Delitto alla libreria Casella

Racconto natalizio dedicato ai frillati
di Andrea Becca

“Ci giunge ora in redazione una notizia drammatica. È stato trovato il corpo senza vita del proprietario della celebre libreria Casella di Ventimiglia, il Dott.Diego Marangon.
Marangon, avvocato di grido e stimato professionista nel settore assicurativo, era però noto alla polizia anche per le sue frequentazioni letterarie che lo avevano spesso visto protagonista di eventi e presentazioni di libri. Un ambiente dal quale – nonostante gli sforzi della famiglia – non era riuscito a staccarsi. Colleghiamoci ora con il nostro inviato Bruno Strano.
Bruno cosa è successo e cosa sta accadendo ora a Ventimiglia?”
“Si, buonasera a tutti. Sono qui a Ventimiglia nella piazza della Stazione a pochi passi dal luogo dell’omicidio. La confusione, come vedete, è molta. Sul posto c’è già la polizia. L’indagine è condotta dal Commissario Scichilone che è già all’opera.” Rispose l’inviato.
“ Si hanno già delle spiegazioni sul motivo di questo delitto?”
“No, non ci sono motivazioni ufficiali. Al momento tutte le ipotesi sono ritenute plausibili.”
“C’è qualche particolare che ti è sembrato rivelatore? Qualche dettaglio che hai notato?”
“A dire il vero, è ancora presto. La commessa che ha scoperto il corpo è stata portata via dalla Croce Rossa pochi minuti fa. Le uniche parole che siamo riuscito a carpirle sono state “c’era inchiostro dappertutto, c’era inchiostro dappertutto.” Frasi probabilmente dettate dall’emozione e che non sono ancora inquadrabili in un contesto comprensibile. Per ora è tutto. A voi la linea.”
La luce del collegamento si spense.
“Siamo fuori onda?” chiese Strano al cameraman.
“Sì, tranquillo.” Rispose il tecnico.
“Ma che domanda idiota! Come gli salta in mente di chiedermi un “particolare rivelatore” sulla scena del delitto? Come avrei potuto rispondergli?” Normali bisticci da giornalisti.
“Dai non te la prendere Bruno. Guarda c’è Scichilone. Andiamogli a chiedere di cosa si tratta.”
“Commissario. Commissario.” Chiamò a gran voce Strano.
“Strano, lasciamo stare. Non è il momento.” Rispose il poliziotto.
“Dai Scichilone, dammi qualcosa da dare in pasto alle mie vecchiette che aspettano il tg delle 22.”
“Lo sai che collaboro se posso.” Scichilone era un gentiluomo, a suo modo.
“E tu lo sai che so mantenere i segreti.” Incalzò Strano “Se non puoi parlarmi ufficialmente, per lo meno anticipami quello che c’è sotto.”
“È una faccenda molto sporca.” Rispose Scichilone facendo una smorfia di disgusto. “Però per il momento queste informazioni te le tieni per te. Puoi uscire con un lancio solo domani sera, è chiaro? Ti conviene ubbidire se ci tieni a continuare ad utilizzare il tuo strumento riproduttivo.”
“Ricevuto. Ma sporco in che senso? Vuoi dire che Marangon era implicato in qualche traffico losco?”
”No, era proprio sporca tutta la libreria. Ti basti sapere che quel bibliofilo è stato defogliato.”
“Defogliato?”
“Hanno prima attaccato la sintassi, poi l’ortografia. Gli hanno fatto saltare la consecuzio temporum e tutti gli aggettivi. Ma quei bastardi non si sono fermati lì. Hanno anche attaccato le pagine strizzandogli fuori tutto l’inchiostro che scorreva sulle sue venature. C’era…” gli occhi di Scichilone luccicavano nel riflesso delle ombre di quella sera ventimigliusa “C’era inchiostro nero ovunque. Di lui non c’è rimasto che qualche brandello di copertina.”
“Stai scherzando. Mi stai dicendo che anche Marangon era…
“Già. Anche lui.”
“Voi lo sapevate? Voglio dire… sapevate che la trasformazione era in corso?
“Lo stavamo tenendo d’occhio da tempo.” Rispose Scichilone facendo un lungo sospiro. “Tutto è cominciato con quelle maledette presentazioni. È lì che ha preso il vizio. Ha cominciato con testi allegri e innocui: Via col vento, Liala, quei bei romanzi di Jhon Elkan. Insomma letture quasi edificanti. Poi ha scoperto un russo, un certo Dostoevskij. Da lì la caduta in roba pesante. Senza contare la sua passione per i gialli che lo ha trascinato in un vortice di letture da cui non è più riuscito ad uscire.”
“La sua famiglia lo sa?” domandò il telecronista
“Sospettava da tempo. Lo vedevano sempre più assente. Le sue notti trascorrevano in libreria. Ultimamente aveva cominciato a parlare direttamente ai suoi libri.”
“Una cosa che qualcuno fa.”
“Il problema è che quelli gli rispondevano! Sempre più spesso avvenivano dei veri e propri dibattiti letterari tra gli scaffali della Casella. La settimana scorsa aveva dato disposizioni per separare Suskind dal reparto dove c’erano i libri di Gunter Grass. Un litigio in piena regola, forse per motivi stilistici, forse per problemi ideologici. I libri, valli a capire. Ignazio Silone, ad esempio, non lo si poteva più lasciare insieme a Sciascia. Prova tu ad organizzare una libreria in ordine alfabetico in queste condizioni!”
“Quando pensi che Diego si sia trasformato?”
“Chi può dirlo? Certo è che a furia di stare i personaggi di carta – alla fine – non poteva non diventarlo anche lui.”
“Dio. È terribile.”
“Già.” Scichilone guardava a terra nascondendo il viso. Ci sono momenti che anche un uomo deve restare solo.
“Avete un’idea di chi possa averlo scoperto?”
“Adesso basta, Strano. Non è proprio il momento.” Lo interruppe il commissario con un gesto brusco “C’è la mia ex moglie al telefono che mi chiama da Palermo per gli alimenti, la mia nuova fidanzata a cui devo pagare un intervento chirurgico a Casablanca e il mio fido collega che dopo tanti anni mi ha fatto una dichiarazione d’amore. Me la passo di merda. Quindi sparisci prima che… anzi no. Aspetta.”
Scichilone parve risollevarsi facendo un abbozzo di sorriso
“Un favore però puoi farmelo se vuoi essere il primo informato su questa faccenda di libri impazziti. Ho saputo che due detectives da strapazzo sono in paese per indagini non ben specificate. Tieni le orecchie aperte e fammi sapere. Ok? Ti saluto.”
A questo punto non mi rimaneva molto da fare. Era il momento di andare nei centri di informazione locali: i bar. Cominciai dal Canada. Lì era possibile conoscere tutti i movimenti del mercato coperto di Ventimiglia. E lì – sorpresa, sorpresa – trovai l’investigatore privato Leonardo Fiorentini.
“Ciao Leonardo, cosa fai da queste parti? Triora non è proprio qui vicino!.
“Bruno Strano! Vedere te è come vedere la pubblicità del Gutalax in tv: interrompe il film sul più bello e ti fa cagare al solo pensiero.”
Fiorentini aveva una passione per le similitudini, le iperbole e i paragoni azzardati. Il guaio è che gli venivano spesso divertenti.
“Non mi hai risposto però.” Lo incalzai “È strano vederti qui proprio oggi. Immagino tu abbia sentito di Diego.”
“Brutta storia.” Rispose cambiando espressione Leonardo. “Sai che conoscevo Diego e che gli invidiavo la stempiatura alta. Il suo stile mi piaceva perché mi ricordava i quadri di Sironi dei primi tempi: elegante e dimesso al tempo stesso. Però sia ben chiaro: questa non è una mia storia. Marangon era un uomo con i piedi ben piantati nel reale. Non credeva nelle streghe. Non praticava alcun esperimento di necrofilia. No, non era il tipo che poteva rientrare nelle mie vicende.”
“Eppure si dice che non fosse così “a posto” come sembra.”
“A posto – come dici tu – non poteva esserlo di sicuro, se è per questo.” Rispose Fiorentini senza battere ciglio. “Cantava in una corale, organizzava processi letterari in tribunali, presentazioni libresche  in spiaggia, gestiva una scuola di teatro, vendeva testi in libreria e aveva – persino – una vita sessuale regolare! Senza contare la perfezione con cui conduceva il suo personaggio di copertura: l’avvocato. Non poteva di sicuro essere un tipo “a posto.”
“Forse di Diego Marangon ce n’era più d’uno!” dissi cercando di fare una battuta.
“Bella idea. Forse questa trovata mi può dare un indizio per risolvere un caso importante. Sarà meglio che torni a Triora. Il cinese che sto seguendo potrebbe non essere quello giusto. Paga il conto scribacchino.”
