Balestrino, eremo di solitudine

La visita all'antico borgo di Balestrino è di quelle che difficilmente si dimenticano: ancora oggi, a distanza di mesi, la bellezza e la strana atmosfera di quel borgo nato e poi “morto” all’ombra della rocca dei Balestrino, famiglia ramo dei Del Carretto, ricorre ogni volta qualcuno me ne chieda notizia. La poderosa e massiccia rocca, nel suo aspetto cinquecentesco, benché di origini più remote, ci rammenta l'importanza di questo antico feudo dominante la valle del Riò Ponte, delimitata dalla Rocca di Pian dei Prati a est e dalla Rocca Curaira a ovest.

Tuttora sono visibili le tracce del fossato, del ponte levatoio che testimoniano insieme alle belle torrette d’avvistamento la funzione militare dell'edificio. Ma il Medioevo è alle nostre spalle da molto tempo e l’edificio ha perso la sua originaria funzione difensiva anche se scorgendolo rimarrete profondamente affascinati. Qui nel 1530 il Marchese Pirro II dei Del Carretto fu ucciso, vittima di una congiura popolare e il 16 marzo 1561 stessa sorte toccò al figlio del Marchese, Antonio, assassinato nel suo letto insieme alla “Druda”, una plebea di nome Catina Barba, originaria di Monesiglio, invisa a tutti per i suoi eccessi e sperperi; dopodiché il castello fu saccheggiato dalla popolazione inferocita. Tornando a oggi, ciò che più rimarrà impresso, sarà l’emozionante veduta dell'originaria Balestrino, cioè quel nucleo di case che sorge ai piedi del castello e che giace completamente abbandonato; infatti nel 1963 a causa di una serie di smottamenti si decise di costruire la "nuova" Balestrino più a monte, condannando all'oblio del tempo le antiche case. Da allora la vecchia Balestrino divenne a tutti gli effetti un paese fantasma, pittoresca composizione di antri bui e silenziosi, archi, sovraportali, cantine vuote invase da cumuli di macerie e dalla vegetazione. Assaporerete l'innaturale silenzio aspettandovi che da un momento all'altro il paese si possa rianimare, tornando alla vita di un tempo. Lasciando Balestrino sarà facile provare una dolce e sottile malinconia per le cose che furono e che talvolta si perdono nella memoria. In estate poi non dimenticate di rinfrescarvi presso la fontana che troverete di fronte al castello, sulla strada per Toirano; qui, ancora una volta, il volto antropomorfico della natura, attraverso una bella effigie di pietra, sembrerà l'ennesima traccia dell'estinto Mondo della Tradizione.

