Balestrino,
eremo di solitudine
La visita all'antico borgo di Balestrino
è di quelle che difficilmente si dimenticano:
ancora oggi, a distanza di mesi, la bellezza e la strana
atmosfera di quel borgo nato e poi “morto”
all’ombra della rocca dei Balestrino, famiglia
ramo dei Del Carretto, ricorre ogni volta qualcuno me
ne chieda notizia. La poderosa e massiccia rocca, nel
suo aspetto cinquecentesco, benché di origini
più remote, ci rammenta l'importanza di questo
antico feudo dominante la valle del Riò Ponte,
delimitata dalla Rocca di Pian dei Prati a est e dalla
Rocca Curaira a ovest.
Tuttora sono visibili le tracce del fossato,
del ponte levatoio che testimoniano insieme alle belle
torrette d’avvistamento la funzione militare dell'edificio.
Ma il Medioevo è alle nostre spalle da molto
tempo e l’edificio ha perso la sua originaria
funzione difensiva anche se scorgendolo rimarrete profondamente
affascinati. Qui nel 1530 il Marchese Pirro II dei Del
Carretto fu ucciso, vittima di una congiura popolare
e il 16 marzo 1561 stessa sorte toccò al figlio
del Marchese, Antonio, assassinato nel suo letto insieme
alla “Druda”, una plebea di nome Catina
Barba, originaria di Monesiglio, invisa a tutti per
i suoi eccessi e sperperi; dopodiché il castello
fu saccheggiato dalla popolazione inferocita. Tornando
a oggi, ciò che più rimarrà impresso,
sarà l’emozionante veduta dell'originaria
Balestrino, cioè quel nucleo di case che sorge
ai piedi del castello e che giace completamente abbandonato;
infatti nel 1963 a causa di una serie di smottamenti
si decise di costruire la "nuova" Balestrino
più a monte, condannando all'oblio del tempo
le antiche case. Da allora la vecchia Balestrino divenne
a tutti gli effetti un paese fantasma, pittoresca composizione
di antri bui e silenziosi, archi, sovraportali, cantine
vuote invase da cumuli di macerie e dalla vegetazione.
Assaporerete l'innaturale silenzio aspettandovi che
da un momento all'altro il paese si possa rianimare,
tornando alla vita di un tempo. Lasciando Balestrino
sarà facile provare una dolce e sottile malinconia
per le cose che furono e che talvolta si perdono nella
memoria. In estate poi non dimenticate di rinfrescarvi
presso la fontana che troverete di fronte al castello,
sulla strada per Toirano; qui, ancora una volta, il
volto antropomorfico della natura, attraverso una bella
effigie di pietra, sembrerà l'ennesima traccia
dell'estinto Mondo della Tradizione.
Toirano e l’antico culto dei
morti
La prossima tappa di questo affascinante
itinerario all'insegna della Tradizione ci porta a visitare
l'antichissima Toirano, probabilmente già abitata
in epoca bizantina, che conserva nella sua struttura
un aspetto tipicamente medioevale; la parte più
antica dell'abitato, il cosiddetto "Toracco",
presenta tratti di mura e carruggi strettissimi con
case molto alte. Loggiati, portali e belle merlature
ghibelline ne caratterizzano l'immagine davvero pittoresca:
vedrete la bella piazza della chiesa di S. Martino con
la torre campanaria a doppio ordine di trifore, i resti
dell'antica Certosa costruita appena fuori il paese
sull'antico tracciato che, superando il torrente Varatella,
collegava il borgo con le grotte (queste ultime divenute
un'attrazione internazionale). La Certosa, fondata nel
1495 da un gruppo di monaci provenienti dalla più
antica abbazia di S. Pietro ai Monti in Varatella, è
solo una fra le numerose testimonianze della spiccata
religiosità che caratterizzava questa valle.
S. Pietro ai Monti sembra essere una delle più
antiche della Liguria: si narra sia stato lo stesso
Carlo Magno nel IX secolo a volerne la fondazione contribuendo
ad essa con la donazione di vasti possedimenti che spaziavano
dalla piana di Albenga alla zona delle Langhe. Alcune
leggende vorrebbero addirittura che tale abbazia fosse
sorta sui resti della prima chiesa cristiana di tutta
la regione edificata da S. Pietro in persona. Le cronache
successive invece ci parlano di truci avvenimenti che
accaddero nel XIII secolo proprio dentro quelle mura
così pregne di santità. A quel tempo era
Abate un frate appartenente alla famiglia dei Del Carretto
che aveva un debole per le donne che confessava; nel
1255 costui fu pugnalato dai suoi stessi monaci nei
confronti dei quali aveva sempre mostrato un'aperta
e immotivata crudeltà. Il Vescovo Lanfranco dispose
immediatamente l'arresto dei monaci assassini, li fece
processare e confiscò tutti i loro beni. Arrivò
un altro abate altrettanto poco portato alla funzione
di religioso: fu così che il convento andò
definitivamente in rovina. Il 4 maggio 1282 giunse la
scomunica e nel 1308 la comunità religiosa di
S. Pietro ai Monti in Varatella fu definitivamente soppressa.
Il 5 aprile del 1315 le competenze del convento di S.
Pietro passarono al monastero di Casotto dei Certosini.
II 14 agosto 1495 l'ultimo Priore di S. Pietro lasciava
il convento per trasferirsi nella chiesa nuova presso
Caneva. Così in una bolla ecclesiastica si elencavano
i "presunti" motivi che avevano portato alla
soppressione dell'antica abbazia: "...per le intemperie
dell'aria, la umidità del luogo, l'orrida solitudine
e distruzione dei meschini edifizi, non costruiti secondo
la forma dell'ordine, a cagione della nebbia, dei venti,
dei tuoni e di più altri incomodi." Ma se
da un lato in VaI Varatella alcuni religiosi si dimostrarono
ben distanti da quei precetti che predicavano, dall'altro
il popolo, la "gente comune" si mise in luce
per la stretta osservanza di alcuni riti e usanze, frutto
di una profonda fede, il cui ricordo si è mantenuto
fino ai giorni nostri. Le antiche cronache liguri riportano
che a Toirano tra le cerimonie più sentite c'erano
proprio quelle legate al Culto dei Defunti. Si narra
che durassero tutta la notte; all'alba poi era consuetudine
assistere alla processione dei poveri che con piatti
e scodelle andavano di casa in casa a chiedere un po'
di quel menestron o Zemin che veniva preparato per l'occasione
dalle famiglie più abbienti. AI contempo le donne
nelle case preparavano i letti solitamente liberi, con
le lenzuola migliori, fresche di bucato, così
che le anime dei morti in quella notte potessero riposare
durante il loro temporaneo ritorno sulla terra. Chi
non possedeva letti preparava il proprio e, prima di
recarsi in chiesa, accendeva un cero sull'uscio di casa.
Non mancavano per l'occasione processioni notturne di
compagnie religiose che alla luce delle fiaccole levavano
in quella notte le loro preghiere al cielo. Ancora oggi
è possibile vedere nel Museo Etnografico della
VaI Varatella di Toirano, una rarissima testimonianza
di quei tempi: una cappa della Confraternita dei Disciplinanti
di Toirano della fine 800.E rimanendo a Toirano doverosamente
volgeremo lo sguardo alle montagne del Giogo di Toirano
e al famoso Buranco che nel corso dei secoli ha condizionato
profondamente la fantasia popolare di questi liguri
di montagna; il Buranco non è altro che una grande
fenditura nella roccia, una profonda cavità naturale
che si apre in alta montagna, vicino a Bardineto. II
Lamboglia stesso ci spiega l'origine linguistica di
questo Buranco: «"Burasö: 1539 Borrasso;
1580 segg. Borrasolo; 1826 Borrassolo;1826 Borrassolo
o limbo. Derivato mediante il doppio suffisso -aceu-olu-
da una base bor- che ha riflessi numerosissimi nella
toponomastica ligure e sulla quale sarebbe prematuro
un giudizio conclusivo: cfr Buranco (Val Varatella),
Borrè (Savona), Fontana Borra(Borgomaro), Fontana
Borrosa (Perinaldo) e numerosi altri Buretto, Burasso
e simili che si stanno raccogliendo. Come dirò
di quest'ultimo l'opinione più cauta è
ora che trattandosi di località in scosceso pendio,
la radice sia la stessa dell'italiano Borro, burrone,
che si riconduce al greco bothros». Nella tradizione
popolare il Buranco era la porta per l'inferno. Si dice
che nelle notti di luna piena il diavolo da lì
uscisse a cavallo di un asino portando con sé
le anime dei dannati. L'asino emetteva dei ragli acutissimi
e orribili che il vento amplificava tra le vie del "toracco",
facendole risuonare paurosamente. Allora solo una candela,
accesa nella grotta di S. Lucia poteva far cessare quei
terribili lamenti. Nella stessa grotta, in epoca medievale,
venne edificato un santuario rupestre che accanto a
una fonte dalle acque ritenute miracolose testimonia
tuttora la sacralità di questa terra. Poco più
sotto la grotta di S. Lucia si apre quella della Basura
che la leggenda vorrebbe essere stata abitata da una
strega; la grotta, oggi visitabile, offre interessanti
spunti di indagine sul passato: il Cimitero degli Orsi
dove sono presenti tracce antichissime della presenza
di questi animali e la Sala dei Misteri dove impronte
umane fanno pensare ad antichi riti magici lì
avvenuti migliaia di anni orsono. Nel riportarvi queste
notizie non nascondo il piacere che ho provato leggendo
un volume che più di ogni altra cronaca riporta
alle immagini del folclore locale oramai dimenticate:
"La leggenda del Buranco. Streghe, folletti apparizioni
in Liguria" di Bacio Emanuele Maineri il quale
nel 1900, dedicava la sua attenzione proprio a quel
mondo antico, rurale, legato alla Tradizione che già
ai primi del secolo andava scomparendo. Non solo dunque
leggende, ma anche un elogio di quella vita povera,
ma sobria e dignitosa che caratterizzava la gente di
queste valli. Ne è un esempio l'indimenticabile
dedica "a Tomaso Giona, becchino del mio borgo"
che riporto qui di seguito e che risulta essere un universale
quanto intenso ritratto di colui che una volta nei paesi
era il custode delle storie di tutti, costretto per
necessità a meditare serenamente sulla caducità
della vita. In queste poche righe vi colpirà
vivida e toccante la figura dell'antico ligure...
"...usava portare brache di traliccio, le gambe
nude e scalzi i piedi, indossando una camicia rozza,
si, ma pulita – ché la nettezza assai amava,
come i contadini della mia valle, – con le camice
rimboccate fin sopra i gomiti; il cui sparato, sempre
aperto, lasciava vedere il largo petto con peli bianchi
e neri, le costole salienti e la pelle lucida e bronzina.
Tomaso soleva anche coprire il capo col tradizionale
berretto rosso, a guisa dei contadini liguri, che ricordavano
sempre con piacere i tempi della Serenissima."
Zuccarello... vita d'altri tempi
La macchina per viaggiare a ritroso nel
tempo sembra non essere stata inventata, ma un'esperienza
simile la potrete vivere visitando la graziosa Zuccarello,
oasi dove la vita pare essersi fermata in una dimensione
davvero distante dalla nostra, quando la televisione
non era ancora così diffusa e le notizie, le
storie, i fatti correvano di bocca in bocca tra la gente
del borgo. Non che a Zuccarello il progresso non sia
arrivato, ma la consuetudine di trovarsi sotto i bellissimi
portici a chiacchierare, trascorrendo qualche ora con
i propri concittadini, qui non è scomparsa. È
frequente vedere, in prossimità degli usci delle
case, simpatiche file di sgabelli e panche di legno
sui quali nei lunghi e interminabili pomeriggi estivi
gli anziani siedono trovando frescura sotto i portici
e con la vicinanza del torrente Neva; nelle belle sere
d'estate capiterà di trovare anche intere famiglie
lì riunite in un clima di grande tranquillità.
