VENTIMIGLIA

La storia
Albium Intemelium è il nome dell’antico insediamento degli Intemeli, la tribù guerriera ligure che dominò la città fino al 180 a.C., quando giunsero i Romani e la conquistarono; il nome mutò in Albintimilium e si costruì un Castrum che avrebbe avuto grande importanza in quanto vicino alla via Julia Augusta, strada principale d’epoca romana nella regione (Di questo periodo testimonianza più importante è il teatro romano (II secolo a.C.) le cui rovine sorgono vicinissime alla Via Aurelia, appena fuori l’abitato). A causa delle invasioni barbariche e soprattutto delle incursioni di pirati gli abitanti di Ventimiglia trasferirono il nucleo abitato in posizione difensiva, arroccato sulla collina sopra il mare. Nell’XI secolo i Conti di Ventimiglia estendevano il proprio dominio su un territorio di vaste proporzioni e fu proprio durante il periodo feudale che Ventimiglia si espanse; si costruì una cinta di mura fortificate all’interno delle quali, in cima al colle, sorgevano la dimora dei Conti, il Palazzo Vescovile e la Cattedrale (il maniero fece posto successivamente al convento delle Canonichesse Lateranensi). Nel 1261 Ventimiglia venne spartita fra le nobili famiglie, con il trattato di Aix en Provence e in ultimo passò definitivamente a Genova. Dunque una visita alla città alta è vivamente consigliata; là tra i ripidi e stretti carruggi all’ombra delle case-torri assaporerete tutto il fascino di un passato che tuttora sopravvive all’incalzante modernità. A volte il “pittoresco” si confonde con il degrado, ma questo è un problema che affligge numerosi borghi della Liguria e non spetta a noi risolvere. Piuttosto sappiate che la Cattedrale del secolo XI fu eretta su una precedente struttura, risalente al IX e X secolo; la stessa cosa è avvenuta per il vicino battistero anch’esso fondato su un edificio preesistente. Gli amanti dell’architettura romanica non dovrebbero mancare di visitare la chiesa di S. Michele con la sottostante cripta. E ancora perdetevi tra le vecchie vie alla ricerca della cosiddetta architettura minore: archetti, sottopassi, edicole religiose, fregi vi sveleranno l’anima più antica e dimenticata di Ventimiglia.

L’inquisizione a Ventimiglia
Nei secoli passati le accuse di eresia e di stregoneria erano piuttosto comuni; la Diocesi di Ventimiglia disponeva di vari inquisitori incaricati di presiedere a molti processi frutto di un mondo in cui sospetti, superstizione e ignoranza si mescolavano in un clima di profondo oscurantismo. Ecco alcuni casi particolarmente eclatanti documentati dagli atti processuali tuttora conservati. Nella vicina Vallebona tale Francesco Pallanca fu accusato di eresia per aver semplicemente detto che Papa Urbano VIII divideva il mondo cristiano. A Triora invece nel 1587 si diede vita a uno dei famosi e più drammatici processi per stregoneria che vide coinvolte tantissime donne innocenti vittime dei pregiudizi e di una serie di coincidenze sfavorevoli (il caso di Triora è trattato specificatamente nel libro dedicato all’Entroterra di Imperia).
Ancora a Camporosso nel 1638 si registra il caso di Caterina Molinari, sottoposta a tortura perché confessasse la sua natura diabolica. Nel borgo di montagna di Montalto Ligure si ricorda il caso di Giovanni Rodi la cui casa venne prima perquisita e successivamente sequestrata. L’uomo fu processato perché trovato in possesso di vari libri proibiti (gli stessi compaesani del Rodi suffragarono l’accusa testimoniando contro lo stesso, definito mago, incantatore e negromante) e, anche se negli atti non c’è traccia, è probabile che l’accusato sia stato giustiziato sulla pubblica piazza. La Diocesi di Ventimiglia inoltre instaurò diversi processi a causa delle diverse “eresie” che facilmente arrivavano dalla vicina Francia.

Il cantore di Liguria, Francesco Biamonti
Abitava a San Biagio della Cima, vicino a Ventimiglia, dove era nato nel 1913, il cantore di Liguria, al secolo lo scrittore Francesco Biamonti. Era il 1983 quando balzò alla ribalta della critica e del pubblico con il romanzo “L’angelo di Avrigue”; da allora i riconoscimenti si susseguirono, ma lui, schivo e discreto, da autentico ligure, aveva continuato a vivere in un paesino coltivando mimose, rifuggendo la notorietà. La notte non era difficile incontrarlo nei locali notturni della vicina Francia, là dove si intrecciano storie di vita vera, incredibili e a volte disperate. Altri suoi lavori sono “Vento largo”, “Attesa sul mare”, “Le parole”, “La notte”.
Si è spento il 17 ottobre 2001, Francesco Biamonti, nella sua casa natale, portando con sé la bellezza e la poesia di una letteratura “metafisica” che parlava di lui e della sua terra.

I Balzi Rossi
È tra Grimaldi e Ventimiglia che in un’imponente parte di calcare dolomitico del giurassico, si aprono le spettacolari grotte dei Balzi Rossi, testimonianze tra le più importanti del periodo paleolitico. Il colore delle rocce è dovuto alla presenza di minerali di ferro ossidato; complessivamente sono nove caverne nelle quali sono stati rinvenuti utensili, ossa, corredi funebri, resti di animali e incisioni risalenti a 240 mila anni fa (un esempio è l’osso iliaco appartenuto a una donna ritrovato nella grotta del Principe). Le due grotte attualmente visitabili sono quella del Florestano, del Caviglione e il Riparo Mochi; a completamento del tour c’è poi l’annesso Museo che raccoglie tutti i reperti catalogati nel tempo.

I giardini Hanbury
I giardini di Villa Hanbury sono una tappa d’obbligo per tutti gli amanti della natura e delle varietà del mondo vegetale che qui vedrete perfettamente adattate grazie alla particolarità del microclima; si va dalla macchia mediterranea alle rari specie appartenenti a terre esotiche. La cura dei giardini che si estendono sul promontorio della Mortola è affidata all’Istituto di Botanica dell’Università di Genova; furono fondati nel 1867 da Lord Hanbury e vantano una superficie di 182 mila mq. con 3.500 specie presenti.

BORDIGHERA

Le origini
L’etimologia del nome della cittadina per alcuni sarebbe da ricercarsi in una nota tradizione popolare. Alcuni predoni venuti dal mare in una notte misero a ferro e fuoco la costa ligure di ponente, uccidendo interi villaggi, ma soprattutto facendo un gran numero di schiavi. Alle prime luci del mattino, mentre le galee dei pirati stavano già prendendo il largo, uno dei capitani volle vedere di persona tutte le donne che avevano rapito considerato che l’azione si era svolta la notte precedente, nella più totale oscurità. Fu in quel momento che scoprì l’amara sorpresa: le donne erano completamente scomparse, senza lasciare traccia. Alle sue insistenti domande, la ciurma, in gran parte composta da marinai liguri fatti schiavi, così rispose: «A bordo i ghean». Da questa frase sarebbe derivata poi Bordighera.

Cosa vedere
La parte più caratteristica di Bordighera è senza dubbio quella alta, ovvero la “zona vecchia” dove rinveniamo pregevoli testimonianze del passato: c’è la Chiesa di S. Maria Maddalena (1617), Porta Sottana, l’Oratorio di San Bartolomeo degli Armeni (XV secolo) e, in posizione pittoresca sulla scogliera, la Chiesa di S. Ampelio, romanica, risalente al XIII secolo. Da non perdere è poi la famosa passeggiata lungomare naturalmente all’ombra delle immancabili e caratteristiche palme.

La leggenda di Magiargé
È stata posta addirittura sulla piazza di fronte al Municipio la statua di Magiargé, la bella schiava che salvò Bordighera dalla distruzione. La leggenda (o storia…) racconta che durante uno degli assalti al castello della cittadina rivierasca, il pirata Boabil fu raggiunto dalla notizia che la sua amata schiava, rapita a Granada, Ziadatalé, stava morendo senza che la si potesse più salvare. La stessa moglie del governatore di Bordighera, impietosita, aveva inviato il proprio medico al capezzale della ragazza per assisterla. Boabil cessò l’assalto ed espresse il desiderio di seppellire la ragazza presso Capo Ampelio all’ombra di una pianta di gelsomino nero portata dalla Spagna. In cambio Boabil promise la cessazione di ogni scorreria se gli abitanti di Bordighera si fossero occupati della sepoltura e della piantina. Così accadde e sulla tomba fu posta in seguito una statuetta raffigurante la bella schiava. Avendo nominato Ampelio non si potrà non citare l’omonimo santo al quale Bordighera è particolarmente affezionata; secondo la tradizione qui nel IV secolo S. Ampelio sarebbe approdato provenendo dall’Egitto portando con sé i datteri. Da allora Bordighera divenne celebre per le sue palme e ancora oggi sotto l’omonima chiesa c’è la grotta dove visse e morì S. Ampelio.

Ospiti illustri
Bordighera vanta una serie di personaggi famosi che vi hanno soggiornato più o meno a lungo attratti dalla bellezza del luogo. Ricordiamo la Regina di Prussia (1888), la Regina Margherita di Savoia, il generale Cadorna, lo scrittore Edmondo de Amicis e Claude Monet che durante un soggiorno di 79 giorni dipinse più di 50 tele. Una curiosità: a Bordighera a fine ‘800 risiedeva una comunità di ben 3.000 inglesi.


OSPEDALETTI

La storia
Era circa il 1300 quando un gruppo di cavalieri di Rodi decise di costruire, in zona retrostante la via Aurelia, una chiesa consacrata a S. Giovanni Battista con l’annesso ricovero per pellegrini. Poco alla volta le stesse genti che abitavano a Coldirodi costruirono alcune case vicino al complesso religioso dando vita al nucleo originario di Ospedaletti. Fin da allora le attività della popolazione erano la pesca, la coltivazione e il commercio di olio e limoni (addirittura queste due ultime attività divennero fondamentali per l’economia di Ospedaletti). Il lungomare Cristoforo Colombo e Corso Regina Margherita sono dei “must” se si visita Ospedaletti. Tracce di un passato più remoto le troviamo in alcuni edifici: la chiesa di S. Erasmo, un tempo dedicata a S. Giovanni Battista (già citata precedentemente) innalzata dai Cavalieri Gerosolimitani; l’odierna chiesa di S. Giovanni Battista risale invece al 1817 mentre quella delle Porrine fu anch’essa eretta per volontà di un cavaliere di Rodi, tale Tommaso Rosi, nel 1500 ed ampliata nella struttura nel 1817. Da questa chiesa, divenuta Santuario l’8 dicembre 1858, parte una conosciuta mulattiera (sentiero dei Pali) che porta nell’Entroterra sino a raggiungere il Monte Nero e Sasso di Bordighera, pittoresca località con case in pietra dall’aspetto rustico.

Le origini
È lo stesso nome della località che indica le lontane origini quando qui sorgeva un ricovero per pellegrini fondato dai Cavalieri di Malta, affiancato poi da strutture difensive a causa delle incursioni saracene.

Nelle vicinanze
Al naufragio di un gruppo di cavalieri gerosolimitani risalirebbero le origini del borgo di Coldirodi. La tradizione vuole che nel 1310 cavalier Fulcone di Villaret, partito da Rodi con altri suoi compagni e diretto nella natia Francia, si trovò nei pressi della costa ligure, al centro di una violenta tempesta. La nave affondò ma lui e pochi altri riuscirono a salvarsi raggiungendo il litorale. Si trasferirono sulle colline vicino al mare dando così origine al borgo di Coldirodi.


SANREMO

Le origini
Sanremo era già nota in epoca romana, essendo parte dei possedimenti di una famiglia locale chiamata Matacius; la località allora si chiamava Villa Matuciana o Matutiana. Il nome attuale di Sanremo deriva invece dal vescovo di Genova, San Romolo, che proprio qui, presso il Monte Bignone, trovò rifugio in una grotta (VII – VIII secolo). I documenti in latino che parlano di Sanremo la citano come Civitas Sancti Romuli oppure come Sancti Remi. Per alcuni il nome attuale deriverebbe dal nome di Romolo tradotto nel dialetto locale (Remu), mentre per altri sarebbe sempre un uso del dialetto, ma per indicare Sant’Eremo di San Romolo, trasformato poi in Sanremu e infine nel nome che tutti conosciamo.

