarmi dall’albo dei detective.
La filante silhuette della Ruger GP 100, un’arma
che sfigurava nelle mani della “Sfinge del Sol
Levante”, almeno per stile ed eleganza, mi faceva
sentire masochisticamente in debito nei suoi confronti.
In quel momento vidi l’intera mia vita, carriera,
ascesa e discesa, sfrecciarmi nel cervello in un nanosecondo,
ma certamente il nanosecondo più lento della
storia della scienza. Il suo istinto omicida aveva resuscitato
la lucidità che mi si era stecchita in seno,
esattamente come nostro Signore con Lazzaro, lieto fine
escluso. Ero nel retro bottega del più blasonato
Sushi Bar di Milano allietato dalla prospettiva di passare
lì il resto dei miei giorni con un coltello al
posto della gola. Eppure, nonostante il mare di merda
che rischiava di travolgermi e seppellirmi, come Prometeo
avevo acchiappato il segreto dell’ispirazione,
quello che mi era mancato negli ultimi tempi per scrivere
qualcosa di buono. Quell’imprevisto era la chiave
del mio successo. Ero solo perplesso sul fatto di poter
raccontare ai posteri l’esperienza. Se solo avessi
saputo prima che sarebbe bastata la canna di una pistola
per ritrovare il sentiero perduto, avrei usato la mia,
scarica. Ma in fondo me l’ero cercata. Volevo
guadagnarmi da vivere trangugiando cocktail nei miglior
locali della città, in compagnia di sventole
da capogiro e sfornando libri di successo. La materia
non mi mancava da quando avevo lasciato la natia San
Remo per trasferirmi a Milano, miniera di intrighi ,trame
e tradimenti. Per uno come me era il Paese dei Balocchi.
Questa volta però la parte del burattino toccava
al sottoscritto; l’odierno Mangiafuco aveva tutta
l’intenzione di praticarmi il buco per un terzo
occhio con il quale difficilmente avrei potuto scrutare
nel futuro.
-Fiorentini, lei è una delusione su tutti i fronti.
L’avevo assunta per difendere i miei interessi,
e lei cerca di incastrarmi- osservò dispiaciuto
il candidato carnefice.
Nakamura san non doveva aver gradito la mia brillante
trovata di venderlo ai colleghi in divisa dell’antidroga
e di scriverci poi una storia delle mie, mentre lui
mangiava arance in galera.
-Lo diceva anche mia madre che ero una delusione. Una
donna severa… Pace all’anima sua- mi rammaricai
sinceramente, certo che il resoconto della mia educazione
sentimentale non interessasse ai presenti. Gli amichetti
di “Nakamura”, due colossali samurai con
cinquantasette di braccio, e il medesimo quoziente intellettivo,
mi guardavano bovini, brandendo in coppia due 38 special
canna corta. Pensai che fossero le realistiche estensioni
freudidiane della loro virilità. Preferii soprassedere,
sicuro di non trovarmi di fronte a due luminari della
psicanalisi.
-Lo sa che la posso uccidere e tornare di là
dai miei ospiti per finire la mia cena? - disse lo gnomico
yakuza, trastullandosi nella sua ominipotenza. I due
sgherri ghignarono di riflesso, stringendo la loro morsa
intono alle mie braccia.
-Nakamura san, la sua imperturbabilità le fa
onore, ma se l’esecuzione si potesse rimandare,
magari dopo il dessert, gliene sarei grato - proposi
con sincerità. Al Sushi bar non si servivano
dolci.
-Fiorentini, il suo senso dello humour è notevole.
Poche volte ho ammazzato occidentali spiritosi come
lei-
Il mio sesto senso suggeriva con insistenza di provvedere
ad una situazione che stava volgendo decisamente a mio
sfavore. Valutai il da farsi, confidando nella logica.
La mia Colt 1911 riposava ancora nella fondina ancorata
sopra la cintura; purtroppo però la presenza
dei giganti e la canna della Ruger premuta contro la
mia fronte non mi aiutavano nel ragionamento. Rischiavo
davvero di morire con il rumore di forchette e lo spadellare
dei cuochi nella vicina cucina. Era un’altra trovata
geniale da inserire in una storia, ma mi resi conto
che se fossi andato avanti di quel passo io stesso sarei
stato argomento per qualche mio collega scrittore. Quel
tipo di fine mi infastidì anche per un altro
motivo: la palla del 357 Magnum avrebbe fatto schizzare
le mie cervella dappertutto, rischiando di compromettere
il giudizio sul locale nella guida del Gambero Rosso.
Quella recensione portava la firma di un mio vecchio
amico d’infanzia, Zaccaria Bonetti, giornalista
e mefistofelico Direttore di Sanremo news. Quando le
mie ultime osservazioni rischiavano di diventare materia
di storia, la porta alle nostre spalle si spalancò;
una strabordante e platinata madame, agghindata come
la Madonna del petrolio, fece irruzione chiedendo dove
fosse la toilette. Per un attimo pensai alla Fata Turchina
mandatami in aiuto da Geppetto. Era il momento di passare
all’attacco e di far vedere quanto valesse questo
burattino. Certamente delusi i presenti. Come il migliore
dei prestigiatori, accompagnato dalle urla della vecchia,
sfoderai il mio cannone annunciando il cambio di programma.
Fulmineo abbrancai la vecchiarda, porgendole le mie
inutili scuse, per scaraventarla come una bambola- e
che bambola!- tra le braccia dei due eunuchi dagli occhi
a mandorla. Un tale esemplare di ottuagenaria occidentale
non avrebbe risvegliato gli istinti sopiti di un ergastolano,
ma non era quello il mio scopo. Approfittai di quell’insperata
entrata in scena, per farmi da parte e salutare Nakamura
san, ripromettendomi di tornare a fargli visita. Le
sue imprecazioni morirono dietro la porta che veniva
scambiata regolarmente per quella della toilette. Se
non fosse stata per una targhetta mancante, a quell’ora
sarei stato un caso archiviato, e non dal sottoscritto.
Con il sorriso del fottuto sopravvissuto stampato in
faccia attraversai trionfante la sala del Sushi Bar
per tornare al mio tavolo dove Amanda, la giornalista
di Maxim, era pronta per proseguire l’intervista.
-Eravamo rimasti alla sua indagine a Triora-
Trangugiai il mio Vodka Stinger, che mi piaceva molto
di più del Cuba Libre, e ripresi il mio tete
à tete con la prosperosa girl in carriera.
Mentre con un occhio correvo sulle sue curve rischiando
la sbandata, con l’altro controllavo il mio ex
cliente, il cui sguardo prometteva una vendetta senza
limiti.
-Non si sente bene signor Fiorentini?-
-Questo è il suo primo servizio che le affidano,
giusto?- le domandai.
Gli occhi della ragazza brillarono di ambizione.
-Sì…-
In quel momento, i due culturisti assoldati da Nakamura
raggiunsero il nostro tavolo, interrompendo l’
idillio con la “stampa”.
-Il suo conto - esordì uno dei due avvicinandosi
minaccioso e brandendo un vassoio d’argento Sheffield.
-Che arma temibile - commentai di fronte alla stoviglia,
che nascondeva un revolver. Sfortunatamente per loro,
rischiando di essere scambiato per un amante della grattata
agli zebedei, da sotto al tavolo mi ero preparato a
far di conto. Il mio cannone tuonò in perfetto
orario centrando, con una sequenza da manuale di tiro,
i due camerieri. Amanda mi guardò pietrificata,
prima di imitare la sirena della cavalleria che come
sempre sarebbe arrivata in ritardo. Feci per proferire
parola a mia discolpa, ma la clientela del locale non
sembrò gradire la sortita. Un nugolo assortito
di pistole mitragliatrici puntò il nostro tavolo,
pronto a suonare la sua sinfonia.
Cacciai a forza la mia fortunata compagna sotto il tavolo,
preparandomi all’inferno. La gragnuola di piombo
mi fece rizzare fino all’ultimo pelo fra le natiche,
mentre tentavo pateticamente di rispondere colpo su
colpo. Dalla mia trincea giunsi alla conclusione che
anche la frequentazione del Sushi Bar non fosse più
quella di una volta. In pochi secondi l’arredamento
andò polverizzato; cambiai caricatore e sparai
contro la vetrina di cristallo che dava sulla strada.
Due colpi della mia 45 aprirono magistralmente una via
d’uscita; rotolammo in strada tra il terrore dei
pochi passanti.
La memorabile fuga si concluse nella mia Jaguar parcheggiata
a un isolato. Come nei migliori film sfuggimmo alle
grinfie del clan per proseguire la nostra serata altrove.
-Conosco una trattoria dove si spende poco e si mangia
bene - proposi ad Amanda mentre mi sistemavo il colletto
della camicia. Sapevo di essere ridicolo, ma speravo
nell’intervista.
-Se mi assicura che non cercheranno di ammazzarci, mi
sta bene - disse decisa.
Non me lo feci ripetere due volte. Accettai la condizione
che mi sembrava più che ragionevole; abbandonammo
il centro per rifugiarci nelle nebbie della periferia
dove mi sentivo decisamente a mio agio.
Recuperate due oneste cadreghe, un caminetto acceso,
e un oste compiacente, ci sedemmo per completare il
discorso rimasto in sospeso. Ordinai una bottiglia di
Sforzato, il cui nome sembrava decantare le fatiche
dei vignaioli valtellinesi. Amanda sfoderò il
taccuino per mettermi alle strette e farmi sputare la
verità. Il caso di Triora era il suo cruccio
e, dopo la pioggia di piombo scampata, non potei negarle
il resoconto di una delle mie indagini più celebri:
quella nel Paese delle Streghe.
(Tutti i Diritti Riservati.
Ippolito Edmondo Ferrario)
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