Le
Valli Merula, Lerrone, D’Arroscia Pennavaira
L'attuale itinerario si snoda attraverso
alcune fra le meno conosciute e più suggestive
valli dell'Entroterra Ligure che percorreremo nello
stile di questi "Sentieri dello Spirito",
andando a riscoprire la Tradizione in tutti i suoi aspetti
più interessanti. Le valli Merula, Lerrone, d'Arroscia,
Pennavaira saranno un ricchissimo terreno d'indagine
per la nostra ricerca. Abbandonata l'Autostrada ad Andora,
l'itinerario più consono sarà quello che
risalendo la VaI Merula ci porterà a visitare
tanti piccoli e antichi borghi a carattere rurale. Imboccheremo
la strada secolare che porta fino alla bellissima Pieve
di Teco (alla quale dedicheremo un paragrafo a parte),
percorso frequentato fin dalle epoche più remote.
Qui si adagiano case di pietra in perfetta sintonia
col territorio circostante, incastonate in una splendida
cornice di coltivazioni di vite, olivi, ortaggi curati
con la stessa passione di un tempo. II primo paese che
incontriamo è Stellanello, edificato intorno
a quello che una volta era l'antico castellarium dei
Clavesana (XII secolo) le cui tracce sono visibili presso
l'attuale cimitero. Sappiamo che nel 1305 il borgo godeva
di un suo governo indipendente presieduto da cinque
consoli rappresentanti le cinque parrocchie che formavano
il paese. Mentre gusterete l'ottimo vino passito prodotto
nella zona, sappiate che in frazione S. Gregorio potrete
visitare la chiesa più antica della valle e se
giungerete in frazione S. Damiano nel mese di settembre
mangerete il cinghiale con polenta distribuito durante
l’annuale sagra. Oggi Stellanello è un
florido centro per la produzione dell'olio extravergine
che si può acquistare direttamente dai produttori.
Una volta l'olio veniva prodotto negli antichi frantoi,
la maggior parte dei quali oggi sono ruderi: uno lo
si scorge vicino a Testico, alla confluenza del Rio
Sanguineo con il Lerrone.
Proseguendo lungo la strada arriviamo a Testico dove
si vede la bella chiesetta dei Santi Pietro e Paolo,
in stile barocco, dall'aspetto lindo e luminoso. In
frazione Arosio rimangono i resti del castello dei Doria
(XIII secolo) testimonianza del feudo appartenente alla
Castellania. La strada ci porta al Passo del Ginestro
che da una parte ci immette nelle valli dell'Imperiese
e dall’altra nella valle del Lerrone. Seguendo
quest'ultima direzione, attraversando uno scenario di
montagna davvero incantevole, raggiungeremo il comune
di Casanova Lerrone dove avrete la possibilità
di vedere le strettissime e scoscese vie in pietra a
picco sulla valle in frazione Vellego, l'altissimo campanile
con le case strette le une alle altre e, in frazione
Bassanico, nascosto dalla macchia mediterranea, il castello
Poggiolo voluto dai Lengueglia .La strada prosegue fino
a Garlenda, oggi località rinomata per i campi
da golf. A Garlenda, il cui nome discende dal celtico
"garlau" che significa “al di là”,
un tempo c'erano ben due castelli a difesa del suo territorio:
quello più antico, dei Lengueglia, sorgeva in
frazione Castelli, sopra un'altura in posizione strategica,
l'altro, Costa del Carretto, più dimora che maniero,
oggi è sede di eventi e manifestazioni culturali.
Siamo dunque nella grande piana di Albenga dalla quale
proseguiremo per altri due itinerari che ci condurranno
verso le Valli Arroscia e Pennavaira. Da qui in poi
il racconto di storie, leggende e antiche usanze ci
accompagnerà in una specie di viaggio a ritroso
nel tempo. Il primo percorso ci porta in quel di Ortovero,
nato dall'antico insediamento romano di Ortus Veriis,
il cui nome richiama la fertilità di queste terre;
un'altra tradizione invece lo farebbe discendere dall'Hortus
Verii, cioè l'orto di Publio Vero, patrizio romano
che qui ebbe la sua dimora. Sulle sue proprietà
sarebbe poi nato il primo nucleo abitato, anche secondo
una testimonianza riportata su una lapide romana affiorata
nei pressi di Albenga. Vicino a Ortovero c’è
Pogli, borgo a carattere militare e di difesa, costruito
allo sbocco della piana; risalente al 1288 conserva
ben 5 torri e parte della cinta muraria. In frazione
Pozzo sono visibili i resti di un antico insediamento
nei pressi di quello che fu il duecentesco castello
dei Clavesana. Per facilitare la vostra meditazione
sui tempi che furono consiglio di godervi l'atmosfera
ospitale delle trattorie della zona dove assaggerete
i piatti di funghi e le anguille innaffiate dal Pigato
e dal Rossese. Dopo questa gustosa sosta proseguiremo
per Castellaro, il cui nome la dice lunga sulla sua
stessa origine: infatti proprio uno degli antichi castellarium
divenne castello per volere dei nobili De Quadraginta
e intorno ad esso, nel XI secolo, sorse il paese. Sui
resti di questo castello tra il 1619 e il 1634 furono
costruite le chiese di S. Pietro in Vincoli e dell'Assunta;
nella prima è conservato un crocefisso ligneo
ritenuto miracoloso. Esiste pure un castello, dimora
originaria della famiglia Gentili, che sorge con le
sue torri nel centro del paese. Rimanendo a Castellaro
consiglio di assaggiare il Fugazzun, torta di zucca
e verdura, che vi sazierà genuinamente mentre
ascolterete la storia di un ennesimo processo di stregoneria
qui avvenuto. Cinque sfortunate innocenti furono accusate
di orrendi misfatti senza alcuna prova se non la loro
confessione sotto tortura; negli atti del processo compare
una certa Peirineta Raibaudo accusata di essere andata
in piena notte sul sagrato del paese sotto forma di
gatto e di aver causato con i suoi malefici la morte
di bambini e di persone innocenti durante la celebrazione
di sabba osceni. Costei ammise di aver addirittura usato
una speciale polvere magica a base di dragoni, polvere
di rospi e ossa di morti. Il tribunale ne sentenziò
la morte: fu strangolata a un palo sulla piazza, bruciata
e le sue ceneri disperse nel vento. Sarà ancora
l’etimologia di origine celtica ad introdurci
nel nuovo itinerario che ci condurrà in Val d’Arroscia.
Partiremo dal borgo di Ubaga, comune autonomo già
in epoca lontana, il cui nome deriva da quei "famosi"
Eubages, sacerdoti celtici, che abbiamo già incontrato
in VaI Nervia. Anche Bacelaga, altro centro abitato,
ha origini nel celtico "Wassergus" che significa
"luogo scosceso", riferibile alla vasta depressione
situata a oriente del paese dalla quale sono spesso
affiorate tracce significative di un passato lontanissimo:
conchiglie fossili e manufatti umani quali una tavola
da bastimento, borchiata con chiodi. In epoca più
recente i valligiani si recavano in questa particolare
zona per procurarsi i banchi di travertino da utilizzare
come macine per mulini e frantoi. Essendo in tema di
storia ci concederemo una breve parentesi circa alcune
curiose vicende riguardanti le cinque valli. Un destino
simile ha accomunato per esempio i castelli di Aquila,
Ranzo e Ubaga che in una sola notte furono tutti dati
alle fiamme nel corso di una rivolta popolare preparata
meticolosamente quasi a sancire la fine dell'epoca medioevale.
Una leggenda riporta che a Pieve di Teco, in alta VaI
d'Arroscia, il marchese del castello, prepotente e arrogante,
fu rinchiuso in una botte dai sudditi inferociti e scaraventato
giù da un'altura finendo poi nel fiume sottostante.
A Rezzo, per restare in tema di rivolte popolari, i
contadini vessati e vittime di angherie come lo "Jus
Primae Noctis", si levarono a tumulto assediando
il castello; il castellano affacciatosi alla finestra
per calmare gli animi fu accolto da una violenta sassaiola
che lo convinse ad abbandonare l'edificio attraverso
un passaggio segreto. La dimora fu poi data alle fiamme.
Avendo citato prima il borgo di Rezzo ricorderemo una
delle sue leggende più famose. Si racconta che
nei secoli passati alcuni giovani del luogo, stanchi
delle prepotenze del signorotto locale cercarono di
liberarsene sparando contro la sua portantina. Costui,
scampato all'attentato, diede ordine ai suoi soldati
di saccheggiare il paese. Fu così che avvenne
il miracolo: tra i vigneti apparvero sotto forma di
fiammelle le anime dei morti a difesa del paese; i soldati
fuggirono terrorizzati e da allora, ogni mese di marzo,
si celebra una funzione in onore dei defunti, in memoria
dello straordinario avvenimento.
Sul contrafforte posto alla fine della piana ingauna
che divide la VaI Pennavaira dalla Valle d’Arroscia,
si vedono le rovine di un maniero che forma un triangolo
ideale con gli altri due castelli di Alto e Nasino.
Nella zona prospiciente ai ruderi lungo il corso del
fiume Pennavaira, si nota un grande masso erratico,
alto qualche decina di metri; la tradizione popolare
l’ha sempre chiamato "Palla di Rolando",
in onore del mitico paladino delle Langhe che giunse
in queste terre per combattere in nome della libertà
contro i Saraceni. Si dice che proprio intorno a questo
masso le “basure” si radunassero la notte
e che alcune, ferme rispettivamente presso i tre manieri,
si lanciassero il masso fra loro giocando così
a palla; ciò, accadeva nelle notti di tempesta,
quando la luna era oscurata e il tuono rumoreggiava.
All'alba ogni traccia di quei diabolici incontri scompariva.
È storia certa invece di quanto il castello d'Aquila,
risalente al 1090, oggi imponente rudere vicino al paese,
proprietà dei Clavesana, abbia condizionato profondamente
le vicende dell'abitato, tanto da campeggiare tuttora
sullo stemma comunale.
Il castello di Nasino, viceversa apparteneva ai Marchesi
Del Carretto di Balestrino fino a quando fu ceduto dalla
Repubblica di Genova ai Savoia (1735-1736). Sempre i
Clavesana possedevano altre fortezze nei pressi di Onzo,
Conscente e Castelvecchio oggi scomparse. Il più
delle volte le stesse famiglie nobili, seppur legate
da vincoli di sangue, entravano in aspri conflitti intestini
per il dominio sui feudi; nella già visitata
Val Lerrone ad esempio, i Lengueglia contendevano le
terre ai Casanova. Abbandonando momentaneamente il periodo
feudale, che riprenderemo visitando Pieve di Teco e
Pornassio, ci spostiamo di nuovo nella piana di Albenga
per seguire l'altro itinerario introdotto nel capitolo:
la Val D’Arroscia dove vedremo la graziosa Arnasco
immersa in una cornice di secolari muri a secco e ulivi.
Giunti in frazione Bezzo, con un po' di difficoltà,
riconosceremo alla nostra destra l'originario castello
della famiglia Cazzulini, oggi inglobato in una villa
ottocentesca e perciò rimaneggiato profondamente
nella struttura. In frazione Chiesa sono presenti i
resti di quello che fu il castello dei Del Carretto
risalente al XIII secolo. Da non perdere è poi
la chiesetta di San Pantaleo in località Menosio.
Gli amanti delle curiosità potranno vedere la
famosa torre di Davì, una bizzarra costruzione
conica di pietra che la tradizione vuole sia stata eretta
da una sola persona a perenne testimonianza della civiltà
dei muri a secco. Dal 1986 la locale Cooperativa di
olivicoltori ha creato l’interessante Museo dell'Olio
e della Civiltà contadina che conserva preziosi
e introvabili manufatti legati alle attività
nei campi. Ad Arnasco la coltivazione dell'ulivo è
vecchia di secoli e l'extravergine che si produce è
davvero di gran qualità. La strada ci invita
poi a proseguire per Vendone che con le sue frazioni
saprà offrirci interessanti spunti di riflessione.
La frazione Castellaro è per eccellenza il luogo
dove le suggestioni millenarie e visioni ancestrali
di un artista moderno, lo scultore Reiner Kriester,
hanno dato vita a uno scenario surreale: la torre esagonale,
alta 25 metri, vestige dell'antico castello dei Clavesana,
il più imponente della zona, si staglia nell'azzurro
del cielo circondata da impressionanti sculture megalitiche
che a molti ricorderanno i famosi complessi di dolmen
e menhir di Stonhenge e Carnac. Altra sosta doverosa,
a pochi chilometri più a monte di Castellaro,
è il paese di Curenna con le sue case pittoresche
costruite a strapiombo sul rio Paraone, molte delle
quali conservano il primitivo aspetto fortificato, segno
dei tempi che furono. Passeggiando negli stretti carruggi
coglierete tutti gli aromi provenienti dai piccoli orti
e giardini strappati alla roccia. È giunto ora
il momento di andare a scoprire l'alta Valle Arroscia
ultima proposta di questo itinerario delle cinque valli.
Prima di partire ci lasceremo cullare per un istante
dalla poesia di una natura ancora intatta. Ecco qui
di seguito un brano tratto dal mitico e già citato
libro del Maineri…
''Il sole accarezzava in un amplesso d’amore i
monti e il piano; una lieve auretta m'agitava i capelli,
e il cielo sorridea nella sua diafanità splendida
e arcana… Le acque del torrente scorrevano saltellanti
mandando lampi d'oro, un anelito di vita s'elevava dalla
campagna, esuberante di vegetazione rigogliosa. A quella
scena d'incanto, ch'era un inno d'amore, sospirai: "Tu
sola, o Natura, sei sempre giovane e bella! Ave a te,
alma madre, nostra Dea immortale"
L'alta Valle Arroscia... sulle tracce
del dio Theutates
È di circa 22 chilometri, ricchi di curve, con
un asfalto al top, (...vero paradiso per i motociclisti),
la distanza che separa la piana di Albenga da Pieve
di Teco, centro principale dell'alta valle con origini
antichissime. Il nome del paese deriverebbe dal termine
Theutates, il preistorico e sanguinario dio della guerra
celtico, del cui culto sono rimaste molte tracce concentrate
presso la "Pietra delle croci", così
chiamata per le decine di croci a bracci uniformi che
ne ricoprono la superficie, testimonianza del mondo
pagano. Ma non e tutto: la tradizione ci suggerisce
che questa pietra fu un’area dove con molta probabilità
i Druidi sacrificavano bianchi tori durante una mistica
cerimonia che celebravano avvolti in candide vesti con
l'immancabile ramo di quercia in mano. Si dice poi che
i bardi, durante il banchetto che seguiva la cerimonia,
intonassero il loro canto in onore degli spiriti del
luogo. Il diffuso simbolo precristiano, presente sulla
Pietra, chiamato in seguito svastica, non sarebbe ad
altro servito se non a sancire il legame con la divinità
nella certezza di una vita oltre la morte. A conferma
di questa tesi ci sarebbe un'urna cineraria rinvenuta
nei pressi del borgo di Ranzo nel 1718 la cui iscrizione
"L. Paccio in aethera soluto-adesto Theutates"
è una semplice invocazione a Theutates affinché
accetti nell’alto dei cieli l'anima del defunto
Lucio Paccio, preistorico abitante della zona. Se così
non fosse avvenuto, secondo l'ancestrale convinzione,
l'anima del defunto avrebbe continuato a vagare, vittima
della furia dei venti, fra atroci sofferenze, spaventando
i vivi, e gemendo delle foreste, come si asseriva nelle
leggende del luogo. E a proposito degli antichi liguri
eccone una significativa descrizione...
"Quei nostri protoparenti andavano armati di archi,
di frecce, di fionde; poi si provvidero di ferree spade,
di piccole scuri, di scudi bislunghi, e si difendevano
imperterriti, o assalivano il nemico con grida altissime,
il nemico spaventato e indeciso. Rudi erano e parchi
di cibo - radici, orzo e frutta - estinguendo la sete
con acqua, latte e amara cervogia. Piccoli e macilenti,
folta portavano la barba, lunghissima la capigliatura
ondeggiante, vestiti di un rozzo giaccone incappucciato,
fatto di pelli di pecore, d'inverno con la lana sulle
carni, rivoltato d'estate: coperte le spalle con mantelli
delle uccise fiere, stretta ed alzata la tunica con
la cintura... "
Tornando al nostro itinerario eccoci a visitare la Pieve
di Teco del "terzo millennio" che vi colpirà
per la bellezza dei quattrocenteschi portici retaggio
del suo passato mercantile; infatti Pieve di Teco, un
tempo piazza-mercato sulla strada tra Liguria e Piemonte,
era sede di due fiere annuali; camminando nella via
principale si ha la sensazione di visitare le botteghe
e i magazzini di una volta che fino al secolo scorso
ricevevano le merci dalle carovane di muli che, qui
numerose transitavano. Pieve di Teco si è sviluppata
nei secoli, all'ombra dell'antico castello dei Clavesana
conservando a tutt'oggi quell'atmosfera medioevale che
si respira tra i vetusti carruggi attraversati dagli
archetti e nei fregi dei sovraportali in ardesia o ancora
nei capitelli paleocristiani inglobati in costruzioni
più recenti. La frescura di cantine e negozi
dall'aspetto rustico e semplice sarà in estate
un'occasione propizia per sfuggire al caldo, degustando
i preziosi vini locali: i mitici nostralini sia bianchi
che rossi e l'altrettanto pregevole Dolcetto gustoso
in special modo se proveniente dalle località
Ligassorio e Acquetico. Non mancheranno certo per i
golosi i salumi, tra i quali spiccano per bontà
le salsicce crude, meglio ancora se accompagnati dal
particolare pane prodotto in grandi forme come una volta
e dai genuini formaggi. Consigliabile è anche
una visita al bellissimo ex convento degli agostiniani
con il chiostro cinquecentesco sorretto da pilastri
ottagonali, oggi adibito a edificio scolastico. Lasciata
Pieve di Teco proseguiremo fino alla frazione dei Ponti
di Pornassio, degno di una piacevole sosta. Fondata
intorno al 1200, Ponti, attraversata dal ripido corso
dell'Arrogna, è il tipico borgo isolato con le
case di pietra abbarbicate e strette le une alle altre
a picco sul torrente. Alcune abitazioni recano fregi
e bassorilievi datati 1447; attraverseremo lo stretto
ponte per risalire lungo il carruggio principale dove,
superato un sottopasso sorretto da colonne di pietra,
alla nostra sinistra scorgeremo la ruota di ferro di
un mulino ad acqua, ultima testimonianza dei moltissimi
mulini un tempo presenti nella zona. Durante la mia
visita a Ponti sono venuto a sapere da una persona del
posto che gli originari torchi insieme alle ruote e
alle macine erano diventati oggetti da museo e per questo
trasferiti ad Albenga, ad eccezione di quella ruota
in parte occultata dalla vegetazione. Una leggenda però
era nata a memoria di quel laborioso passato: nelle
notti di vento quando le ruote di legno, spinte dalla
forza delle intemperie, scricchiolavano emettendo sinistri
cigolii, gli anziani dicevano che quei rumori erano
le voci delle anime dei vecchi padroni che tornavano
a visitare i loro mulini memori della vita precedente.
Proseguendo lungo la strada, dopo una visita alla loggia
medioevale nel centro di Pornassio, sosteremo da uno
degli ultimi produttori per la degustazione dei mitici
formaggi fatti di pura panna prodotti durante il periodo
dell'alpeggio; assaggeremo fra tutti il famoso "pecorino
delle navette", proveniente dai verdissimi pascoli
di quota 1000-1200 metri, dove l'erba è più
sostanziosa e saporita. Raggiungeremo poi Mendatica
che la storia vuole essere stata fondata da alcuni abitanti
di Albenga che verso la metà del VII secolo sfuggirono
alle invasioni dei longobardi. Il paese conserva un
aspetto rustico, che regala agli amanti della vita contadina
immagini uniche: sarà bello vedere i vecchi fienili
con le lunghe scale di legno ancora utilizzate per trasportare
ai piani superiori il foraggio essiccato. Tra Mendatica
e Cosio d'Arroscia, a mezza costa, in uno scenario campestre
di grande pace, si erge una rustica e solitaria pieve
che offrirà conforto e ristoro all’ombra
della sua loggia. È la Madonna dei Colombi, solare
esempio di architettura religiosa d'alta valle. Curva
dopo curva, un cartello ci indica il comune di Cosio
d'Arroscia riassumendoci brevemente anche la storia:
"Cosio d'Arroscia - già sede di una villa
aziendale romana sul "cuneus medianus" - sede
del "castrum Cuxii" sul "Cuneus Castrii
Cuxii" - della Castellania Cuxii estesa all'alta
VaI d'Arroscia e alI'alto Tanaro"
Anche a Cosio il tempo sembra essersi fermato: ne avrete
la sensazione perdendovi nelle vie formate da bui sottopassi
con soffittature annerite dalla fuliggine delle fiaccole
che fino al secolo scorso servivano come illuminazione
notturna. Vedrete il bel campanile della chiesa con
bifore in stile tardo-romanico del XIV secolo occhieggiare
dall'alto di quell'intricato dedalo di stradine sulle
quali si affacciano le porte socchiuse di profondissime
cantine che potrebbero suggestionare le fantasie più
fervide, nascondendo chissà quali misteri...
non temete, seppur in pochi, gli ultimi contadini rimasti
continuano a sfruttare queste "grotte tenebrose"
per mettere a stagionare i saporiti prosciutti di cinghiale
il cui profumo, pur diverso, è apprezzabile quanto
quello delle fioriture di lavanda presenti in molti
giardini. Per concludere riportiamo un commento, magari
non troppo benevolo, nel volgere lo sguardo alle vestigia
medioevali fino ad ora visitate recanti tutto il fascino
di un passato oscuro e burrascoso...
"E rimangono, tuttavia, quei ruderi con fantasiose
storie da narrare sulle vicende di una vita tumultuosa;
ogni castello ne ha una particolare, intessuta di soprusi
e di vendette, di amori e gelosie, di glorie e sventure.
Se poi lasci vagare un po' la fantasia, ti par vedere
aggirarsi su quel luogo misterioso sembianze di dame
e cavalieri, di paggi, trovatori e menestrelli, o, vaganti,
a notte atra, spettri di personaggi segretamente trucidati
nei sotterranei, e sentire infine, negli intimi segreti
delle alcove i sospiri allettanti delle cortigiane o
della seducente castellana in cerca di uno svago per
rompere la monotonia della lunga solitudine".
La Compagnia della Buona Morte
In queste valli una profonda religiosità
dai tratti a volte arcani e inspiegabili animava le
popolazioni di montagna, dando vita a particolari dimostrazioni
di fede. Nel medioevo si diffuse, sopravvivendo fino
al secolo scorso, la “Compagnia della Buona Morte”
caratterizzata dalla cappanera, indossata per celare
il volto e simboleggiare la penitenza e l’umiltà
dei Confratelli, e dal gonfalone, portato in processione,
con impressa l’effigie di uno scheletro con la
falce. I Confratelli avevano libero accesso a ogni luogo
e portavano pesanti scuri nel caso si trovassero a dover
entrare in luoghi sbarrati. Ancora gli stessi godevano
del privilegio, durato fino al secolo scorso, di essere
inumati in tombe aperte. Della Compagnia della Buona
Morte si ricordano ancora in tutta la regione l'austerità
e il profondo senso di dolore manifestato durante le
lunghe processioni del venerdì santo, caratterizzate
da commoventi liturgie. Anche la popolazione non era
da meno nel partecipare con genuino sentimento ai riti
della notte dei Morti; ad esempio ad Ortovero e ad Aquila
ci si radunava nell'oratorio per celebrare una lunghissima
cerimonia che ricreava il trascendentale sodalizio con
le anime dei defunti nominando uno ad uno i nomi dei
propri cari riportati su fogli ingialliti e consunti
dal tempo risalenti addirittura ai primordi di quella
misericordiosa istituzione.
Arnasco, le origini...
La fondazione del primo nucleo abitato
ce la indicherebbe una tradizione secondo cui l'imperatore
romano Aurelio proprio qui, nella pianura di Arveglio,
avrebbe lasciato una guarnigione delle sue legioni ordinando
la costruzione di un'area sacrificale in latino "ara
nascitur" poi storpiato in Arnasco. In seguito
alle molteplici invasioni barbariche unite a quelle
forse ancora più terribili di formiche devastatrici,
gli abitanti cercarono scampo più a monte, abbandonando
le originarie abitazioni; non è un caso che proprio
nei pressi dell'antico sito siano rimasti i ruderi di
una chiesetta e di povere case, vecchie di secoli.
Civiltà dell'olivo.
La cultura contadina ha le sue radicate
credenze e convinzioni; eccone qui di seguito alcune
legate alla coltivazione dell'ulivo.
Si credeva l'olivo fosse il legno migliore e il più
adatto per costruire le culle dei neonati dal momento
che gli si attribuiva un'innata capacità di allontanare
il malocchio; molto probabilmente tale credenza affondava
le sue origini nelle reali caratteristiche del legno
stesso: infatti l'ulivo subiva particolari trattamenti,
quali la stagionatura nella calce, che lo rendevano
incredibilmente immune al tarlo e all'umidità
oltre ad accrescerne la durezza e il profumo.
Antiche usanze in Val d'Arroscia.
L'odierno albero della cuccagna che appare
in tante sagre locali a Pornassio, Pieve, Aquila altro
non sarebbe che un retaggio dei bei tempi andati, quando
sullo spiazzo, vicino al castello, il primo maggio,
si ergeva un pino altissimo, levigato e ripulito dai
giovani del paese sotto al quale, dopo la messa, si
aprivano le solenni danze alla presenza del signore
del luogo. Solitamente era quest'ultimo a dare inizio
ai festeggiamenti danzando con la sposa che più
di recente era convolata a nozze.
Un'antica diatriba a Conscente
Conscente è un piccolo borgo sulle
rive del torrente Neva che vicino all’abitato
scorre tra suggestive gole e anfratti tutti da scoprire.
Il paese conserva la struttura tipica del villaggio
con case e stradine a ridosso le une alle altre formando
così il già visto labirinto di scale in
pietra, archi e fontane che accomuna molti borghi dell'Entroterra.
Due edifici imponenti dominano Conscente: il castello,
oggi residenza privata e il "Casotto", curioso
edificio annesso all'antica chiesa parrocchiale. Una
targa marmorea, murata nei diversi lati del "Casotto",
ricorda una vecchia diatriba la cui memoria si è
conservata fino ai giorni nostri. Così recita
l'iscrizione:
"Tutta questa casa detta il casotto nonostante
le pretese del reverendo Parroco (sacerdote Luigi Brusco)
e del comune di Zuccarello fu riconosciuta di libera
proprietà dei Conti Costa Marchesi Del Carretto
di Balestrino come da sentenza del tribunale Provinciale
del 21 febbraio 1857 con condanna dei convenuti nelle
spese".
Vignoletto e Colletta di Castelbianco,
due borghi medioevali dai destini diversi
In questi "Sentieri dello Spirito"
mi sono proposto non solo di cercare la Tradizione oramai
perduta, ma anche di indicare i luoghi dove essa sopravvive
in perfetta simbiosi con le necessità dell'uomo
moderno. Visitando la Val Pennavaira due località,
diverse tra loro, mi sono sembrate particolarmente significative.
La prima è la frazione di Vignoletto, a pochi
chilometri da Nasino; una stretta stradina conduce a
una piccola borgata di case di pietra, alcune abitate
dagli ultimi anziani del paese, ma la maggior parte
completamente vuote. Ho avuto la fortuna di visitarne
una, constatando con piacere e anche con malinconia
quanto le tracce della vita passata siano difficili
a scomparire: rimanevano ancora gli attrezzi abbandonati
nel granaio, le nicchie che un tempo fungevano da scaffalature
e le pareti con le travi annerite dal fumo dei camini.
Tutto intorno era calato il silenzio più assoluto,
interrotto dai fruscii dei gatti selvatici nascosti
tra piante e rampicanti. La Vignoletto di oggi è
dunque questa, addormentata fra muri a secco, ulivi
e rigogliosi orti segno di un antico amore per la terra.
Difficile prevederne un recupero almeno in tempi brevi.
L'altro esempio, rimanendo sempre in VaI Pennavaira,
è Colletta di Castelbianco, il cui ripristino,
se da un lato ci rincuora per la pregevole iniziativa,
dall'altro susciterà certamente riflessioni e
critiche per le soluzioni adottate, soprattutto tra
gli appassionati di vita e storia medioevale. Ma andiamo
per gradi; nelle guide turistiche di qualche anno fa
Colletta veniva indicata come un nucleo di case antiche
e abbandonate che nel loro pittoresco "degrado"
suscitavano l'interesse di turisti e curiosi dall'“obbiettivo
facile”… Le cose cambiarono inaspettatamente
grazie all'ambizioso progetto dell'architetto Carlo
De Carlo: le case furono ristrutturate utilizzando materiali
e tecniche "tradizionali" rispettando il più
possibile l'immagine di borgo medioevale, nonché
la struttura stessa dell'abitato definita da De Carlo
a "sistema crostaceo" poiché profondamente
condizionata dal terreno su cui sorge. Nel ricreare
la "magica" aurea dei secoli andati si è
voluto anche prevenire quegli inconvenienti legati all'isolamento,
sintomatico della vita tra queste montagne. Cosi Colletta
è stata dotata di tutti i più moderni
e sofisticati sistemi di telecomunicazione... un esempio?
Il Telecaffè con le sue postazioni per navigare
in internet... A voi il giudizio dopo una doverosa e
piacevole visita.
Pieve di Teco e Pornassio nelle Illustri
Memorie
Prima del mio arrivo un "certo"
Mario Soldati visitò entusiasticamente Pieve
di Teco e Pornassio; ecco il ricordo:
"Cominciamo da Pieve di Teco, la capitale silvestre
di questa enclave: la più meravigliosa, forse,
di tutte le meravigliose enclaves del retroterra della
Riviera di Ponente, dal colle di Cadibona fino alla
Valle della Roja... Pieve di Teco, capitale silvestre
dell'olio e dell'olivo. Antichissimo borgo, importante
nodo di traffici fino dal medioevo quando la civiltà
si imponeva con maggiore forza e con maggiore intensità
proprio nelle località più solitarie e
selvagge. Pieve di Teco ha un aspetto curiosamente composito,
ligure e piemontese insieme... I profondi portici da
un lato e dall'altro della via principale riflettono
questo duplice carattere, ogivali i primi, a tutto sesto
i secondi, e accolgono i moderni pellegrini, che fuggono
le turpitudini del secolo, infondendo loro uno straordinario
senso di pace e sicurezza". In quanto al vino Soldati
mostrava tutta la sua predilezione per lo Schiac-trac
"importato dalla tenuta dei Clavesana e vinificato
senza bucce. 13 gradi".
Proseguiamo con Pornassio... "II più spettacoloso
e originale paesaggio viticolo che abbia mai visto in
vita mia… Paesaggio decisamente alpestre. Ripidi
versanti tutto intorno, boschivi o prativi, con creste
che sfiorano e in molti punti superano i duemila. Ma
la conca centrale col suo altissimo campanile romanico,
è forse il più spettacoloso e originale
paesaggio viticolo che abbia mai visto in vita mia".
E ancora..."lo schiac-trac riesce solo qui, a questa
altitudine. Perché qui il terreno sa di zolfo.
Uno zolfo naturale, gradevolissimo".
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