La Padania – martedì 31 ottobre 2006
Di Elisabetta Colombo
Quando streghe e pietrificatori si incontrano in una notte noir……
E’ successo a Triora dove tre scrittori da brivido hanno presentato i loro nuovi romanzi. In perfetto clima horror.
Triora (IM) – Prendere tre scrittori noir, tre romanzi freschi di stampa, un esperto di pietrificazioni ed un nutrito gruppo di curiosi ed appassionati. Mescolate e collocate il tutto nella cornice di Triora, il paese delle streghe arroccato su una collina dell’entroterra ligure, tra le foschie di un sabato autunnale. Il risultato? Una notte inquietante, tra magia e paure, tra teste pietrificate (vere) e morte assassinate (finte), tra carruggi pieni di misteri ed il ricordo delle donne che l’Inquisizione accusò di stregoneria e fece sparire. Per sempre.
Ideatore ed artefice di questo mix, preludio ben riuscito alla notte di Holloween, è Ippolito Edmondo Ferrario, giovanissimo scrittore milanese, talmente di casa a Triora da averne ricevuto la cittadinanza onoraria. A Triora il giovane Ippolito, classe 1976, è arrivato inseguendo antiche storie e tradizioni liguri, a Triora si è appassionato, indagando su quella pagina della storia che ha per protagoniste le streghe, sulle quali si fonda la fama del paese, e scrivendo un libro ricco di documenti, eventi e fatti, “Triora. Anno Domini 1587”.
E a Triora ha in qualche modo messo radici tanto da averci ambientato il suo ultimo romanzo; ma le streghe non gli bastavano più e così ha deciso di scomodare nientemeno che un pietrificatore, tal Paolo Gorini, che compì il suo esperimento nella seconda metà dell’800, esperimenti dei quali si conservano ancora i risultati nel museo di Lodi a lui dedicato.
“Il pietrificatore di Triora” è il titolo di questo romanzo che nello scenario del paese delle streghe vede muoversi un assassino pietrificatore, emulo appunto del Gorini. Sulle sue tracce uno strano investigatore, che con il giovane scrittore ha molte affinità, prima fra tutte quelle di essere un gallerista, esperto d’arte più che di omicidi. Inseguendo l’assassino, l’investigatore-gallerista scopre il Gorini. Ma non è l’unico perché dopo aver pubblicato il suo romanzo, Ippolito Edmondo Ferrario scopre che gli esperimenti dello scienziato hanno ispirato anche Luigi Garlaschelli che di mestiere non fa il gallerista ma il chimico e che fra l’altro è socio del Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale; nei suoi laboratori ha, fra l’altro tentato di emulare il Gorini la cui “ricetta” è rimasta segreta e sconosciuta. Nel suo libro “Corpi di pietra” ricompone invece un macabro puzzle tra tombe, scheletri, corpi pietrificati e antichi misteri.
E a completare il trio sul palco della serata noir Ippolito ha chiamato un vecchio amico, Andrea G: Pinketts, scrittore milanese già noto al grande pubblico che è arrivato a Triora con il suo “Ho fatto Giardino”, ultimo suo funambolismo letterario che narra l’ennesima avventura dell’alter ego Lazzaro Santandrea e che si snoda tra farsa e tragedia, il cui confine, come sottolinea l’autore “è alquanto labile”. Anche perché “Il nostro dolore è tragedia per noi ma spettacolo per gli altri. Una volta che lo hai capito, puoi difenderti” dice Pinketts riassumendo così non solo il senso dei suoi romanzi ma la sua vita.
Ma torniamo ai pietrificatori, quello vero, il Gorini, e quelli immaginari, protagonisti delle storie noir.
Perché questa scelta? “Ho cercato un argomento che fosse sconosciuto e l’ho trovato nel Gorini che fra l’altro mi riporta alla mia infanzia, perché ho vissuto a Lodi e sono sempre stato attratto dal museo” spiega l’effervescente Ippolito Edmondo Ferrario che a parlare di pietrificazione ha chiamato anche Alberto Carli, conservatore dello stesso museo e quindi conoscitore “della materia”, come si dice in gergo.