Visitare Zuccarello è molto semplice: entrerete
attraverso una delle porte quattrocentesche poste alle
due estremità del paese percorrendo magari a
piedi (anzi ve lo consiglio caldamente…) la via
centrale, caratterizzata da una lunga e ininterrotta
serie di porticati costituiti da massicci pilastri di
pietra e da antiche colonne di recupero provenienti
da monumenti paleocristiani (...e questo è un
esempio di come la tanto bistrattata parsimonia ligure
in molti casi significhi anche conservazione di ciò
che potrebbe venire normalmente sostituito!!!). L'ardesia
poi non avrebbe potuto essere la più adeguata
pavimentazione per i porticati. Passeggiando in questo
gratificante museo architettonico all'aperto sentirete
la necessità di conoscere le vicende storiche
della località... Zuccarello, fondata nel lontano
1248, sulle sponde del torrente Neva, che tuttora guizza
allegro e scintillante lungo il corso del quale si trovano
le case del paese (uno scorcio incantevole si avrà
dal ponte medioevale che lo attraversa...). Gli amanti
dei castelli non rimarranno delusi visitando quello
di Zuccarello che domina l’abitato da un ardito
sperone roccioso, la cui visione attuale la dice lunga
su un passato davvero fondamentale per la vita e la
storia di queste zone; ne rimangono gli imponenti e
scenografici ruderi (per chi arriva da Castelvecchio
il castello torreggia massiccio dalla montagna) fortunatamente
visitabili. Originariamente dalla rocca partivano due
braccia di mura che andavano a congiungersi alle porte
sottostanti. Questa poderosa struttura architettonica
serviva a difendere quello che era l'antico feudo dei
Del Carretto, divenuto poi loro feudo centrale sulla
fine del 1300 per opera di Carlo Del Carretto, con la
denominazione di Marchesato Autonomo di Zuccarello.
La figlia di quest'ultimo, Ilaria del Carretto, castellana
di Castelvecchio di Rocca Barbena, nel 1403 sposò
il principe di Lucca Paolo Guinigi e due anni dopo morì
di parto; il suo sposo, a perpetuo ricordo della donna
amata, affidò al talento di Jacopo della Quercia
il sepolcro a tutt'oggi visibile nel Duomo di Lucca.
L'itinerario prosegue toccando località minori
alla ricerca di storie da tempo dimenticate che sarà
bello ricordare: ci riferiamo a paesi come Giustenice
e Ranzi, all'ombra del Giogo di Toirano, Tovo S. Giacomo,
nell'Entroterra di Pietra Ligure e la leggendaria Rocca
delle Fene in VaI Maremola. Secondo la tradizione stregonesca
una delle patrie delle streghe, o meglio delle "basure",
sarebbe stata Giustenice... Paesino costituito da piccole
e secolari borgate come S. Lorenzo, la più antica
e più grande in fondo alla valle, e S. Michele,
posta su un'altura dove sono presenti i resti dell'antico
castello e la chiesa parrocchiale (un tempo cappella
dei Del Carretto), Giustenice è così ricordata
da un autore locale: "...abituri miseri a cui s'accede
per la stalla o da anguste scale, cucine annerite con
focolari di tempi immemorabili, dove nelle sere invernali
si son narrate le più tetre e paurose storie."
Ancora oggi all'ingresso della valle c’è
un posto nominato Scalincio, zona angusta e desolata,
dove giacciono alcune fornaci abbandonate; secondo la
tradizione popolare lì si radunavano le streghe
per celebrare il sabba la notte del venerdì in
concomitanza con quello che si svolgeva sull'altura
del monte Prino. A Ranzi invece la leggenda vuole che
sul "u prôu da basua", cioè sul
prato della basua, di notte avvenissero strane apparizioni
di folletti impegnati in vorticose danze in compagnia
delle streghe. Si racconta che una notte dell'anno 1702,
in questa località, un orribile fantasma apparve
a un giovane di nome Rembaldo; il poveretto fuggì
via in preda al terrore e morì alcuni giorni
dopo vittima di folli visioni. Poco distante da qui,
nei pressi di Pietra, fino al 1920 sul monte Trabocchetto
c'era una località detta Rocca delle Fene, dove
fu rinvenuto un antico deposito sepolcrale con ossa
e arredi funebri risalenti al 2200-1700 a.C.; le ricerche
portarono alla scoperta da parte del Prof. Canonico
Nicolò Morelli di una necropoli risalente all'età
del Ferro. La leggenda vuole che nelle notti di plenilunio
avvenissero malefici sabba presenziati dal Diavolo stesso
che usciva dall'antica grotta... Le streghe ballavano
tra i dirupi della rocca fino al canto del gallo mentre
più a valle la Confraternita della Morte invocava
la protezione divina contro le potenze infernali, affinché
gli spiriti maligni non profanassero le spoglie dei
defunti che riposavano nel cimitero di S. Caterina;
e così in quelle notti, ai piedi del Monte Trabocchetto,
alla luce tremula delle torce, si levavano omelie e
preghiere fino al sorgere del sole. A Tovo, l'originaria
Tuvum Finarii, un tempo appartenuta al Marchesato di
Finale, le streghe si radunavano in una zona particolare
chiamata "aeia de Basue" per ballare insieme
alle capre; dopo le frenetiche danze, l'erba non sarebbe
più cresciuta e si dice che ancora oggi siano
visibili zone bruciate dalla malefica danza. E tra le
stradine del borgo si narra che la notte la Compagnia
dei Preti, avvolgendosi in candidi tabani, simili a
sudari, mettesse in scena una lugubre processione dei
Morti: alla luce delle fiaccole attraversava il paese
disperdendosi poi nelle vicinanze del cimitero. La processione
personificava le anime dei defunti che chiedevano suffragi.
Oggi tutte queste usanze, credenze, riti sono scomparsi,
seppelliti dal tempo; la stessa Rocca delle Fene non
c'è più da quando nel 1920 fu aperta la
cava Pegollo; e noi, che oggi visitiamo tali contrade,
non possiamo che guardare con una nota di speranza il
prezioso bagaglio di tradizioni e folclore affinché
venga almeno conservato nella memoria collettiva.
"La Val Varatella tra perdizione
e santità"
Abbiamo letto cronache di abati crudeli,
mossi dai più bassi istinti, temuti e odiati
dai loro stessi confratelli e poi orrendamente trucidati;
ma la storia della VaI Varatella ci narra anche di Santi
e del loro arrivo in questa terra da sempre votata ad
una profonda religiosità. Così riferisce
una rara cronaca del Monastero di S. Pietro ai Monti
in Varatella ritrovata da Italo Scovazzi circa la diffusione
locale del Cristianesimo: "Dopo cinque giorni di
mare tempestoso, il barco da carico e da pesca del ligure
Bilenio, approdava alla Costa Balenae. Dalla stiva salì
in coperta, seguito da due donne smunte, un bel vecchio
ancora vigoroso, con la testa canuta e la barba incolta.
Volse attorno gli occhi pieni di intelligenza e di bontà,
sul mare calmo e sulla chiostra dei monti...
- Padron Bilenio, ti ringrazio buon fratello in Cristo.
Io non ho argento né oro, ma quel che ho te l'ho
dato. Benedetta la sventura che mi ha avvicinato alla
tua anima semplice e incorrotta! -
- O Simone e quando lo vedrò il figliuolo di
Dio, che è morto in croce per noi? -
- Egli è vicino a te o Bilenio: abbi fede, pratica
la giustizia, accetta di soffrire per lui. Un giorno
verrà come un ladro di notte, e ti porterà
con sé nel suo regno -.
Così disse Simone Pietro prima di sbarcare sulla
costa ligure, dopo essere fuggito da Roma in seguito
all'Editto dell'Imperatore Claudio contro gli Ebrei.
Bilenio lo aveva esortato a evitare le città
della costa ed in particolare Albintimilium ed Albium
Ingaunum “sedi di romana nequizia”. Simone
schivò dunque un vico che sorgeva a ridosso del
porto presso un sentiero e camminò due giorni
e mezzo fra dirupi e selve, finché vide le grotte
e le capanne abitate dai liguri della montagna.
Questi chiesero: - Sei romano?-
- No – rispose - sono cittadino del mondo -
Quei liguri della montagna adoravano un dio che chiamavano
“ô Ciu-Dé” (Il dio maggiore).
Simone restò con loro alcuni anni e li fece consapevoli
che “ô Ciu-Dé” era Gesù.”
(C'è ancora una chiesetta a S. Pietro dei Monti
in Varatella, a tre ore di cammino da Loano, che si
vuole fondata dall'apostolo nel corso della sua permanenza
tra i fedeli del Dio Maggiore. Prima del 1000 appartenne
a un'abbazia che Carlo Magno dotò di vasti possedimenti
nei dintorni).
L’Entroterra L’Illustri
memorie
“...Un gran nuvolone nero sorgeva
alle spalle di Rocca Barbena, la quale ostentava le
punte de' suoi fianchi indorate dal sole. L'occhio perdeasi
meravigliato lungo la vallata delle Ravere e del picco
degli Alzabecchi, sulla cui cima appariva l'umile croce
di legno, ch'é presidio e conforto al luogo deserto;
l'aria fremeva umida e greve, e dalla bocca del Buranco
parean giungere lamenti e sibili sinistri."
Baccio Emanuele Maineri “La leggenda del Buranco.
Streghe, folletti e apparizioni in Liguria."
“Nel frattempo a Bardineto…”
Da Toirano si raggiunge facilmente Bardineto,
rimasta famosa come terra di streghe che anche qui,
come in tutta la zona, si radunavano la notte intorno
all'anno 1000 trovando evidentemente a Bardineto un
luogo particolarmente ospitale per compiere sabba e
incantesimi: il paese poi ricevette la scomunica dopo
il famoso massacro avvenuto nel convento delle “Binelle”.
I Bardenitesi, stanchi di subire soprusi e vessazioni
da parte dei frati del convento, dopo essersi visti
sequestrare alcuni animali da soma, passarono all'azione
trucidando tutti i religiosi. La scomunica rimase in
vigore fino al 1070 quando, per intervento del Vescovo
di Albenga Deodato, fu ritirata.
"Paese che vai, pane che trovi..."
L'immagine di un antico forno all'aperto
a Castelvecchio di Rocca Barbena ci offre uno spunto
di riflessione riportandoci col pensiero a ritroso nel
tempo quando il pane era cibo "sacro" e la
sua produzione era un vero e proprio rito regolamentato
da leggi e statuti. Esistevano nei paesi forni pubblici
nei quali le famiglie, secondo turni stabiliti, portavano
il pane da cuocere; guai a quei fornai che si fossero
azzardati ad alleggerire le pagnotte affidate o a non
cuocerle bene: ad esempio gli statuti comunali di Triora
riferiscono di un'ammenda di 30 soldi nel caso il pane
non fosse stato restituito tutto intero nel capitolo
"De pane benecoquendo". Anche a Tenda vigeva
un monito simile, riportato negli statuti del borgo,
secondo cui: "...il pane va ben cotto e ben conditionato
e non mal cotto né abbrucciato, sotto pena...".
È chiaro dunque che il pane, oggi alimento alla
portata di tutti, prodotto con grande varietà
d'impasto, ognuno caratteristico del luogo d'origine,
un tempo rappresentasse un bene economico, inteso come
grano e farine, e soprattutto garanzia di sopravvivenza
per gli abitanti dell'Entroterra, da sempre in lotta
contro carestie e povertà.
"Un affresco a Castelvecchio"
Lo scorgemmo casualmente, girovagando
per i bei carruggi di Castelvecchio; il sole già
calava con suoi riflessi arancioni che diffondevano
calde sfumature sul muro della chiesa, quando apparve
quel viso di donna tanto malinconico quanto sfuggente
che pareva celare una storia dimenticata... congetture
di due giovani ispirati da un affresco di cui non si
conosceva neppure l'autore?… Forse.
Comunque la giovane donna era lì, in un alone
di assoluto silenzio; al suo fianco vi era raffigurato
un teschio e sullo sfondo un mare scuro dall'aspetto
poco rassicurante; nessun'altra spiegazione o indizio
ci fu dato per questo misterioso ritratto collocato,
all'ombra di una meridiana, custode inesorabile del
tempo... I pensieri corsero inevitabilmente agli antichi
abitanti di Castelvecchio, ai fondatori del paese, che
giunsero tra queste montagne per sfuggire a saccheggi
e razzie. Ci domandammo se quella ragazza non fosse
proprio una delle tante vittime delle barbarie, memore
di un amore portatole via da coloro che in tempi remoti,
all'ombra della Mezza Luna, giunsero a razziare villaggi
inermi di pacifici pescatori.
"Lo Zemin"
Piatto rustico, diffuso un po’
in tutto l'Entroterra Ligure di Ponente, lo Zemin si
prepara particolarmente durante l’autunno e l’inverno
e in passato era il piatto tipico, in alcuni paesi,
nel giorno della ricorrenza dei Defunti. Ecco la ricetta:
occorrono i fagioli, magari i mitici roundin di Conio
e Badalucco, che si uniscono a un saporitissimo soffritto
di erbe dell'orto e spezie a cui si aggiungono costolette
di maiale e bietole. Il piatto viene servito caldo,
condito con un bel cucchiaio di olio d'oliva extravergine;
questo secondo un'antica ricetta di Borgomaro.
"Il sole è scomparso, tutto
è silenzio, il crepuscolo muore, le stelle cominciano
a scintillare su in cielo: si scinde il velo della danza
dei mondi."
Bacio Emanuele Maineri "La leggenda del Buranco.
Streghe folletti e apparizioni in Liguria”
“Giustenice, paese di Streghe
e Giudici”
Giustenice, ovvero l'antico villaggio
di Jus Tenens, abitato dagli Ingauni, subì prima
la distruzione e poi la ricostruzione da parte dei Romani.
Storicamente appartenne ai vescovi di Albenga per poi
passare nel 1385 alla Repubblica Genovese e infine ai
Doria. Composta da diverse frazioni, sarà interessante
visitare quella di S. Lorenzo in cui sulla Piazza del
"Costino è presente l'antico sedile di pietra
da dove il giudice, una volta al mese, amministrava
giustizia. In frazione S. Michele, a est delle case,
in posizione strategica, rimangono i ruderi dell'antica
fortificazione; la parrocchiale di S. Michele risale
al XIV secolo e nella piazza antistante è tuttora
visibile il vecchio municipio detto "a Cà
Cumuna".
"Nostralino in festa a Tovo S.Giacomo"
Situato in VaI Maremola, presenta i pochi
ruderi del castello sul colle Folchi a testimonianza
di un passato feudale; infatti il borgo appartenne ai
Vescovi di Albenga e poi a Bonifacio Del Vasto. Di origine
medioevale è il campanile della Parrocchiale
di S. Giovanni Battista in frazione Bardino Vecchio.
A Tovo la produzione di vino è assai fiorente
e meritano di essere menzionati il Pigato, il Vermentino
e il Barbarossa possibilmente da gustare insieme alle
lumache, alle torte salate e alla torta di zucca. Invece
in quel di Ranzi, avendo certamente miglior sorte del
leggendario Rembaldo, vittima di fantasmi, vi imbatterete
nell'allegra sagra del Nostralino, durante la quale
potrete gustare li tipici ravioli al sugo, lo zemin
con ceci, la trippa e le mitiche frittelle di mele e
di verdura.
Museo Etnografico della VaI Varatella
Allestito sapientemente in quelle che
furono le scuderie del Palazzo dei Marchesi Del Carretto,
fu inaugurato nel 1982 e racchiude uno spaccato prezioso
e interessante della vita rurale del passato della VaI
Varatella e di Toirano. Nove sezioni (Coltivazione dell'olivo,
Produzione dell'olio, Coltivazione della vite, Fienagione,
Mietitura del grano, Fabbro Ferraio, IL Falegname, La
vita domestica, il Costume) raccolgono collezioni di
diverso tipo legate ai mestieri agricoli e alle attività
artigianali. Tra i vari oggetti esposti mi sento in
obbligo di segnalare i bellissimi frantoi o "Gumbi"
risalenti al XIX secolo, le vasche in marmo di Carrara
datate 1606, impiegate come misura di capacità
per l'olio e recanti lo stemma crociato ascrivibile
alla Repubblica di Genova; e ancora potrete vedere,
la Raganella o Taravella, ovvero uno strumento usato
durante la settimana Santa per mezzo del quale, manovrandolo
con movimento rotatorio e regolare, si ottiene un caratteristico
rumore e il Crepitacolo o Batturezza anch'esso strumento
in uso durante la settimana Santa composto da due maniglie
metalliche. (Entrambi gli strumenti, così come
la Cappa dei Disciplinanti, risalgono al XIX secolo).
"A scuola d'Ormeasco"
Avendo degustato il mitico Ormeasco è
giusto qui ricordare le caratteristiche essenziali:
è un vino rosso prodotto a Pornassio ottenuto
da vitigni per il 95% di Dolcetto. È suddiviso
per gradazioni, in: Ormeasco (11°) e Ormeasco Superiore
(12,5°); quest'ultimo deve raggiungere necessariamente
i 12 mesi d'invecchiamento. È un vino dal colore
rosso rubino con riflessi porpora e un profumo fragrante
e fruttato con sentori di ciliegia e violetta, vinoso
da giovane. Il sapore, dopo l'affinamento, da asciutto
e spigoloso diventa armonico, evidenziando colore, morbidezza,
sapidità e continuità.
”Il sistema carsico del Buranco
di Bardineto”
Dopo fior di leggende sul Buranco non
potevano mancare un po' di informazioni tecniche gentilmente
concesse con passione e “simpatia” dal Gruppo
Speleo Savonese. II Buranco è la grotta di maggiore
sviluppo di tutto il sistema carsico di Bardineto; si
apre a una quota di 685 m. ed è posizionato a
destra della Strada Provinciale Bardineto - Calizzano.
La grotta mostra uno sviluppo complessivo di ben 2 chilometri
di cunicoli e gallerie distribuiti su un dislivello
di 100 m. Le gallerie si articolano su 7 piani sovrapposti
collegati tra loro da ripidi passaggi. Era l'autunno
del 1986 quando il Gruppo Speleologico Savonese si interessò
alla grotta conducendo una ricerca dai risvolti sorprendenti
e straordinari tanto che in seguito l'accesso alla grotta,
per l'importanza dei ritrovamenti archeologici, venne
regolamentato con un cancello che impedisce il libero
accesso consentendo la visita previo accordo con il
Gruppo Speleo Savonese.
Era la mattina del 26 ottobre del 1986 quando il presidente
del Gruppo, dopo alcuni precedenti tentativi andati
falliti, portava a termine le operazioni di pompaggio
dell'acqua del sifone iniziale: un soffio d'aria fredda
cominciò a spirare tra il soffitto della grotta
e il livello d'acqua calante; da lì a poco il
Buranco avrebbe rivelato la propria natura di complessa
cavità sotterranea. Le scoperte si susseguirono:
nella cosiddetta “Sala Orsi” furono ritrovati
teschi e frammenti di ossa di Ursus Spelaeus e sempre
nelle vicinanze un dente di rinoceronte (Dhinocerinus
di Merck). In seguito le ricerche portarono al sensazionale
rinvenimento di utensili usati dall'uomo preistorico
risalenti a 100.000 anni fa che risultano essere i reperti
più antichi dell'intera Val Bormida. Una curiosità:
esiste un catasto delle grotte e la sigla LI Sv 364-1364-Buranco
di Bardineto è il numero di catasto della grotta.
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