La Pigna, cuore di Sanremo
È la cosiddetta Pigna o “città vecchia”, la parte di Sanremo forse meno conosciuta, ma nello stesso tempo più vera e meritevole di una visita attenta e approfondita. Per visitare la Pigna bisogna avere scarpe comode per arrampicarsi lungo i ripidi carruggi in salita che con il loro intrico formano una struttura pressoché concentrica. Furono ragioni essenzialmente difensive a spingere gli abitanti a costruire quest’affascinante cittadella di cui rimangono ben undici porte che garantivano un tempo la sicurezza degli abitanti. Oggi questi problemi di “sicurezza” non esistono più ma altri assillano questo pittoresco angolo di Medioevo come il degrado in cui versano i molti palazzi bisognosi di interventi di ristrutturazione e conservazione. La sera la Pigna s’anima di vita notturna fatta di ristoranti e locali che hanno contribuito a rivitalizzare una zona un tempo ritenuta poco raccomandabile.

Antichità
Gli amanti di chiese e di edifici antichi dovrebbero visitare innanzitutto il Duomo di San Siro risalente al XIII secolo, edificato sui resti di una precedente struttura paleocristiana e di una protoromanica; annesso c’è il Battistero del 1668 le cui fondamenta poggiano su rovine romane. (…ancora una volta la storia, anche la più antica, non si cancella). Entrando nella Pigna c’è il più recente Santuario della Madonna della Costa del XVI secolo; passeggiando tra le strette vie della città vecchia avrete occasione di apprezzare sovraportali in ardesia abilmente scolpiti, volte, camminamenti fortificati e antiche colonne di recupero provenienti da vetusti monumenti. Le tracce architettoniche più antiche però ad eccezione di quelle del castellaro sul monte Bignone, sono quelle in località Foce, vicino al mare: sono i resti di una villa romana con annesso un complesso termale.

I Turchi arrivano in agosto
Era il 6 agosto del 1543 e quando di parla di Turchi non intendiamo le “orde” seppur pacifiche di turisti che invadono le spiagge di Sanremo ogni anno… I veri pirati giunsero con ben 12 galee che, grazie alla prontezza degli abitanti della cittadella, furono respinte. Un anno dopo però i pirati ritentarono l’impresa depredando sia Sanremo che S. Stefano. Molti liguri vennero fatti schiavi e secondo un noto copione non videro più la terra natia.

Storie di streghe
Si chiamava Maire Maciucia ed era una delle streghe più temute della zona; vecchia, sdentata e di aspetto orribile, era capace di terribili malefici. Si racconta che un giorno, inseguita da una folla inferocita, si gettò nelle acque del torrente S. Romolo. In quell’istante una profonda voragine s’aprì improvvisa, inghiottendo per sempre la megera. Da allora il torrente fu venerato per le sue acque purificatrici da ogni male.

Perché Pigna
Il nome del nucleo storico di Sanremo deriverebbe o dalla sua struttura stessa, quasi a scaglie, proprio come una pigna, oppure dalla fontana presente all’esterno della Porta San Giuseppe che reca scolpita una pigna. Per altri il nome deriverebbe dalla forma a pigna che avrebbe la collina su cui sorge.

S. Siro
Torniamo per un momento ai primordi del cristianesimo quando con l’editto di Costantino del 313 d.C. fu ammessa la totale libertà di culto. A quel tempo il Vescovo di Genova inviò a Sanremo un nuovo predicatore, giovane e di grande fede, affinché aiutasse nella diffusione del Vangelo un altro che già era stato lì inviato in precedenza, tale Orsmida; fu così che cominciò l’ “avventura” di San Siro che appena giunto nella città operò un esorcismo sulla figlia di un certo Gallione, importante proprietario terriero ed esattore locale. Gallione riconoscente donò a S. Siro una parte delle sue terre, per l’esattezza quella zona ancora oggi chiamata Capo S. Siro. Il santo cedette alla Diocesi di Genova che successivamente ne farà dono ai monaci benedettini dando vita a un fiorire di donazioni che determineranno in epoca feudale un nuovo e profondo senso di religiosità che interesserà tutta la zona.

Aneddoti
Era di Mondovì, ma risiedeva a Sanremo, Martino Orbo che nel 1635 veniva processato con l’accusa di praticare la magia e di aver tolto il latte ad una donna che aveva avuto un figlio da poco. Le testimonianze di alcuni conoscenti risultarono fondamentali per la convalida della condanna definitiva.

Illustri ricordi
«La felicità è poter seguire, passeggiando e scrivendo, i propri pensieri in una località stupenda – e Sanremo è veramente bellissima – senza essere tormentato dalle preoccupazioni quotidiane.»

Walter Benjamin, 1934


ARMA DI TAGGIA

Le origini
Il borgo, sorto alla foce del torrente Armea, avrebbe preso il nome proprio da quest’ultimo. Il corso d’acqua fu così chiamato a sua volta in memoria di un epico scontro lì avvenuto tra i liguri e i romani; il nome Arma però ricorda anche il termine omonimo usato per indicare le grotte nella zona.
Erede della romana Tabia che sorgeva proprio nei pressi del Tavia fluvius (il torrente Argentina), nata in seguito alla vittoria delle milizie romane di Caio Quinto Minuzio sui celti-liguri nel 192 a.C., subì le invasioni longobarde che ne causarono lo spopolamento; gli abitanti si ritirarono così all’interno dando vita al nucleo di Taggia. Solo successivamente tornarono sulla costa dedicandosi al commercio marittimo e alla pesca. Oggi Arma di Taggia è un’apprezzata località balneare.


CASTELLARO

Nota dell’autore
Il mare è a pochi chilometri dal paese; difficile perciò scegliere se parlare di Castellaro come paese dell’Entroterra o della Riviera, ma questo è un dilemma che accomuna diversi borghi della Liguria che per dirla in poche parole hanno “… un pe’ tèra e l’atrii in mà…!” (un piede in terra e l’altro in mare). In questo caso sarà la leggendaria impresa di un marinaio del posto, tale Andrea Anfossi, a consacrare il paese al mare aiutandoci così nella nostra decisione di trattarlo come borgo marinaro.

Il Santuario di Lampedusa
Risale al 1500 circa la prodigiosa avventura di tale Andrea Anfossi, marinaio di Castellaro Ligure, le cui vicende portarono alla costruzione del santuario di N. S. di Lampedusa. Erano anni in cui i pescatori liguri si dividevano il compito, assieme alle milizie, di respingere i frequenti attacchi saraceni. Nella notte del 25 giugno 1561 Andrea Anfossi fu catturato dai pirati e la sua fu una prigionia che durò ben 40 anni. Andrea, detto “il Gagliardo” per la sua ferrea volontà e il suo spirito, non si disanimò. I saraceni lo condussero a Lampedusa; qui il suo compito era quello di fare provvigione di legna per l’accampamento. Il desiderio di fuggire non l’aveva mai abbandonato, così rivolse le sue preghiere alla Vergine. Dentro alla boscaglia, vide una luce sorta a indicare una cavità nel terreno. Andrea vide così un’immagine dipinta della Madonna con il Bambino e S. Caterina d’Alessandria d’Egitto. Andrea invocò l’aiuto divino promettendo di donare il proprio podere di Costaventosa per innalzarvi un santuario. Il marinaio abbatté un grande albero ricavandone uno scafo per la fuga; la tela dipinta fu usata a mo’ di vela. I turchi lo inseguirono, ma la sua imbarcazione si dimostrò velocissima. Era il 1602 quando Andrea approdava nuovamente in Liguria. Fece ritorno a Castellaro raccontando a tutti il miracolo. I suoi compaesani concordarono nella costruzione del Santuario, ma decisero per un terreno meno impervio. Ultimati i lavori e collocata l’immagine della Vergine usata da Andrea, quest’ultima scomparve. Il fatto si ripeté per due volte; il dipinto fu sempre ritrovato a Costaventosa. Fu così che si costruì il Santuario con l’immagine di Andrea Anfossi a bordo della sua barca in fuga dai saraceni dipinta sul muro esterno. Nell’abside è conservata la tela prodigiosa che la domenica, dopo l’8 settembre, si venera in processione.

A proposito di Castellaro
«Sopra una cresta elevata sorgeva Castellaro inondato di raggi solari. Il più gaio paesello del mondo. Si potrebbe immaginare che Castellaro senza la felicità dell’esistere e, nell’impeto della gioia, stia per precipitarsi in braccio alla valle…»

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati