CAPO
NOLI
La storia
Capo Noli, fin dall’epoca bizantina, è
stato uno strategico punto di difesa di Finale. Molte
tracce di quel passato sono quasi scomparse: si dice
che vi fossero torri, edifici vari e fortificazioni
in seguito distrutte dai Rotari. La sola costruzione
che si salvò fu l’originario monastero,
presumibilmente di origine benedettina sul quale poi
venne eretta la chiesa di S. Lorenzo. Quest’ultima
si raggiunge con un sentiero che dall’Aurelia
porta al mare. Si narra che all’epoca l’approdo
a Capo Noli fosse il migliore di tutto il Ponente; i
Genovesi, temendo che i Del Carretto potessero così
estendere il proprio dominio sul mare, interrarono gli
ormeggi nel 1341. Oggi la zona, nella sua punta più
estrema, viene detta “Del Malpasso” in quanto
la più esposta alla furia dei venti.
Illustri memorie
“Capo Noli, turchina cornice al mio orizzonte.
Nella chiara mattina quasi umano gigante che teso a
filo il dorso ritrae la fronte, avanza il muso enorme
e addenta dov’è più azzurro il mare
(…)”
Angelo Barile (1888 – 1967)
NOLI
Un po’ di storia
Di struttura tipicamente medioevale, Noli è l’erede
dell’antica e gloriosa Repubblica Marinara, rimasta
indipendente per secoli. Già nel 1193 era comune
autonomo e intorno al XIV secolo raggiunse il massimo
del proprio splendore vantando la bellezza di ben 72
torri fortificate. Era usanza che ogni famiglia che
all’epoca avesse fornito a Genova una galea armata
conquistasse il diritto di costruire la propria torre.
Di queste attualmente ne rimangono soltanto cinque;
la più alta è quella chiamata “dei
quattro canti” risalente al XIII secolo, mentre
quella del Papone, nel suo aspetto originario, presenta
delle preziose finestre a bifora e monofora. Il castello
edificato nel XII secolo è visibile sulla sommità
del monte Ursino; anticamente, nei pressi del maniero,
c’era il primo nucleo originario di Noli abbandonato
successivamente quando gli abitanti si spostarono sulla
costa. Furono i marchesi Clavesana a erigere la fortezza
estendendo così i propri domini sull’intera
baia e costruendo le mura in modo che giungessero fino
al mare. A Noli avrete l’opportunità di
vedere altre importanti tracce del passato soprattutto
medievale; ci sono tre porte, rispettivamente Porta
Zacca, Porta Piazza e Porta Viale. Ma il vero gioiello
rimane senza dubbio, oltre alla cattedrale di S. Pietro
vicino al Castello, la chiesa di S. Paragorio. Quest’ultima
è il tipico esempio di stile romanico ligure;
poco distante dal borgo, in una bella cornice naturale,
circondata da un’area in cui sono visibili rari
sarcofagi bizantini, S. Paragorio riunisce stili differenti.
Vedrete le absidi e i loggiati gotici, le tombe ad arcosoglio
e riconoscerete nella struttura a tre navate con pilastri
in mattoni ottagonali l’origine paleocristiana
dell’edificio. All’interno poi oltre alle
scenografiche capriate lignee spicca un grande Cristo
di legno d’origine bizantina, portato qui dall’Oriente
intorno all’anno 1000. L’ara della cripta
si dice sia d’origine pagana.
Gesù a Noli
Si racconta che sia stato proprio Gesù a fondare
l’antica Noli; durante la sua predicazione in
terra di Liguria, la leggenda vuole che una sera insieme
ai suoi discepoli, sostò in una spiaggia deserta,
circondata da imponenti montagne.
Solitamente quando Gesù riposava, gli stessi
angeli preposti alla sua protezione di notte erigevano
una città là dove lo stesso figlio di
Dio aveva dormito. In quell’occasione Simon Pietro
notando che c’era troppo poco spazio tra i due
promontori, consigliò a Gesù di non far
costruire nessuna città – Domine, no lì
facere! – disse Pietro. Proprio mentre Gesù
stava per addormentarsi avvolto nel proprio mantello,
così rispose al discepolo: - Se la città
sarà stretta, ci sarà anche meno posto
per i peccati – Così il giorno dopo sorse
la città che Gesù volle chiamare Noli,
in ricordo della poca fede del suo discepolo.
La Noli d’illustri memorie
Lo stesso Dante Alighieri subì il fascino di
Noli e certamente sperimentò di persona l’impervia
strada che all’epoca conduceva da Capo Noli al
centro della piccola Repubblica Marinara. Ecco come
il poeta vi fa riferimento nel IV canto del purgatorio:
“Maggiore aperta molte volte impruna con una forcatella
di sue spine l’uom della villa quando l’uva
imbruna, che non era la calla onde saline lo duca mio,
e io appresso, soli, come da noi la schiera si partine.
Vassi in Sanleo o discendesi Noli montasi su in Bismantova
in cacume con esso i piè; ma qui convien ch’om
voli.” [Purgatorio, IV, 19-27) [Quando l’uva
è quasi matura il contadino con una piccola forcata
di rovi costruisce un sentiero non più largo
della salita che la mia guida ed io affrontammo, ormai
soli, dopo l’allontanarsi della schiera. A S.
Leo si va a piedi, e così si discende a Noli,;
o si sale alla cima della montagna di Bismantova, ma
qui bisognerebbe avere le ali.]
Bazure
Anche qui le streghe si davano convegno: si dice che
le si vedessero “animare” la notte dalla
collina tra Noli e Varigotti in località detta
appunto Pian delle Streghe dove c’è anche
una torre abbandonata.
SPOTORNO
Il fantasma della torre
Nei pressi di Spotorno, in corrispondenza dell’Isola
di Bergeggi sono visibili ancora due torri, una sul
mare e l’altra, più interna, detta di Coreallo.
C’è chi asserisce che entrambi le torri
siano state innalzate dai Saraceni intorno all’anno
1000 (… altri le considerano i resti di quella
fortificazione in cui visse i suoi primi anni la giovane
Ines amante del principe saraceno Achmet); da qui il
nome di castello del saraceno che tuttora portano.
La leggenda vuole che in certe notti appaia un fantasma
nero che si arrampica lungo i resti scoscesi della fortificazione;
ad attenderlo alla finestra ci sarebbe il fantasma di
una donna vestita di bianco e dall’aspetto malinconico
che lo trascinerebbe poi fino all’alba per le
stanze del castello gemendo sommessamente.
Saraceni… o quasi
Questa è una leggenda ascrivibile alla cittadina
di Spotorno ma non è raro trovarne versioni simili
riguardanti altre località della Riviera di Ponente.
Si racconta che all’epoca delle incursioni saracene,
una notte, un soldato che era di guardia alla spiaggia
di Spotorno si insospettì udendo strani rumori.
Nel buio ordinò al probabile nemico di retrocedere,
ma nessuno rispose. Terrorizzato cominciò ad
arretrare sperando di arrivare in paese per lanciare
l’allarme. Ad un certo punto avvertì qualcosa
di appuntito appoggiarsi sulla sua schiena. Inevitabilmente
pensò che i turchi lo avessero preso alle spalle;
si sentì senza via di scampo e gettando a terra
la lancia gridò disperato: “Sciò,
turco, me rendu! Me rendu, sciò turco, ho dito
che me rendu!”. Ancora una volta nessuno parlò
e l’uomo rimase immobile attendendo ormai la fine.
La luna che fino a poco prima era oscurata, illuminò
col suo chiarore la spiaggia. Il soldato vedendosi praticamente
spacciato si voltò così dicendo: "Ormai
pe mì a l’è finia”. In quel
momento si rese conto che la lancia nella schiena altro
non era che la prua di una barca abbandonata sulla spiaggia.
Allora rapidissimo riacquistò tutto il suo coraggio
urlando al mare e alle stelle: “No me rendu, e
no me renderia pè tutti li turchi de la Barberia.”
BERGEGGI
Note storiche
La storia di questo piccolo agglomerato di case (…
oggi poi nemmeno tanto piccolo), abbarbicato ai piedi
del Monte S. Elena, comincia diversi secoli fa. In quella
zona che oggi è occupata da moderno complesso
residenziale di Torre del Mare doveva sorgere l’originario
insediamento abitato dagli antichi liguri la cui traccia
più importante conservatasi fino ad oggi è
il castellaro. Qualche anno fa nella stessa zona è
stato scoperto un sepolcreto di remote origini. Attualmente
Bergeggi è nota e frequentata località
marina.
ISOLA DI BERGEGGI
L’isola che non c’era
Ecco come un’antica leggenda racconta la comparsa
in Liguria dell’Isola di Bergeggi. Siamo nel VII
secolo e i vescovi africani Eugenio e Vindemmiale cercano
di sfuggire alle persecuzioni del vandali… «Si
spezzarono le catene, si aprirono le porte, uscirono
di città, indisturbati verso il mare. C’era
una barchetta pronta e con essa vagarono fino ad uno
scoglio vicino. Scesero sullo scoglio che era in vetta
illuminato da una misteriosa luce, e lo scoglio si mosse.
Passarono la Sicilia, il Tirreno e giunti nel golfo
ligure di fronte alla città dei Vadi Sabazi,
a poca distanza dalla costa, lo scoglio si arrestò.
Ritrovarono la barchetta e con essa misero piede in
terra di Liguria dove predicarono con ardore la fede
di Cristo tra quelle genti pagane. Ma ogni sera tornavano
al loro rupestre isolotto, detto di Bergeggi, che da
allora non si mosse più e sul finire del secolo
X, vide sorgere un’abbazia dedicata a S. Eugenio.
Note storiche
Immersi nella quiete e nella solitudine dell’isola
di Bergeggi rimangono i ruderi di una chiesa romanica
(XI secolo) e quelli di un edificio di culto paleocristiano
(V – VII secolo). Intorno al 1960 fu costruita
una cappelletta. Nei secoli l’isola fu scelta
da alcuni eremiti per vivere e pregare e si dice che
in epoca bizantina (così testimoniano anche le
leggende…) vi fosse un monastero nel quale nel
922 d.C., per voler del Vescovo di Savona, giunsero
i monaci lerinesi. Qui inoltre fino al 1588 riposarono
le spoglie di S. Eugenio che furono poi trasferite nella
cattedrale di Noli.
Gli innamorati di Bergeggi
Un’altra leggenda è stata tramandata sino
ai giorni nostri; essa narra dell’impossibile
e infelice storia d’amore tra il principe saraceno
Achmet e Ines, figlia di un nobile di Bergeggi. La vicenda
risalirebbe al X secolo quando la costa ligure era oggetto
di incursioni saracene. Sul capo più estremo
di Bergeggi viveva in una torre fortificata un nobile
insieme ai propri figli Roberto e Ines. Accadde che
un giorno dovette assentarsi affidando dunque la difesa
della proprietà a Roberto. Durante la sua assenza
i turchi assalirono la torre e Roberto si ritrovò
a combattere da solo le orde di Saraceni venute dal
mare e bramose di distruzione. Fece scudo col suo corpo
mentre i fendenti delle scimitarre stavano per raggiungere
l’amata sorella. La scena fu straziante e i Saraceni
rimasero colpiti da quell’atto di valore nonché
dal dolore della ragazza. In particolare tra i Saraceni
fu il principe Achmet a rimanere colpito dalla bellezza
di Ines e così, innamoratosi, decise che la ragazza
avrebbe dovuto vivere da principessa. Achmet fece costruire
un bellissimo e imponente castello in quell’isola
prospiciente alla costa e lì condusse a vivere
Ines. Lui si faceva vedere da lei raramente; a volte
passeggiavano insieme al tramonto sulla spiaggia e in
breve tempo il loro legame divenne indissolubile. Nel
frattempo la gente della costa osservava con crescente
preoccupazione quella fortezza nemica sorta sul mare.
Si dice che Achmet la sera portasse Ines sotto un bellissimo
loggiato costruito in posizione panoramica e lì
le parlasse di mondi lontani e fantastici incantandola
per ore e ore. il loro idillio ebbe fine una mattina
quando all’orizzonte comparvero le prime galee
con i vessilli della Repubblica di Genova; Achmet consapevole
dell’imminente battaglia si allontanò con
la propria flotta dall’isola. Prima di affrontare
il nemico diede a Ines un anello con incastonata una
pietra miracolosa che si sarebbe magicamente offuscata
quando lui si fosse trovato in pericolo, al contrario
la sua lucentezza avrebbe confermato la sua salvezza.
I due eserciti si fronteggiarono sul mare csì
pure i due rispettivi comandanti; Achmet lanciò
il segnale ai suoi uomini di non attaccare e avanzò
da solo tra le schiere nemiche giungendo al cospetto
del condottiero cristiano. Dopo un breve colloquio un’espressione
di gioia e di commozione comparve sul volto di quest’ultimo:
Achmet gli aveva indicato il castello dove avrebbe ritrovato
sua figlia sana e salva. Il Principe saraceno si allontanò
poi con le proprie navi e scomparve. Pochi giorni dopo
la pietra magica che Ines portava al dito si offuscò
e la ragazza cominciò a trascorrere interi giorni
scrutando l’orizzonte in attesa del ritorno di
Achmet. Il castello detto “del saraceno”
andò lentamente in rovina e anche Ines morì
per il dolore. Trascorsero gli anni e sull’isola
fu costruito un monastero. Un giorno vi sbarcò
un anziano pellegrino che chiedeva ospitalità.
I monaci l’ospitarono nell’edificio assegnandogli
una cella dalla quale si vedevano le rovine del castello.
Si racconta che il vecchio guardasse in quella direzione
sussurrando il nome di Ines e struggendosi dal dolore.
Poco dopo morì; solo in seguito di seppe che
era il principe Achmet tornato a cercare la sua amata.
Ancora oggi si dice che in certe notti di luna sia possibile
scorgere il fantasma dei due innamorati che tenendosi
per mano passeggiano al chiaro di luna.
S. Giorgio, simbolo della Liguria
guerriera
Avendo accennato alle galee genovesi venute ad affrontare
la flotta turca del principe Achmet, parleremo della
tradizione che sta dietro alla Croce Rossa in campo
bianco, vessillo della Marina da guerra dell’epoca
e simbolo di S. Giorgio. L’intera vicenda del
santo la ritroviamo riportata da Jacopo da Varazze nella
sua Legenda Aurea. S. Giorgio faceva parte della guardia
personale dell’imperatore Diocleziano e professatosi
cristiano subì i tormenti della tortura. Gli
fu dato del veleno, e fu calato nel piombo fuso, ma
tutte due le volte, fattosi il segno della croce, risorse.
La stessa moglie dell’imperatore, Alessandra,
si convertì al cristianesimo e per questo fu
condannata a morte; prima di morire chiese al Santo
di essere battezzata. Tra gli episodi più famosi
va poi ricordato quello che vede S. Giorgio arrivare
a Silene in Libia per uccidere lo spaventoso drago che
periodicamente esigeva vittime sacrificali. Nell’occasione
salvò la figlia del Re, destinata al sacrificio;
riportatala al padre, quest’ultimo chiese a santo
di ricevere il battesimo. In seguito nella zona furono
costruite molte chiese a ricordo della venuta di S.
Giorgio.
VADO LIGURE
Le origini
Nacque come stazione militare romana (II secolo a.C.)
e nel 89 a.C. prese il nome di Vada Sabatia. Il suo
sviluppo fu rapido e fiorente e prima della caduta dell’Impero
Romano si suppone che fosse un’importante città
dedita al commercio marittimo. Nel V secolo gli abitanti,
in cerca di maggiore sicurezza, la spopolarono preferendole
la cittadella del Priamar. Anche a livello istituzionale
Vado ebbe ruoli notevoli: fu sede del vescovo dal VII
al XI secolo e rimase sotto al dominio dei Del Carretto
e dei Marchesi di Ponzone. A Vado visiterete la chiesa
di S. Giovanni Battista (XII.XIII secolo), i resti di
un sepolcreto romano detto “Fossa do Re”
(…S. Genesio), una torre testimonianza dell’originario
“castrum vadorum” e sul colle S. Elena i
resti del castellaro. A Capo Vado c’è invece
la fortezza di S. Stefano risalente al 1614 e voluta
da Genova. Curiosità: sotto la sede dell’attuale
comune sono venute alla luce tombe romane e i resti
di una villa del I-II secolo a.C.
SAVONA
La città delle torri
È proprio una torre il simbolo di questa città
d’antica tradizione marinara; i Savonesi la chiamano
“a Campanassa” perché al suo interno
è conservata un’enorme campana che anticamente
fungeva da segnale d’allarme in caso di pericolo.
La “Campanassa”, che è poi la torre
campanaria del Brandale, è alta quasi 50 m. e
sembra dominare ancora oggi tutta la città. Poco
distante troviamo la Torre dei Corsi e la Torre degli
Scolopi, mentre vicino al vecchio porto c’è
la Torre di Leo Pancaldo, l’illustre navigatore
già protagonista della leggenda qui di seguito
riportata. Altre due torri sono la “Torretta”
originariamente inglobata nelle mura trecentesche e
quella già citata del Brandale, all’estremità
del porto; in una nicchia di quest’ultima vedrete
la statua della Madonna della Misericordia protettrice
di Savona. Il nucleo medioevale della città sorgeva
un tempo nei pressi del vecchio porto e di quel periodo
Savona mostra orgogliosa i palazzi nobiliari simbolo
di un glorioso passato; ricorderemo fra questi Palazzo
Lamba-Doria, Palazzo Gavotti, Palazzo Multedo, Palazzo
Pozzobonello, eccetera.
Priamar, cuore di Savona
La incontrerete sulla strada che costeggia il porto
della città: nel vedere l’imponente sagoma
non nutrirete dubbi sulla sua passata funzione militare,
sebbene il Priamar racchiuda in sé un patrimonio
storico di notevole importanza per la città.
Ancora oggi il nome della fortezza solleva non pochi
interrogativi in quanto non si è riusciti a stabilire
se esso significhi “pietra a mare” o “pietra
mala”; nel secondo caso ci sarebbe un ulteriore
dilemma circa l’interpretazione sul destino storico
della costruzione o sulla natura della roccia. Il Priamar
è il risultato di secoli di storia e cultura
con le sue architetture pre-romane, romane, bizantine,
medioevali e i rimaneggiamenti successivi risalenti
al XIV secolo. L’aspetto attuale lo si deve alla
grande ricostruzione del 1542 quando il Priamar fu distrutto
dai genovese guelfi. All’interno vedrete le rovine
della chiesa di S. Domenico il Vecchio (XIV secolo),
la cattedrale di S. Maria del Castello, il Palazzo della
Sibilla e tra le scoperte più recenti la necropoli
del VI secolo affiorata grazie agli scavi del 1969.
La leggenda dei fuochi di S.
Elmo
La leggenda ha come protagonista il navigatore Leon
Pancaldo che nel novembre 1520 stava attraversando lo
stretto di Magellano; originario di Savona, Leone aveva
lasciato a casa ad attenderlo la moglie Silvia de Romana.
Durante i giorni di navigazione, una sera, preso da
nostalgia e tristezza per la lontananza della sua amata,
affidò il timone al suo secondo e andò
in coperta a riposare. Sognò la propria nave
colta da tempesta, in balia dei flutti quasi vicina
al naufragio; vide infatti i famosi fuochi di S. Elmo
posarsi accanto all’albero maestro. Secondo la
tradizione quelle magiche luci erano l’invito
del Santo ai marinai affinché si preparassero
da buoni cristiani alla morte ormai prossima. Il naufragio
era imminente se i fuochi scendevano dall’alto
fino a raggiungere la coperta. Leone in sogno li vide
invece risalire dalla coperta e poi correre velocissimi
sul mare fino a raggiungere la torre di S. Elmo a Savona.
Là c’era Silvia che avvolta dalle fiamme
chiedeva disperata il suo aiuto. Leone la chiamò
svegliandosi di soprassalto; nei giorni seguenti il
sogno si ripeté destando nel navigatore grande
apprensione. I giorni trascorsero, ma Leone non poteva
immaginare ciò che nel frattempo era accaduto
a Savona. Silvia abitava non lontano dal Priamar, nei
pressi di S. Elmo, accanto al vecchio arsenale dismesso
che conteneva ancora materiale facilmente infiammabile.
Era una zona mal frequentata e una sera vi capitarono
Michele Solaro, noto mercante di schiavi in Africa,
e Brancaleone e Ludovico, due suoi amici. I tre, reduci
di una rapina in casa di tale Pietro Saluzzo, completamente
ubriachi, cercarono di penetrare anche nella chiesa
di S. Caterina per rubare. Poiché era buio i
tre appiccarono un incendio, e in breve rimasero imprigionati
nella chiesa. Michele cercò di fuggire, ma cadde
picchiando la testa e svenne. Intanto le fiamme avevano
svegliato la gente nei dintorni e anche Silvia si destò
accorgendosi spaventata che la sua casa, vicina alla
chiesa e all’arsenale, era avvolta dalle fiamme.
Silvia pronunciò il nome di Leone e in quell’istante
un tale Giovanni, udendo quel nome, corse in suo aiuto.
Giovanni, che quella sera era stato uno dei responsabili
del rogo, da piccolo fu salvato da Leone, unico ad aiutarlo
mentre stava per annegare. Giovanni prese una scala
e incurante del fuoco l’appoggiò alla casa;
salì, sfondò la finestra e avvolgendola
in una coperta, trasse in salvo Silvia portandola dai
guardiani della torre di S. Elmo che accorsero in loro
aiuto. Da quel giorno Giovanni cambiò vita. Silvia,
ancora sotto shock, nel suo delirio invocava incessantemente
il nome del marito.
Curiosità
A Savona nel Convento Figlie N.S. della Misericordia
è conservato miracolosamente intatto il cuore
di Santa Maria Rossello (1811 – 1880) mentre il
corpo è custodito presso la Casa Generalizia.
Ancora una volta la Liguria è terra di miracoli…
ALBISSOLA MARINA e ALBISOLA SUPERIORE
Albissola da vedere
Albissola Marina è l’odierno comune che
si estende a ovest del torrente Sansobbia, caratterizzato
da un lungo e sabbioso litorale diviso in due parti
dal molo di S. Antonio. Su uno scoglio quasi di fronte
al porto della vicina Savona è visibile una piccola
statua della Madonna da cui prende nome la roccia denominata
appunto Scoglio della Madonnetta. La parte più
antica del borgo caratterizzata da pittoreschi budelli
e carruggi è quella che sorge intorno alla Chiesa
della Concordia. Di epoca più recente vi è
da visitare la famosa villa Faraggiana immersa in una
cornice naturale di terre coltivate e giardini, risalente
al XVIII secolo, oggi sede del Centro Ligure per la
Storia della ceramica. Albisola Superiore, il comune
che attualmente sorge a est del Sansobbia vantava originariamente
una vocazione prettamente agricola oggi pressoché
scomparsa e sostituita da quella turistica. E così
pur essendo molto cambiata l’edilizia urbana,
tracce del passato continuano a testimoniare le antiche
origini di Albissola: nei pressi della chiesa di S.
Pietro ci sono resti di quello che fu l’antico
insediamento romano, ovvero Alba Docilia. Da non dimenticare
è il fatto che proprio qui, appena più
a monte, passava la famosa via romana “Julia Augusta”,
il cui tracciato è ancora oggi visibile.
Albisola o Albissola?
È una S che fa la differenza e che ha la sua
ragion d’essere. Infatti Albissola Marina, quella
con due S, deve questa particolarità al fatto
d essere stata così trascritta erroneamente presso
la Consulta Araldica per l’ottenimento dello stemma
comunale, quando nel 1615 divenne comune autonomo. Da
allora ha mantenuto la denominazione di Albissola.
Albisola, patria della ceramica
Le più antiche testimonianze riguardanti le maioliche
di Albisola risalgono alla fine del XV secolo. Questa
forma di artigianato è stata senza dubbio favorita
dalla presenza dell’argilla rossa e di terra bianca,
estratte da numerose cave. La produzione si divise fra
le terrecotte (soprattutto oggetti d’uso quotidiano
come brocche, vasi, piatti, eccetera) e le piastrelle
maiolicate (laggioni) che hanno reso famosa Albisola
a livello mondiale. La produzione nei secoli successivi
si farà sempre più varia, influenzata
da nuovi stili e processi di lavorazione, ma rimane
ancora oggi uno dei capisaldi dell’artigianato
di Albisola vantando una tradizione unica.
Apparizioni misteriose
A poca distanza dal mare, nell’Entroterra di Albisola
Superiore c’è una montagna detta Bricco
Spaccato che «… squarciandosi dall’ime
viscere in parti uguali, aprì nel mezzo una voragine,
donde l’occhio si ritrae quasi impaurito da quella
profondezza e desolata solitudine. Non filo d’erba,
non canto d’uccello, non vestigio di piede umano;…»
[da G. Gatti “Racconti storici e romantici”,
Ed. Voghera, 1855]. Qui la leggenda vuole che la notte
del 2 novembre si svolga una delle processioni più
terrificanti di tutta la Liguria. I contadini raccontano
che intorno alla mezzanotte le anime degli annegati
e di quelli non sepolti in terra consacrata vaghino
indossando cappe nere, muovendosi lente alla luce delle
torce e levando commoventi salmi, La processione ha
termine all’alba con la luce del sole.
Streghe ad Albisola
Sembra proprio che la pratica della stregoneria abbia
interessato ogni angolo della Liguria. Così anche
ad Albisola, nelle vicinanze di Villa Gavotti, si racconta
che le streghe si dessero convegno per il sabba. Si
dice che una di loro si fosse innamorata del marchese
e le sue colleghe tentassero allora con ogni sorta d’incantesimi
e malefizi di distogliere la giovane dal suo sentimento.
Nonostante le loro arti magiche, fallirono, ma la strega
innamorata, presa da ira tremenda, salì sulla
montagna e provocò un terremoto che spaccò
in due la vetta. Da quel giorno il luogo fu chiamato
“Bricco Spaccato”.
L’Albisola d’illustri
memorie
“… ad una lega da Cella, si arriva ad Albizola,
villaggio situato su di un golfo. I dintorni, ben coltivati,
sono adorni da bei giardini e da diversi palazzi. Là,
sui pendii delle colline che circondano il bacino, la
vegetazione è di un vigore notevole; le viti,
i gelsi, gli ulivi, i fichi, le siepi di melograni,
sono di una grandezza e di una forza straordinaria;
le foglie più larghe e più verdi che in
qualsiasi altro luogo: si comprende senza fatica come
questo sito sia stato scelto per delle ville di campagna…”
Horace Benedict de Saussure “Voyages dans les
Alpes, précedés d’un essai sur l’histoire
naturelle des environs de Gènève”
1794
Il parroco archeologo
Si chiamava Don Schiappapietra, canonico di S. Nicolò,
lo scopritore della splendida villa romana (I-II secolo)
i cui resti sono tuttora visibili nei pressi della Stazione
Ferroviaria. Gli scavi cominciarono nella seconda metà
del XIX secolo e terminarono nel 1975, alternando fasi
di studio ad altre di ricerca sul luogo. I resti che
facevano parte di un’area edificata di 8000 mq,
appartenevano ad Alba Docilia che si suppone fosse una
stazione di sosta segnalata sulla cosiddetta Tabula
Peutingeriana, l’antico “stradario”
dell’Impero Romano.
Folclore
A memoria delle bazure, durante il Carnevale, più
precisamente il sabato grasso, si celebra il cosiddetto
“Carnevale Albisolese delle Streghe” nel
corso del quale s’inscena in costume il rogo della
strega Miodina.
CELLE LIGURE
Note storiche
Il nome della località ci rimanda ai suoi trascorsi
di pescatori e marinai; le “cellae” erano
infatti quei capanni utilizzati per riporre le barche,
le reti e gli attrezzi da lavoro. Il paese oggi si divide
nel nucleo di Piani, più moderno, a levante,
e in quello costituito dal vecchio borgo di pescatori,
a ponente. È un incantevole lungomare a unire
le due anime di Celle, entrambe piacevoli da visitare
pur nella loro diversità. A levante sorge la
chiesa di Nostra Signora della Consolazione la cui costruzione
risale al 1468 ad opera degli Agostiniani; l’attuale
facciata è del 1725. I primi documenti in cui
viene citata Celle risalgono al 1014 e la indicano come
possedimento di Ugo di Clavesana. Fu poi divisa tra
i Marchesi di Ponzone, i Marchesi Del Bosco, i Doria
e i Malocello; dal 1398 al 1414 fu sotto il dominio
della vicina Genova fino a che non divenne Comune dotandosi
di un proprio statuto chiamato “Negrin”.
Nel 1528 fece parte della Podesteria di Varazze. Un
tempo ci dovevano essere ben due castelli a proteggere
Celle dagli assalti saraceni, uno a monte e l’altro
sul mare, ma di nessuno dei due è rimasta traccia.
Tradizioni
È tradizione che a Celle la notte tra il 23 e
il 24 giugno in occasione della festa di S. Giovanni
si accendano numerosi falò sulla spiaggia; l’usanza,
praticata anche in altre zone, potrebbe essere retaggio
di un lontano culto pagano. Nell’opinione di Padre
Francesco Ferraironi, famoso storiografo di Triora,
i falò della notte di S. Giovanni “non
hanno alcuna relazione con la stregoneria: si tratta
di un uso antichissimo, già praticato nel secolo
XV che esprime gioia popolare…”, invece
Orlando Grosso (Gazzetta di Genova, 3 giugno 1919) sosteneva
a riguardo un’altra ipotesi secondo cui: “i
contadini accendevano con le fiaccole i mucchi di sterpi
e di ossami, nella illusione che il fumo cacciasse dalle
valli i draghi e gli spiriti maligni: scendevano dai
boschi - secondo la tradizione popolare - in quella
notte, le streghe in cerca di villaggi. Pendevano dalle
finestre e alle porte delle case le palme, i rami d’ulivo
benedetti, le scope nuove, per stancare le streghe nel
contare ad uno ad uno i fuscelli di saggina prima di
entrare.”
Il Papa di Celle
Era di Celle Francesco della Rovere che nacque in frazione
Pecorile nel 1414 e che sarebbe divenuto Papa Sisto
IV (ancora oggi si può vedere la casa natale
del futuro Pontefice).
Il fantasma del mulino
È una vecchia struttura nei pressi di un’area
picnic, in zona collinare, appena fuori dall’abitato
di Celle; il mulino sarebbe stato più volte luogo
di apparizione di un fantasma femminile non precisamente
identificato, ma che in vita doveva essere particolarmente
legato al Mulino. Sono diverse le testimonianze di coppie
di fidanzati che avrebbero visto di notte la bianca
figura vagare intorno alle rovine.
VARAZZE
La storia
Già in epoca romana Varazze era conosciuta come
centro di mare per i rifornimenti e lo smercio postale
(così la indica la Tavola Peutingeriana del III
secolo a.C.); si chiamava Ad Navalia, nome rimasto in
uso fino all’arrivo dei Longobardi che la chiamarono
prima Varagia e poi Varagine. Fu feudo dei Marchesi
Ponzone e Malocello fino a quando venne ceduta da questi
a Genova (XIII secolo). In seguito, comprendendo Celle
Ligure e Albisola, nel 1343 divenne comune autonomo.
Le sorti di Varazze rimasero sempre legate a Genova
e fu teatro di violente battaglie nel corso della storia
tra le quali ricordiamo l’ultima che vide contrapporsi
Francesi ed Austriaci. Borgo di pescatori, si distinse
nel XIX secolo per l’imponente attività
cantieristica navale. Il turismo sarebbe nato in seguito,
prendendo come simbolica data d’inizio la nascita
nel 1887 del primo stabilimento balneare intitolato
alla Regina Margherita.
Le origini
Si dice che Giuseppe, Maria e Gesù, dopo la drammatica
fuga in Egitto, abbiano peregrinato ancora a lungo,
giungendo addirittura in Liguria. Un giorno però
l’asino sul quale Maria e Gesù viaggiavano
non ne volle più sapere di andare avanti. Giuseppe
allora gli disse: “Va ase”. Da quel momento
il paese che stavano attraversando cambiò nome
traendo spunto da quell’invito a proseguire.
Da vedere
Passeggiando per il centro vedrete, chiusi tra le recenti
costruzioni, i resti della cinta muraria del XI secolo,
alcuni torrioni e la facciata della parrocchiale di
S. Ambrogio risalente al XII secolo. Nei pressi della
chiesa di S. Nazario ci sono i resti della seconda cinta
muraria del XV secolo che ingloba la Porta di via Coda,
la Torre di Ponente e altre fortificazioni.
Jacopo da Varazze
È a Varazze, più precisamente in frazione
Casanova, che tra il 1225 e il 1230 nacque Jacopo da
Varagine, l’autore della famosa “Legenda
Aurea”, imponente opera agiografica medievale.
Padre Domenicano, fu preposto dapprima alla Provincia
di Lombardia nel 1267, per poi divenire Arcivescovo
di Genova nel 1292. Oltre alla già citata Legenda
Aurea (che comprende 149 vite di santi e 33 racconti
su Gesù e la Vergine, già nel XV secolo
diffusa in Europa in più di 150 versioni in latino)
Jacopo da Varagine scrisse diverse opere su S. Agostino,
sui vangeli, nonché l’interessante “Chronica
Civitatis Januensis” dedicata alla storia civile
e religiosa di Genova, partendo dalla fondazione per
arrivare al 1297, anno della sua morte. Si ricorda la
sua opera di protezione degli indifesi durante le lotte
tra guelfi e ghibellini intercorse tra le famiglie di
Varazze.
S. Caterina da Siena a Varazze
Giunse a Varazze anche S. Caterina da Siena, di ritorno
dal suo viaggio ad Avignone nel 1376 dove aveva incontrato
Papa Gregorio IX. Nella cittadina ligure incontrò
l’allora vescovo Alderamo che caldeggiava una
crociata a Gerusalemme. Varazze a quel tempo era stata
colpita dalla peste e fu proprio una preghiera di S.
Caterina a spegnere definitivamente i focolai della
malattia. Sempre a Varazze alla santa apparve miracolosamente
S. Ambrogio per predirle alcuni particolari sulla sua
morte. Oggi S. Caterina da Siena e Jacopo da Varazze
sono venerati come patroni della cittadina ligure. Ad
entrambi sono dedicati numerosi affreschi, statue ed
edifici religiosi, simbolo di sincera e profonda devozione.
Misteri
In località Salice, presso U Cian da Munega (il
piano della monaca) c’è un’enorme
pietra infissa nel terreno, alta più di 2 m.,
con una circonferenza di 4 m., che nelle forme ricorda
l’immagine di una monaca. Anche questa pietra
è un menhir, uno dei tanti della zona, autentica
e misteriosa traccia di un lontano passato.
Tradizioni
Quella della “cassa di S. Bartolomeo” è
una delle più celebri leggende di Varazze; si
narra che i pirati saraceni durante una delle numerose
scorrerie avessero rubato una preziosa statua che pesava
più di quindici quintali, raffigurante lo stesso
santo. Tuttavia durante la navigazione nelle acque del
Tirreno i predoni, colti da un’improvvisa tempesta,
se ne liberarono, gettandola in mare. La corrente e
un intervento miracoloso, alcuni giorni dopo, fecero
comparire la statua di nuovo sulla spiaggia di Varazze
da dove era stata trafugata.
Da allora la statua viene portata annualmente in processione
durante la festa di San Bartolomeo.
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