Materia pietrificata, appunto.
Dopo la cena al Colomba d’Oro, unico albergo di Triora, ricavato da un ex convento, che ovviamente ha il suo meritato posto anche nel romanzo di Ippolito, i presenti sono stati invitati a partecipare ad un viaggio nel mondo dei pietrificatori, un excursus in un mondo ai più sconosciuto. E del resto, proprio come l’imbalsamazione, il processo della pietrificazione serviva a conservare i corpi, sia per motivi didattici che per volontà celebrative.
Un processo che gli autori hanno inserito nelle loro storie (fantastiche) ma che gli scienziati non hanno ancora saputo replicare nei loro esperimenti (reali). Ci ha provato anche Garlaschelli che a fine serata ha estratto, come da un cappello a cilindro, una testa di pollo, un galletto e un maialino, ammettendo però che c’è ancora strada da fare…..
Per non perdere nemmeno una sfumatura di noir, la notte si è conclusa nel vecchio borgo. E dopo assassini ed esperimenti, ripercorrere i luoghi delle streghe è sembrata davvero una piacevole passeggiata.
DALLA MAGIA ALLA SCIENZA
Per quanto macabra possa apparire, la pietrificazione dei morti è un argomento che ha riscosso, nel corso dei secoli, forte interesse da parte di scienziati e alchimisti. La figura di pietrificatore più misteriosa è quella di Girolamo Segato (1792-1836). Alcuni dei suoi reperti sono custoditi alla Facoltà di Medicina di Firenze: il busto di una fanciulla, uno scalpo, una fetta di salame. Tutto pietrificato. Segato, che era originario di Sospirolo (Belluno), morì poverissimo a Firenze e venne sepolto nella Chiesa di Santa Croce. Sulla sua tomba si legge: “Qui giace disfatto Girolamo Segato da Belluno che vedrebbesi intero pietrificato se l’arte sua non periva con lui”. Sebbene non si conoscano le formule dei suoi esperimenti, è indubbio che la pietrificazione, nata come magia, con Segato divenne scienza.
Eppure il pavere Paolo Gorini (1813 – 1881) venne chiamato il mago, l’orco, ma mai lo scienziato. Gorini, che fu vicino alle posizioni dei patrioti risorgimentali, incontrò l’opposizione della Chiesa e venne bollato come una specie di pazzo, tanto che si diffuse la voce che, bussando alla porta del suo laboratorio, si poteva venire accolti da una delle sue mummie.
Altro inquietante personaggio fu tal Francesco Spirito (1885 – 1962), professore di Ginecologia che lavorava a Siena. Pare che togliesse l’acqua ai corpi e poi li impregnasse di sali. Francesco Spirito rese noto il suo sistema verso la fine degli anni Cinquanta: dei suoi esperimenti restano circa settanta esemplari.
La raccolta più interessante resta comunque quella del Gorini: il museo è una testimonianza eloquente dei suoi esperimenti. Qui non si può restare indifferenti di fronte ai piccoli corpi, alcuni visibilmente deformi, di bambini morti in tenerissima età, ma ci si rende anche conto dell’altissimo valore dell’attività dello scienziato. Appare così evidente la sua abilità nella riuscitissima pietrificazione di parti anatomiche, mani, cervello ed organi genitali soprattutto. Ci sono anche un intero sistema nervoso umano e una spina dorsale orribilmente deforme e le teste imbalsamate di alcuni contadini lodigiani dell’Ottocento: il lavoro di Gorini è talmente ben eseguito che alcune di queste conservano ancora una barba ispida e una folta capigliatura.
Nel 1872 Paolo Gorini intraprese un’altra strada e si immerse quindi nello studio della cremazione fino ad arrivare al “moderno” forno crematorio che brevettò lui stesso. Il primo esempio di forno crematorio fu infatti varato a Lodi al cimitero di Riolo nel 1877.
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