Toirano e l’antico culto dei morti

La prossima tappa di questo affascinante itinerario all'insegna della Tradizione ci porta a visitare l'antichissima Toirano, probabilmente già abitata in epoca bizantina, che conserva nella sua struttura un aspetto tipicamente medioevale; la parte più antica dell'abitato, il cosiddetto "Toracco", presenta tratti di mura e carruggi strettissimi con case molto alte. Loggiati, portali e belle merlature ghibelline ne caratterizzano l'immagine davvero pittoresca: vedrete la bella piazza della chiesa di S. Martino con la torre campanaria a doppio ordine di trifore, i resti dell'antica Certosa costruita appena fuori il paese sull'antico tracciato che, superando il torrente Varatella, collegava il borgo con le grotte (queste ultime divenute un'attrazione internazionale). La Certosa, fondata nel 1495 da un gruppo di monaci provenienti dalla più antica abbazia di S. Pietro ai Monti in Varatella, è solo una fra le numerose testimonianze della spiccata religiosità che caratterizzava questa valle. S. Pietro ai Monti sembra essere una delle più antiche della Liguria: si narra sia stato lo stesso Carlo Magno nel IX secolo a volerne la fondazione contribuendo ad essa con la donazione di vasti possedimenti che spaziavano dalla piana di Albenga alla zona delle Langhe. Alcune leggende vorrebbero addirittura che tale abbazia fosse sorta sui resti della prima chiesa cristiana di tutta la regione edificata da S. Pietro in persona. Le cronache successive invece ci parlano di truci avvenimenti che accaddero nel XIII secolo proprio dentro quelle mura così pregne di santità. A quel tempo era Abate un frate appartenente alla famiglia dei Del Carretto che aveva un debole per le donne che confessava; nel 1255 costui fu pugnalato dai suoi stessi monaci nei confronti dei quali aveva sempre mostrato un'aperta e immotivata crudeltà. Il Vescovo Lanfranco dispose immediatamente l'arresto dei monaci assassini, li fece processare e confiscò tutti i loro beni. Arrivò un altro abate altrettanto poco portato alla funzione di religioso: fu così che il convento andò definitivamente in rovina. Il 4 maggio 1282 giunse la scomunica e nel 1308 la comunità religiosa di S. Pietro ai Monti in Varatella fu definitivamente soppressa. Il 5 aprile del 1315 le competenze del convento di S. Pietro passarono al monastero di Casotto dei Certosini. II 14 agosto 1495 l'ultimo Priore di S. Pietro lasciava il convento per trasferirsi nella chiesa nuova presso Caneva. Così in una bolla ecclesiastica si elencavano i "presunti" motivi che avevano portato alla soppressione dell'antica abbazia: "...per le intemperie dell'aria, la umidità del luogo, l'orrida solitudine e distruzione dei meschini edifizi, non costruiti secondo la forma dell'ordine, a cagione della nebbia, dei venti, dei tuoni e di più altri incomodi." Ma se da un lato in VaI Varatella alcuni religiosi si dimostrarono ben distanti da quei precetti che predicavano, dall'altro il popolo, la "gente comune" si mise in luce per la stretta osservanza di alcuni riti e usanze, frutto di una profonda fede, il cui ricordo si è mantenuto fino ai giorni nostri. Le antiche cronache liguri riportano che a Toirano tra le cerimonie più sentite c'erano proprio quelle legate al Culto dei Defunti. Si narra che durassero tutta la notte; all'alba poi era consuetudine assistere alla processione dei poveri che con piatti e scodelle andavano di casa in casa a chiedere un po' di quel menestron o Zemin che veniva preparato per l'occasione dalle famiglie più abbienti. AI contempo le donne nelle case preparavano i letti solitamente liberi, con le lenzuola migliori, fresche di bucato, così che le anime dei morti in quella notte potessero riposare durante il loro temporaneo ritorno sulla terra. Chi non possedeva letti preparava il proprio e, prima di recarsi in chiesa, accendeva un cero sull'uscio di casa. Non mancavano per l'occasione processioni notturne di compagnie religiose che alla luce delle fiaccole levavano in quella notte le loro preghiere al cielo. Ancora oggi è possibile vedere nel Museo Etnografico della VaI Varatella di Toirano, una rarissima testimonianza di quei tempi: una cappa della Confraternita dei Disciplinanti di Toirano della fine 800.E rimanendo a Toirano doverosamente volgeremo lo sguardo alle montagne del Giogo di Toirano e al famoso Buranco che nel corso dei secoli ha condizionato profondamente la fantasia popolare di questi liguri di montagna; il Buranco non è altro che una grande fenditura nella roccia, una profonda cavità naturale che si apre in alta montagna, vicino a Bardineto. II Lamboglia stesso ci spiega l'origine linguistica di questo Buranco: «"Burasö: 1539 Borrasso; 1580 segg. Borrasolo; 1826 Borrassolo;1826 Borrassolo o limbo. Derivato mediante il doppio suffisso -aceu-olu- da una base bor- che ha riflessi numerosissimi nella toponomastica ligure e sulla quale sarebbe prematuro un giudizio conclusivo: cfr Buranco (Val Varatella), Borrè (Savona), Fontana Borra(Borgomaro), Fontana Borrosa (Perinaldo) e numerosi altri Buretto, Burasso e simili che si stanno raccogliendo. Come dirò di quest'ultimo l'opinione più cauta è ora che trattandosi di località in scosceso pendio, la radice sia la stessa dell'italiano Borro, burrone, che si riconduce al greco bothros». Nella tradizione popolare il Buranco era la porta per l'inferno. Si dice che nelle notti di luna piena il diavolo da lì uscisse a cavallo di un asino portando con sé le anime dei dannati. L'asino emetteva dei ragli acutissimi e orribili che il vento amplificava tra le vie del "toracco", facendole risuonare paurosamente. Allora solo una candela, accesa nella grotta di S. Lucia poteva far cessare quei terribili lamenti. Nella stessa grotta, in epoca medievale, venne edificato un santuario rupestre che accanto a una fonte dalle acque ritenute miracolose testimonia tuttora la sacralità di questa terra. Poco più sotto la grotta di S. Lucia si apre quella della Basura che la leggenda vorrebbe essere stata abitata da una strega; la grotta, oggi visitabile, offre interessanti spunti di indagine sul passato: il Cimitero degli Orsi dove sono presenti tracce antichissime della presenza di questi animali e la Sala dei Misteri dove impronte umane fanno pensare ad antichi riti magici lì avvenuti migliaia di anni orsono. Nel riportarvi queste notizie non nascondo il piacere che ho provato leggendo un volume che più di ogni altra cronaca riporta alle immagini del folclore locale oramai dimenticate: "La leggenda del Buranco. Streghe, folletti apparizioni in Liguria" di Bacio Emanuele Maineri il quale nel 1900, dedicava la sua attenzione proprio a quel mondo antico, rurale, legato alla Tradizione che già ai primi del secolo andava scomparendo. Non solo dunque leggende, ma anche un elogio di quella vita povera, ma sobria e dignitosa che caratterizzava la gente di queste valli. Ne è un esempio l'indimenticabile dedica "a Tomaso Giona, becchino del mio borgo" che riporto qui di seguito e che risulta essere un universale quanto intenso ritratto di colui che una volta nei paesi era il custode delle storie di tutti, costretto per necessità a meditare serenamente sulla caducità della vita. In queste poche righe vi colpirà vivida e toccante la figura dell'antico ligure...
"...usava portare brache di traliccio, le gambe nude e scalzi i piedi, indossando una camicia rozza, si, ma pulita – ché la nettezza assai amava, come i contadini della mia valle, – con le camice rimboccate fin sopra i gomiti; il cui sparato, sempre aperto, lasciava vedere il largo petto con peli bianchi e neri, le costole salienti e la pelle lucida e bronzina. Tomaso soleva anche coprire il capo col tradizionale berretto rosso, a guisa dei contadini liguri, che ricordavano sempre con piacere i tempi della Serenissima."

Zuccarello... vita d'altri tempi

La macchina per viaggiare a ritroso nel tempo sembra non essere stata inventata, ma un'esperienza simile la potrete vivere visitando la graziosa Zuccarello, oasi dove la vita pare essersi fermata in una dimensione davvero distante dalla nostra, quando la televisione non era ancora così diffusa e le notizie, le storie, i fatti correvano di bocca in bocca tra la gente del borgo. Non che a Zuccarello il progresso non sia arrivato, ma la consuetudine di trovarsi sotto i bellissimi portici a chiacchierare, trascorrendo qualche ora con i propri concittadini, qui non è scomparsa. È frequente vedere, in prossimità degli usci delle case, simpatiche file di sgabelli e panche di legno sui quali nei lunghi e interminabili pomeriggi estivi gli anziani siedono trovando frescura sotto i portici e con la vicinanza del torrente Neva; nelle belle sere d'estate capiterà di trovare anche intere famiglie lì riunite in un clima di grande tranquillità. Visitare Zuccarello è molto semplice: entrerete attraverso una delle porte quattrocentesche poste alle due estremità del paese percorrendo magari a piedi (anzi ve lo consiglio caldamente…) la via centrale, caratterizzata da una lunga e ininterrotta serie di porticati costituiti da massicci pilastri di pietra e da antiche colonne di recupero provenienti da monumenti paleocristiani (...e questo è un esempio di come la tanto bistrattata parsimonia ligure in molti casi significhi anche conservazione di ciò che potrebbe venire normalmente sostituito!!!). L'ardesia poi non avrebbe potuto essere la più adeguata pavimentazione per i porticati. Passeggiando in questo gratificante museo architettonico all'aperto sentirete la necessità di conoscere le vicende storiche della località... Zuccarello, fondata nel lontano 1248, sulle sponde del torrente Neva, che tuttora guizza allegro e scintillante lungo il corso del quale si trovano le case del paese (uno scorcio incantevole si avrà dal ponte medioevale che lo attraversa...). Gli amanti dei castelli non rimarranno delusi visitando quello di Zuccarello che domina l’abitato da un ardito sperone roccioso, la cui visione attuale la dice lunga su un passato davvero fondamentale per la vita e la storia di queste zone; ne rimangono gli imponenti e scenografici ruderi (per chi arriva da Castelvecchio il castello torreggia massiccio dalla montagna) fortunatamente visitabili. Originariamente dalla rocca partivano due braccia di mura che andavano a congiungersi alle porte sottostanti. Questa poderosa struttura architettonica serviva a difendere quello che era l'antico feudo dei Del Carretto, divenuto poi loro feudo centrale sulla fine del 1300 per opera di Carlo Del Carretto, con la denominazione di Marchesato Autonomo di Zuccarello. La figlia di quest'ultimo, Ilaria del Carretto, castellana di Castelvecchio di Rocca Barbena, nel 1403 sposò il principe di Lucca Paolo Guinigi e due anni dopo morì di parto; il suo sposo, a perpetuo ricordo della donna amata, affidò al talento di Jacopo della Quercia il sepolcro a tutt'oggi visibile nel Duomo di Lucca.
L'itinerario prosegue toccando località minori alla ricerca di storie da tempo dimenticate che sarà bello ricordare: ci riferiamo a paesi come Giustenice e Ranzi, all'ombra del Giogo di Toirano, Tovo S. Giacomo, nell'Entroterra di Pietra Ligure e la leggendaria Rocca delle Fene in VaI Maremola. Secondo la tradizione stregonesca una delle patrie delle streghe, o meglio delle "basure", sarebbe stata Giustenice... Paesino costituito da piccole e secolari borgate come S. Lorenzo, la più antica e più grande in fondo alla valle, e S. Michele, posta su un'altura dove sono presenti i resti dell'antico castello e la chiesa parrocchiale (un tempo cappella dei Del Carretto), Giustenice è così ricordata da un autore locale: "...abituri miseri a cui s'accede per la stalla o da anguste scale, cucine annerite con focolari di tempi immemorabili, dove nelle sere invernali si son narrate le più tetre e paurose storie." Ancora oggi all'ingresso della valle c’è un posto nominato Scalincio, zona angusta e desolata, dove giacciono alcune fornaci abbandonate; secondo la tradizione popolare lì si radunavano le streghe per celebrare il sabba la notte del venerdì in concomitanza con quello che si svolgeva sull'altura del monte Prino. A Ranzi invece la leggenda vuole che sul "u prôu da basua", cioè sul prato della basua, di notte avvenissero strane apparizioni di folletti impegnati in vorticose danze in compagnia delle streghe. Si racconta che una notte dell'anno 1702, in questa località, un orribile fantasma apparve a un giovane di nome Rembaldo; il poveretto fuggì via in preda al terrore e morì alcuni giorni dopo vittima di folli visioni. Poco distante da qui, nei pressi di Pietra, fino al 1920 sul monte Trabocchetto c'era una località detta Rocca delle Fene, dove fu rinvenuto un antico deposito sepolcrale con ossa e arredi funebri risalenti al 2200-1700 a.C.; le ricerche portarono alla scoperta da parte del Prof. Canonico Nicolò Morelli di una necropoli risalente all'età del Ferro. La leggenda vuole che nelle notti di plenilunio avvenissero malefici sabba presenziati dal Diavolo stesso che usciva dall'antica grotta... Le streghe ballavano tra i dirupi della rocca fino al canto del gallo mentre più a valle la Confraternita della Morte invocava la protezione divina contro le potenze infernali, affinché gli spiriti maligni non profanassero le spoglie dei defunti che riposavano nel cimitero di S. Caterina; e così in quelle notti, ai piedi del Monte Trabocchetto, alla luce tremula delle torce, si levavano omelie e preghiere fino al sorgere del sole. A Tovo, l'originaria Tuvum Finarii, un tempo appartenuta al Marchesato di Finale, le streghe si radunavano in una zona particolare chiamata "aeia de Basue" per ballare insieme alle capre; dopo le frenetiche danze, l'erba non sarebbe più cresciuta e si dice che ancora oggi siano visibili zone bruciate dalla malefica danza. E tra le stradine del borgo si narra che la notte la Compagnia dei Preti, avvolgendosi in candidi tabani, simili a sudari, mettesse in scena una lugubre processione dei Morti: alla luce delle fiaccole attraversava il paese disperdendosi poi nelle vicinanze del cimitero. La processione personificava le anime dei defunti che chiedevano suffragi. Oggi tutte queste usanze, credenze, riti sono scomparsi, seppelliti dal tempo; la stessa Rocca delle Fene non c'è più da quando nel 1920 fu aperta la cava Pegollo; e noi, che oggi visitiamo tali contrade, non possiamo che guardare con una nota di speranza il prezioso bagaglio di tradizioni e folclore affinché venga almeno conservato nella memoria collettiva.

"La Val Varatella tra perdizione e santità"

Abbiamo letto cronache di abati crudeli, mossi dai più bassi istinti, temuti e odiati dai loro stessi confratelli e poi orrendamente trucidati; ma la storia della VaI Varatella ci narra anche di Santi e del loro arrivo in questa terra da sempre votata ad una profonda religiosità. Così riferisce una rara cronaca del Monastero di S. Pietro ai Monti in Varatella ritrovata da Italo Scovazzi circa la diffusione locale del Cristianesimo: "Dopo cinque giorni di mare tempestoso, il barco da carico e da pesca del ligure Bilenio, approdava alla Costa Balenae. Dalla stiva salì in coperta, seguito da due donne smunte, un bel vecchio ancora vigoroso, con la testa canuta e la barba incolta. Volse attorno gli occhi pieni di intelligenza e di bontà, sul mare calmo e sulla chiostra dei monti...
- Padron Bilenio, ti ringrazio buon fratello in Cristo. Io non ho argento né oro, ma quel che ho te l'ho dato. Benedetta la sventura che mi ha avvicinato alla tua anima semplice e incorrotta! -
- O Simone e quando lo vedrò il figliuolo di Dio, che è morto in croce per noi? -
- Egli è vicino a te o Bilenio: abbi fede, pratica la giustizia, accetta di soffrire per lui. Un giorno verrà come un ladro di notte, e ti porterà con sé nel suo regno -.
Così disse Simone Pietro prima di sbarcare sulla costa ligure, dopo essere fuggito da Roma in seguito all'Editto dell'Imperatore Claudio contro gli Ebrei. Bilenio lo aveva esortato a evitare le città della costa ed in particolare Albintimilium ed Albium Ingaunum “sedi di romana nequizia”. Simone schivò dunque un vico che sorgeva a ridosso del porto presso un sentiero e camminò due giorni e mezzo fra dirupi e selve, finché vide le grotte e le capanne abitate dai liguri della montagna.
Questi chiesero: - Sei romano?-
- No – rispose - sono cittadino del mondo -
Quei liguri della montagna adoravano un dio che chiamavano “ô Ciu-Dé” (Il dio maggiore). Simone restò con loro alcuni anni e li fece consapevoli che “ô Ciu-Dé” era Gesù.” (C'è ancora una chiesetta a S. Pietro dei Monti in Varatella, a tre ore di cammino da Loano, che si vuole fondata dall'apostolo nel corso della sua permanenza tra i fedeli del Dio Maggiore. Prima del 1000 appartenne a un'abbazia che Carlo Magno dotò di vasti possedimenti nei dintorni).

L’Entroterra L’Illustri memorie

“...Un gran nuvolone nero sorgeva alle spalle di Rocca Barbena, la quale ostentava le punte de' suoi fianchi indorate dal sole. L'occhio perdeasi meravigliato lungo la vallata delle Ravere e del picco degli Alzabecchi, sulla cui cima appariva l'umile croce di legno, ch'é presidio e conforto al luogo deserto; l'aria fremeva umida e greve, e dalla bocca del Buranco parean giungere lamenti e sibili sinistri."
Baccio Emanuele Maineri “La leggenda del Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria."

“Nel frattempo a Bardineto…”

Da Toirano si raggiunge facilmente Bardineto, rimasta famosa come terra di streghe che anche qui, come in tutta la zona, si radunavano la notte intorno all'anno 1000 trovando evidentemente a Bardineto un luogo particolarmente ospitale per compiere sabba e incantesimi: il paese poi ricevette la scomunica dopo il famoso massacro avvenuto nel convento delle “Binelle”. I Bardenitesi, stanchi di subire soprusi e vessazioni da parte dei frati del convento, dopo essersi visti sequestrare alcuni animali da soma, passarono all'azione trucidando tutti i religiosi. La scomunica rimase in vigore fino al 1070 quando, per intervento del Vescovo di Albenga Deodato, fu ritirata.

"Paese che vai, pane che trovi..."

L'immagine di un antico forno all'aperto a Castelvecchio di Rocca Barbena ci offre uno spunto di riflessione riportandoci col pensiero a ritroso nel tempo quando il pane era cibo "sacro" e la sua produzione era un vero e proprio rito regolamentato da leggi e statuti. Esistevano nei paesi forni pubblici nei quali le famiglie, secondo turni stabiliti, portavano il pane da cuocere; guai a quei fornai che si fossero azzardati ad alleggerire le pagnotte affidate o a non cuocerle bene: ad esempio gli statuti comunali di Triora riferiscono di un'ammenda di 30 soldi nel caso il pane non fosse stato restituito tutto intero nel capitolo "De pane benecoquendo". Anche a Tenda vigeva un monito simile, riportato negli statuti del borgo, secondo cui: "...il pane va ben cotto e ben conditionato e non mal cotto né abbrucciato, sotto pena...". È chiaro dunque che il pane, oggi alimento alla portata di tutti, prodotto con grande varietà d'impasto, ognuno caratteristico del luogo d'origine, un tempo rappresentasse un bene economico, inteso come grano e farine, e soprattutto garanzia di sopravvivenza per gli abitanti dell'Entroterra, da sempre in lotta contro carestie e povertà.

"Un affresco a Castelvecchio"

Lo scorgemmo casualmente, girovagando per i bei carruggi di Castelvecchio; il sole già calava con suoi riflessi arancioni che diffondevano calde sfumature sul muro della chiesa, quando apparve quel viso di donna tanto malinconico quanto sfuggente che pareva celare una storia dimenticata... congetture di due giovani ispirati da un affresco di cui non si conosceva neppure l'autore?… Forse.
Comunque la giovane donna era lì, in un alone di assoluto silenzio; al suo fianco vi era raffigurato un teschio e sullo sfondo un mare scuro dall'aspetto poco rassicurante; nessun'altra spiegazione o indizio ci fu dato per questo misterioso ritratto collocato, all'ombra di una meridiana, custode inesorabile del tempo... I pensieri corsero inevitabilmente agli antichi abitanti di Castelvecchio, ai fondatori del paese, che giunsero tra queste montagne per sfuggire a saccheggi e razzie. Ci domandammo se quella ragazza non fosse proprio una delle tante vittime delle barbarie, memore di un amore portatole via da coloro che in tempi remoti, all'ombra della Mezza Luna, giunsero a razziare villaggi inermi di pacifici pescatori.

"Lo Zemin"

Piatto rustico, diffuso un po’ in tutto l'Entroterra Ligure di Ponente, lo Zemin si prepara particolarmente durante l’autunno e l’inverno e in passato era il piatto tipico, in alcuni paesi, nel giorno della ricorrenza dei Defunti. Ecco la ricetta: occorrono i fagioli, magari i mitici roundin di Conio e Badalucco, che si uniscono a un saporitissimo soffritto di erbe dell'orto e spezie a cui si aggiungono costolette di maiale e bietole. Il piatto viene servito caldo, condito con un bel cucchiaio di olio d'oliva extravergine; questo secondo un'antica ricetta di Borgomaro.

"Il sole è scomparso, tutto è silenzio, il crepuscolo muore, le stelle cominciano a scintillare su in cielo: si scinde il velo della danza dei mondi."
Bacio Emanuele Maineri "La leggenda del Buranco. Streghe folletti e apparizioni in Liguria”

“Giustenice, paese di Streghe e Giudici”

Giustenice, ovvero l'antico villaggio di Jus Tenens, abitato dagli Ingauni, subì prima la distruzione e poi la ricostruzione da parte dei Romani. Storicamente appartenne ai vescovi di Albenga per poi passare nel 1385 alla Repubblica Genovese e infine ai Doria. Composta da diverse frazioni, sarà interessante visitare quella di S. Lorenzo in cui sulla Piazza del "Costino è presente l'antico sedile di pietra da dove il giudice, una volta al mese, amministrava giustizia. In frazione S. Michele, a est delle case, in posizione strategica, rimangono i ruderi dell'antica fortificazione; la parrocchiale di S. Michele risale al XIV secolo e nella piazza antistante è tuttora visibile il vecchio municipio detto "a Cà Cumuna".

"Nostralino in festa a Tovo S.Giacomo"

Situato in VaI Maremola, presenta i pochi ruderi del castello sul colle Folchi a testimonianza di un passato feudale; infatti il borgo appartenne ai Vescovi di Albenga e poi a Bonifacio Del Vasto. Di origine medioevale è il campanile della Parrocchiale di S. Giovanni Battista in frazione Bardino Vecchio. A Tovo la produzione di vino è assai fiorente e meritano di essere menzionati il Pigato, il Vermentino e il Barbarossa possibilmente da gustare insieme alle lumache, alle torte salate e alla torta di zucca. Invece in quel di Ranzi, avendo certamente miglior sorte del leggendario Rembaldo, vittima di fantasmi, vi imbatterete nell'allegra sagra del Nostralino, durante la quale potrete gustare li tipici ravioli al sugo, lo zemin con ceci, la trippa e le mitiche frittelle di mele e di verdura.

Museo Etnografico della VaI Varatella

Allestito sapientemente in quelle che furono le scuderie del Palazzo dei Marchesi Del Carretto, fu inaugurato nel 1982 e racchiude uno spaccato prezioso e interessante della vita rurale del passato della VaI Varatella e di Toirano. Nove sezioni (Coltivazione dell'olivo, Produzione dell'olio, Coltivazione della vite, Fienagione, Mietitura del grano, Fabbro Ferraio, IL Falegname, La vita domestica, il Costume) raccolgono collezioni di diverso tipo legate ai mestieri agricoli e alle attività artigianali. Tra i vari oggetti esposti mi sento in obbligo di segnalare i bellissimi frantoi o "Gumbi" risalenti al XIX secolo, le vasche in marmo di Carrara datate 1606, impiegate come misura di capacità per l'olio e recanti lo stemma crociato ascrivibile alla Repubblica di Genova; e ancora potrete vedere, la Raganella o Taravella, ovvero uno strumento usato durante la settimana Santa per mezzo del quale, manovrandolo con movimento rotatorio e regolare, si ottiene un caratteristico rumore e il Crepitacolo o Batturezza anch'esso strumento in uso durante la settimana Santa composto da due maniglie metalliche. (Entrambi gli strumenti, così come la Cappa dei Disciplinanti, risalgono al XIX secolo).

"A scuola d'Ormeasco"

Avendo degustato il mitico Ormeasco è giusto qui ricordare le caratteristiche essenziali: è un vino rosso prodotto a Pornassio ottenuto da vitigni per il 95% di Dolcetto. È suddiviso per gradazioni, in: Ormeasco (11°) e Ormeasco Superiore (12,5°); quest'ultimo deve raggiungere necessariamente i 12 mesi d'invecchiamento. È un vino dal colore rosso rubino con riflessi porpora e un profumo fragrante e fruttato con sentori di ciliegia e violetta, vinoso da giovane. Il sapore, dopo l'affinamento, da asciutto e spigoloso diventa armonico, evidenziando colore, morbidezza, sapidità e continuità.

”Il sistema carsico del Buranco di Bardineto”

Dopo fior di leggende sul Buranco non potevano mancare un po' di informazioni tecniche gentilmente concesse con passione e “simpatia” dal Gruppo Speleo Savonese. II Buranco è la grotta di maggiore sviluppo di tutto il sistema carsico di Bardineto; si apre a una quota di 685 m. ed è posizionato a destra della Strada Provinciale Bardineto - Calizzano. La grotta mostra uno sviluppo complessivo di ben 2 chilometri di cunicoli e gallerie distribuiti su un dislivello di 100 m. Le gallerie si articolano su 7 piani sovrapposti collegati tra loro da ripidi passaggi. Era l'autunno del 1986 quando il Gruppo Speleologico Savonese si interessò alla grotta conducendo una ricerca dai risvolti sorprendenti e straordinari tanto che in seguito l'accesso alla grotta, per l'importanza dei ritrovamenti archeologici, venne regolamentato con un cancello che impedisce il libero accesso consentendo la visita previo accordo con il Gruppo Speleo Savonese.
Era la mattina del 26 ottobre del 1986 quando il presidente del Gruppo, dopo alcuni precedenti tentativi andati falliti, portava a termine le operazioni di pompaggio dell'acqua del sifone iniziale: un soffio d'aria fredda cominciò a spirare tra il soffitto della grotta e il livello d'acqua calante; da lì a poco il Buranco avrebbe rivelato la propria natura di complessa cavità sotterranea. Le scoperte si susseguirono: nella cosiddetta “Sala Orsi” furono ritrovati teschi e frammenti di ossa di Ursus Spelaeus e sempre nelle vicinanze un dente di rinoceronte (Dhinocerinus di Merck). In seguito le ricerche portarono al sensazionale rinvenimento di utensili usati dall'uomo preistorico risalenti a 100.000 anni fa che risultano essere i reperti più antichi dell'intera Val Bormida. Una curiosità: esiste un catasto delle grotte e la sigla LI Sv 364-1364-Buranco di Bardineto è il numero di catasto della grotta.

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati