I
tesori di Finale Ligure: Perti e l’Altopiano delle
Mànie
Uno scenario unico, raro e suggestivo
che davvero non ci si immaginerebbe di vedere a così
pochi minuti dalla costa; così lo scrittore Italo
Calvino ricordava questo luogo affascinante:
“ …il tempo ha un modo di
scorrere non saprei dire se più lento o più
fulmineo perché il conservarsi di un ambiente
naturale che in migliaia di secoli ha subito variazioni
lentissime, ci rende subito vicina la preistoria, anzi
le aree non vissute dall’uomo, cioè il
tempo si riassocia alle nostre spalle in rapido ieri,
mentre il domani sconosciuto si spalanca ai nostri piedi
come una voragine”.
Sto parlando dell’Altipiano delle
Mànie, luogo in cui il mare è tanto rapido
a scomparire alla vista lasciando spazio a una piana
dominante i contrafforti del Finalese. Terra ricca di
fenomeni carsici come grotte e torrenti sotterranei,
l’Altopiano si distingue per una ricchissima flora
nella quale spiccano le piante più tipiche della
macchia mediterranea tra cui le fioriture di mirto,
di dente di leone, di corbezzolo, ecc. Le stesse tracce
lasciate dall’uomo nei secoli scorsi assumono
qui un fascino notevole, quasi amplificato: da non perdere
è la famosa Arma di S. Giacomo che è tuttora
oggetto di studi e scavi archeologici. La raggiungerete
imboccando una strada a sinistra della curiosa Osteria
del Gambero Verde, aperta in una chiesetta sconsacrata
che vi condurrà, passando davanti alla chiesa
di S. Giacomo, alla grotta stessa. Sembra che questo
riparo naturale abbia sempre esercitato uno strano fascino
protrattosi a lungo nel tempo: infatti la peculiarità
dell’Arma di S. Giacomo sta nella sua poderosa
arcata sovrastata da un cospicuo gruppo di case rustiche
d’origine medioevale. Altre case, abbandonate,
le potrete poi visitare nelle vicinanze del sito archeologico,
poste sul versante opposto della grotta. Gli amanti
di storia romana potranno vedere, nel Vallone di Basco,
una necropoli romana e altri insediamenti rurali tipici
della zona.
Sempre rimanendo nello splendido scenario del Finalese,
seguendo le indicazioni per Calice Ligure, giungeremo
in pochi minuti nel minuscolo abitato di Perti, immerso
tra gli ulivi e gli immancabili muri a secco. Sarà
l’imponente chiesa di S. Eusebio, dai cinque campanili
e dai mastodontici blocchi di pietra inglobati nelle
mura, ad accogliere lo stupefatto visitatore. Se questo
non bastasse, a qualche minuto dalla chiesa, percorrendo
un sentiero tra i boschi, si raggiungerà Castel
Govone, una delle più importanti e scenografiche
fortezze della zona. Da dove cominciare dunque? Tralasciando
per un momento la chiesa di S. Eusebio, della cui visita
parlerò in seguito, passeremo alla storia del
castello, i cui ruderi si vedono già dall’autostrada
prima dell’uscita di Finale Ligure. Di Castel
Govone abbiamo un antico e dettagliato resoconto fornito
dai 470 fogli facenti parte di un rogito notarile redatto
quando il Duca Alfonso Del Carretto fu costretto ad
abbandonare Finale e a fare l’inventario dei suoi
possedimenti; così si nomina il castello già
allora di notevole importanza: “…in forma
quadrata ma più lungo più del doppio che
largo” e con “…quattro torr(i)oni
sopra i canti… e dentro essi torr(i)oni, vi sono
stantie per tutta la grossezza delle muraglie”.
Queste sono le parole usate da Filippo Cattaneo nella
sua relazione del 1713, redatta due anni prima che il
castello venisse distrutto per volere della repubblica
di Genova; il documento peraltro contiene una non lusinghiera
frase nei confronti dei Del Carretto per cui “…li
detti torrioni e cortine furono innalzati da’
Marchesi Del Finale ad oggetto di fortificare il loro
palazzo… dall’insulti de’ loro sudditi
ed anco di quelli di principi confinanti in quei secoli…”.
Leggendo le bacheche informative a cura di Ezio Ivaldi
presenti vicino agli stessi ruderi si viene a conoscenza
di interessanti ed inaspettate informazioni su di esso.
Ad esempio i quattro torrioni detti rispettivamente
della Campanella, dell’Alfiere, della Marchesa
e della Polvere erano anticamente muniti di campane
che fungevano da rapido ed efficace sistema d’allarme
in caso d’attacco. Particolare attenzione suscita
la Torre dei Diamanti, collegata al castello in epoca
successiva che deve il suo nome al bugnato della muratura:
la pianta è a forma di sperone e per costruirla
sono occorse circa 1280 pietre, ognuna delle quali lavorata
a mano dagli abili scalpellini della zona. Il castello
fu voluto da Enrico il Guercio che nei suoi progetti
lo volle sia fortezza che residenza; la costruzione
originale risale al 1188, ma fu completamente distrutta
durante l’assedio al borgo di Finale. Verso la
metà del 1400, grazie all’iniziativa del
Duca Giovanni I, il castello e il borgo furono riportati
a nuovo splendore con imponenti lavori di restauro aiutati
con le ingenti somme raccolte attraverso concessioni
offerte ai contadini. Attualmente Castel Govone esercita
un indiscutibile fascino su tutti gli appassionati di
storia medioevale; aggirandovi tra le mura, nelle zone
aperte al pubblico, avrete la possibilità di
visitare gli antichi magazzini, le cantine, le cucine
e ancora le aperture che si aprono sulla vasta cisterna
sotterranea che attraversa longitudinalmente il cortile
del castello; questa era la riserva d’acqua in
caso di assedio, lunga 19,50 m., larga 11 m. con una
capienza complessiva oscillante tra i 1000 e i 1200
m3 d’acqua. Restando in tema di sopravvivenza,
il castello conservava generi alimentari di vario tipo:
forme di Parmigiano, riso e pesce sotto sale. E se i
viveri godevano di un’opulenza non indifferente,
altrettanta ricchezza era presente negli arredi delle
stanze, nei tessuti che ricoprivano le pareti, nei mobili
impreziositi con sete rare e nelle armi finemente cesellate.
Le cronache riferiscono poi sul castello durante la
dominazione spagnola e della relativa trasformazione
in fortezza e deposito d’armi, amministrato da
un “munitionero” che redigeva periodicamente
l’inventario. In questo periodo alcune stanze
cambiarono i loro nomi in “Fonderia, Ferraria,
Cavallerizza ed Armaria…” e ancora sappiamo
che c’erano “…la stanza delli trogi
da oleo, del carbone, la stanza del grano, la cantina
grande e piccola, la carnezzeria con dentro un artifizio
di legame per tagliare la testa ai malfattori, la stanza
della corda…”. Ancora una volta in poche
righe è stata riassunta l’immagine di quest’ultimo
maniero visitato nel nostro libro: “I vecchi manieri
sono, in progresso del tempo, abbandonati ai loro destini.
La gravità degli oltraggi che il decorso dei
secoli e l’incuria o l’insidia degli uomini
vi hanno arrecato, li ha ridotti a quelle povere vestigia
emergenti ancora in luoghi isolati, come se volessero
estrarsi da tutto ciò che li circonda, forse
vergognosi del turbinoso passato; la tradizione ne rievoca
i ricordi nefasti, e rovi e cespugli ne adombrano i
sotterranei e i trabocchetti in mezzo alle macerie,
su cui si abbarbica l’edera verdeggiante”.
Cronaca gastronomica o quasi dall’antica
Perti
Le golose conserve e i liquori, tutti
rigorosamente fatti in casa, facevano bella mostra dal
bancone e dagli scaffali, accrescendo la mia sana curiosità
per quella graziosa trattoria che sembrava essere uscita
da un racconto di Mario Soldati; tutto era davvero perfetto:
il bel pergolato, i tavolini all’aperto e all’interno
un arredamento rustico e casalingo particolarmente accogliente.
Tutto invitava a una meritata sosta che purtroppo quel
giorno non potei concedermi. Il vero motivo della mia
venuta alla Trattoria del Castello di Perti aveva a
che fare con l’antica cripta della chiesa di S.
Eusebio che quel pomeriggio intendevo visitare. In apparenza
una cripta e un ristorante di campagna non hanno nulla
in comune, ma a Perti le cose cambiano. Infatti, la
sola persona che quel giorno avrebbe potuto farmi entrare
nell’antico luogo di culto sotterraneo era la
Signora Teresa, abilissima cuoca della trattoria che,
per l’occasione, abbandonata la cucina, divenne
il mio “Virgilio” in quello straordinario
pomeriggio di luglio. Ammetto che poco prima di lasciarmi
prendere dall’atmosfera mistica della cripta dovetti
fare uno sforzo per non pensare alle specialità
elencate dal ricco e vario menù che poco prima
avevo letto: pollo cotto al carbone alle mille erbe,
la pasta fresca, i dolci fatti in casa e il vino Nostralino.
Seguii la Signora Teresa, affascinato dalla sua cortesia
unita a una particolare grazia tipica delle donne di
questa terra ancora profondamente legate ad antichi
lavori e vecchie abitudini come la cottura del pane
nel forno a legna la mattina presto o ancora la paziente
preparazione di conserve e di sughi squisitamente genuini.
La luce in breve scomparve, lasciando il posto alla
penombra e a un che di umido emanato dai muri simili
per spessore a quelli di una fortezza. Ecco la cripta
di Perti, luogo ipogeo di suggestioni millenarie, dove
un tempo si conservavano antiche tombe le cui spoglie,
in tempi più recenti furono trasferite nell’ossario
dell’attuale cimitero. Emozionato sfiorai con
la mano alcune pietre tombali, soffermandomi affascinato
su un sarcofago risalente al 162 d.C.. Ebbi la sensazione
che il tempo si fosse fermato, diventando un insieme
di emozioni inimmaginabili. Solo la luce del sole mi
riportò “alla mia epoca” e al vero
motivo del mio viaggio a Perti. La signora richiuse
delicatamente dietro di sé la porta, lasciandomi
la sensazione di aver varcato letteralmente un’altra
dimensione. Pensai, in questo caso, che se non fosse
stato per questi “Sentieri dello Spirito”,
forse non sarei mai capitato a Perti, perdendo qualcosa
di veramente unico. Lasciata Perti e congedatomi dalla
Signora Teresa, gustando la strada tutte curve in sella
alla moto, ebbi la sensazione che quello non sarebbe
stato un addio, ma un arrivederci… L’idea
di una bella sera in compagnia di amici sotto il pergolato
della Trattoria di Castel Govone già compariva
tra i miei pensieri.
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