Castelvecchio
di Rocca Barbena
E’ difficile parlare di una località
senza menzionare i suoi abitanti.Se poi,nel caso specifico,uno
di loro,è un simpatico ristoratore col pallino
della politica,la nostra visita a Castelvecchio di Rocca
Barbena può cominciare in tutta tranquillità
davanti a un buon bicchiere di vino servito con cortesia.Lo
sguardo del mio interlocutore è penetrante;folte
sopracciglia ne incorniciano il volto che rimanda a
un’antica fierezza tutta longobarda.E’ Antonio
Rocchelli,il mitico oste dell’Antica Osteria alla
Posta,nonché Assessore al comune di Castelvecchio….L’atmosfera
è rilassata,quasi d’altri tempi.Quì
da Antonio sono oramai di casa.L’ambiente nel
quale accoglie la sua clientela di buongustai sembra
fatta apposta per offrire rifugio e accogliere il moderno
pellegrino che arriva in quest’angolo di Liguria.Il
ristorante,ricavato da un’antica costruzione in
parte scavata nella roccia,emana la passione e la dedizione
che Antonio e sua moglie Liliana vi hanno trasmesso.Si
ha la sincera impressione di entrare nella nostra casa
di sempre,di ritrovarci intorno al focolare che un tempo
vedeva riunirsi i componenti di tutta la famiglia…un
qualcosa che per noi che veniamo dalle grandi città
non è più neppure un ricordo.La prima
curiosità legata anche alle vicissitudini del
borgo riguarda proprio Antonio e Liliana.La domanda
sorge spontanea:che cosa li ha portati ad aprire questo
“paradiso” della ristorazione in un borgo
dell’entroterra ligure?Antonio sorride.Per raccontarne
la storia dobbiamo fare qualche passo indietro,quando
lui e sua moglie abitavano a Milano.Tutto cominciò
con la passione per la buona cucina e l’idea di
organizzare delle cene per la loro cerchia di amici.La
mano di Liliana,di origini triestine,riscuoteva un notevole
successo…Accadde che qualcuno parlò loro
di un piccolo borgo medioevale arroccato sulle montagne
di Albenga e pressoché disabitato:Castelvecchio
di Rocca Barbena ….Le famiglie del posto si contavano
oramai sulla punta delle dita e il paese sembrava destinato
all’abbandono..Molte case giacevano in rovina
e altre avrebbero avuto la medesima sorte se non fosse
stato per l’amore e la “santa e provvidenziale”
passione di molti “foresti” giunti nel corso
degli anni.Anche Antonio e Liliana vi arrivarono rabboccandosi
le mani e credendo in quel borgo che rischiava di scomparire.E
così Castelvecchio rinacque arrivando a essere
l’incantevole gioiello,un posto da sogno che ancora
oggi incanta e stupisce chi vi giunge.Se arriverete
a Castelvecchio di fretta il mio spassionato consiglio
è quello di procedere oltre:un paese come questo
merita una visita a base di calma e silenzio.Dovrete
dimenticare di guardare l’orologio e soprattutto
di usare il telefono cellulare (qui a Castelvecchio
la diabolica tecnologia tarda magicamente ad arrivare!!!).Solo
in questo modo assaporerete la quiete di questo pugno
di case “fiorite”come gemme dalla nuda roccia
della montagna…uno spettacolo di architetture
medioevali che sa di fiaba.Il castello dei Del Carretto
corona impeccabile quest’insieme di carruggi,gallerie
,sottopassi e crotte.Prima di cenare dall’oste
“longobardo” consiglio d’imboccare
l’antico sentiero che dal paese porta agli imponenti
ruderi del castello di Zuccarello:all’ombra degli
ulivi,della vite,circondati da antichi boschi,godrete
di puri attimi di serenità davvero indimenticabili.
Brani tratti da “Sui Sentieri
dello spirito.Invito alla riscoperta della tradizione
attraverso inediti itinerari fra storia,leggenda,gastronomia”.
L’Entroterra di Loano e la
Val Neva.
L’Entroterra d’illustri memorie.
“…Un gran nuvolone nero sorgeva
alle spalle di Rocca Barbena,la quale ostentava le punte
de’ suoi fianchi indorate dal sole.L’occhio
perdeasi meravigliato lungo la vallata del Revere e
del picco degli Alzabecchi,sulla cui cima appariva l’umile
croce di legno,ch’è presidio e conforto
al luogo deserto;l’aria fremeva umile e greve,e
dalla bocca del Buranco parean giungere lamenti e sibili
sinistri”.Baccio Emanuele Manieri “La leggenda
del Buranco.Streghe,folletti e apparizioni in Liguria”
“Il sole è scomparso,tutto
è silenzio,il crepuscolo muore,le stelle cominciano
a scintillare su in cielo:si scinde il velo della danza
dei mondi”.Baccio Emanuele Manieri “La leggenda
del Buranco.Streghe,folletti e apparizioni in Liguria”
Giugno 2001.Cronaca gastronomica e
non solo dalla Rocca Barbena.
“…galeotta fu la cortesia
di quell’oste tanto accorto nel consigliarci i
vini,quanto attento a soddisfare l’appetito di
due baldi giovani che in quel caldo mezzogiorno di primavera
cercavano un fresco rifugio nei pressi della Rocca Barbena…”
Prelibatezze di un tempo si nascondevano
preziose dietro una rustica e simpatica insegna di legno
che così recitava:”Antica Osteria alla
Posta”.Una porta piccola piccola occhieggiava
all’ombra salutare di un ripido carruggio,scale
di pietra,una sala dal bel soffitto a volta,i riflessi
rosei dei muri e un bel camino…Il gioco era fatto.L’ambiente,fresco
e riposante,invitava alla calma.In sala apprezzammo
la delicatezza di Franca nel servirci e in cucina la
sapienza e l’abilità della cuoca Liliana.Già
l’immaginavamo quella quella “santa”donna
all’opera col mattarello a spianare la pasta per
i raviolini freschi di borragine,intenta a preparare
la tiepida zuppetta di farro o ancora a creare l’indimenticabile
crema alla vaniglia.L’Ormeasco svolgeva magnificamente
il suo compito dissetandoci,esaltando i sapori delle
pietanze,amplificando la gioia:lo ricordo quale nettare
prezioso,inebriante,che già ci faceva correre
col pensiero a immaginarie quanto seducenti castellane
in nostra attesa tra le mura del castello.Così
mi piace ricordare il nostro arrivo e la deliziosa sosta
in quel di Castelvecchio di Rocca Barbena,il cui nome
già parlava di storie antiche.E ancor più
dolce ci apparve,a stomaco pieno,il castello che per
incanto “sbocciava” solitario come un fiore
alpestre a noi che giungevamo dalla pittoresca Balestrino;un
castello che nei colori ci riportava alle sabbie fini
della riviera inondate dal sole del tramonto tra le
cui mura aleggiava ancora romantico il ricordo di Ilaria
Del Carretto,antica castellana.Come degna cornice della
rocca c’erano tante casette di pietra grezza,con
i tetti a terrazza,che sembravano precipitare da un
momento all’altro dallo sperone roccioso.Niente
paura!Era solo una fantastica illusione visto che il
paese-a quanto ci riferirono-qui adagiato dal XI secolo
vi sarebbe rimasto ancora per molto tempo…Davvero
miracoloso questo Entroterra ligure:un sapiente concentrato
di costruzioni mediterranee e fortificazioni in una
cornice di montagne inaccessibili.Notammo poi come questa
miscellanea architettonica qui a Castelvecchio non fosse
così strana:infatti si racconta che i primi abitanti
del borgo fossero giunti dalla costa,in cerca di un
rifugio dalle frequenti incursioni saracene e forse
inconsciamente vollero in questo modo tenere sempre
con sé il ricordo delle case così dolorosamente
abbandonate.Meditammo su quel passato lontano e burrascoso;sorseggiammo
il prezioso barolo chinato rifuggendo,per qualche ora,l’idea
di dover lasciare quel luogo che ci ristorava il cuore..
“Un affresco a Castelvecchio”
Lo scorgemmo casualmente,girovagando
per i bei carruggi di Castelvecchio;il sole già
calava con i suoi riflessi arancioni che diffondevano
calde sfumature sul muro della chiesa,quando apparve
quel viso di donna tanto malinconico quanto sfuggente
che pareva celare una storia dimenticata…congetture
di due giovani ispirati da un affresco da un affresco
di cui non si conosceva neppure l’autore?....Forse.Comunque
la giovane donna era lì,in un alone di assoluto
silenzio;al suo fianco vi era raffigurato un teschio
e sullo sfondo un mare scuro dall’aspetto poco
rassicurante;nessun’altra spiegazione o indizio
ci fu dato per questo misterioso ritratto,collocato
all’ombra di una meridiana,custode inesorabile
del tempo….I pensieri corsero inevitabilmente
agli antichi abitanti di Castelvecchio,ai fondatori
del paese,che giunsero tra queste montagne per sfuggire
a saccheggi e razzie.Ci domandammo se quelle ragazza
non fosse proprio una delle tante vittime delle barbarie,memore
di un amore portatole via da coloro che in tempi remoti,all’ombra
della Mezza Luna,giunsero a razziare villaggi inermi
di pacifici pescatori.
“Paese che vai,pane che trovi”
L’immagine di un antico forno all’aperto
a Castelvecchio di Rocca Barbena ci offre uno spunto
di riflessione riportandoci col pensiero a ritroso nel
tempo quando il pane era cibo “sacro” e
la sua produzione era un vero e proprio rito regolamentato
da leggi e statuti.Esistevano nei paesi forni pubblici
nei quali le famiglie,secondo turni stabiliti,portavano
il pane da cuocere;guai a quei fornai che si fossero
azzardati ad alleggerire le pagnotte loro affidate o
a non cuocerle bene:ad esempio gli Statuti comunali
di Triora riferiscono di un’ammenda di 30 soldi
nel caso il pane non fosse stato restituito tutto intero
nel capitolo “De pane bene coquendo”.Anche
a Tenda vigeva un monito simile,riportato negli statuti
del borgo,secondo cui:”…il pane va ben cotto
e ben condizionato e non mal cotto né abbracciato,sotto
pena…”.E’ chiaro dunque che il pane,oggi
alimento alla portata di tutti,prodotto con grande varietà
d’impasto,ognuno caratteristico del luogo d’origine,un
tempo rappresentasse un bene economico,inteso come grano
e farine,e soprattutto garanzia di sopravvivenza per
gli abitanti dell’entroterra,da sempre in lotta
contro carestie povertà.
“A scuola d’Ormeasco”
Avendo degustato il mitico Ormeasco è
giusto qui ricordarne le caratteristiche essenziali.E’
un vino rosso prodotto a Pornassio ottenuto da vitigni
per il 95% di Dolcetto.E’ suddiviso per gradazioni
in:Ormeasco (11°) e Ormeasco Superiore (12,5°);quest’ultimo
deve raggiungere necessariamente i 12 mesi d’invecchiamento.E’
un vino dal colore rosso rubino con riflessi porpora
e un profumo fragrante e fruttato con sentori di ciliegia
e violetta,vinoso da giovane.Il sapore,dopo l’affinamento,da
asciutto e spigoloso diventa armonico,evidenziando colore,morbidezza,sapidità
e continuità.
|