ANDORA
La storia
Ancora una volta è la tradizione antica di secoli
a suggerire l’origine di un insediamento. Nel
caso di Andora sarebbero stati addirittura i Focesi,
popolo greco originario della Focide, a fondare Andora
nel 753 a.C. usandola come approdo per il commercio
del sale che estraevano dai giacimenti della vicina
Corsica. Successivamente, giunsero i Romani dei quali
ancora oggi ammiriamo le monumentali testimonianze;
ne è un esempio il tracciato della via Julia
Augusta che vicino al castello attraversa il torrente
Merula, con un ponte di ben dieci arcate. I secoli successivi
alla caduta dell’Impero romano vedono l’avvicendarsi
di Longobardi, Vandali e Visigoti il cui dominio terminerà
nel 773 con l’arrivo di Carlo Magno. La leggenda
narra che anche qui, con il suo destriero, giunse Aleramo,
capostipite di quegli Alerami che dominarono vasti possedimenti
nella regione ed oltre. Si succederanno poi i Del Vasto,
i Del Carretto e i Clavesana i quali fecero costruire
nel 1170 l’attuale castello che sovrasta la valle
e il torrente Merula. Il maniero nel 1237 passò
ai Doria e infine fu ceduto alla Repubblica di Genova
nel 1252. Vicino al castello sorgeva il nucleo originario
di Andora, circondato da mura, che nel 1321 fu centro
di una violenta battaglia tra guelfi e ghibellini. Si
dice poi che il borgo fu abbandonato a causa di due
terribili pestilenze: la prima nel 1493 e la seconda
nel 1524.
Da vedere e da… ascoltare
Andora è ricca di storia e testimonianze del
passato. Ecco una breve carrellata: chiesa dei Santi
Giacomo e Filippo [detta “a Gesa de Castellu”
(XIII secolo) con tre navate e tre absidi e la bella
arcata del portale a tutto sesto], Porta-Torre Campanaria
[risalente al XIII secolo, conserva internamente un
affresco del XV secolo], il Ponte Romano [lungo 100
m. e largo 2 m., con la struttura a “schiena d’asino”
a dieci arcate], l’Oratorio di S. Nicolò
[risalente al 1000 o prima che insieme a quello di S.
Caterina dei Disciplinanti vide le antiche processioni
delle Confraternite Religiose innalzare la notte salmi
e preghiere alla luce tremula delle lanterne], il Torrione
Saraceno [del XVI secolo], la chiesa della Santissima
Trinità [in frazione Rollo, risalente al 1600,
ma edificata sull’antico oratorio del 1300 fondato
dalle popolazioni provenienti da Briga e da Tenda scampate
alla peste], la chiesa dei santi Giacomo e Filippo dove
nelle belle sere d’estate potrete assistere ai
numerosi concerti organizzati per la rassegna dell’Estate
Musicale di Andora.
Antiche leggende
È la chiesa di S. Giovanni con l’ingresso
posto stranamente a monte, contrariamente all’ordine
prestabilito nelle costruzioni religiose, che ci ricorda
un’antica leggenda. Si dice che proprio nella
chiese venne assassinato un nunzio apoastolico inviato
dallo stesso papa; sarebbe così giustificato
secondo una nota tradizione, lo spostamento della porta
d’ingresso per dimenticare il misfatto. Il Papa
però decretò anche la scomunica e questa
scatenò un’invasione di formiche che non
risparmiò nulla, neppure i neonati nelle culle.
Poi avvenne il miracolo: da un pesco maturò un
solo frutto che venne portato al Pontefice in segno
di pace. La scomunica fu così ritirata.
Storie saracene
La storia narra della bella Andalora, ragazza del posto,
che era promessa sposa a tale Stefanello. Un giorno
arrivarono i Saraceni e la ragazza fu rapita dal principe
Al Kadir e portata lontano. Stefanello non si arrese,
li inseguì fino a raggiungerli; i due amanti
si ricongiunsero, ma durante la fuga vennero però
scoperti. A quel punto Andalora, vedendosi perduta,
chiese a Stefanello di ucciderla pur di sfuggire ai
suoi rapitori. Il ragazzo la pugnalò e con lei
si gettò in mare morendo annegato con la sua
amata. Negli anni successivi si dice che le anime dei
due infelici vagassero per molto tempo fino a quando
gli abitanti dei due villaggi diedero ai paesi i nomi
di Andalora e Stefanello, mutati poi in Andora e Stellanello.
Sabba ad Andora
Le volete vedere? Se sì, allora dovrete andare
presso U cianelun de basure che non è che un
prato tra Andora e Stellanello dove si dice che le streghe
si radunino la notte del venerdì.
Il serpente custode
È una leggenda tramandata oralmente sino ai giorni
nostri quella secondo la quale una serpe con un ornamento
d’oro sul capo sarebbe custode delle pinete di
Turia vicino ad Andora. Reminiscenza forse di qualche
divinità pagana?
Proverbi
“Se piove per la Candelòra, de l’inverno
sémmo fòra”
(se piove per la candelora, dall’inverno siamo
fuori).
“Santa Lesia, a notte cui longa che n ghe sia”
(Santa Lucia la notte più lunga che ci sia)
COLLA MICHERI
Thor Heyerdahl, la leggenda
Un paese piccolo e ridente, a ridosso dei primi colli
tra Andora e Laigueglia; era la fine degli anni ’50
quando qui, si stabilì uno degli uomini “leggenda”
del secolo scorso. Thor Heyerdhal, esploratore etnologo
norvegese divenuto famoso per l’impresa del 1947,
quando attraversò il Pacifico a bordo di Kon-Tiki,
una zattera di legno. Da allora molti cittadini provenienti
dai paesi del nord, sulle orme del proprio concittadino,
si stabilirono nel paese ligure. Con l’impresa
del 1947 volle dimostrare che l’Isola di Pasqua
era popolata da sudamericani; gli occorsero 101 giorni
di navigazione insieme ad un equipaggio di cinque uomini
per raggiungere l’atollo di Raroa. Da questo viaggio
trassero un film, premiato con un Oscar, e un libro
che ebbe popolarità in tutto il mondo. Nel 1969
e nel 1970 si cimentò in altre due spedizioni
per l’occasione con una barca di papiro chiamata
“Ra”; l’intenzione era quella di attraversare
l’Oceano Atlantico partendo dal Marocco. Il primo
tentativo fallì, ma il secondo, sotto la bandiera
dell’ONU, fu un successo. Nei suoi progetti c’era
posto ancora per un ultima esplorazione: la ricerca
di Asgaard, la mitica terra degli Asi, secondo le sue
teorie, sepolta ad Azov, vicino al Mar Nero. Nato a
Larvik nel 1915 si è spento a 87 anni dopo essere
stato dimesso il 18 aprile 2002 dall’ospedale
S. Corona di Pietra Ligure.
Aneddoto
Visitando Colla Micheri, nucleo di origine romana, avrete
l’opportunità di conoscere una pagina di
storia “internazionale”. Una lapide posta
sulla porta della chiesa di S. Sebastiano ricorda Papa
Pio VII che proprio qui sostò al ritorno dalla
sua prigionia a Fontainebleau per opera di Napoleone
(1814).
LAIGUEGLIA
Note storiche
È una classica cittadine ligure, oggi meta balneare,
ma di antiche origini marinare; è nei budelli
che si respira maggiormente quest’atmosfera in
cui tradizione e sviluppo hanno trovato un buon compromesso;
il turismo ha saputo dare un futuro florido alla comunità
sostituendo attività oggi completamente scomparse
quali la pesca del corallo, il commercio marittimo e
l’artigianato. A testimoniare il trascorso delle
nobili famiglie di Laigueglia e della loro ricchezza
ci sono la parrocchiale di S. Matteo, risalente al settecento,
e gli antichi palazzi. Sappiamo che nel medioevo fu
dapprima feudo dei Vescovi di Albenga e che nel 1162
per volere del Barbarossa passò ad Anselmo de
Quadraginta.
Le origini
Le origini di Laigueglia risalgono al periodo romano
quando si chiamava Aquilia, l’abitato sorgeva
nei pressi della già citata via Julia Augusta
che da Laigueglia abbandonava il percorso sul mare per
inerpicarsi sino a Colla Micheri. Nei secoli XII e XIII
fu dominio di Genova e a quel periodo risalgono le massicce
migrazioni di Catalani che si stabilirono sulla costa
per dedicarsi alla pesca del corallo vicino a Capo Mele.
I Catalani diedero origine a nuclei di famiglie che
tuttora discendono dal ceppo; a Capo Mele, testimone
di quel lontano periodo, è rimasta la Cappella
della Madonna delle Penne.
Curiosità
Anche a Laigueglia le incursioni saracene non mancarono;
a testimonianza delle difese di un tempo è rimasto
il “Bastione di Levante” o “ del cavallo”,
uno dei tre torrioni cinquecenteschi che stavano a guardia
del borgo. Nel tempo questa fortificazione, costruita
sulla spiaggia, fu adibita sia a carcere che a lazzaretto
per i marinai con malattie infettive. Il torrione del
Giunchetto, sovrastante Capo Mele, fu distrutto invece
da Napoleone così come fu abbattuta la “torre
di Mezzo” o “Castello” su cui sorse
il Palazzo Rosso. Il cannone di bronzo di cui era dotata
venne fuso per creare la campana della parrocchiale
di S. Matteo.
ALASSIO
Un po’ di storia
È in un documento del 1098 che compare per la
prima volta il nome della cittadina ligure che nel XI
secolo era feudo dei monaci benedettini della Gallinara
e che in seguito ebbe propri statuti. Anche Alassio
fu oggetto nei secoli delle incursioni saracene; ma
gli alassini non rimasero inermi di fronte al pericolo:
fortificarono la città e combatterono coraggiosamente
nella battaglia di Lepanto. Con il congresso di Vienna
del 1815 Alassio fu annessa al regno di Sardegna. Una
curiosità: con il tempo la presente colonia di
cittadini Inglesi raggiunse l’incredibile cifra
20.500 presenze. I monumenti da visitare ad Alassio
certamente non mancano, ma se si dovesse scegliere da
che parte cominciare, consiglierei di passeggiare lungo
il carruggio per eccellenza, chiamato Budello (Via XX
Settembre) che attraversa tutto il centro abitato. Lungo
e stretto, susciterà reminiscenze marinaresche
di quando la pesca era una delle attività principali
della zona. Oggi sono le spiagge, le più lunghe
di tutta la regione (ben 3 Km. di litorale) ad attirare
i turisti dall’Italia e dall’estero; d’invasioni
invece non pacifiche è rimasto a testimonianza
il Torrione della Coscia, risalente al XVI secolo, costruito
a picco sul mare in posizione strategica. Gli edifici
religiosi sono numerosissimi: la chiesa di S. Ambrogio
[risalente al ‘400 , con un bel campanile romano-gotico,
edificata su una precedente struttura del X secolo],
l’Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria
[del XVII secolo, appartenuto alla Confraternita Ghilda],
la chiesa di Santa Maria degli Angeli [XV secolo], la
chiesa della Carità [1307-1310, anticamente ospitava
un ricovero per pellegrini nel quale sostò anche
S. Rocco], la chiesa di Santa Croce [nei pressi della
via Julia Augusta con annesse le rovine della fabbrica
risalente al XI-XII secolo]. Passando ad una tradizione
più profana e recente, c’è quella
del Muretto ideata da Berrino, padrone del Caffè
Roma, che nel tempo ha incollato le famose piastrelle
sul “muretto” recanti le firme dei personaggi
celebri (sono più di 550).
Il mito
Ancora una volta una romantica leggenda è alla
base della nascita di una graziosa cittadina ligure.
La vicenda risalirebbe all’epoca dell’imperatore
tedesco Ottone I “Il Grande” il quale aveva
una figlia di rara bellezza di nome Adelasia. La ragazza
di onesti costumi per invidia e gelosia, fu messa sotto
accusa da un non ben precisato “cavaliere nero”.
L’imperatore s’adirò con la figlia
e stabilì una singolar tenzone per scoprire la
veridicità delle infamanti accuse. Fu uno scudiero
di Ottone I, Aleramo, a combattere per la principessa;
vinse, ma ciò non servì a distogliere
il Cavaliere nero dal suo comportamento offensivo. Quest’ultimo
l’accusò ancora, tanto che la principessa
fu sottoposta alla prova del fuoco. Presentatasi vestita
di una candida veste si offrì alle fiamme che
quattro servi cercarono di appiccare al suo corpo senza
però riuscirvi. Si provvide poi a disporre ai
suoi piedi dei carboni ardenti obbligandola a camminare
sopra, ma le braci al contatto con la pelle si raffreddarono.
Il cavaliere nero vistosi scoperto si diede alla fuga;
Adelasia, seppur vittoriosa dichiarò al padre
la volontà di lasciare per sempre la corte accompagnata
da Aleramo, il solo disposto a difenderla. I due viaggiarono
per molti giorni fino a quando raggiunsero la costa
ligure dove decisero di stabilirsi. Scelsero un luogo
incantevole, la baia alle pendici del Monte Lemio; qui
si rifugiarono in una casa abbandonata e condussero
una vita umile ma dignitosa. Aleramo lavorava come taglialegna
ed ebbe da Adelasia sua figli: Guglielmo e Bonifacio.
Dopo molti anni accadde che, mentre Aleramo era ad Albenga
per vendere la legna venne a sapere dell’imminente
arrivo dell’imperatore nella città. Aleramo
decise di raccontare la propria storia al Vescovo di
Albenga chiedendo di incontrare personalmente l’imperatore.
Il prelato gli disse che Ottone I era da poco arrivato,
ma che subito si era mostrato particolarmente nervoso,
soprattutto per il cibo che non era di suo gradimento.
Aleramo allora consigliò che si cucinasse il
suo piatto preferito: il cinghiale in salsa agrodolce.
Il giorno dopo venne organizzato un grande torneo al
quale partecipò anche Aleramo rimanendo in incognito
sino alla fine. Davanti alla gente accorsa dai paesi
vicini, al Vescovo e all’Imperatore si svolsero
le ultime e concitate fasi del combattimento: i soli
rimasti a contendersi la vittoria furono Aleramo che
indossava un mantello con ricamata una croce scarlatta
e Guglielmo di Sassonia. Aleramo sconfisse l’avversario
ed ebbe il privilegio di incontrare l’Imperatore.
Il cavaliere celò la sua identità fino
a quel momento e si presentò al cospetto di Ottone
con tutta la famiglia. Nel rivedere Adelasia Ottone
dimenticò l’astio e la sofferenza provocata
dalla partenza della figlia e fece un grande dono ad
Aleramo: da lì a tre giorni le terre che fosse
riuscito a percorrere a cavallo sarebbero state sue.
Lo nominò poi marchese e gli affidò il
compito di sconfiggere la pirateria saracena. Aleramo
cavalcò fino a raggiungere la zona del Monferrato
il cui nome deriverebbe da un piccolo inconveniente
accorsogli al suo arrivo. Dovendo infatti ferrare il
cavallo in campagna, Aleramo utilizzò allo scopo
un mattone “mun-fra” ovvero mattone ferrato,
da cui col tempo si coniò il nome di Monferrato.
Il nome Alassio fu dato alla cittadina costiera in onore
dell’amata sposa Adelasia; la stirpe di Aleramo
sarà poi la stessa detta degli Alerami che governerà
molti feudi in Liguria.
Streghe
Anche Alassio un tempo era terra di streghe. Si dice
che le bazure, nelle notti di tempesta, si radunassero
sulla spiaggia e prendessero il largo con le barche
dei pescatori. Prima dell’alba tornavano dalla
loro ignota destinazione, rimettendo a posto le imbarcazioni,
e cancellando ogni traccia del loro passaggio.
Aleramo e Adelasia nelle illustri
memorie
“Oh, pria ch’Alasia al giovine lombardo
gli occhi volgesse innamoratamente
ceruli e a lui sciogliesse de la chioma
l’oro fluente,
povera vita e ricco amor chiedendo
alla spelonca d’Ardena, lasciate
lungi le selve di Germania e il padre
imperatore…”
G. Carducci
Nei pressi di Alassio
A pochi chilometri da Alassio, in posizione dominante
sulla cima del monte Tirasso, potrete visitare il solare
e maestoso Santuario della Madonna della Guardia. La
Tradizione narra che la costruzione dell’edificio
sacro sia stata frutto della devozione alla Vergine
di alcuni marinai di Alassio, sfuggiti miracolosamente
a un naufragio proprio in seguito all’apparizione
della Madonna insieme al bambin Gesù. L’attuale
chiesa è stata costruita su un precedente castrum
romano come testimonia l’iscrizione “Alasi
Castelum” presente sull’archetto di una
porta.
Aneddoti
Si chiamava Giuliano Berra, il coraggioso marinaio di
Alassio che una notte assaltò con pochi uomini
una galea saracena che era appena salpata da Laigueglia
col suo carico di prigionieri; li liberò tutti
e catturò l’intero equipaggio nemico che
trascinò in catene ad Alassio.
Il comandante saraceno fu costretto insieme ai suoi
marinai a partecipare alla costruzione di nuove fortificazioni
contro gli stessi pirati.
L’Alassio d’illustri
memorie
“… grandi colline, folte di olivi, serrano
la città e sono disseminate nei luoghi più
favorevoli da campanili e da villaggi. Il carrubbo fa
nuovamente la sua apparizione sui pendii scoscesi che
sovrastano la strada e per la prima volta da quando
abbiamo lasciato Mentone, arance mature pendono in profusione
dagli alberi.”
Henry Alford “The Riviera: pen
and pencil shetches from Cannes to Genova”, 1869
Baci dolcissimi…
È il dolce tipico di Alassio che potrete gustare
in molte pasticcerie e caffè della cittadina;
si tratta di un biscotto al cioccolato, particolarmente
gustoso, fatto con zucchero, cacao, nocciole, cioccolato,
panna di latte, bianco d’uovo, tuorlo d’uovo,
burro di cacao, vanillina, burro, rhum e miele. I “baci
di Alassio” sono famosi un po’ dappertutto.
ALBENGA
Albenga, angolo di Medioevo
Sono passati secoli dal lontano Medioevo, ma Albenga,
almeno nel suo nucleo storico non ha cambiato di molto
il proprio aspetto. Ancora oggi ciò che più
colpisce è il numero delle torri, dodici, (un
tempo di più sicuramente) simbolo della ricchezza
di nobili famiglie e del passato militare della città;
le mura rimaste seguono il tracciato di un quadrilatero
risalente al I secolo a.C. rafforzato poi nella sua
struttura nel corso del V secolo d.C. Ancora una volta
le strutture medioevali si sono innestate sulle precedenti
d’epoca romana (il caso più eclatante è
quello della basilica “extra moenia”, cioè
fuori dalle mura, di S. Vittore, lungo viale Pontelungo,
edificata su una necropoli romana). Il gioiello dell’Albenga
medioevale è senza dubbio la cattedrale che nel
corso dei secoli fu al centro della vita religiosa e
civile della città: le strutture principali sono
in stile romanico-gotico con delle aggiunte e modifiche
apportate nel ‘500 (la costruzione delle volte)
e nell’800 (affrescatura interna). Altro monumento
di notevole interesse è il battistero risalente
al V secolo d.C. È una struttura a pianta ottagonale
con al centro la bella vasca battesimale a otto lati,
e in due nicchie laterali altre due fonti, una romanica
e l’altra rinascimentale. Gli amanti dei mosaici
potranno vedere all’interno un bellissimo mosaico
raffigurante un cielo stellato con una croce, dodici
colombe e due agnelli con un’iscrizione indicante
i nomi dei santi i cui resti erano un tempo conservati
nell’edificio. Rimanendo sempre in tema storico
si consiglia una visita al Civico Museo Ingauno dove
sono in mostra sarcofagi, epigrafi (romane e medievali),
mosaici, statue, eccetera. L’Albenga “storica”
vanta scorci di notevole bellezza: la piazza dei Leoni
(nei pressi della cattedrale), il palazzo Costa-Del
Carretto e più in generale le antiche case-torri,
il Palazzo Vescovile, il Palazzo Peloso Cepolla [dall’aspetto
cinquecentesco, ma con parti ascrivibili al periodo
medievale. Al suo interno è stato allestito l’interessante
Museo Navale Romano con visibili le anfore di una nave
da carico del I secolo a.C. disposte nell’ordine
della stiva originaria]. Una curiosità: nel medioevo
Albenga si trovava presso una delle vie di comunicazioni
più importanti di tutto il mondo antico, ovvero
la già citata via Julia Augusta e non dovevano
essere pochi i pellegrini che si fermavano in cerca
di ospitalità. L’Ospizio più importante
era diretto dalla locale corporazione dei conciatori
e calzolai; un altro era fuori dalle mura nei pressi
di un grande ponte sul torrente Pontelungo (la struttura,
attualmente è interrata) ed era attivo già
nel 1191, gestito dai cosiddetti Fratres Ponterii che
come dice il nome erano preposti anche alla manutenzione
del ponte.
Ospiti illustri
Ecco alcuni personaggi che ebbero modo di visitare Albenga
nel corso della storia: Papa Innocenzo IV nel 1425 (durante
il viaggio verso Lione per scomunicare Federico II),
Dante Alighieri (nel periodo dell’esilio), Cola
di Rienzo, Francesco Petrarca (di ritorno da Avignone),
Santa Caterina da Siena e Papa Pio VII (15 febbraio
1814) di ritorno dalla prigionia di Fontainebleau.
Storia medioevale
Gli appassionati di questa epoca in frazione Leca, presso
la chiesa di S. Stefano di Massaro, non dovrebbero tralasciare
di vedere l’inquietante raffigurazione trecentesca
della morte trionfante, armata di arco e frecce. Mentre
in S. Maria in Fontibus, costruzione precedente al 1000,
si racconta che un tempo vi fosse una sorgente miracolosa,
la cui acqua guariva la lebbra. Si dice che l’acqua
scomparve dopo che una donna vi immerse il proprio cane
ammalato. La miracolosa fonte sarebbe poi riapparsa
in seguito alla ricostruzione della chiesa avvenuta
nel 1617.
Dal vigneto
È dalla frazione Campochiesa che proviene l’inconfondibile
e ricercato Pigato, vino che nasce da vite coltivata
su terreni aridi e sassosi, a poca distanza dal mare,
caratterizzato dal colore paglierino dorato, di profumo
fruttato con una lieve nota di ginestra offre al palato
una sensazione di freschezza.
Isola Gallinara
È un isolotto posto di fronte al litorale di
Albenga. Oggi disabitato, conserva tuttora i resti di
un monastero benedettino risalente al VI secolo. Si
dice che qui vi trovarono rifugio prima S. Martino di
Tours, Vescovo di Arles, cacciato dalla sua diocesi
nel 357 d.C. in seguito alle persecuzioni ariane e poi
S. Ilario di Poitiers. Il nome dell’isola deriverebbe
dalla presenza di una colonia di uccelli marini probabilmente
galline selvatiche che, un tempo numerose, con le loro
uova sfamarono i santi e i monaci benedettini. La leggenda
dice che gli animali abbandonarono l’isola a causa
di un bestemmiatore giunto dal mare. Curiosità
è che un uovo compare anche sullo stemma del
comune di Loano.
Eremita presso la Gallinara
Tra i vari santi che vi trovarono rifugio oltre ai già
citati S. Martino di Tours (IV d.C.) e S. Ilario di
Poitiers, ci fu anche S. Benedetto Revelli (IX secolo)
dell’ordine benedettino di Taggia, divenuto vescovo
di Albenga nel 896 d.C. Così viene descritto
il suo eremitaggio sull’isola:
“Visse sull’isola nella più cupa
e tetra solitudine, avendo solo davanti allo sguardo
l’ampiezza gloriosa del ligustico e sopra il capo
l’immensa volta del cielo”.
Echi stregoneschi
Prima di partire verso l’Isola della Gallinara,
naturalmente a cavallo di una scopa, ecco cosa dicevano
le basure: “Vola, vola, mignattun, che tra en
unra mi ghe sun!” (Vola, vola, mignattone, che
tra un’ora io ci sono!)
CERIALE
La Ceriale d’illustri memorie
“A Ceriale ritroviamo l’onda perfida…
e desiderata. Ugualmente perfidi, ma meno desiderati,
erano i Corsari che in una sola notte strapparono a
questo povero borgo più di 300 abitanti. Fu duro
pagare il riscatto: ci si arrivò con il passare
degli anni e con l’aiuto degli ortaggi. Alcuni
calafati che riparano una goletta ci sembrano lavorare
con la noncuranza felice di chi non deve più
temere l’indiscrezione di simili visite”.
Da Stéphen Liégerard “La
cotê d’Azur”
Attacco a Ceriale
È lo storico ligure Bacio Emanuele Maineri (XIX
secolo), già autore de “La leggenda del
Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria"
e di altri trattati di storia e folclore locale, a narrare
il seguente episodio che vide protagonista un giovane
ligure alleatosi coi turchi durante un sanguinoso assalto
alla sua terra natale… “un giovane di mala
fama e di spiriti bollenti, del vicino borghetto, se
ne ignora, per meglio suo, il nome e il casato, amoreggiava
con una vezzosa donzella, che mostrava di amare più
per vanità che per affetto. Chiestala in isposa
al padre e avutone assoluto diniego giusto per causa
della sua cattiva condotta, pensò trarne vendetta
in questo modo. Partì per Algeri sulla prima
nave che gli capitò, ed arrivato, non frappose
indugio nel rinunziare alla fede cristiana per abbracciare
la religione turca, di null’altro più voglioso
che di vendicarsi. Accettato, pertanto, marinaio nelle
galee d’uno di quei capi barbareschi, si studiò,
via via, di entrare nelle sue buone grazie; indi tanto
disse e fece, che riuscì ad indurlo a invadere
la sua patria con la speranza di grosso bottino a fine
di sfogare le sue vendette sul padre di colei, ch’egli
invano avea desiderato sposa, e forse farne le ultime
vendette. La spedizione, quindi dalle sette od otto
galee algerine non era diretto a Ceriale bensì
a Borghetto S. Spirito. Di fatti quelle si accostarono
dapprima a Borghetto; ma gli abitanti, indovinando l’agguato,
chiusero a tempo le porte e, gridato il pericolo, salirono
sulle mura difendendosi da eroi con ogni mezzo; onde
i pirati fu d’uopo abbandonare l’impresa
lasciandovi qualche morto. Soltanto, riuscirono a fare
qualche schiavo nelle poche case che trovarono indifese
oltre le mura. Fallito il tentativo di Borghetto, a
placare le ire del capitano, il rinnegato lo induceva
a volgere le prore verso il vicino Ceriale, promettendogli
saccheggio sicuro ed abbondante, per essere il borgo
senza mura e difese. Pertanto le sette galee lasciarono
Borghetto, tentando prima di far bottino nel convento
di S. Francesco da Paola, che sorgeva allora sul prossimo
capo del monte, e menarne poi schiavi i tranquilli monaci.
Questi, però, avvisati a tempo, se ne fuggirono
alle vicine campagne tutte folte di olivi, riuscendo
in tal modo ad evitare il disastro, che doveva invece,
colpire duramente Ceriale, dinanzi al quale le galee
pervennero verso mezzanotte. Sbarcate le ciurme col
favor delle tenebre, il borghettino rinnegato, pratico
dei luoghi, dispose i compagni agli sbocchi delle vie
a fine di impedirne l’uscita, e , ordinata ogni
cosa iniziò l’assalto al grido: I turchi,
i turchi! Alle strane voci e al rumore levaronsi gli
infelici abitanti, sbucando incautamente da casa, i
più male in arnese e ancora assonnati, tutti
per conoscere la causa di sì orrendo frastuono;
in mezzo al quale, che sempre crescea, presi tosto e
legati, erano trascinati alla spiaggia e dalla spiaggia
sulle galee, e quivi incatenati. Così avvenne
per molti; sennonché gli altri, fatti accorti
del pericolo, rinfrancando gli animi, diedero di piglio
a ogni arma da fuoco e da taglio, e sbarrata le porte
delle case appiccarono vera battaglia, la quale durò
viva e feroce. Vi furono morti e feriti da ambo le parti,
ed il rinnegato borghettino pagava il fio della propria
fellonia con lasciarvi la vita, percosso da un vaso
di fiori rovesciatogli sul capo dall’alto, taluno
disse per mano di donna, mentr’egli stava sforzando
la porta di una casa signorile. Non morì, però,
subito ma vuolsi un’ora dopo; trasportato sopra
una galea, prima che quei feroci prendessero il largo
venne gettato cadavere in mare. Fine degna della sua
perfidia. Durò accanita la resistenza ma da ultimo
i poveri cerialesi, sopraffatti dal numero ed atterriti
dalle strida delle mogli, dei vecchi e dei bambini dovettero
piegare ed arrendersi per essere trasportati schiavi
in Algeri. Mentre gli assalitori facevano bottino d’ogni
preziosa cosa, una parte corse alla chiesa che profanò
traendone fuori le panche, alle quali appiccarono il
fuoco, che illuminò di luce sinistra il devastato
borgo.”
Curiosità
Il nome della località deriverebbe da
quello del centurione romano Pompilio Cerialis
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