Alla morte si avviva vivi

Con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova, Daniele G. commuoversi fino alle lacrime per un tramonto prima di esplodere in una risata omerica avventurandosi in una notte brava. Le lacrime non sono di coccodrillo, ma la pellaccia sì; quando riusciranno ad abbatterlo del suo involucro faranno borsette, portafogli, cinture, scarpe no. E' difficile fare le scarpe a Daniele G. con Daniele G.; se le fa già da solo infilandosi in gineprai sentimentali e cornuti ( di professione è detective privato ) ingollando torcibudella come il protagonista di “Tu vuò fa l'americano” di Carosone uscendone “disturbato”.

Restando in campo musicale si potrebbe dire di lui quello che Baccini dice di me: “Fa tanto il duro ma sotto sotto è un topolone”, un incrocio tra Topolino Detective e Uomini e Topi di John Steinbeck. Un topo d'appartamento che ha svaligiato la biblioteca di Biamonti, di cui da molti è considerato l'erede. Ma torniamo alla musica, perché tutto ciò che scrive Genova ha un andamento lento, bucolicamente lento ( La campana di Rivara ) o frenetico ( Alla morte si arriva vivi ). Bene, esiste una scuola genovese del cantautorato ( Tenco, Lauzi, Bindi, De Andrè, Paoli, Baccini….) ma si è formata anche una scuola genovese del noir, del neogiallo, del neon giallo , Claudia Salvatori, Enrico Ratto, Paola Mordiglia, Ettore Maggi, Saporito, Vallarino di cui non cito il nome di battesimo e altri ancora di cui non cito il cognome perché in questo preciso momento ho altro a cui pensare: G. Genova, appunto. Ebbene un po' come è accaduto ai cantautori anche gli scrittori accomunati da un humus sono in realtà dei cani sciolti da non confondersi coi cani con la sciolta. I critici che ritengono la letteratura di genere qualcosa di “minore” scrivono “cagate”.

Tornando a Genova, passando per Savona, dove il nostro ha il suo amato marlowiano ufficio, fermandoci a Celle Ligure, dove il nostro si abbevera da Pierone e si rifocilla da Wanda, al Charlie Max, Daniele G., la lettera G se l'è guadagnata sul campo della nostra amicizia. All'inizio eravamo solo io, Andrea G. Pinketts, e Claudio G. Fava ( genovese anche lui e amante del noir francese ) a fregiarcene, adesso possiamo fregarcene perché siamo in tre e l'unione fa la forza. Ma Daniele G. Genova non se ne frega, tutt'altro, per lui l'aggiunta della G ha il valore di un rito di passaggio. Rispetto all'opera poetica e ai romanzi precedenti “Alla morte si arriva vivi” è un debito di sangue. Daniele G. Genova ha inforcato la sua leggendaria Harley e ha superato in curva le convenzioni del genere hard- boiled, certo ne è uscito un po' ammaccato, come da una storia d'amore o da un film d'azione senza stuntman a farci da controfigura. Ma ha fatto la sua “porca figura”.

In questo mondo di ladri ( Venditti dixit, oggi sono fissato con i cantautori ) Daniele G. Genova ha rubato il fuoco per darlo agli uomini, i suoi lettori, e come Prometeo, per punizione, è costretto a subire le incursioni, nel suo ventre, di un'aquila letale. “L'aquila di Castelbianco” nel suo caso. Colletta di Castelbianco, il primo borgo telematico d'Europa è lo scenario di una resa dei conti con se stesso, per Vitrand, il protagonista difficilmente dimenticabile, qualcosa di insidiosamente medievale striscia nell'ombra della rassicurante tecnologia. Renè Cher diceva in Fogli d'Ipnos” un uomo senza difetti è una montagna senza crepacci, non mi interessa.” Daniele G. Genova sa come pochi raccontarci i crepacci, mortacci sua.

E' un bambinone tatuato, un poeta da motoraduno, un cavaliere della valle solitaria che ha bisogno di compagnia, uno scrittore in ostaggio delle proprie radici, un detective privato che sta pedinando una nuvola, il mio fratello di sangue e di sangria.

Con quella faccia un po' così quell'espressione un po' così che abbiamo noi che abbiamo letto Genova.


ANDREA G. PINKETTS

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati