Valle dell'Argentina... la Thule di Liguria.

Bella, bellissima, oserei dire mitica; anzi quest'ultimo termine più di tutti si addice a questa valle che risaliamo partendo dall'antica e ben conservata Taggia seguendo l’indicazione per Triora, borgo dell'alta valle e tappa obbligata di questo itinerario. Un raro ponte medioevale a 16 arcate è il biglietto da visita che questa valle porge al viaggiatore, nei pressi di Taggia. La strada si snoda in maniera davvero ardita risalendo il corso del torrente, l'Argentina appunto, il cui nome, secondo la Tradizione, deriverebbe proprio dalla brillantezza delle sue acque delle quali tuttora apprezziamo la limpidezza. Padre Ferrarroni, storiografo triorese, farebbe invece risalire il nome dell'Argentina (che fino al XVIII secolo si chiamava Tacua) a quello di un suo affluente, il ruscello Ossentina, il cui nome deriva dal latino Auxentina che significa uccellagione. Qui, come in altre valli dell'Entroterra Ligure, il corso d'acqua è stato fonte di vita e di sopravvivenza economica per gli abitanti della zona: ne sono testimonianza le decine di frantoi che un tempo costellavano la valle e producevano farina e olio di eccellente qualità. La memoria di quei tempi è rimasta nei toponimi (vedi la graziosa frazione di Molini di Triora che nel XIII secolo contava ben 23 mulini attivi sul suo territorio) e negli antichi gombi divenuti veri e propri oggetti da museo posti in bella mostra lungo i carruggi dei paesi o presso le moderne aziende artigianali produttrici d'olio. Ne vedrete diversi visitando Badalucco, primo abitato che attraversiamo, con una struttura tipicamente medioevale che ricalca schemi già visti in precedenza; intatti e pittoreschi sono in paese i due ponti che attraversano l’Argentina, uno dei quali, quello di S. Lucia, ha le due arcate asimmetriche e nel pilone centrale una cappelletta votiva risalente al XVI secolo.
Addentrandovi tra i carruggi del paese ammirerete più di quaranta opere tra dipinti, murales, sculture donate al Comune da molti artisti locali, e che sono in armonica simbiosi con strutture architettoniche secolari.
Per noi che veniamo dalla città i famosi tetti a "ciappe" rustiche esercitano un indiscusso fascino che sa di vetusto e di sopravvissuto; osservandoli sembrerebbero rivendicare il senso di quel passato in cui la pietra, lavorata dalle abili e sapienti mani degli scalpellini locali, diventava oggetto d'uso quotidiano e al contempo oggetto d'arte: per rendersi conto basterà guardare i campanili dell'oratorio di Nostra Signora della Misericordia e della Parrocchiale. Sul passato feudale le cronache riportano che Badalucco fin dal 1529 fu feudo dei Conti di Ventimiglia e che a dominare l'abitato c'era il loro maniero oggi scomparso; ma se dei castelli a volte non resta traccia, ben più difficile a scomparire è il ricordo, nella memoria popolare, delle usanze non particolarmente pudiche dei castellani. Si racconta del solito signorotto locale che, esigendo il diritto dello "Jus Primae Noctis", ricorse ai suoi sgherri, inviandoli al banchetto nuziale degli sposi; questi ultimi, insieme ad amici e parenti cacciarono malamente i messi; creatosi allora un clima rovente di rivolta, il feudatario, ravvedutosi, rinunciò ad esercitare il diritto forse memore anche della tragica sorte toccata ad altri suoi "colleghi" più testardi di lui... Addirittura si dice che fece dono agli abitanti del contado di parte dei suoi possedimenti per rappacificare gli animi. Seppur nell'entroterra all'ombra di impervie montagne, a Badalucco gusterete i sapori più intensi della cucina di mare con lo stoccafisso alla Badalucchese che nel mese di settembre è protagonista della "Sagra du Stoccafissu a baucogna"; se invece è l'olio la vostra sana passione, sappiate che qui l'extravergine di oliva taggiasca (razza di oliva D.O.C.) in alcuni frantoi, è tuttora ottenuto con gli antichi gombi di pietra... non ci credete? A voi la ricerca presso i numerosi produttori locali. Lasciata Badalucco la strada prosegue nell'incantevole scenario della valle che man mano, si fa selvaggio e incontaminato; indicazioni lungo la statale portano a paesi e frazioni ognuno dei quali meriterebbe una visita... Agaggio, Glori, la VaI Carpasina, Montalto, Andagna con la sua rocca, tutti veri e propri gioielli di architettura rurale con le loro case, le pievi, i santuari, i vecchi mulini e l'immancabile cornice di poderosi muri a secco. Questi ultimi mostrano una particolare e unica tipologia di costruzioni come le caselle e i "gias" di alta quota che meriterebbero un lungo discorso a parte e che sono rimasti a testimonianza di una cultura agro-pastorale oggi pressoché estinta.
Durante il tragitto è innegabile l'attrazione a livello di suggestioni, che il borgo di Triora, distante da noi ancora pochi chilometri, esercita per una storia davvero misteriosa e inquietante che dopo quattrocento anni attira ancora curiosi e turisti anche dall'estero e che ha consacrato alla storia Triora come il Paese delle Streghe.
Le domande si affollano nella mente: le streghe a Triora sono davvero esistite? Erano povere innocenti o pericolose adoratrici del Demonio? Domande che attendono risposte (abbiate pazienza!), ma, se il vostro desiderio è quello di conoscere una strega, il problema è presto risolto: a Molini di Triora incontrerete Angelamaria, a suo dire, discendente diretta di tale Franceschina, strega coinvolta nel processo di Triora, che saprà consigliarvi filtri magici e liquori a base di erbe della valle che fanno bella mostra dagli scaffali della sua bottega omonima sulla strada principale di Molini. Ma ecco che più su si intravede, incastonata nella roccia come un nido d'aquila, Triora che veglia da secoli sull'intera valle e sui suoi destini.

L'alta Valle Argentina

“Ben arivai 'n tera brigasca”
Il viaggio prosegue, come recita il benvenuto iniziale, in terra brigasca, vera e propria antica "riserva" etnica e linguistica oggi divenuta una realtà quasi in via d'estinzione, ma salvabile con lodevoli studi etno-antropologici. Causa di questo destino ingrato sono state essenzialmente le divisioni a livello politico che hanno spartito la terra brigasca prima tra Liguria e Piemonte e, dal 1947 dopo l'ultima guerra, tra Francia, Liguria e Piemonte; così i centri di Briga e Morignolo divenuti improvvisamente francesi si sono ritrovati al di là della frontiera separati dagli altri centri brigaschi quali Realdo e Verdeggia, rimasti Liguri, e da Piaggia, Viozzene, Upega, Carnino divenuti piemontesi.
Un popolo, quello brigasco, di marcata connotazione etnica, profondamente legato a un'economia agro-pastorale i cui ritmi un tempo scandivano la vita di intere comunità abituate all'isolamento e alla solitudine delle alte quote. Così da Triora proseguiamo alla volta di Realdo e Verdeggia, ultime roccaforti di questa cultura che certamente meriterebbe un lungo discorso a parte. È la cima del Monte Saccarello, il "tetto di Liguria", che con i suoi 2201 m. domina maestoso questi borghi; sulla strada per Realdo si apre la famosa gola di Loreto attraversata da un vertiginoso ponte la cui sola vista vi emozionerà non poco: costruito nel 1960 attraversa l'orrido a ben 112 m. d'altezza con una lunghezza di 143 m. per 8,20 di larghezza. Ma ecco che il primo borgo appare suscitando una certa meraviglia dovuta alla posizione in una cornice naturale, davvero impressionante: Realdo è "avvinghiata" a strapiombo a una falesia di calcari nummulitici che tuttora conservano nei loro strati fossili di animali microcellulari e che hanno subito la spettacolare erosione dagli agenti atmosferici. Oggi il borgo di Realdo, come quello di Verdeggia, appare un intatto abitato di montagna dove assaporerete la più genuina atmosfera della terra brigasca; le case, strette le une alle altre, conservano i tetti a ciappe in ardesia e le caratteristiche scale esterne a pioli; avrete poi la possibilità di visitare l’interessante grotta (Arma del Gran Marmo) poco poco distante dall’abitato (una delle tante presenti nel territorio), che tra il 2000 e il 1800 a.C. fu luogo di sepoltura di diverse persone, inumate con un ricco corredo funebre, oggi conservato in musei. L'arma altro non è che una piccola apertura nella roccia in una zona davvero angusta e scoscesa di notevole importanza in quanto testimonianza di antichissima presenza umana tra queste montagne all'apparenza selvagge e inospitali. È l'abitato di Verdeggia invece, l'ultimo di questo itinerario, con i suoi vasti pascoli davvero "verdeggianti", che ci riporta con la mente alle avventurose imprese dei pastori di un tempo così ricordate da Ernesto Caballo: "…limonesi, tendaschi, brigaschi erano tra i più abili spericolati mulattieri che si conoscessero, sfidavano d'inverno la tormenta sui due versanti del colle; 'erano i piloti dell'avventurosa strada Cuneo-Nizza e Cuneo-Ventimiglia... i muli di Limone, Tenda e Briga erano possenti, monumentali, resistentissimi; avanzavano durante le bufere tra trincee di neve; i conducenti davano loro pane, inzuppato nel barbera, e gli animali così ristorati proseguivano un po’ ebbri, solcando la neve a guisa di ruspe.” In primavera, in coincidenza con la permanenza in alta quota, alcuni pastori producono un formaggio assai ricercato dai buongustai: è il "bruzzu" formaggio molle ottenuto secondo un antico procedimento; il siero, di razza bovina brigasca, viene mescolato a un bicchiere di latte di pecora cui si aggiunge succo di limone e facendo poi bollire il tutto in un grande calderone. La ricotta successivamente viene posta su un piatto di legno dove ogni tre giorni viene impastata e, dopo quaranta giorni di stagionatura in celle di pietra interrate, è pronta per essere servita in tavola sola o come condimento di piatti tipici. E un detto di queste parti, in dialetto brigasco, sembra rafforzare l'idea che questo patrimonio stia andando scomparendo, a cominciare proprio da quelle terre dove secoli fa aveva preso vita…
"Vivéma témpi muderni, r në së sènt ciü r cant de páele e r përfüm de paelae"
(Viviamo in tempi moderni, non si sente più il canto delle padelle e il profumo delle castagne arrosto)

Taggia

Taggia, ovvero l'antica Tabia romana, con alle spalle una storia intensa e travagliata, è il primo paese che accoglie il visitatore sulla strada provinciale per la Valle Argentina. A pochi chilometri dal mare, Taggia conserva un'immagine davvero notevole del proprio passato di cui vi renderete conto girando nelle strade e nelle piazzette del bellissimo centro storico; qui noterete l’alternanza di portali e sovraportali in ardesia, di nobili palazzi, di lunghi portici sotto i quali si affacciano botteghe e attività commerciali, di chiese e antiche fontane. Nel corso dei secoli, per via della propria vitàlità commerciale, Taggia subì diversi saccheggi: i primi dopo la caduta dell’Impero Romano e i successivi per mano dei Saraceni. Tra gli attacchi più sanguinosi si ricorda quello del 1654 quando 3500 pirati turchi assalirono la città guidati dal pirata Luzzolino. Già a quell’epoca Taggia si era premunita erigendo bastioni, torri e fortificazioni che la preservarono dalle distruzioni. L’operosità di questa piccola comunità, divisa fra cultura e attitudine al commercio marittimo è senza dubbio retaggio della presenza dei monaci benedettini che, nel XII secolo, provvidero all’insegnamento e alla diffusione della coltivazione dell’ulivo e specificatamente di una varietà detta poi “Taggiasca”; fu così che nacque quell’olio leggermente fruttato e vellutato che ancora oggi è considerato uno dei migliori a livello nazionale; da allora il commercio si sviluppò ulteriormente e anche popolazioni del nord Europa giunsero a Taggia in cerca di olio e tessuti preziosi. Tornando alla città, ecco alcuni scorci davvero imperdibili che vi suggerisco in questa piacevole tappa: Palazzo Spinola (edificato nel 1636, probabilmente su disegno del Bernini), Palazzo Lercari (1676), oggi sede della prefettura, Palazzo Curlo, la Chiesa di S. Martino (risalente al VII secolo), la Chiesa Parrocchiale (1670), la chiesa e il convento dei Cappuccini (1622) ecc. Un discorso a parte merita il particolare complesso religioso di San Domenico fondato nel 1460, un anno prima dell’arrivo a Taggia da Milano di Padre Cristoforo. La chiesa, con l’annesso convento, vanta un impianto ad aula unica con cappelle laterali, pseudo transetto e volte a crociera, strutture tipiche dell’architettura lombarda del XV secolo. Qui gli amanti della pittura “primitiva” potranno ammirare le preziose tavole (trittici e polittici a fondo oro) dell’artista Ludovico Brea (Nizza, 1475 circa -? morto tra il 1522 e il 1523). Il chiostro del convento, incantevole luogo di pace e preghiera, è affrescato con scene di vita di S. Domenico, alcune particolarmente toccanti.

Il ballo della morte

Si svolge a Taggia ogni anno questo antico rito d'origine cristiana, ma che affonderebbe le proprie origini nel paganesimo e più precisamente nel culto della Grande Madre. Il ballo trae ispirazione dal dolore e dalla sofferenza della Maddalena dal volto scuro che piange sul sepolcro di Cristo. Da qui nasce l'attuale rappresentazione del ballo tra uomo e donna in cui a morire e rinascere è la donna che non sarebbe altro se non la personificazione della Natura nel suo eterno ciclo di vita e di morte.

Triora

Sono passati più di quattrocento anni dal famoso processo del 1588 per il quale Triora, borgo dell'entroterra ligure di ponente, venne definitivamente consegnata alla storia come il "paese delle streghe". Di quell'oscuro periodo in cui leggenda, verità e mistero convivono fra loro, a Triora ne rimane un eco lontano, ma certamente percettibile, soprattutto nelle parti più antiche e arroccate del borgo. Chi vi giunge rimarrà affascinato dalla solitaria bellezza e dalla mistica atmosfera che ancora si respira percorrendone l'intricato dedalo di carruggi, retaggio dell'epoca medioevale. Molte e significative sono le testimonianze di personaggi, scrittori e viaggiatori che vi giunsero. Eccone alcune:

"A Triora, antico borgo forte di uno fra cotesti interni di Liguria, il contrasto si svela in tragedia. E' l'antica e nuova tragedia ed elegia dei luoghi di Liguria che si vengono spopolando. E mentre l'ardita e possente mole del paese, erto sul taglio della rupe precipite, parla indimenticabilmente dell'antico amore, le rovine del tempo e dell'abbandono si confondono con quelle recenti che v'ha prodotta la rappresaglia di guerra; e tutte hanno un carattere di nobile e irremissibile malinconia. Vi fui sul fare della sera, mentre estive caligini sciroccali accrescevano sui monti il senso di remota lontananza e solitudine. E anche la cortesia degli abitanti, cortesi come sanno esserlo i liguri austeri e ritenuti, parlava al cuore. Alto sullo sprone di monte, e dominante sul paese e sulle valli precipiti e profonde, il camposanto di Triora è simile a un fortilizio destinato all'ultima difesa. Ed anche la stupenda invenzione che l'ha collocato lassù è un'invenzione d'amore" (Riccardo Bacchelli - Italia per terra e per mare).

"Triora è la Loudun italiana, la Salem europea. Ma è più giusto dire che Loudun è la Triora di Francia e Salem la Triora del New England, perché il celebre processo alle streghe si svolse a Triora nel 1588, e indubbia è la sua priorità cronologica, mente in nulla è inferiore agli altri due in quanto a spaventosa tensione. D'altra parte, il borgo arroccato sulle montagne liguri è uno dei punti del pianeta in cui si rompe la maglia rassicurante intessuta dalla cultura illuministica e in cui le tenebre elementari emergono allo scoperto. Su tutta la superficie terrestre esiste una rete di luoghi "segnati", e nate, gli aleph di cui non si dovrebbe parlare" (Quirino Principe, introduzione a Donne, diavoli e streghe nella biblioteca di Padre Angelico Aprosio a Ventimiglia, a cura di Antonio Zencovich, 1998).

"[...] Qui un'umana caparbia che aggredisce la natura terrazzandola fino ad altezze insospettate per coltivarvi l'ulivo e la vite più in basso, più su un pugno di frumento avarissimo, e in alto il prato per la fienagione estiva; qui la coltivazione della terra che s'affida, per necessità ambientali, a primitivi mezzi: l'aratro a bue, la zappa, lo stretto falcetto per stanare le male erbe fra pietra e pietra; qui l'aspetto stesso della severa natura hanno qualcosa di disperato che nessuna legge economica mi pare possa giustificare. E non trovo, allora, che una vecchia frase, un po' retorica (ma forse solo per l'abuso fattone): amore religioso alla terra" (Cassinelli, Corriere della Liguria. 12 Febbraio 1956).

Antichissima dunque Triora, e si suppone fondata ancor prima dell'anno Mille; nel corso dei secoli, Triora vide l'alternarsi di riti, culti e tradizioni che ne arricchiscono il patrimonio non solo artistico (peraltro vastissimo), ma soprattutto culturale, che l'attuale comunità triorese si sforza ammirevolmente di conservare vivo e intatto. Arroccata da sempre su uno sprone di roccia del monte Trono, quasi fosse stata posta a vigilare sull'intera Valle Argentina, Triora sa regalare scorci più unici che rari: la Piazza della Colleggiata, i tantissimi camminamenti coperti scavati nella roccia, le rovine dei suoi forti ecc. Il mio consiglio è quello di visitare il paese nelle ore notturne, le più propizie per godere di un'atmosfera surreale, dominata da profondi e riposanti silenzi, capaci di suscitare emozioni contrastanti: in alcuni inquietudine, in altri rapimento e beatitudine.Soggiornare a Triora, anche solo per qualche giorno, significa riscoprire la storia di un popolo nobile e antico, quale quello dei liguri di montagna, che lungi dai privilegi della vicinanza al mare seppero adattarsi all'asprezza della vita tra i monti. A Triora c'è chi vi arriva come semplice curioso, chi come turista e chi, come il sottoscritto, per trovarvi un luogo "eletto" di pace e ristoro nel quale ritagliarsi un proprio spazio. E non potrebbe che essere l'incerto bagliore del fuoco di un camino acceso, all'ombra di mura pregne di storia, il coronamento di una giornata trascorsa nel "paese delle streghe". Sto parlando di quello che una volta era l'originario convento dei francescani, oggi divenuto l'Albergo Ristorante Colomba d'Oro, autentico rifugio in cui calore e cordialità sono di casa grazie alla gestione della famiglia Pastor. Qui, durante i miei soggiorni, ho trovato la giusta ispirazione per i miei racconti ambientati nel paese delle streghe.
Un'ultima curiosità: nelle fredde sere d'inverno e nelle tiepide notti estive, prima di coricarsi, difficilmente si resisterà alla tentazione di soffermarsi sulla terrazza dell'albergo che abbraccia la valle per godere di uno spettacolo unico e incantevole che si ripete da sempre: il cielo stellato.

Per chi vuole conoscere meglio Triora e la bellissima Valle Argentina ecco una breve ed utile bibliografia.


S. Oddo "Le streghe di Triora - Fantasia e realtà" - Pro Triora Editore, 1994;

Padre F. Ferraironi "Le streghe e l'inquisizione" - Dominici Editore, 1988;

A. Ferraironi "L'alta Valle Argentina" - Dominici Editore, 2° Edizione 2000;

S. Oddo "Sügelli e bügaéli - La cucina tipica dell'alta Valle Argentina" - Pro Triora Editore, 1997;

S. Oddo "La medicina popolar nell'alta Valle Argentina" - Pro Triora Editore, 1997.

Per informazioni: www.comune.triora.im.it

Triora non solo bagiue
(brano tratto dal mio libro "Sui Sentieri dello Spirito" - De Ferrari & Devega Editore)

Inviterò fin da subito coloro che vorranno visitare Triora "en plein air" a una doverosa quanto appetitosa sosta presso il forno del paese dove (...con non poco stupore per noi, giunti da città lontane) potrete assaggiare il rinomato pane locale appena sfornato. E' un pane di grano, confezionato in corpose pagnotte di circa 850 gr. l'una che si mantengono fresche per quasi una settimana (...in origine le consumavano i pastori durante l'alpeggio o i contadini nei campi, accompagnandole magari con il bruzzu, la ricotta locale). Assaporatelo; anche attraverso questo alimento tanto semplice quanto delizioso, scoprirete lo spirito che ancora oggi è vivo a Triora: un grande amore e rispetto per le proprie tradizioni che affondano le radici in una storia quasi millenaria. Dopo questa ghiotta premessa ci avventureremo nei meandri più reconditi del tempo, là dove storia e mito si fondono sapientemente.... Triora, ovvero Tria Ora, dal latino tre bocche, e dunque tre teste, come appunto il cane a tre teste che campeggia sullo stemma comunale e nel bel mosaico della pavimentazione della Piazza della Colleggiata. La leggenda vuole che le bocche siano quelle di Tages, Pompeius e Cerio, centurioni romani ribelli che si stabilirono nella Valle dell'Argentina vivendo di furti e rapine; un'altra interpretazione delle tre bocche opterebbe per i tre fiumi confluenti nel torrente Argentina: il Capriolo, il Gerbonte e il Grugnardo.
Si presume che Triora fosse già una comunità intorno all'anno Mille, ma la sua storia travagliata ancora oggi incanta per quell'alone di mistero, di luci e di ombre che l'avvolgono. Sappiamo con certezza che fu roccaforte a cui venne riconosciuta l'indipendenza dagli stessi Conti di Ventimiglia fin dal Secolo XII; poi fino al 1797 rimase sotto il dominio genovese di cui fu Podesteria (erano i secoli in cui Triora era detta il granaio della Repubblica e i periodi di pace erano davvero pochi come testimoniano i resti del bel castello risalenti al XIII secolo). La storia vede poi Triora afflitta da una gravissima carestia che cominciò nel 1585 e culminò due anni dopo sul finire dell'estate del 1587; fu una situazione insostenibile che ebbe il suo capro espiatorio con uno dei più gravi processi alle streghe avvenuti in Italia e che ancora fa parlare di sè. Alle soglie dell'Illuminismo, in quel borgo di montagna, riemersero nella coscienza collettiva i più oscuri e arcani misteri legati al mondo della Tradizione, relegando Triora al ruolo di patria delle Streghe o meglio delle "bagiue" secondo il dialetto locale.
Dietro i contorni più affascinanti della vicenda si cela la triste sorte di donne innocenti accusate e torturate ingiustamente. Le cronache parlano dell'intervento dell'inquisitore Gerolamo Del Pozzo venuto a Triora su richiesta del podestà Stefano Carrega e del Parlamento locale che fece arrestare cinquanta donne; alcune vennero scagionate, altre morirono per le torture loro inflitte, altre ancora, incarcerate a Genova, non ritornarono più a Triora. Oggi, passeggiando tra i pittoreschi carruggi, il ricordo delle truci vicende di allora appare quanto mai sbiadito e lontano; eppure soffermandoci nell'antica Piazza della Colleggiata abbiamo come la sensazione che le tracce di quell'oscuro passato in qualche maniera sopravvivano negli edifici stessi: se da una parte della piazza si nota la bella e luminosa chiesa dell'Assunta, di origine medioevale, ma con facciata neoclassica (1775-1837), dall'altra si vede l'antico palazzo nobiliare della famiglia Stella (gravemente danneggiato durante la rappresaglia tedesca del 1944 con le sue arcate buie e disadorne), la stessa che diede i natali a Isotta Stella, una delle prime donne, accusate di stregoneria, ad essere torturata morendo poi tra atroci sofferenze. Proseguiremo poi l'itinerario sempre sulle tracce delle bagiue e del loro misterioso ricordo. Seguendo le indicazioni, giungeremo a Ca Botina dove, come recita un'iscrizione su una casa, "...nel sec. XVI credevasi luogo delle streghe"; è la parte più a est dell'abitato sovrastante la splendida vallata da dove la notte le streghe spiccavano il volo... Oggi la Ca Botina è uno degli angoli più poetici che ci offre Triora con i suoi archi e le case diroccate, alcune ormai invase dalla vegetazione, luogo ideale per una romantica passeggiata al chiaro di luna o per una divertente escursione notturna alla ricerca di eventi magici... (si vocifera ancora oggi di convegni notturni di streghe e di strane palle di fuoco viste l'ultima volta nel 1906). Di giorno avrete invece la possibilità di visitare una particolare bottega artigiana che farà la gioia di grandi e piccoli con le sue straordinarie realizzazioni di elfi, fate, gnomi in terracotte, prodotti secondo il metodo tradizionale.
Triora non finirà di stupirci; lasciata la Ca Botina, ci arrampicheremo lungo il crinale attraverso le strette viuzze fino ai ruderi della rocca; qui, sul finir di settembre, difficilmente si resisterà alla tentazione di gustare i dolci fichi che due piante solitarie sembreranno offrirvi. Se poi il panorama non vi avrà del tutto soddisfatto, potrete salire ancora più su, lungo il monte delle Forche (... un nome inquietante per un posto bellissimo) fino a raggiungere l'insolito camposanto ricavato tra le mura di un fortino dove fino al secolo XVII si eseguivano le condanne per impiccagione. L'ho visto una notte d'ottobre godendo di uno spettacolo di stelle e di infiniti silenzi definendolo stupefatto "...il posto più bello del mondo". Triora dunque può offrirci un'infinità di scorci, di storie e aneddoti che meriterebbero una lunga digressione qui impossibile; infatti il tempo stringe (...il tempo inteso come righe da dedicare) e pertanto concluderemo la nostra visita presso l'antica fonte medioevale di Campumavue a ovest del borgo dove si dice si radunassero le bagiue (...Ca Botina è solo uno dei tanti luoghi dove le streghe si davano convegno). Si raggiunge camminando lungo un piacevolissimo sentiero che si snoda tra case coloniche e orti ben curati. Fermandosi all'ombra delle piante di noce alle persone meno impressionabili si racconterà la leggenda di uno sfortunato viandante addormentatosi di notte sotto una delle piante e rimasto vittima delle bagiue che lo aggredirono straziandolo sotto forma di grossi gatti neri. Io stesso ho sostato più volte, verso il tramonto, dopo una lunga giornata trascorsa tra queste montagne, e mai la paura ha offuscato la gioia concessa dalla natura con i suoi profumi e colori, in particolare la frutta e la verdura amorevolmente coltivate dai contadini rimasti.
Prima di passare alla Triora gastronomica, ci abbandoniamo alla suggestione data dalla visita al Museo Etnografico e della Stregoneria: sarà bello immaginare d'incontrare sulla strada del ritorno, come per incanto, una di quelle figure che costituiscono nel ricordo una preziosa storia perduta. Il volto semplice e sereno di Pre Presin (1821-1912), eremita e oratore errante di questa valle, susciterà malinconia e commozione in coloro che della sua vicenda avvertiranno tutto il candore di un mondo scomparso.

Triora a tavola

E' noto che anche a Triora, come nel resto della regione, le verdure costituiscano un elemento fondamentale nella preparazione di molti piatti. Zucchine, pomodori, peperoni, i rundin (...questi ultimi i famosi fagioli di Badalucco, tenerissimi, da cucinare interi col baccello) saranno ottimi antipasti e contorni per sostanziosi piatti a base di carne di coniglio (insaporita con gli aromi dell'orto) e di cinghiale. Triora è anche zona di funghi: ottimi infatti i sughi ai porcini accompagnati alle tagliatelle o ancora i pansoti al sugo di noci. Consiglio la sosta al Ristorante Albergo Colomba d'Oro (antico monastero dei frati come si riconosce da alcune parti dell'edificio). Se invece vorrete portare a casa i sapori e i profumi del paese nel simpatico negozio "La Strega di Triora" potrete scegliere le migliori confetture e conserve, prodotte artigianalmente, i formaggi di latte di pecora, la ricotta locale detta "bruzz", i funghi secchi e l'imperdibile Liquore della Strega a base di erbe di genziana, di contenuta gradazione alcolica, oltre ad altre leccornie provenienti dai paesi limitrofi come olio, vino e salumi.

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati