Valle
dell'Argentina... la Thule di Liguria.
Bella, bellissima, oserei dire mitica;
anzi quest'ultimo termine più di tutti si addice
a questa valle che risaliamo partendo dall'antica e
ben conservata Taggia seguendo l’indicazione per
Triora, borgo dell'alta valle e tappa obbligata di questo
itinerario. Un raro ponte medioevale a 16 arcate è
il biglietto da visita che questa valle porge al viaggiatore,
nei pressi di Taggia. La strada si snoda in maniera
davvero ardita risalendo il corso del torrente, l'Argentina
appunto, il cui nome, secondo la Tradizione, deriverebbe
proprio dalla brillantezza delle sue acque delle quali
tuttora apprezziamo la limpidezza. Padre Ferrarroni,
storiografo triorese, farebbe invece risalire il nome
dell'Argentina (che fino al XVIII secolo si chiamava
Tacua) a quello di un suo affluente, il ruscello Ossentina,
il cui nome deriva dal latino Auxentina che significa
uccellagione. Qui, come in altre valli dell'Entroterra
Ligure, il corso d'acqua è stato fonte di vita
e di sopravvivenza economica per gli abitanti della
zona: ne sono testimonianza le decine di frantoi che
un tempo costellavano la valle e producevano farina
e olio di eccellente qualità. La memoria di quei
tempi è rimasta nei toponimi (vedi la graziosa
frazione di Molini di Triora che nel XIII secolo contava
ben 23 mulini attivi sul suo territorio) e negli antichi
gombi divenuti veri e propri oggetti da museo posti
in bella mostra lungo i carruggi dei paesi o presso
le moderne aziende artigianali produttrici d'olio. Ne
vedrete diversi visitando Badalucco, primo abitato che
attraversiamo, con una struttura tipicamente medioevale
che ricalca schemi già visti in precedenza; intatti
e pittoreschi sono in paese i due ponti che attraversano
l’Argentina, uno dei quali, quello di S. Lucia,
ha le due arcate asimmetriche e nel pilone centrale
una cappelletta votiva risalente al XVI secolo.
Addentrandovi tra i carruggi del paese ammirerete più
di quaranta opere tra dipinti, murales, sculture donate
al Comune da molti artisti locali, e che sono in armonica
simbiosi con strutture architettoniche secolari.
Per noi che veniamo dalla città i famosi tetti
a "ciappe" rustiche esercitano un indiscusso
fascino che sa di vetusto e di sopravvissuto; osservandoli
sembrerebbero rivendicare il senso di quel passato in
cui la pietra, lavorata dalle abili e sapienti mani
degli scalpellini locali, diventava oggetto d'uso quotidiano
e al contempo oggetto d'arte: per rendersi conto basterà
guardare i campanili dell'oratorio di Nostra Signora
della Misericordia e della Parrocchiale. Sul passato
feudale le cronache riportano che Badalucco fin dal
1529 fu feudo dei Conti di Ventimiglia e che a dominare
l'abitato c'era il loro maniero oggi scomparso; ma se
dei castelli a volte non resta traccia, ben più
difficile a scomparire è il ricordo, nella memoria
popolare, delle usanze non particolarmente pudiche dei
castellani. Si racconta del solito signorotto locale
che, esigendo il diritto dello "Jus Primae Noctis",
ricorse ai suoi sgherri, inviandoli al banchetto nuziale
degli sposi; questi ultimi, insieme ad amici e parenti
cacciarono malamente i messi; creatosi allora un clima
rovente di rivolta, il feudatario, ravvedutosi, rinunciò
ad esercitare il diritto forse memore anche della tragica
sorte toccata ad altri suoi "colleghi" più
testardi di lui... Addirittura si dice che fece dono
agli abitanti del contado di parte dei suoi possedimenti
per rappacificare gli animi. Seppur nell'entroterra
all'ombra di impervie montagne, a Badalucco gusterete
i sapori più intensi della cucina di mare con
lo stoccafisso alla Badalucchese che nel mese di settembre
è protagonista della "Sagra du Stoccafissu
a baucogna"; se invece è l'olio la vostra
sana passione, sappiate che qui l'extravergine di oliva
taggiasca (razza di oliva D.O.C.) in alcuni frantoi,
è tuttora ottenuto con gli antichi gombi di pietra...
non ci credete? A voi la ricerca presso i numerosi produttori
locali. Lasciata Badalucco la strada prosegue nell'incantevole
scenario della valle che man mano, si fa selvaggio e
incontaminato; indicazioni lungo la statale portano
a paesi e frazioni ognuno dei quali meriterebbe una
visita... Agaggio, Glori, la VaI Carpasina, Montalto,
Andagna con la sua rocca, tutti veri e propri gioielli
di architettura rurale con le loro case, le pievi, i
santuari, i vecchi mulini e l'immancabile cornice di
poderosi muri a secco. Questi ultimi mostrano una particolare
e unica tipologia di costruzioni come le caselle e i
"gias" di alta quota che meriterebbero un
lungo discorso a parte e che sono rimasti a testimonianza
di una cultura agro-pastorale oggi pressoché
estinta.
Durante il tragitto è innegabile l'attrazione
a livello di suggestioni, che il borgo di Triora, distante
da noi ancora pochi chilometri, esercita per una storia
davvero misteriosa e inquietante che dopo quattrocento
anni attira ancora curiosi e turisti anche dall'estero
e che ha consacrato alla storia Triora come il Paese
delle Streghe.
Le domande si affollano nella mente: le streghe a Triora
sono davvero esistite? Erano povere innocenti o pericolose
adoratrici del Demonio? Domande che attendono risposte
(abbiate pazienza!), ma, se il vostro desiderio è
quello di conoscere una strega, il problema è
presto risolto: a Molini di Triora incontrerete Angelamaria,
a suo dire, discendente diretta di tale Franceschina,
strega coinvolta nel processo di Triora, che saprà
consigliarvi filtri magici e liquori a base di erbe
della valle che fanno bella mostra dagli scaffali della
sua bottega omonima sulla strada principale di Molini.
Ma ecco che più su si intravede, incastonata
nella roccia come un nido d'aquila, Triora che veglia
da secoli sull'intera valle e sui suoi destini.
L'alta Valle Argentina
“Ben arivai 'n tera brigasca”
Il viaggio prosegue, come recita il benvenuto iniziale,
in terra brigasca, vera e propria antica "riserva"
etnica e linguistica oggi divenuta una realtà
quasi in via d'estinzione, ma salvabile con lodevoli
studi etno-antropologici. Causa di questo destino ingrato
sono state essenzialmente le divisioni a livello politico
che hanno spartito la terra brigasca prima tra Liguria
e Piemonte e, dal 1947 dopo l'ultima guerra, tra Francia,
Liguria e Piemonte; così i centri di Briga e
Morignolo divenuti improvvisamente francesi si sono
ritrovati al di là della frontiera separati dagli
altri centri brigaschi quali Realdo e Verdeggia, rimasti
Liguri, e da Piaggia, Viozzene, Upega, Carnino divenuti
piemontesi.
Un popolo, quello brigasco, di marcata connotazione
etnica, profondamente legato a un'economia agro-pastorale
i cui ritmi un tempo scandivano la vita di intere comunità
abituate all'isolamento e alla solitudine delle alte
quote. Così da Triora proseguiamo alla volta
di Realdo e Verdeggia, ultime roccaforti di questa cultura
che certamente meriterebbe un lungo discorso a parte.
È la cima del Monte Saccarello, il "tetto
di Liguria", che con i suoi 2201 m. domina maestoso
questi borghi; sulla strada per Realdo si apre la famosa
gola di Loreto attraversata da un vertiginoso ponte
la cui sola vista vi emozionerà non poco: costruito
nel 1960 attraversa l'orrido a ben 112 m. d'altezza
con una lunghezza di 143 m. per 8,20 di larghezza. Ma
ecco che il primo borgo appare suscitando una certa
meraviglia dovuta alla posizione in una cornice naturale,
davvero impressionante: Realdo è "avvinghiata"
a strapiombo a una falesia di calcari nummulitici che
tuttora conservano nei loro strati fossili di animali
microcellulari e che hanno subito la spettacolare erosione
dagli agenti atmosferici. Oggi il borgo di Realdo, come
quello di Verdeggia, appare un intatto abitato di montagna
dove assaporerete la più genuina atmosfera della
terra brigasca; le case, strette le une alle altre,
conservano i tetti a ciappe in ardesia e le caratteristiche
scale esterne a pioli; avrete poi la possibilità
di visitare l’interessante grotta (Arma del Gran
Marmo) poco poco distante dall’abitato (una delle
tante presenti nel territorio), che tra il 2000 e il
1800 a.C. fu luogo di sepoltura di diverse persone,
inumate con un ricco corredo funebre, oggi conservato
in musei. L'arma altro non è che una piccola
apertura nella roccia in una zona davvero angusta e
scoscesa di notevole importanza in quanto testimonianza
di antichissima presenza umana tra queste montagne all'apparenza
selvagge e inospitali. È l'abitato di Verdeggia
invece, l'ultimo di questo itinerario, con i suoi vasti
pascoli davvero "verdeggianti", che ci riporta
con la mente alle avventurose imprese dei pastori di
un tempo così ricordate da Ernesto Caballo: "…limonesi,
tendaschi, brigaschi erano tra i più abili spericolati
mulattieri che si conoscessero, sfidavano d'inverno
la tormenta sui due versanti del colle; 'erano i piloti
dell'avventurosa strada Cuneo-Nizza e Cuneo-Ventimiglia...
i muli di Limone, Tenda e Briga erano possenti, monumentali,
resistentissimi; avanzavano durante le bufere tra trincee
di neve; i conducenti davano loro pane, inzuppato nel
barbera, e gli animali così ristorati proseguivano
un po’ ebbri, solcando la neve a guisa di ruspe.”
In primavera, in coincidenza con la permanenza in alta
quota, alcuni pastori producono un formaggio assai ricercato
dai buongustai: è il "bruzzu" formaggio
molle ottenuto secondo un antico procedimento; il siero,
di razza bovina brigasca, viene mescolato a un bicchiere
di latte di pecora cui si aggiunge succo di limone e
facendo poi bollire il tutto in un grande calderone.
La ricotta successivamente viene posta su un piatto
di legno dove ogni tre giorni viene impastata e, dopo
quaranta giorni di stagionatura in celle di pietra interrate,
è pronta per essere servita in tavola sola o
come condimento di piatti tipici. E un detto di queste
parti, in dialetto brigasco, sembra rafforzare l'idea
che questo patrimonio stia andando scomparendo, a cominciare
proprio da quelle terre dove secoli fa aveva preso vita…
"Vivéma témpi muderni, r në
së sènt ciü r cant de páele
e r përfüm de paelae"
(Viviamo in tempi moderni, non si sente più il
canto delle padelle e il profumo delle castagne arrosto)
Taggia
Taggia, ovvero l'antica Tabia romana,
con alle spalle una storia intensa e travagliata, è
il primo paese che accoglie il visitatore sulla strada
provinciale per la Valle Argentina. A pochi chilometri
dal mare, Taggia conserva un'immagine davvero notevole
del proprio passato di cui vi renderete conto girando
nelle strade e nelle piazzette del bellissimo centro
storico; qui noterete l’alternanza di portali
e sovraportali in ardesia, di nobili palazzi, di lunghi
portici sotto i quali si affacciano botteghe e attività
commerciali, di chiese e antiche fontane. Nel corso
dei secoli, per via della propria vitàlità
commerciale, Taggia subì diversi saccheggi: i
primi dopo la caduta dell’Impero Romano e i successivi
per mano dei Saraceni. Tra gli attacchi più sanguinosi
si ricorda quello del 1654 quando 3500 pirati turchi
assalirono la città guidati dal pirata Luzzolino.
Già a quell’epoca Taggia si era premunita
erigendo bastioni, torri e fortificazioni che la preservarono
dalle distruzioni. L’operosità di questa
piccola comunità, divisa fra cultura e attitudine
al commercio marittimo è senza dubbio retaggio
della presenza dei monaci benedettini che, nel XII secolo,
provvidero all’insegnamento e alla diffusione
della coltivazione dell’ulivo e specificatamente
di una varietà detta poi “Taggiasca”;
fu così che nacque quell’olio leggermente
fruttato e vellutato che ancora oggi è considerato
uno dei migliori a livello nazionale; da allora il commercio
si sviluppò ulteriormente e anche popolazioni
del nord Europa giunsero a Taggia in cerca di olio e
tessuti preziosi. Tornando alla città, ecco alcuni
scorci davvero imperdibili che vi suggerisco in questa
piacevole tappa: Palazzo Spinola (edificato nel 1636,
probabilmente su disegno del Bernini), Palazzo Lercari
(1676), oggi sede della prefettura, Palazzo Curlo, la
Chiesa di S. Martino (risalente al VII secolo), la Chiesa
Parrocchiale (1670), la chiesa e il convento dei Cappuccini
(1622) ecc. Un discorso a parte merita il particolare
complesso religioso di San Domenico fondato nel 1460,
un anno prima dell’arrivo a Taggia da Milano di
Padre Cristoforo. La chiesa, con l’annesso convento,
vanta un impianto ad aula unica con cappelle laterali,
pseudo transetto e volte a crociera, strutture tipiche
dell’architettura lombarda del XV secolo. Qui
gli amanti della pittura “primitiva” potranno
ammirare le preziose tavole (trittici e polittici a
fondo oro) dell’artista Ludovico Brea (Nizza,
1475 circa -? morto tra il 1522 e il 1523). Il chiostro
del convento, incantevole luogo di pace e preghiera,
è affrescato con scene di vita di S. Domenico,
alcune particolarmente toccanti.
Il ballo della morte
Si svolge a Taggia ogni anno questo antico
rito d'origine cristiana, ma che affonderebbe le proprie
origini nel paganesimo e più precisamente nel
culto della Grande Madre. Il ballo trae ispirazione
dal dolore e dalla sofferenza della Maddalena dal volto
scuro che piange sul sepolcro di Cristo. Da qui nasce
l'attuale rappresentazione del ballo tra uomo e donna
in cui a morire e rinascere è la donna che non
sarebbe altro se non la personificazione della Natura
nel suo eterno ciclo di vita e di morte.
Triora
Sono passati più di quattrocento
anni dal famoso processo del 1588 per il quale Triora,
borgo dell'entroterra ligure di ponente, venne definitivamente
consegnata alla storia come il "paese delle streghe".
Di quell'oscuro periodo in cui leggenda, verità
e mistero convivono fra loro, a Triora ne rimane un
eco lontano, ma certamente percettibile, soprattutto
nelle parti più antiche e arroccate del borgo.
Chi vi giunge rimarrà affascinato dalla solitaria
bellezza e dalla mistica atmosfera che ancora si respira
percorrendone l'intricato dedalo di carruggi, retaggio
dell'epoca medioevale. Molte e significative sono le
testimonianze di personaggi, scrittori e viaggiatori
che vi giunsero. Eccone alcune:
"A Triora, antico borgo forte di
uno fra cotesti interni di Liguria, il contrasto si
svela in tragedia. E' l'antica e nuova tragedia ed elegia
dei luoghi di Liguria che si vengono spopolando. E mentre
l'ardita e possente mole del paese, erto sul taglio
della rupe precipite, parla indimenticabilmente dell'antico
amore, le rovine del tempo e dell'abbandono si confondono
con quelle recenti che v'ha prodotta la rappresaglia
di guerra; e tutte hanno un carattere di nobile e irremissibile
malinconia. Vi fui sul fare della sera, mentre estive
caligini sciroccali accrescevano sui monti il senso
di remota lontananza e solitudine. E anche la cortesia
degli abitanti, cortesi come sanno esserlo i liguri
austeri e ritenuti, parlava al cuore. Alto sullo sprone
di monte, e dominante sul paese e sulle valli precipiti
e profonde, il camposanto di Triora è simile
a un fortilizio destinato all'ultima difesa. Ed anche
la stupenda invenzione che l'ha collocato lassù
è un'invenzione d'amore" (Riccardo Bacchelli
- Italia per terra e per mare).
"Triora è la Loudun italiana,
la Salem europea. Ma è più giusto dire
che Loudun è la Triora di Francia e Salem la
Triora del New England, perché il celebre processo
alle streghe si svolse a Triora nel 1588, e indubbia
è la sua priorità cronologica, mente in
nulla è inferiore agli altri due in quanto a
spaventosa tensione. D'altra parte, il borgo arroccato
sulle montagne liguri è uno dei punti del pianeta
in cui si rompe la maglia rassicurante intessuta dalla
cultura illuministica e in cui le tenebre elementari
emergono allo scoperto. Su tutta la superficie terrestre
esiste una rete di luoghi "segnati", e nate,
gli aleph di cui non si dovrebbe parlare" (Quirino
Principe, introduzione a Donne, diavoli e streghe nella
biblioteca di Padre Angelico Aprosio a Ventimiglia,
a cura di Antonio Zencovich, 1998).
"[...] Qui un'umana caparbia che
aggredisce la natura terrazzandola fino ad altezze insospettate
per coltivarvi l'ulivo e la vite più in basso,
più su un pugno di frumento avarissimo, e in
alto il prato per la fienagione estiva; qui la coltivazione
della terra che s'affida, per necessità ambientali,
a primitivi mezzi: l'aratro a bue, la zappa, lo stretto
falcetto per stanare le male erbe fra pietra e pietra;
qui l'aspetto stesso della severa natura hanno qualcosa
di disperato che nessuna legge economica mi pare possa
giustificare. E non trovo, allora, che una vecchia frase,
un po' retorica (ma forse solo per l'abuso fattone):
amore religioso alla terra" (Cassinelli, Corriere
della Liguria. 12 Febbraio 1956).
Antichissima dunque Triora, e si suppone
fondata ancor prima dell'anno Mille; nel corso dei secoli,
Triora vide l'alternarsi di riti, culti e tradizioni
che ne arricchiscono il patrimonio non solo artistico
(peraltro vastissimo), ma soprattutto culturale, che
l'attuale comunità triorese si sforza ammirevolmente
di conservare vivo e intatto. Arroccata da sempre su
uno sprone di roccia del monte Trono, quasi fosse stata
posta a vigilare sull'intera Valle Argentina, Triora
sa regalare scorci più unici che rari: la Piazza
della Colleggiata, i tantissimi camminamenti coperti
scavati nella roccia, le rovine dei suoi forti ecc.
Il mio consiglio è quello di visitare il paese
nelle ore notturne, le più propizie per godere
di un'atmosfera surreale, dominata da profondi e riposanti
silenzi, capaci di suscitare emozioni contrastanti:
in alcuni inquietudine, in altri rapimento e beatitudine.Soggiornare
a Triora, anche solo per qualche giorno, significa riscoprire
la storia di un popolo nobile e antico, quale quello
dei liguri di montagna, che lungi dai privilegi della
vicinanza al mare seppero adattarsi all'asprezza della
vita tra i monti. A Triora c'è chi vi arriva
come semplice curioso, chi come turista e chi, come
il sottoscritto, per trovarvi un luogo "eletto"
di pace e ristoro nel quale ritagliarsi un proprio spazio.
E non potrebbe che essere l'incerto bagliore del fuoco
di un camino acceso, all'ombra di mura pregne di storia,
il coronamento di una giornata trascorsa nel "paese
delle streghe". Sto parlando di quello che una
volta era l'originario convento dei francescani, oggi
divenuto l'Albergo Ristorante Colomba d'Oro, autentico
rifugio in cui calore e cordialità sono di casa
grazie alla gestione della famiglia Pastor. Qui, durante
i miei soggiorni, ho trovato la giusta ispirazione per
i miei racconti ambientati nel paese delle streghe.
Un'ultima curiosità: nelle fredde sere d'inverno
e nelle tiepide notti estive, prima di coricarsi, difficilmente
si resisterà alla tentazione di soffermarsi sulla
terrazza dell'albergo che abbraccia la valle per godere
di uno spettacolo unico e incantevole che si ripete
da sempre: il cielo stellato.
Per chi vuole conoscere meglio Triora
e la bellissima Valle Argentina ecco una breve ed utile
bibliografia.
S. Oddo "Le streghe di Triora - Fantasia e realtà"
- Pro Triora Editore, 1994;
Padre F. Ferraironi "Le streghe
e l'inquisizione" - Dominici Editore, 1988;
A. Ferraironi "L'alta Valle Argentina"
- Dominici Editore, 2° Edizione 2000;
S. Oddo "Sügelli e bügaéli
- La cucina tipica dell'alta Valle Argentina" -
Pro Triora Editore, 1997;
S. Oddo "La medicina popolar nell'alta
Valle Argentina" - Pro Triora Editore, 1997.
Per informazioni: www.comune.triora.im.it
Triora non solo bagiue
(brano tratto dal mio libro "Sui Sentieri dello
Spirito" - De Ferrari & Devega Editore)
Inviterò fin da subito coloro
che vorranno visitare Triora "en plein air"
a una doverosa quanto appetitosa sosta presso il forno
del paese dove (...con non poco stupore per noi, giunti
da città lontane) potrete assaggiare il rinomato
pane locale appena sfornato. E' un pane di grano, confezionato
in corpose pagnotte di circa 850 gr. l'una che si mantengono
fresche per quasi una settimana (...in origine le consumavano
i pastori durante l'alpeggio o i contadini nei campi,
accompagnandole magari con il bruzzu, la ricotta locale).
Assaporatelo; anche attraverso questo alimento tanto
semplice quanto delizioso, scoprirete lo spirito che
ancora oggi è vivo a Triora: un grande amore
e rispetto per le proprie tradizioni che affondano le
radici in una storia quasi millenaria. Dopo questa ghiotta
premessa ci avventureremo nei meandri più reconditi
del tempo, là dove storia e mito si fondono sapientemente....
Triora, ovvero Tria Ora, dal latino tre bocche, e dunque
tre teste, come appunto il cane a tre teste che campeggia
sullo stemma comunale e nel bel mosaico della pavimentazione
della Piazza della Colleggiata. La leggenda vuole che
le bocche siano quelle di Tages, Pompeius e Cerio, centurioni
romani ribelli che si stabilirono nella Valle dell'Argentina
vivendo di furti e rapine; un'altra interpretazione
delle tre bocche opterebbe per i tre fiumi confluenti
nel torrente Argentina: il Capriolo, il Gerbonte e il
Grugnardo.
Si presume che Triora fosse già una comunità
intorno all'anno Mille, ma la sua storia travagliata
ancora oggi incanta per quell'alone di mistero, di luci
e di ombre che l'avvolgono. Sappiamo con certezza che
fu roccaforte a cui venne riconosciuta l'indipendenza
dagli stessi Conti di Ventimiglia fin dal Secolo XII;
poi fino al 1797 rimase sotto il dominio genovese di
cui fu Podesteria (erano i secoli in cui Triora era
detta il granaio della Repubblica e i periodi di pace
erano davvero pochi come testimoniano i resti del bel
castello risalenti al XIII secolo). La storia vede poi
Triora afflitta da una gravissima carestia che cominciò
nel 1585 e culminò due anni dopo sul finire dell'estate
del 1587; fu una situazione insostenibile che ebbe il
suo capro espiatorio con uno dei più gravi processi
alle streghe avvenuti in Italia e che ancora fa parlare
di sè. Alle soglie dell'Illuminismo, in quel
borgo di montagna, riemersero nella coscienza collettiva
i più oscuri e arcani misteri legati al mondo
della Tradizione, relegando Triora al ruolo di patria
delle Streghe o meglio delle "bagiue" secondo
il dialetto locale.
Dietro i contorni più affascinanti della vicenda
si cela la triste sorte di donne innocenti accusate
e torturate ingiustamente. Le cronache parlano dell'intervento
dell'inquisitore Gerolamo Del Pozzo venuto a Triora
su richiesta del podestà Stefano Carrega e del
Parlamento locale che fece arrestare cinquanta donne;
alcune vennero scagionate, altre morirono per le torture
loro inflitte, altre ancora, incarcerate a Genova, non
ritornarono più a Triora. Oggi, passeggiando
tra i pittoreschi carruggi, il ricordo delle truci vicende
di allora appare quanto mai sbiadito e lontano; eppure
soffermandoci nell'antica Piazza della Colleggiata abbiamo
come la sensazione che le tracce di quell'oscuro passato
in qualche maniera sopravvivano negli edifici stessi:
se da una parte della piazza si nota la bella e luminosa
chiesa dell'Assunta, di origine medioevale, ma con facciata
neoclassica (1775-1837), dall'altra si vede l'antico
palazzo nobiliare della famiglia Stella (gravemente
danneggiato durante la rappresaglia tedesca del 1944
con le sue arcate buie e disadorne), la stessa che diede
i natali a Isotta Stella, una delle prime donne, accusate
di stregoneria, ad essere torturata morendo poi tra
atroci sofferenze. Proseguiremo poi l'itinerario sempre
sulle tracce delle bagiue e del loro misterioso ricordo.
Seguendo le indicazioni, giungeremo a Ca Botina dove,
come recita un'iscrizione su una casa, "...nel
sec. XVI credevasi luogo delle streghe"; è
la parte più a est dell'abitato sovrastante la
splendida vallata da dove la notte le streghe spiccavano
il volo... Oggi la Ca Botina è uno degli angoli
più poetici che ci offre Triora con i suoi archi
e le case diroccate, alcune ormai invase dalla vegetazione,
luogo ideale per una romantica passeggiata al chiaro
di luna o per una divertente escursione notturna alla
ricerca di eventi magici... (si vocifera ancora oggi
di convegni notturni di streghe e di strane palle di
fuoco viste l'ultima volta nel 1906). Di giorno avrete
invece la possibilità di visitare una particolare
bottega artigiana che farà la gioia di grandi
e piccoli con le sue straordinarie realizzazioni di
elfi, fate, gnomi in terracotte, prodotti secondo il
metodo tradizionale.
Triora non finirà di stupirci; lasciata la Ca
Botina, ci arrampicheremo lungo il crinale attraverso
le strette viuzze fino ai ruderi della rocca; qui, sul
finir di settembre, difficilmente si resisterà
alla tentazione di gustare i dolci fichi che due piante
solitarie sembreranno offrirvi. Se poi il panorama non
vi avrà del tutto soddisfatto, potrete salire
ancora più su, lungo il monte delle Forche (...
un nome inquietante per un posto bellissimo) fino a
raggiungere l'insolito camposanto ricavato tra le mura
di un fortino dove fino al secolo XVII si eseguivano
le condanne per impiccagione. L'ho visto una notte d'ottobre
godendo di uno spettacolo di stelle e di infiniti silenzi
definendolo stupefatto "...il posto più
bello del mondo". Triora dunque può offrirci
un'infinità di scorci, di storie e aneddoti che
meriterebbero una lunga digressione qui impossibile;
infatti il tempo stringe (...il tempo inteso come righe
da dedicare) e pertanto concluderemo la nostra visita
presso l'antica fonte medioevale di Campumavue a ovest
del borgo dove si dice si radunassero le bagiue (...Ca
Botina è solo uno dei tanti luoghi dove le streghe
si davano convegno). Si raggiunge camminando lungo un
piacevolissimo sentiero che si snoda tra case coloniche
e orti ben curati. Fermandosi all'ombra delle piante
di noce alle persone meno impressionabili si racconterà
la leggenda di uno sfortunato viandante addormentatosi
di notte sotto una delle piante e rimasto vittima delle
bagiue che lo aggredirono straziandolo sotto forma di
grossi gatti neri. Io stesso ho sostato più volte,
verso il tramonto, dopo una lunga giornata trascorsa
tra queste montagne, e mai la paura ha offuscato la
gioia concessa dalla natura con i suoi profumi e colori,
in particolare la frutta e la verdura amorevolmente
coltivate dai contadini rimasti.
Prima di passare alla Triora gastronomica, ci abbandoniamo
alla suggestione data dalla visita al Museo Etnografico
e della Stregoneria: sarà bello immaginare d'incontrare
sulla strada del ritorno, come per incanto, una di quelle
figure che costituiscono nel ricordo una preziosa storia
perduta. Il volto semplice e sereno di Pre Presin (1821-1912),
eremita e oratore errante di questa valle, susciterà
malinconia e commozione in coloro che della sua vicenda
avvertiranno tutto il candore di un mondo scomparso.
Triora a tavola
E' noto che anche a Triora, come nel
resto della regione, le verdure costituiscano un elemento
fondamentale nella preparazione di molti piatti. Zucchine,
pomodori, peperoni, i rundin (...questi ultimi i famosi
fagioli di Badalucco, tenerissimi, da cucinare interi
col baccello) saranno ottimi antipasti e contorni per
sostanziosi piatti a base di carne di coniglio (insaporita
con gli aromi dell'orto) e di cinghiale. Triora è
anche zona di funghi: ottimi infatti i sughi ai porcini
accompagnati alle tagliatelle o ancora i pansoti al
sugo di noci. Consiglio la sosta al Ristorante Albergo
Colomba d'Oro (antico monastero dei frati come si riconosce
da alcune parti dell'edificio). Se invece vorrete portare
a casa i sapori e i profumi del paese nel simpatico
negozio "La Strega di Triora" potrete scegliere
le migliori confetture e conserve, prodotte artigianalmente,
i formaggi di latte di pecora, la ricotta locale detta
"bruzz", i funghi secchi e l'imperdibile Liquore
della Strega a base di erbe di genziana, di contenuta
gradazione alcolica, oltre ad altre leccornie provenienti
dai paesi limitrofi come olio, vino e salumi.
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