“Prima di andare, dimmi chi è Bacci Pagano. Un uccellino mi ha detto che si sta aggirando da queste parti.” Chiesi con l’innocenza del coccodrillo.
“Un idiota di comunista onesto.” Rispose senza iperboli Fiorentini. “Ecco chi è pagani. L’ultima volta che ci siamo trovati a lavorare insieme mi ha vomitato addosso quando c’è stato da sparare. Non abbiamo colpito nessuno con i proiettili. In compenso Bacci ha ricoperto con il suo succo gastrico il mafioso che abbiamo incastrato. Sembrava una tela di Segantini virata in verde. Un vero schifo. Comunque lo riconosci subito. Se vedi un poliziotto con una bandiera rossa in una mano e una bottiglia di vino Cannonau dall’altra che difende dalla rabbia  del proprietario una bambina zingara negra ebrea che ha appena rubato in una gioielleria … beh, è lui.”
Facendomi il saluto romano, Fiorentini si alzò  e scattò verso la sua Land Rover. Ingranò la quinta da fermo spingendo a tavoletta l’acceleratore e cercò di arrotare un senegalese che trasportava un enorme zaino di borsette false. Come un fulmine, un uomo spinse il ragazzo lontano dalla macchina salvandogli la vita.
“Eccolo il tuo Bacci!” urlò Fiorentini dal finestrino aperto prima di sparire oltre l’orizzonte.
Pagano si alzò con calma e si limitò a darsi una spolverata ai pantaloni.
Il senegalese piangeva per la riconoscenza. Da lontano potevo vedere la sua espressione allegra da sopravvissuto. Ringraziava il detective e cominciò un dialogo di cui non sentivo le parole. In distanza, però – mentre parlava con Bacci – il colorito del ragazzo africano cominciò a cambiare: da ebano era diventato betulla. Il suo viso si trasfigurò in una maschera di orrore, tristezza e terrore. Poi fuggì via. Capii che era successo ancora.
“Bacci Pagano? È lei il detective Bacci Pagano?”
“Sì sono io. Non capisco. Quel ragazzo di colore è fuggito.”
“Forse stava raccontandogli di quando è finito in galera perché ha raccolto una pistola durante una manifestazione?”
“Sì è vero. Ma lei come lo sa?”
“Veramente lo sa tutta la costa ligure. È un racconto che  - diciamoci la verità – lei fa un po’ troppo spesso.” Dissi con quell’aria di primo della classe che mi viene così bene.
“Non ho sparato io alla manifestazione. Beninteso. Erano gli anni settanta.” riprese il racconto Pagano dal punto dove lo aveva sospeso con il negretto “Ho raccolto l’arma pensando che potesse essere utilizzata da qualcun altro in modo malvagio. Forse lei non sa che a quel punto…” era tempo anche per me di scappare.
Oramai avevo tutti gli elementi per capire chi era il colpevole di un delitto così efferato.
Scichilone, Fiorentini, Pagano. Il nodo di questa vicenda era a Genova.
Marangon era caduto in una trappola. Il libraio bibliofilo era precipitato nella abile rete di Marco Frilli, editore genovese da strapazzo. Incantato prima, irretito poi e alla fine accecato, Diego aveva ceduto alle lusinghe del perfido Frilli.
Marco aveva architettato l’operazione da tempo.
In primo luogo aveva esautorato, la fidanzata del Marangon Alessandra facendole credere che la tradiva per la lettura.
Alessandra – donna dolce, ma anche molto energica - aveva allora investito con il suo Burgmann 750 Carla Lettura, nota bagascia ventimigliese. Questo le aveva dato diversi problemi alla carburazione del suo motociclo.
In secondo luogo, Frilli aveva poi convinto Diego ad entrare nel mondo fatato delle lettere. Da qui a diventare un personaggio letterario il passo era stato semplice.
Tuttavia qualcosa in Marangon aveva resistito. Come Faust, Gray e il Dottor Jackhill – cui il libraio assomigliava fisicamente - anche in lui un barlume di umanità lo aveva trattenuto. Sentendo mancare la presa editoriale, il perfido Frilli lo aveva censurato brutalmente.
Diego andava vendicato.
 “Cosa mi ha tradito?” Chiese Marco prima di essere infilato in un tritacarte.
“È ovvio.” Rispose Strano “Una macchia di pesto tra l’inchiostro!”

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati