BORGHETTO
SANTO SPIRITO
Un po’ di storia
Correva il 1288 quando gli abitanti di Albenga decisero
di costruire un avamposto da contrapporre a Loano: fu
così che sorse Borghetto Santo Spirito, borgo
fortificato che un tempo ospitava l’Ospizio Monacale
di Santo Spirito da cui derivò poi il nome della
località (sorgeva dove oggi c’è
Castello Borelli). Fu dominio dei Doria e grazie alle
imponenti difese si salvò da numerosi assalti
di predoni venuti dal mare durante il XVII secolo. Ancora
oggi passeggiando per le vie del paese vedremo numerose
tracce dell’epoca: alcune torri, tratti di mura
e la porta di Ponente. Da vedere poi la Parrocchiale
di S. Matteo.
Curiosità
Al confine occidentale del comune di Borghetto, sul
promontorio di Capo d’Anzio, sorge l’ottocentesco
Castello Borelli costruito sulla falsariga di ua fortificazione
medievale. Il Castello ha uno stupendo parco di 40.000
metri quadrati tutti a macchia mediterranea.
LOANO
Un po’ di storia…
L’attuale Loano sarebbe la discendente della romana
Lodanum super Podium. Dal 775 fino al 1000, per volere
di Carlo Magno, fu feudo dei monaci benedettini del
Monastero di S. Pietro in Varatella. Nel XII secolo
passò sotto il controllo del Vescovo di Albenga
fino a quando nel 1263 l’acquistò Oberto
Doria. L’abitato nel corso dei secoli si allargò
anche a monte soprattutto per difendersi dalle frequenti
incursioni saracene. Nel 1342 fu dominio di Genova,
per poi passare ai Doria nel 1477 e ai Fieschi nel 1505.
Fallita la congiura di questi ultimi, Loano, per volere
del governatore di Milano, tornò ai Doria. Loano
salì alla ribalta della storia europea come teatro
della battaglia del 23 e 24 novembre 1795 tra truppe
napoleoniche e gli austro-piemontesi. Sull’arco
di trionfo a Parigi è tuttora leggibile il nome
della cittadina ligure.
La Loano da visitare
Ecco una carrellata sui monumenti da vedere: la parrocchiale
di S. Giovanni Battista (1633-1638) voluta da Andrea
Doria (una curiosità: la cupola che sormonta
l’edificio è dotata di accorgimenti antisismici.
L’interno è ricco di statue e affreschi);
l’Oratorio di N.S. del SS Rosario (appartenuto
alla Confraternita delle Cappe Turchine. Le Compagnie
Religiose hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia
religiosa della zona, qui sono ancora visibili gli antichi
crocefissi – di cui uno col Cristo nero –
che venivano portati in processione; di un’altra
Confraternita è l’Oratorio delle Cappe
Bianche con un interno più sontuoso): la Chiesa
e il Convento di S. Agostino risalenti al XVI secolo,
voluti da Giovanni Andrea Doria e Zenobia Del Carretto.
Un altro importante complesso religioso è quello
di Monte Carmelo, con il Santuario edificato tra il
1603 e il 1698. Sotto il presbiterio della chiesa venivano
sepolti i Doria, usanza protrattasi fino al 1793. Tra
gli edifici non religiosi spiccano il Palazzo Comunale
(XVI secolo, appartenuto ai Doria), l’attiguo
torrione pentagonale del 1608 e il castello dei Vescovi
di Albenga, passato successivamente ai Doria che lo
ampliarono notevolmente nel 1602 per volontà
di Giovanni Andrea Doria I. Accessibile attraverso il
ponte levatoio ospitò la Zecca fino al 1670.
Alcuni storici sostengono che l’intera costruzione
sia stata eretta fin dall’inizio dai Doria, più
precisamente nel 1287 da Oberto Doria. In Piazza Palestro
invece c’è ancora il palazzo del Comandante
di Arnolfini, l’allora segretario di Andrea Doria
(1606). L’interno è ricco di pregevoli
affreschi. Più recente è invece la Porta
dell’Orologio o di Passorino costruita nel 1774
e dedicata a Vittorio Amedeo III con l’originaria
Campana del Soccorso.
Barabbin e il Demonio
Barabbin, ovvero Barabba, al secolo Domenico P. cittadino
di Loano la cui vicenda è ancora oggi narrata
a testimonianza di una vita dissoluta.
Barabbin possedeva a Loano un piccolo negozio di generi
alimentari che gli aveva sempre dato di che vivere e
soprattutto gli aveva permesso di dedicarsi alla sua
unica passione: il bere. Un giorno Barabbin dopo l’ennesima
ubriacatura si sentì male e fu chiamato il prete
per dargli l’estrema unzione; davanti al sacramento
l’uomo pronunciò queste ultime blasfeme
parole: “Vêuggio do vin… sacr…”
poi morì completamente ubriaco. In seguito la
fama di bestemmiatore ubriacone si sparse per tutta
Loano, soprattutto dopo il rifiuto dell’estrema
unzione a favore di un ultimo sorso di vino. Barabbin
venne inumato in un campo appena fuori Loano poco distante
dalla strada. Da quel momento di notte cominciarono
le misteriose e terrificanti apparizioni di spettri,
fuochi fatui e voci. Si diffuse la paura tra coloro
che per necessità erano costretti ad attraversare
la zona. I Loanesi decisero di portare il corpo di Barabbin
al Buranco, un orrido vicino al giogo di Toirano e di
gettarlo dentro.
Per l’ingrato compito si offrirono due mulattieri
della zona che una volta disseppellito il cadavere lo
legarono sul dorso di un mulo per affrontare il faticoso
cammino. Si inerpicarono di notte, con la luce delle
lanterne, su per la salita che portava a Peggia. Ad
un certo punto una misteriosa figura, avvolta in un
mantello con il volto celato, si fece loro incontro
pretendendo non solo l’anima, ma anche il corpo
del defunto. La figura misteriosa, mentre parlava, nell’allungare
una mano sul dorso del mulo, lasciò cadere all’indietro
il cappuccio che svelò un volto caprino con occhi
iniettati di sangue. I mulattieri fuggirono, in preda
al terrore, certi di aver incontrato il demonio. Quella
stessa notte un terrificante lamento accompagnò
l’apparizione di una misteriosa luce nei pressi
della montagna. Nel grido alcuni dissero di aver riconosciuta
la voce di Barabbin che bestemmiava.
Il gufo del Castello
Lo si vedeva volteggiare nelle notti tempestose intorno
al torrione del castello “… Co’ suoi
due ciuffi di penne sulla testa, il disco facciale schiacciato,
il becco e le unghie di color carne, bianca la gola,
screziato e ondeggiato di nero e giallo oro al di sopra
del corpo con due occhi poi così acuti e fosforescenti
che non men quei del gatto mammone li potrebbero stare
a confronto”. La leggenda vuole che il gufo fosse
l’anima tormentata del poeta Antonio Ricciardi,
segretario di Giovanni Andrea Doria, che da vivo fu
imprigionato nel castello a causa della gelosia di una
donna. Vistosi abbandonato dal proprio padrone e destinato
ad una vita disumana nei sotterranei, si uccise spaccandosi
la testa contro al muro.
Il folletto burlone
Altra leggenda loanese è quella che ha per protagonista
un folletto, abitatore dei sotterranei del castello
dei Doria, impegnato a tormentare le coppie di innamorati.
Si ricorda ancora la sua teatrale apparizione del 25
maggio 1712 alla presenza dei Consoli Giovanni Battista
Bruna e Giacomo Lanteri. Era sera e nel castello dei
Doria si stavano tenendo grandi festeggiamenti in occasione
del giorno di S. Isidoro successivo alla Pentecoste.
A mezzanotte in punto il folletto entrò in scena
accompagnato da due streghe emettendo urla, fischi e
suonando orrendamente i violini. Gli invitati fuggirono
e per tre giorni il folletto tenne in scacco il castello.
Da quel giorno il ballo di S. Isidoro venne definitivamente
soppresso.
Fantasmi in Convento
Ancora agli inizi del XX secolo di credeva che la villa
del convento di Monte Carmelo fosse abitata dagli spiriti.
Erano frequenti le apparizioni di fuochi fatui comunemente
identificati con le anime inquiete dei defunti. Addirittura
non si raccoglievano più la frutta e la verdura
provenienti dalle vicinanze, poiché ritenute
malsane. È la storia in questo caso a fare luce
sulle superstizioni: nell’aprile del 1794 sia
nel castello di Loano che nel convento di Monte Carmelo
furono ricoverate migliaia di persone affette da un’epidemia
letale; si narra che morirono più di 10.000 soldati
e che molti di questi furono seppelliti nei possedimenti
del convento, alcuni forse ancora vivi.
Loano in tavola
Anche qui si deve parlare della buona cucina che di
certo non manca: il pesce cucinato in vari modi è
il re incontrastato della tavola; assaggerete in stagione
l’insalata di gianchetti conditi olio e limone,
i sughi e le zuppe di pesce, i muscoli in guazzetto,
i pesci di scoglio insaporiti con aromi e cotti sulla
griglia. I primi piatti appartengono al filone più
tradizionale della cucina ligure: il pesto per condire
lasagnette e fettuccine, il minestrone o ancora le buone
lasagne. Dall’orto arrivano verdure che, oltre
ad essere cucinate ripiene, sono alla base di piatti
come i pansotti alle erbe e le torte salate (con la
zucca, carciofi e la mitica pasqualina). Gli appassionati
di dolci assaggeranno le famose “biscette”
(biscotti a bastoncino fatti con farina, nocciole, zucchero),
i “baci” (simili a quelli di Alassio), il
Crostolo cui è dedicata la locale sagra, la seconda
domenica di luglio in concomitanza con la festa della
Madonna del Carmine. Si dice che il crostolo fosse già
un dolce rinomato prodotto dal rione di Borgo Castello
intorno al 1100 e che la gente lo distribuisse per strada
in occasione della festa.
Dal vigneto
Sono il Vermentino e il Passito i tesori dei vigneti
loanesi; il primo è un vino bianco, delicato
e fruttato che accompagna gradevolmente i vari piatti
a base di pesce. Il secondo si accompagna ai dolci e
ai formaggi di gusto forte provenienti dall’Entroterra.
PIETRA LIGURE
Cosa vedere
Sorta alla foce del torrente Maremola, Pietra Ligure
è oggi una delle mete classiche del turismo in
Riviera. Cominciamo con alcune note storiche. Innanzitutto
proprio il Maremola è stato uno dei protagonisti
della storia locale; ancora si ricordano le sue piene
che ebbero gravissime conseguenze: quelle del 1604,
del 1693, del 1738, del 1743 e del 1744. Più
di una volta le acque travolsero i ponti che venivano
costruiti per attraversare il torrente: la piena del
1933 distrusse il ponte a schiena d’asino, l’annessa
cappelletta e uccise 4 persone. A dominare l’abitato
c’è il castello costruito su uno sperone
roccioso con l’annesso palazzo Leali-Franchelli
(un tempo palazzo Grammatica, XVIII secolo) famoso per
i preziosi affreschi e per le testimonianze del passato
in esso conservate (tra queste il testamento di Andrea
Doria). Numerosi sono gli edifici religiosi: la Chiesa
di S. Nicolò (la cui fondazione risale al 1752,
voluta per festeggiare il miracolo della fine della
peste l'8 luglio 1525; l’edificio mostra due campanili
gemelli e conserva all’interno, simbolo della
tradizione, le campane quattrocentesche che durante
l’ultimo conflitto mondiale rischiarono di diventare
acciaio per cannoni – la loro salvezza fu merito
dell’intervento dello storico Silvio Accame –
; inoltre sono visibili i resti di un pozzo medioevale
e delle antiche misure olearie appartenenti alla Repubblica
di Genova), la chiesa di S. Caterina e quella dell’Annunziata
(risalente al 1480, oggi sede della Confraternita di
S. Caterina). Un altro edificio con una storia secolare
alle spalle è l’Ospedale S. Spirito. Le
cronache del IX secolo lo indicano come luogo preposto
alla cura degli infermi voluto dai benedettini dell’Abbazia
di S. Pietro ai Monti in Varatella e dal Vescovo di
Albenga (così come l’ospedale S. Nicolò
adibito ad ospitare i pellegrini del tempo). L’Ospedale
di S. Spirito fu sempre legato all’opera degli
ordini religiosi e forse anche degli stessi templari.
Il nome
L’origine del nome della località deriva
dall’antico “Castrum Petrae” che un
tempo sorgeva su di un imponente sperone di roccia dove
tuttora sono visibili pochi resti.
Oasi di Medioevo
Dalla contrada di Ranzi, risalendo verso l’interno
sino all’incrocio formato dai tre sentieri provenienti
da Verzi, Guistenice e Ranzi, sorge la chiesetta campestre
medievale di S. Martino, autentico luogo di pace e di
quiete; visitatela!
Curiosità
Sul lungomare di Pietra, a memoria della tradizione
contadina, sono stati posti i simboli di questa cultura
quasi scomparsa; vedrete un gombo del XVII secolo, appartenuto
al Marchese del Carretto di Balestrino utilizzato nella
lavorazione dell’olio e la “noja”
della metà del XIX secolo che serviva a pescare
l’acqua dal pozzo.
Halloween a Pietra
Non appartiene soltanto alla cittadina americana l’usanza
di svuotare l’interno delle zucche ed illuminarle
con una candela o con uno stoppino immerso nella pece,
ottenendo così un magico effetto; anche a Pietra
c’è la medesima tradizione in uso durante
l’omaggiu a-u-mâ, antica cerimonia di illuminazione
organizzata annualmente in estate sulla spiaggia di
Pietra.
BORGIO VEREZZI
Note storiche
Ancora una volta è il passato con le sue vicende
burrascose, ad aver lasciato al luogo quell’aspetto
così pittoresco e affascinante da renderlo meta
ambita di viaggi e di turismo. È questa una valida
constatazione se osserviamo Borgio Verezzi: stradine,
o meglio carruggi, case in pietra, resti di fortificazioni
e chiese si alternano tra loro dando vita a un autentico
museo a cielo aperto. Osserverete l’antica torre
d’avvistamento, databile alla seconda metà
del cinquecento, mentre a Borgio il particolare ”Mulino
Fenicio”, di singolare struttura, testimonia l’influenza
sull’Europa esercitata dalla cultura moresca che
a sua volta affondava le proprie radici in tradizioni
ancora più remote (altri due esempi di Mulino
Fenicio sono presenti in Sicilia e in Spagna; il mulino
è singolare per il fatto che le pale sono poste
all’interno del torrione dentro al quale il vento
spirava passando per strette feritoie). Diverse e interessanti
sono le chiese presenti sia a Borgio che a Verezzi:
il Santuario di S. Maria Maddalena (nei pressi del mulino
fenicio), la chiesa di S. Martino (S. Martino di Tours,
il santo che visse un periodo di eremitaggio sull’isola
Gallinara divenuto poi patrono di Verezzi), la chiesa
di S. Stefano (XVI secolo con campanile romanico a cuspide).
Estremamente caratteristica è poi la piazzetta
di S. Agostino, nei pressi dell’omonima chiesa,
dove annualmente si tiene il famoso Festival del Teatro
a partire dal 1967.
Meritevole di una visita è la chiesa di S. Pietro
Apostolo in stile barocco. Il nucleo originario dell’edificio
è anteriore al 1000 e sarebbe stato eretto sui
resti di Pollupice, antica stazione romana. Su una pietra
è scolpita la data che ricorda l’anno di
costruzione del campanile cioè 1076. Numerose
furono le modifiche apportate nelle epoche successive,
la più evidente è stata la trasformazione
dell’abside da rettangolare a ottagonale. Nella
zona sono inoltre famose le Grotte di Valdemino, accessibili
al pubblico, la cui scoperta risale agli anni ’30
ad opera di alcuni giovani del posto.
Incursioni Saracene
La costruzione dell’attuale castello visibile
a Borgio Verezzi risale alla fine del XVI secolo quando
i borgesi minacciati dai ripetuti assalti saraceni decisero
di costruire un’autentica fortezza nel cui interno
potevano alloggiare e difendersi circa 200 persone.
Antecedente al castello c’era il cosiddetto “Torrione”,
costruito nel 1564 con la partecipazione di un po’
tutta la popolazione, come postazione di avvistamento.
A quei tempi si era verificato il trasferimento di molte
famiglie da Borgio a Verezzi; quest’ultima infatti
risultava più facilmente difendibile per la sua
posizione elevata sul mare. Molti abitanti di Borgio
però non potevano lasciare le proprie case in
quanto praticavano la pesca o l’agricoltura nella
piana di fronte alla costa. Fu così che si radunarono
in una sorta di comitato e scrissero al Senato di Genova
per avere il permesso, subito accordato , di costruire
una fortezza, minacciando altrimenti di coalizzarsi
a Finale, acerrima nemica di Genova.
Misteri
Non lontano dal sito dell’antico castellaro e
dei presunti menhir di Torre Bastia, nonché dalla
Grotta dell’Antenna si trova un dolmen scoperto
nel 1984 dal Gruppo Ricerche della sezione Finalese
dell’I.I.S.L., di forma rettangolare con le seguenti
misure: 12,10 m. di larghezza, 1,90 m di lunghezza,
e 1,10 m. di altezza, con all’interno una camera
di forma trapezoidale. La struttura è presumibilmente
databile intorno al III-II millennio a.C.
Consiglio gastronomico
A Borgio Verezzi non dimenticate di assaggiare le lumache
alla verezzina (alle quali è dedicata una sagra
locale), la cima, la buridda, le torte di verdura (in
special modo quella a base di zucca), i friscieu, lo
zemin, eccetera.
Esplorazioni sotterranee
Anche il territorio di Borgio Verezzi risulta essere
ricco di vaste e profonde cavità naturali che
sono tuttora oggetto di esplorazioni speleologiche:
ne sono un esempio la grotta Mandurea, la caverna di
Galluzzo e la grotta di Valdemino. L’esistenza
delle grotte era stata ipotizzata dagli abitanti della
zona durante i lavori di scavo di un pozzo: l’acqua
vi entrava per poi uscirvi attraverso un passaggio nascosto.
Nel 1945 alcuni speleologi inglesi si addentrarono nella
grotta di Valdemino dando inizio a una serie di altre
e numerose successive esplorazioni. La grotta, oggi
attrezzata per visite guidate, è nata in seguito
a un lungo processo causato dall’acqua piovana;
all’interno vedrete le famose “campane dei
mari” (stalattiti che se percosse emettono un
suono simile a quello di una campana), le stalattiti
coralloidi e gli incantevoli laghi dall’acqua
color smeraldo.
FINALE LIGURE
Le tre anime di Finale: Finalborgo,
Finalmarina, Finalpia.
Il primo è il nucleo più antico, quello
magari meno conosciuto dal turismo prettamente balneare;
a pochi chilometri dal mare Finalborgo deve le sue origini
ai marchesi Del Carretto che lo fondarono nel 1100.
Le tracce di questo passato sono tutt’oggi visibili.
Sarà sufficiente una visita all’interno
delle mura per vedere palazzi, chiese e vecchie case
retaggio del medioevo (Finalborgo dal 1400 al 1700 venne
eletta dai Del Carretto sede di tutto il marchesato).
Da vedere c’è il Convento di Santa Caterina,
la Basilica di S. Biagio e i pittoreschi resti di Castel
Gavone a Perti dominanti il paese.
Finalmarina è invece zona di vocazione turistica,
complice il bellissimo litorale frequentato ogni estate;
eppure anche qui la storia passata ha lasciato numerose
testimonianze. Vedrete la Pieve del Finale (1578) e
la Basilica di S. Giovanni Battista, bell’esempio
di barocco ligure; del periodo della dominazione spagnola
sono rimasti gli eleganti palazzi con i caratteristici
sovraportali d’ardesia finemente lavorati.
Finalpia rappresenta il volto rurale di questa zona,
dove ancora sopravvivono alla laida speculazione edilizia,
vitigni, ulivi e varie coltivazioni. Da visitare c’è
l’Abbazia di S. Maria di Pia, attorniata da costruzioni
risalenti al cinquecento. All’interno del convento
vedrete i chiostri settecenteschi e il campanile romanico-gotico
del XIII-XIV secolo.
La storia di Belenda e Mendaro
È una storia triste e crudele, legata all’oscuro
periodo feudale quando a Finale spadroneggiava Alfonso
Del Carretto che tormentò i finalesi a partire
dal 1546. Il suo fu un governo travagliato e mal sopportato
dalla gente che nel 1566 lo cacciò con una rivolta
dal borgo. L’esilio fu però breve e il
ritorno del nobile a Finale coincise con una lenta e
studiata vendetta. Si narra dunque la vicenda di tale
Mendaro a cui Alfonso Del Carretto aveva sottratto le
terre costringendolo a diventare pescatore a Varigotti.
Quando Mendaro seppe del ritorno di Alfonso si stabilì
nella repubblica marinara di Noli. Al tempo la sua promessa
sposa era Belenda, splendida ragazza, figlia di un mugnaio.
Venne il giorno funesto in cui per caso Alfonso, insieme
al cugino e al luogotenente Alberto Del Carretto vide
Belenda sulla strada che da Orco Val Pia portava al
vallone di Cornei. Alfonso prima tentò di sedurla
con volgari apprezzamenti poi, vedendo che la ragazza
non gradiva, la caricò a forza sulla portantina
con l’intenzione di imprigionarla pur di averla.
Così fece, rinchiudendola in quella torre dall’aspetto
tozzo e massiccio che ancora oggi è visibile
a mezza costa del monte Gottero, sulla strada che porta
a S. Bernardino, non distante dal Santuario. Anche il
padre di Belenda fu arrestato e condannato a morte;
messo sul cavalletto spirò dopo una lunga agonia.
Ancora una volta i finalesi insorsero e alla lotta partecipò
anche Mendaro e il marchese fuggì precipitosamente.
Mendaro disperato cercò Belenda fino a che il
suo istinto lo indirizzò alla torre prigione
appena sopra il paese. Arrivato sul posto, ispezionò
l’edificio in ogni sua parte. Giunto nei sotterranei
trovò il corpo dell’amata Belenda privo
di vita. La ragazza era morta di fame. Ancora oggi c’è
chi asserisce di aver visto due luci apparire di notte
vicino alla torre, identificandole con le anime dei
due sfortunati amanti separati in vita dall’odio
e dalla gelosia altrui.
Cronache di pirati
La si ricorda come una notte buia e senza luna quella
del 16 novembre 999 d.C. quando una ventina di Saraceni
si avvicinarono con una galea alla costa nei pressi
di Finale. Una luce lontana li attirò verso l’interno,
nella boscaglia. Cinque andarono all’avanscoperta
e presto raggiunsero un forno circondato da povere case.
I Saraceni vi entrarono e videro una donna intenta a
scaldare un braciere da mettere nel letto del marito
di nome Piatirapan a casa ammalato in attesa che la
donna tornasse. Lei, colta a tradimento, non si diede
per vinta e scaraventò contro gli intrusi il
braciere rovente. I cinque si diedero alla fuga cercando
disperatamente una vasca d’acqua dove calmare
“i bollenti spiriti”. Le grida attirarono
la gente dalle case vicine che subito si misero sulle
tracce dei Saraceni. Li scovarono in un bacino d’acqua
che serviva a bagnare gli orti e li uccisero a randellate.
I loro corpi furono poi gettati in mare con una pietra
al collo. Gli altri Saraceni, vista la sorte dei compagni,
presero il largo e non fecero più ritorno.
Aneddoti
Il finalese, come buona parte del ponente, vanta numerose
cavità sotterranee naturali. Tra le più
rinomate c’è quella delle Arene Candide
(il nome lo si deve alla scomparsa duna di sabbia silicea
che giungeva dalla scogliera sottostante sino all’apertura
della grotta). Ancora si racconta della paurosa avventura
occorsa a un gruppo di padri domenicani che nel 1862
si addentrarono perdendosi. Trascorsero un giorno interno
nella grotta prima di riuscire ad uscire grazie all’immediato
soccorso.
Folclore perduto
“Per ti muôre! Per ti, fiâ! Udiâ,
me porta via! S’avesse zazümìn a vigiglia
de Dê-nä, Fôscia ’nu anderèiva
in ca du diâ!” (Per te madre! Per te figlia!
Se avessi fatto digiuno la vigilia di Natale forse non
andrei a casa col Diavolo!).
Sono le strofe di un ormai dimenticato canto locale
che parla della “Merudina” ovvero Erodiade
(nel dialetto locale) che insieme alla figlia si aggirerebbe
nelle campagne, la notte della vigilia di Natale, per
non aver osservato il digiuno. Per Merudina s’intende,
dunque un’anima dannata. Quindi una strega.
Verdure di razza
Dagli ultimi contadini rimasti ( una vera rarità)
vengono i broccoli di Finale dal colore giallo-verde
che si cucinano insieme al fiore. Nella zona sono famose
anche le mele.
Archeogastronomia
I piatti della tradizione, ovvero quelli che ben difficilmente
troverete nei ristoranti… buridda, torte di verdura,
ciupin, le lumache, i ravioli di carne, il buon cappon
magro, il minestrone alla genovese.
Fate
A pochi chilometri dalla costa, addentrandovi nell’Entroterra
c’è la Val Ponci, attraversata dalla via
Julia Augusta con ancora visibili alcuni ponti romani.
Uno di questo è chiamato “u punte de fäje”
(ponte delle fate) che sorge vicino all’Arma de
Fäje; la tradizione popolare attribuirebbe la costruzione
del ponte proprio alle fäje, autentiche entità
sovrannaturali femminili nell’aspetto e di dimensioni
piccolissime.
Questi spiriti nel genovesato e in particolar nell’entroterra
di Voltri erano chiamate Foè e godevano pessima
fama in quanto a malignità.
Antica filastrocca finalese
“Vaggu ‘n terrassa
Ghe trêuvo ‘na figassa;
Vaggu ‘n te l’ôrtu.
‘Ghe trêuvu ‘n gattu mortu.
Me pîu ‘na seu sampétta,
‘Ne fassu ‘na trumbétta ;
Vággu ‘n tu punte,
Me metto a scigurä;
U ventu ‘ma rumpe:
Vággu d’ô ferrä
Per fära cumudä
VARIGOTTI
Varigotti da visitare
È un borgo che si può definire “mediterraneo”
nell’aspetto, nella storia e dunque nella tradizione.
Un tempo il mare, tra i più belli della Liguria,
era la prima fonte di sopravvivenza per gli abitanti
di Varigotti dediti essenzialmente alla pesca; ancora
oggi il mare è protagonista della vita di Varigotti
con la differenza di essere divenuto motivo di attrazione
turistica. La baia dove si trova i paese è detta
Baia dei Saraceni (così come la parte vecchia
del paese è chiamata Borgo Saraceno); tutto ciò
ci rimanda a tempi lontani che contrastano con la bellezza
e il senso di pace e spensieratezza che ci regala oggi
Varigotti. Le antiche case di pescatori, con i loro
colori vivaci e i tetti a terrazza, costruite proprio
sulla spiaggia, sono l’immagine più sincera
e caratteristica del posto. Da visitare: le chiese di
S. Lorenzo Vecchio (poco fuori dal centro, costruita
su una roccia, con tracce d’epoca bizantina),
S. Lorenzo Nuovo e i resti delle difese bizantino-longobarde
che i genovesi distrussero nel 1341.
Dal vitigno
Senza dubbio è il famoso Lumassina a “spadroneggiare”
nella zona; a Varigotti è chiamato anche Mataosso
ed è presente nella zona fin dal 1300. Prodotto
da vitigno autoctono il Lumassina è un vino di
contenuta gradazione alcolica, fresco, gusto leggermente
aspro. La tradizione fa risalire il nome alla vecchia
usanza di berlo mangiando un piatto di lumache che nella
zona sono chiamate “lumasse”. È un
vino che si produce in tutto il Finalese.
|