ANDORA

La storia
Ancora una volta è la tradizione antica di secoli a suggerire l’origine di un insediamento. Nel caso di Andora sarebbero stati addirittura i Focesi, popolo greco originario della Focide, a fondare Andora nel 753 a.C. usandola come approdo per il commercio del sale che estraevano dai giacimenti della vicina Corsica. Successivamente, giunsero i Romani dei quali ancora oggi ammiriamo le monumentali testimonianze; ne è un esempio il tracciato della via Julia Augusta che vicino al castello attraversa il torrente Merula, con un ponte di ben dieci arcate. I secoli successivi alla caduta dell’Impero romano vedono l’avvicendarsi di Longobardi, Vandali e Visigoti il cui dominio terminerà nel 773 con l’arrivo di Carlo Magno. La leggenda narra che anche qui, con il suo destriero, giunse Aleramo, capostipite di quegli Alerami che dominarono vasti possedimenti nella regione ed oltre. Si succederanno poi i Del Vasto, i Del Carretto e i Clavesana i quali fecero costruire nel 1170 l’attuale castello che sovrasta la valle e il torrente Merula. Il maniero nel 1237 passò ai Doria e infine fu ceduto alla Repubblica di Genova nel 1252. Vicino al castello sorgeva il nucleo originario di Andora, circondato da mura, che nel 1321 fu centro di una violenta battaglia tra guelfi e ghibellini. Si dice poi che il borgo fu abbandonato a causa di due terribili pestilenze: la prima nel 1493 e la seconda nel 1524.

Da vedere e da… ascoltare
Andora è ricca di storia e testimonianze del passato. Ecco una breve carrellata: chiesa dei Santi Giacomo e Filippo [detta “a Gesa de Castellu” (XIII secolo) con tre navate e tre absidi e la bella arcata del portale a tutto sesto], Porta-Torre Campanaria [risalente al XIII secolo, conserva internamente un affresco del XV secolo], il Ponte Romano [lungo 100 m. e largo 2 m., con la struttura a “schiena d’asino” a dieci arcate], l’Oratorio di S. Nicolò [risalente al 1000 o prima che insieme a quello di S. Caterina dei Disciplinanti vide le antiche processioni delle Confraternite Religiose innalzare la notte salmi e preghiere alla luce tremula delle lanterne], il Torrione Saraceno [del XVI secolo], la chiesa della Santissima Trinità [in frazione Rollo, risalente al 1600, ma edificata sull’antico oratorio del 1300 fondato dalle popolazioni provenienti da Briga e da Tenda scampate alla peste], la chiesa dei santi Giacomo e Filippo dove nelle belle sere d’estate potrete assistere ai numerosi concerti organizzati per la rassegna dell’Estate Musicale di Andora.

Antiche leggende
È la chiesa di S. Giovanni con l’ingresso posto stranamente a monte, contrariamente all’ordine prestabilito nelle costruzioni religiose, che ci ricorda un’antica leggenda. Si dice che proprio nella chiese venne assassinato un nunzio apoastolico inviato dallo stesso papa; sarebbe così giustificato secondo una nota tradizione, lo spostamento della porta d’ingresso per dimenticare il misfatto. Il Papa però decretò anche la scomunica e questa scatenò un’invasione di formiche che non risparmiò nulla, neppure i neonati nelle culle. Poi avvenne il miracolo: da un pesco maturò un solo frutto che venne portato al Pontefice in segno di pace. La scomunica fu così ritirata.

Storie saracene
La storia narra della bella Andalora, ragazza del posto, che era promessa sposa a tale Stefanello. Un giorno arrivarono i Saraceni e la ragazza fu rapita dal principe Al Kadir e portata lontano. Stefanello non si arrese, li inseguì fino a raggiungerli; i due amanti si ricongiunsero, ma durante la fuga vennero però scoperti. A quel punto Andalora, vedendosi perduta, chiese a Stefanello di ucciderla pur di sfuggire ai suoi rapitori. Il ragazzo la pugnalò e con lei si gettò in mare morendo annegato con la sua amata. Negli anni successivi si dice che le anime dei due infelici vagassero per molto tempo fino a quando gli abitanti dei due villaggi diedero ai paesi i nomi di Andalora e Stefanello, mutati poi in Andora e Stellanello.

Sabba ad Andora
Le volete vedere? Se sì, allora dovrete andare presso U cianelun de basure che non è che un prato tra Andora e Stellanello dove si dice che le streghe si radunino la notte del venerdì.

Il serpente custode
È una leggenda tramandata oralmente sino ai giorni nostri quella secondo la quale una serpe con un ornamento d’oro sul capo sarebbe custode delle pinete di Turia vicino ad Andora. Reminiscenza forse di qualche divinità pagana?

Proverbi
“Se piove per la Candelòra, de l’inverno sémmo fòra”
(se piove per la candelora, dall’inverno siamo fuori).
“Santa Lesia, a notte cui longa che n ghe sia”
(Santa Lucia la notte più lunga che ci sia)


COLLA MICHERI

Thor Heyerdahl, la leggenda
Un paese piccolo e ridente, a ridosso dei primi colli tra Andora e Laigueglia; era la fine degli anni ’50 quando qui, si stabilì uno degli uomini “leggenda” del secolo scorso. Thor Heyerdhal, esploratore etnologo norvegese divenuto famoso per l’impresa del 1947, quando attraversò il Pacifico a bordo di Kon-Tiki, una zattera di legno. Da allora molti cittadini provenienti dai paesi del nord, sulle orme del proprio concittadino, si stabilirono nel paese ligure. Con l’impresa del 1947 volle dimostrare che l’Isola di Pasqua era popolata da sudamericani; gli occorsero 101 giorni di navigazione insieme ad un equipaggio di cinque uomini per raggiungere l’atollo di Raroa. Da questo viaggio trassero un film, premiato con un Oscar, e un libro che ebbe popolarità in tutto il mondo. Nel 1969 e nel 1970 si cimentò in altre due spedizioni per l’occasione con una barca di papiro chiamata “Ra”; l’intenzione era quella di attraversare l’Oceano Atlantico partendo dal Marocco. Il primo tentativo fallì, ma il secondo, sotto la bandiera dell’ONU, fu un successo. Nei suoi progetti c’era posto ancora per un ultima esplorazione: la ricerca di Asgaard, la mitica terra degli Asi, secondo le sue teorie, sepolta ad Azov, vicino al Mar Nero. Nato a Larvik nel 1915 si è spento a 87 anni dopo essere stato dimesso il 18 aprile 2002 dall’ospedale S. Corona di Pietra Ligure.

Aneddoto
Visitando Colla Micheri, nucleo di origine romana, avrete l’opportunità di conoscere una pagina di storia “internazionale”. Una lapide posta sulla porta della chiesa di S. Sebastiano ricorda Papa Pio VII che proprio qui sostò al ritorno dalla sua prigionia a Fontainebleau per opera di Napoleone (1814).


LAIGUEGLIA

Note storiche
È una classica cittadine ligure, oggi meta balneare, ma di antiche origini marinare; è nei budelli che si respira maggiormente quest’atmosfera in cui tradizione e sviluppo hanno trovato un buon compromesso; il turismo ha saputo dare un futuro florido alla comunità sostituendo attività oggi completamente scomparse quali la pesca del corallo, il commercio marittimo e l’artigianato. A testimoniare il trascorso delle nobili famiglie di Laigueglia e della loro ricchezza ci sono la parrocchiale di S. Matteo, risalente al settecento, e gli antichi palazzi. Sappiamo che nel medioevo fu dapprima feudo dei Vescovi di Albenga e che nel 1162 per volere del Barbarossa passò ad Anselmo de Quadraginta.

Le origini
Le origini di Laigueglia risalgono al periodo romano quando si chiamava Aquilia, l’abitato sorgeva nei pressi della già citata via Julia Augusta che da Laigueglia abbandonava il percorso sul mare per inerpicarsi sino a Colla Micheri. Nei secoli XII e XIII fu dominio di Genova e a quel periodo risalgono le massicce migrazioni di Catalani che si stabilirono sulla costa per dedicarsi alla pesca del corallo vicino a Capo Mele. I Catalani diedero origine a nuclei di famiglie che tuttora discendono dal ceppo; a Capo Mele, testimone di quel lontano periodo, è rimasta la Cappella della Madonna delle Penne.

Curiosità
Anche a Laigueglia le incursioni saracene non mancarono; a testimonianza delle difese di un tempo è rimasto il “Bastione di Levante” o “ del cavallo”, uno dei tre torrioni cinquecenteschi che stavano a guardia del borgo. Nel tempo questa fortificazione, costruita sulla spiaggia, fu adibita sia a carcere che a lazzaretto per i marinai con malattie infettive. Il torrione del Giunchetto, sovrastante Capo Mele, fu distrutto invece da Napoleone così come fu abbattuta la “torre di Mezzo” o “Castello” su cui sorse il Palazzo Rosso. Il cannone di bronzo di cui era dotata venne fuso per creare la campana della parrocchiale di S. Matteo.


ALASSIO

Un po’ di storia
È in un documento del 1098 che compare per la prima volta il nome della cittadina ligure che nel XI secolo era feudo dei monaci benedettini della Gallinara e che in seguito ebbe propri statuti. Anche Alassio fu oggetto nei secoli delle incursioni saracene; ma gli alassini non rimasero inermi di fronte al pericolo: fortificarono la città e combatterono coraggiosamente nella battaglia di Lepanto. Con il congresso di Vienna del 1815 Alassio fu annessa al regno di Sardegna. Una curiosità: con il tempo la presente colonia di cittadini Inglesi raggiunse l’incredibile cifra 20.500 presenze. I monumenti da visitare ad Alassio certamente non mancano, ma se si dovesse scegliere da che parte cominciare, consiglierei di passeggiare lungo il carruggio per eccellenza, chiamato Budello (Via XX Settembre) che attraversa tutto il centro abitato. Lungo e stretto, susciterà reminiscenze marinaresche di quando la pesca era una delle attività principali della zona. Oggi sono le spiagge, le più lunghe di tutta la regione (ben 3 Km. di litorale) ad attirare i turisti dall’Italia e dall’estero; d’invasioni invece non pacifiche è rimasto a testimonianza il Torrione della Coscia, risalente al XVI secolo, costruito a picco sul mare in posizione strategica. Gli edifici religiosi sono numerosissimi: la chiesa di S. Ambrogio [risalente al ‘400 , con un bel campanile romano-gotico, edificata su una precedente struttura del X secolo], l’Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria [del XVII secolo, appartenuto alla Confraternita Ghilda], la chiesa di Santa Maria degli Angeli [XV secolo], la chiesa della Carità [1307-1310, anticamente ospitava un ricovero per pellegrini nel quale sostò anche S. Rocco], la chiesa di Santa Croce [nei pressi della via Julia Augusta con annesse le rovine della fabbrica risalente al XI-XII secolo]. Passando ad una tradizione più profana e recente, c’è quella del Muretto ideata da Berrino, padrone del Caffè Roma, che nel tempo ha incollato le famose piastrelle sul “muretto” recanti le firme dei personaggi celebri (sono più di 550).

Il mito
Ancora una volta una romantica leggenda è alla base della nascita di una graziosa cittadina ligure. La vicenda risalirebbe all’epoca dell’imperatore tedesco Ottone I “Il Grande” il quale aveva una figlia di rara bellezza di nome Adelasia. La ragazza di onesti costumi per invidia e gelosia, fu messa sotto accusa da un non ben precisato “cavaliere nero”. L’imperatore s’adirò con la figlia e stabilì una singolar tenzone per scoprire la veridicità delle infamanti accuse. Fu uno scudiero di Ottone I, Aleramo, a combattere per la principessa; vinse, ma ciò non servì a distogliere il Cavaliere nero dal suo comportamento offensivo. Quest’ultimo l’accusò ancora, tanto che la principessa fu sottoposta alla prova del fuoco. Presentatasi vestita di una candida veste si offrì alle fiamme che quattro servi cercarono di appiccare al suo corpo senza però riuscirvi. Si provvide poi a disporre ai suoi piedi dei carboni ardenti obbligandola a camminare sopra, ma le braci al contatto con la pelle si raffreddarono. Il cavaliere nero vistosi scoperto si diede alla fuga; Adelasia, seppur vittoriosa dichiarò al padre la volontà di lasciare per sempre la corte accompagnata da Aleramo, il solo disposto a difenderla. I due viaggiarono per molti giorni fino a quando raggiunsero la costa ligure dove decisero di stabilirsi. Scelsero un luogo incantevole, la baia alle pendici del Monte Lemio; qui si rifugiarono in una casa abbandonata e condussero una vita umile ma dignitosa. Aleramo lavorava come taglialegna ed ebbe da Adelasia sua figli: Guglielmo e Bonifacio. Dopo molti anni accadde che, mentre Aleramo era ad Albenga per vendere la legna venne a sapere dell’imminente arrivo dell’imperatore nella città. Aleramo decise di raccontare la propria storia al Vescovo di Albenga chiedendo di incontrare personalmente l’imperatore. Il prelato gli disse che Ottone I era da poco arrivato, ma che subito si era mostrato particolarmente nervoso, soprattutto per il cibo che non era di suo gradimento. Aleramo allora consigliò che si cucinasse il suo piatto preferito: il cinghiale in salsa agrodolce. Il giorno dopo venne organizzato un grande torneo al quale partecipò anche Aleramo rimanendo in incognito sino alla fine. Davanti alla gente accorsa dai paesi vicini, al Vescovo e all’Imperatore si svolsero le ultime e concitate fasi del combattimento: i soli rimasti a contendersi la vittoria furono Aleramo che indossava un mantello con ricamata una croce scarlatta e Guglielmo di Sassonia. Aleramo sconfisse l’avversario ed ebbe il privilegio di incontrare l’Imperatore. Il cavaliere celò la sua identità fino a quel momento e si presentò al cospetto di Ottone con tutta la famiglia. Nel rivedere Adelasia Ottone dimenticò l’astio e la sofferenza provocata dalla partenza della figlia e fece un grande dono ad Aleramo: da lì a tre giorni le terre che fosse riuscito a percorrere a cavallo sarebbero state sue. Lo nominò poi marchese e gli affidò il compito di sconfiggere la pirateria saracena. Aleramo cavalcò fino a raggiungere la zona del Monferrato il cui nome deriverebbe da un piccolo inconveniente accorsogli al suo arrivo. Dovendo infatti ferrare il cavallo in campagna, Aleramo utilizzò allo scopo un mattone “mun-fra” ovvero mattone ferrato, da cui col tempo si coniò il nome di Monferrato. Il nome Alassio fu dato alla cittadina costiera in onore dell’amata sposa Adelasia; la stirpe di Aleramo sarà poi la stessa detta degli Alerami che governerà molti feudi in Liguria.

Streghe
Anche Alassio un tempo era terra di streghe. Si dice che le bazure, nelle notti di tempesta, si radunassero sulla spiaggia e prendessero il largo con le barche dei pescatori. Prima dell’alba tornavano dalla loro ignota destinazione, rimettendo a posto le imbarcazioni, e cancellando ogni traccia del loro passaggio.

Aleramo e Adelasia nelle illustri memorie
“Oh, pria ch’Alasia al giovine lombardo
gli occhi volgesse innamoratamente
ceruli e a lui sciogliesse de la chioma
l’oro fluente,
povera vita e ricco amor chiedendo
alla spelonca d’Ardena, lasciate
lungi le selve di Germania e il padre
imperatore…”

G. Carducci

Nei pressi di Alassio
A pochi chilometri da Alassio, in posizione dominante sulla cima del monte Tirasso, potrete visitare il solare e maestoso Santuario della Madonna della Guardia. La Tradizione narra che la costruzione dell’edificio sacro sia stata frutto della devozione alla Vergine di alcuni marinai di Alassio, sfuggiti miracolosamente a un naufragio proprio in seguito all’apparizione della Madonna insieme al bambin Gesù. L’attuale chiesa è stata costruita su un precedente castrum romano come testimonia l’iscrizione “Alasi Castelum” presente sull’archetto di una porta.

Aneddoti
Si chiamava Giuliano Berra, il coraggioso marinaio di Alassio che una notte assaltò con pochi uomini una galea saracena che era appena salpata da Laigueglia col suo carico di prigionieri; li liberò tutti e catturò l’intero equipaggio nemico che trascinò in catene ad Alassio.
Il comandante saraceno fu costretto insieme ai suoi marinai a partecipare alla costruzione di nuove fortificazioni contro gli stessi pirati.

L’Alassio d’illustri memorie
“… grandi colline, folte di olivi, serrano la città e sono disseminate nei luoghi più favorevoli da campanili e da villaggi. Il carrubbo fa nuovamente la sua apparizione sui pendii scoscesi che sovrastano la strada e per la prima volta da quando abbiamo lasciato Mentone, arance mature pendono in profusione dagli alberi.”

Henry Alford “The Riviera: pen and pencil shetches from Cannes to Genova”, 1869

Baci dolcissimi…
È il dolce tipico di Alassio che potrete gustare in molte pasticcerie e caffè della cittadina; si tratta di un biscotto al cioccolato, particolarmente gustoso, fatto con zucchero, cacao, nocciole, cioccolato, panna di latte, bianco d’uovo, tuorlo d’uovo, burro di cacao, vanillina, burro, rhum e miele. I “baci di Alassio” sono famosi un po’ dappertutto.


ALBENGA

Albenga, angolo di Medioevo
Sono passati secoli dal lontano Medioevo, ma Albenga, almeno nel suo nucleo storico non ha cambiato di molto il proprio aspetto. Ancora oggi ciò che più colpisce è il numero delle torri, dodici, (un tempo di più sicuramente) simbolo della ricchezza di nobili famiglie e del passato militare della città; le mura rimaste seguono il tracciato di un quadrilatero risalente al I secolo a.C. rafforzato poi nella sua struttura nel corso del V secolo d.C. Ancora una volta le strutture medioevali si sono innestate sulle precedenti d’epoca romana (il caso più eclatante è quello della basilica “extra moenia”, cioè fuori dalle mura, di S. Vittore, lungo viale Pontelungo, edificata su una necropoli romana). Il gioiello dell’Albenga medioevale è senza dubbio la cattedrale che nel corso dei secoli fu al centro della vita religiosa e civile della città: le strutture principali sono in stile romanico-gotico con delle aggiunte e modifiche apportate nel ‘500 (la costruzione delle volte) e nell’800 (affrescatura interna). Altro monumento di notevole interesse è il battistero risalente al V secolo d.C. È una struttura a pianta ottagonale con al centro la bella vasca battesimale a otto lati, e in due nicchie laterali altre due fonti, una romanica e l’altra rinascimentale. Gli amanti dei mosaici potranno vedere all’interno un bellissimo mosaico raffigurante un cielo stellato con una croce, dodici colombe e due agnelli con un’iscrizione indicante i nomi dei santi i cui resti erano un tempo conservati nell’edificio. Rimanendo sempre in tema storico si consiglia una visita al Civico Museo Ingauno dove sono in mostra sarcofagi, epigrafi (romane e medievali), mosaici, statue, eccetera. L’Albenga “storica” vanta scorci di notevole bellezza: la piazza dei Leoni (nei pressi della cattedrale), il palazzo Costa-Del Carretto e più in generale le antiche case-torri, il Palazzo Vescovile, il Palazzo Peloso Cepolla [dall’aspetto cinquecentesco, ma con parti ascrivibili al periodo medievale. Al suo interno è stato allestito l’interessante Museo Navale Romano con visibili le anfore di una nave da carico del I secolo a.C. disposte nell’ordine della stiva originaria]. Una curiosità: nel medioevo Albenga si trovava presso una delle vie di comunicazioni più importanti di tutto il mondo antico, ovvero la già citata via Julia Augusta e non dovevano essere pochi i pellegrini che si fermavano in cerca di ospitalità. L’Ospizio più importante era diretto dalla locale corporazione dei conciatori e calzolai; un altro era fuori dalle mura nei pressi di un grande ponte sul torrente Pontelungo (la struttura, attualmente è interrata) ed era attivo già nel 1191, gestito dai cosiddetti Fratres Ponterii che come dice il nome erano preposti anche alla manutenzione del ponte.

Ospiti illustri
Ecco alcuni personaggi che ebbero modo di visitare Albenga nel corso della storia: Papa Innocenzo IV nel 1425 (durante il viaggio verso Lione per scomunicare Federico II), Dante Alighieri (nel periodo dell’esilio), Cola di Rienzo, Francesco Petrarca (di ritorno da Avignone), Santa Caterina da Siena e Papa Pio VII (15 febbraio 1814) di ritorno dalla prigionia di Fontainebleau.

Storia medioevale
Gli appassionati di questa epoca in frazione Leca, presso la chiesa di S. Stefano di Massaro, non dovrebbero tralasciare di vedere l’inquietante raffigurazione trecentesca della morte trionfante, armata di arco e frecce. Mentre in S. Maria in Fontibus, costruzione precedente al 1000, si racconta che un tempo vi fosse una sorgente miracolosa, la cui acqua guariva la lebbra. Si dice che l’acqua scomparve dopo che una donna vi immerse il proprio cane ammalato. La miracolosa fonte sarebbe poi riapparsa in seguito alla ricostruzione della chiesa avvenuta nel 1617.

Dal vigneto
È dalla frazione Campochiesa che proviene l’inconfondibile e ricercato Pigato, vino che nasce da vite coltivata su terreni aridi e sassosi, a poca distanza dal mare, caratterizzato dal colore paglierino dorato, di profumo fruttato con una lieve nota di ginestra offre al palato una sensazione di freschezza.

Isola Gallinara
È un isolotto posto di fronte al litorale di Albenga. Oggi disabitato, conserva tuttora i resti di un monastero benedettino risalente al VI secolo. Si dice che qui vi trovarono rifugio prima S. Martino di Tours, Vescovo di Arles, cacciato dalla sua diocesi nel 357 d.C. in seguito alle persecuzioni ariane e poi S. Ilario di Poitiers. Il nome dell’isola deriverebbe dalla presenza di una colonia di uccelli marini probabilmente galline selvatiche che, un tempo numerose, con le loro uova sfamarono i santi e i monaci benedettini. La leggenda dice che gli animali abbandonarono l’isola a causa di un bestemmiatore giunto dal mare. Curiosità è che un uovo compare anche sullo stemma del comune di Loano.

Eremita presso la Gallinara
Tra i vari santi che vi trovarono rifugio oltre ai già citati S. Martino di Tours (IV d.C.) e S. Ilario di Poitiers, ci fu anche S. Benedetto Revelli (IX secolo) dell’ordine benedettino di Taggia, divenuto vescovo di Albenga nel 896 d.C. Così viene descritto il suo eremitaggio sull’isola:
“Visse sull’isola nella più cupa e tetra solitudine, avendo solo davanti allo sguardo l’ampiezza gloriosa del ligustico e sopra il capo l’immensa volta del cielo”.

Echi stregoneschi
Prima di partire verso l’Isola della Gallinara, naturalmente a cavallo di una scopa, ecco cosa dicevano le basure: “Vola, vola, mignattun, che tra en unra mi ghe sun!” (Vola, vola, mignattone, che tra un’ora io ci sono!)


CERIALE

La Ceriale d’illustri memorie
“A Ceriale ritroviamo l’onda perfida… e desiderata. Ugualmente perfidi, ma meno desiderati, erano i Corsari che in una sola notte strapparono a questo povero borgo più di 300 abitanti. Fu duro pagare il riscatto: ci si arrivò con il passare degli anni e con l’aiuto degli ortaggi. Alcuni calafati che riparano una goletta ci sembrano lavorare con la noncuranza felice di chi non deve più temere l’indiscrezione di simili visite”.

Da Stéphen Liégerard “La cotê d’Azur”

Attacco a Ceriale
È lo storico ligure Bacio Emanuele Maineri (XIX secolo), già autore de “La leggenda del Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria" e di altri trattati di storia e folclore locale, a narrare il seguente episodio che vide protagonista un giovane ligure alleatosi coi turchi durante un sanguinoso assalto alla sua terra natale… “un giovane di mala fama e di spiriti bollenti, del vicino borghetto, se ne ignora, per meglio suo, il nome e il casato, amoreggiava con una vezzosa donzella, che mostrava di amare più per vanità che per affetto. Chiestala in isposa al padre e avutone assoluto diniego giusto per causa della sua cattiva condotta, pensò trarne vendetta in questo modo. Partì per Algeri sulla prima nave che gli capitò, ed arrivato, non frappose indugio nel rinunziare alla fede cristiana per abbracciare la religione turca, di null’altro più voglioso che di vendicarsi. Accettato, pertanto, marinaio nelle galee d’uno di quei capi barbareschi, si studiò, via via, di entrare nelle sue buone grazie; indi tanto disse e fece, che riuscì ad indurlo a invadere la sua patria con la speranza di grosso bottino a fine di sfogare le sue vendette sul padre di colei, ch’egli invano avea desiderato sposa, e forse farne le ultime vendette. La spedizione, quindi dalle sette od otto galee algerine non era diretto a Ceriale bensì a Borghetto S. Spirito. Di fatti quelle si accostarono dapprima a Borghetto; ma gli abitanti, indovinando l’agguato, chiusero a tempo le porte e, gridato il pericolo, salirono sulle mura difendendosi da eroi con ogni mezzo; onde i pirati fu d’uopo abbandonare l’impresa lasciandovi qualche morto. Soltanto, riuscirono a fare qualche schiavo nelle poche case che trovarono indifese oltre le mura. Fallito il tentativo di Borghetto, a placare le ire del capitano, il rinnegato lo induceva a volgere le prore verso il vicino Ceriale, promettendogli saccheggio sicuro ed abbondante, per essere il borgo senza mura e difese. Pertanto le sette galee lasciarono Borghetto, tentando prima di far bottino nel convento di S. Francesco da Paola, che sorgeva allora sul prossimo capo del monte, e menarne poi schiavi i tranquilli monaci. Questi, però, avvisati a tempo, se ne fuggirono alle vicine campagne tutte folte di olivi, riuscendo in tal modo ad evitare il disastro, che doveva invece, colpire duramente Ceriale, dinanzi al quale le galee pervennero verso mezzanotte. Sbarcate le ciurme col favor delle tenebre, il borghettino rinnegato, pratico dei luoghi, dispose i compagni agli sbocchi delle vie a fine di impedirne l’uscita, e , ordinata ogni cosa iniziò l’assalto al grido: I turchi, i turchi! Alle strane voci e al rumore levaronsi gli infelici abitanti, sbucando incautamente da casa, i più male in arnese e ancora assonnati, tutti per conoscere la causa di sì orrendo frastuono; in mezzo al quale, che sempre crescea, presi tosto e legati, erano trascinati alla spiaggia e dalla spiaggia sulle galee, e quivi incatenati. Così avvenne per molti; sennonché gli altri, fatti accorti del pericolo, rinfrancando gli animi, diedero di piglio a ogni arma da fuoco e da taglio, e sbarrata le porte delle case appiccarono vera battaglia, la quale durò viva e feroce. Vi furono morti e feriti da ambo le parti, ed il rinnegato borghettino pagava il fio della propria fellonia con lasciarvi la vita, percosso da un vaso di fiori rovesciatogli sul capo dall’alto, taluno disse per mano di donna, mentr’egli stava sforzando la porta di una casa signorile. Non morì, però, subito ma vuolsi un’ora dopo; trasportato sopra una galea, prima che quei feroci prendessero il largo venne gettato cadavere in mare. Fine degna della sua perfidia. Durò accanita la resistenza ma da ultimo i poveri cerialesi, sopraffatti dal numero ed atterriti dalle strida delle mogli, dei vecchi e dei bambini dovettero piegare ed arrendersi per essere trasportati schiavi in Algeri. Mentre gli assalitori facevano bottino d’ogni preziosa cosa, una parte corse alla chiesa che profanò traendone fuori le panche, alle quali appiccarono il fuoco, che illuminò di luce sinistra il devastato borgo.”

Curiosità
Il nome della località deriverebbe da quello del centurione romano Pompilio Cerialis

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati