| di Ippolito
Edmondo Ferrario
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I FATTI
Numerosi processi alle streghe ebbero
luogo nella Liguria Occidentale e il più celebre
di tutti rimane ancora oggi Triora.Secoli sono passati
da allora,ma il ricordo del borgo dell’alta valle
Argentina quale luogo stregonesco rimane sempre vivo;le
pubblicazioni in merito sono state numerose: nel 1898
rinveniamo un primo libro che cerca di far luce sul
processo e si tratta di un opuscolo intitolato “Le
streghe di Triora in Liguria” del Prof.
Michele Rosi; un altro scrittore che affronta
l’argomento nel 1939 è Siro Attilio
Nulli con un capitolo dedicato a Triora nel
suo “I processi alle streghe”.
A questi due si aggiunge Padre Francesco Ferraironi
che in un epoca di poco successiva torna ad indagare
la questione.
Cominciamo a parlare dei luoghi
trioresi frequentati dalle “bagiue”
;vi era per prima la Ca Botina,fuori dalle mura
dell’abitato e definita dallo stesso Ferraironi
“orrida e deserta”;è qui che
si sarebbero svolti i rituali che vedevano le
streghe palleggiarsi allegramente i bambini in
fasce tra gli abitati di Triora e quelli di Molini
di Triora e di Andagna.
Bisogna comunque sottolineare che la Ca
Botina era la zona più povera
del paese ,quella al di fuori della cinta muraria
e dunque maggiormente esposta ai pericoli;coloro
che vi abitavano,donne comprese, si erano dovute
abituare a condizioni di vita certamente precarie
e difficili.(Già quì si intravede
una spaccatura sociale presente nel borgo,tra
gli strati più umili e le famiglie nobili).Altre
località frequentate dalle bagiue erano
la fontana di Campomavùe
(ancora oggi rimasta fuori dall’abitato,in
una zona tranquilla e silenziosa) e la fontana
detta della Noce,all’ombra appunto
di un grande albero di noci. Si crede però
che le streghe circolassero indisturbate anche
all’interno del borgo e nella tradizione
si asseriva che abitualmente si ritrovassero addirittura
in quella via chiamata Dietro la Chiesa,a
pochi passi dalla parrocchia.Numerosi sono poi
i luoghi di convegno nelle vicinanze di Triora:uno
per tutti è il bellissimo LaguDegnu,remota
località in fondo al Cian di Vunda,dove
si trova uno smeraldino lago artificiale formato
dal rio Grugnardo che s’immette nel torrente
Argentina. |
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Ma torniamo con il pensiero proprio all’anno
del processo,il 1587.Una grave carestia imperversava
già da due anni e le condizioni del popolo non
erano certo delle migliori. L’acuto Ferraironi
riferisce che nello stesso anno anche Roma fu afflitta
dalla stessa piaga che produsse migliaia di vittime;i
più poveri abbandonavano la città per
raggiungere le campagne dove morivano di stenti.Lo storiografo
triorese pone l’accento sul fatto che all’epoca
Triora,per la sua posizione remota tra i monti
di Liguria,vivesse ancora in una dimensione dominata
dalla superstizione e da arcaiche credenze,tagliata
fuori dal fervore illuminista. Non occorse
molto perché le voci si trasformassero in accuse
e le donne che abitavano alla Ca Botina venissero additate
come streghe e dunque responsabili della carestia (le
accusate non erano solo le più umili,ma anche
quelle che vivevano in condizioni degradate,sfuggendo
alle regole della comunità).
Il podestà,
in carica al tempo, era tale Stefano Carrega,forestiero
come ogni podestà;fu il Parlamento
locale a chiedere a quest’ultimo di procedere
contro le stesse.Nell’ottobre del 1587 giunsero
così a Triora il sacerdote Girolamo
Del Pozzo,in veste di Vicario del Vescovo di Alberga
(Il borgo ne dipendeva come curia) e un vicario
dell’Inquisitore di Genova.I due
celebrarono una messa nella chiesa della Collegiata
e durante la predica,secondo le prescrizioni,invitarono
chi sapeva a denunciare i fatti.La predica ebbe
i suoi tragici effetti e le accuse furono molteplici
e dettagliate. |
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Il processo dunque,così voluto
a pieni voti dal Parlamento locale (“La
volontà di questo populo è sempre stata
et è che cotali malefiche totalmente si estirpino
et su sradichino da questi paesi,e tutti in alta voce
in parlamento congregati hanno con acceso animo gridato
et di continuo gridano che si estirpino,et non solo
hanno voluto che si spendi scudi 500 per questo fatto,ma
ancora vogliono che spendisi le facoltà loro
et le campagne,prima che si manchi di questa impresa”
da una lettera degli Anziani del luogo al Doge di Genova),ebbe
inizio.I due vicari fecero preparare della case private
da adibire a carcere e si procedette all’arresto
di venti donne.Il Ferraironi identifica alcune delle
case utilizzate e che ancora sono visibili:la casa
detta del Meggia,situata in piazza
San Dalmazio,ma che poggia le fondamenta nel
vicolo detto Rizzetto;da questo si
scorgono infatti delle finestre munite di pesanti inferiate.La
stessa casa è anche chiamata Ca’
de baggiure (casa delle streghe) e Ca’
di spiriti.Sarebbero proprio le inferiate a
confermare la tradizione in quanto assenti in tutte
le altre abitazioni.Dal processo scaturirono le prime
accuse contro ben tredici donne e un fanciullo.Si procedette
alla tortura e le accuse estorte durante gli interrogatori
portarono in carcere altre donne.Nel popolo cominciò
a serpeggiare un certo malumore,come se il tanto invocato
intervento delle autorità cominciasse a spaventare
per la ferocia.Infatti nel 1588,e precisamente a gennaio,
altre trenta donne furono incarcerate e questa volta
non c’era solo il coinvolgimento dei ceti più
umili.I tormenti non risparmiarono nessuna,come riferiscono
sempre gli Anziani che parlano appunto di “matrone”.
E a questo punto intervenne proprio
il Consiglio degli Anziani(di cui facevano parte
elementi delle famiglie più importanti
e ricche del borgo,aristocratiche e non) per porre
rimedio alla tragedia,visto che i primi morti
gettavano ombre sul processo:la sessantenne Isotta
Stella,morta agonizzante dopo le torture,e
un’altra donna,caduta da una finestra
in seguito ad un tentativo di fuga.Alcuni
uomini del consiglio si rivolsero al Parlamento
locale chiedendo che il governo di Genova venisse
avvertito dei fatti.La richiesta fu purtroppo
respinta.Lo stesso Podestà rifiutò
di scrivere al Doge e fu così che gli Anziani
lo fecero in prima persona,chiedendo che il processo
venisse sospeso perché non garantiva più
alcun tipo di giustizia.Gli Anziani nella loro
lettera sottolinearono come le accuse nascevano
dall’uso indiscriminato dei tormenti e così
riferirono sul caso di Isotta Stella :”…dopo
essere stata tormentata più volte alla
corda,nonostante che fusse vecchia più
di anni sessanta,un giorno fra li altri quasi
disperata,chiamato a sé il vicario di mons.
vescovo confessò aver complici di quanto
era sospetta,perché indi a presso nodrita
di pane e acqua,straciata di tormenti, se ne è
morta in confessa et senza ordini di chiesa”. |
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Gli Anziani non si fecero neppure scrupolo
di raccontare a quale trattamento andavano incontro
le poverette “con darli corda per lungo
spatio e puoi fuoco alli piedi per longo spatio anchora;appresso
le fanno vegliare per più d’hore quarantacinque
incominciando dalla sera,oltre averle fatte con rupitorii
pelare in tutte le parte del corpo;ne è questo
populo redatto in desperatione maxime che s’intende
che a quest’hora vi siino più di dugento
persone nominate;e nel modo che sino a qui si è
fatto,prima che si finisci saranno nominate la più
parte del populo et forse tutta”.Gli
Anziani si lamentarono anche con i due vicari chiedendo
di liberare le incarcerate; si sottolineò ad
esempio lo scempio fatto con una delle due donne morte
che “si gettò giù d’un
barcone altissimo et restò stropiata;et così
stropiata fu fatta andare alla curia minacciandola darline
(di bastonarla);e tre giorni dopo se ne è morta”.Gli
Anziani nella lettera al Doge accusavano apertamente
i vicari e anche il rozzo Parlamento locale,prevedendo
che presto dal paese sarebbero sfuggiti in molti per
sottrarsi alla crudeltà del processo.
L’acuto Ferraironi però
sottolinea un particolare importante;
il consiglio degli Anziani si mosse così
aspramente solo quando le donne accusate furono
quelle dei ceti importanti;si può supporre
che se il processo fosse rimasto arginato alle
donne della Ca botina nessuno sarebbe intervenuto.La
situazione è molto chiara:il Parlamento
è composto da gente ignorante che davanti
alla carestia non sa darsi spiegazioni razionali;così
subentra la figura delle strega,dell’emarginata
e dunque facilmente incolpabile e punibile perché
non ha mezzi per difendersi.Gli Anziani sono i
primi a scorgere la perversione del processo imbandito
in cui è lo stesso inquisitore a suggerire
alle accusate le colpe.I fatti proseguono:il 16
gennaio 1588 il Doge informa il vescovo di Albenga,dietro
la lettera ricevuta dal consiglio degli Anziani,di
fare luce sui fatti e di eventualmente procedere.Di
riflesso il vescovo scrive immediatamente al proprio
vicario chiedendo spiegazione dei fatti.Il 25
gennaio il vescovo di Albenga fa giungere al Doge
una lettera,ricevuta quattro giorni prima,in cui
Girolamo del Pozzo si discolpa e difende il proprio
operato.Il Del Pozzo nella sua lettera comunque
prometteva di non imbastire nuovi processi e di
limitarsi ai primi per i quali era giunto a Triora.
Gli stessi Anziani accettarono il compromesso
e il 20 gennaio scrissero nuovamente a Genova
dichiarandosi soddisfatti di questa nuova posizione.
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Dopo questo chiarimento tra il vescovo,il
Doge e gli Anziani il caso sembrò rientrare.Leggendo
la lettera in cui il vicario Del Pozzo prende le proprie
difese si rimane stupiti di come certe colpe evidenti
vengano legittimate dagli Anziani,finalmente certi che
la classe benestante non verrà d’ora in
poi più coinvolta nel processo.Il Del Pozzo così
giustifica la morte di Isotta Stella,negando che potesse
avere settant’anni (nella loro lettera gli Anziani
dicevano che ne aveva più di sessanta),ma allo
stesso tempo rivendica il diritto di averla torturata
perché secondo le leggi anche un’anziana
se accusata di lesa maestà,soprattutto divina,poteva
andare incontro ai supplizi.Per quanto riguarda l’altra
donna caduta dal balcone sostiene che non fosse fuggita
per le torture alle quali non era stata neppure sottoposta,ma
“…una notte,poco doppo che fu presa,tentata
dal diavolo si procurò la fuga con guastare una
sua veste che aveva indosso e accomodarla a guida di
benda,ma non essendole riuscito il disegno, cascò
subito che fu fuori dalla finestra et essendosi stropiata
con pericolo di vitta, confessò subito tutto
e chiedendo misericordia a Dio sen’è poi
morta ultimamente confessa et per quanto si poteva scorgere
contrita”.
Particolare è la posizione
del podestà Stefano Carrega che anch’egli
scrive al Doge,difendendo i processi alle streghe
e dicendo che “la volontà
di questo populo è sempre statta et è
che cotali malefiche totalmente si estirpino et
si sradichino da questi paesi”.Della
stessa Isotta Stella dice che “gridando
ad alta voce tutto il giorno il diavolo,et domandandolo
in suo ajuto se ne è morta in prigione
in confessa et senza sacramento della chiesa”.
Lo stesso sostiene che fu torturata ,ma che la
donna,aiutata dalle sue arti magiche, sopportava
il supplizio arrivando addirittura ad addormentarsi.
Per la donna caduta dal balcone il Carrega sostiene
la tesi del demonio,la stessa dell’inquisitore.Il
10 e l’11 gennaio gli inquisitori partono
da Triora,lasciano le accusate in carcere. |
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Il governo genovese non si era del tutto
convinto della regolarità del processo a Triora
e decise di interessarsene più da vicino ,visto
che riguardava cittadini della repubblica.Con quella
partenza lo stesso Parlamento, che fino a quel momento
aveva sostenuto il processo,vide che c’era qualcosa
che non andava;le donne rischiavano di rimanere in prigione
per molto tempo e la questione in sospeso.Il Parlamento
si rivolse anch’esso a Genova,al Doge,chiedendo
che intervenisse per “riveder li processi,che
questo populo per ogni miglior modo di giustizia e con
sicurezza resti purgato di tale eresia,acciocché
siano castigate le colpevoli et liberate e non travagliate
le innocenti”.Essendoci di mezzo poteri
molto forti la questione rimase bloccata per alcuni
mesi.Gli inquisitori erano partiti probabilmente per
riferire dei loro atti ai propri superiori,mentre dall’altra
parte il governo del Doge si contrapponeva al vescovo
di Alberga chiedendo chiarezza.Le sole a rimetterci
furono le donne imprigionate.Nei primi giorni di maggio
giunse a Triora l’Inquisitore Capo
per visitare le donne in carcere e accertarsi della
situazione.Tutte,eccetto una,negarono quanto avevano
ammesso prima.Rimasero tutte in carcere,eccetto una
ragazzina di 13 anni che fu lasciata libera.Il solo
sblocco di una situazione sempre più tragica
e stagnante ci fu nel giugno del 1588:Genova mandò
a Triora un commissario speciale,Giulio Scribani
che Luigi de Bernardi nel suo”Storie
di streghe” (Edizioni Polaris,Sondrio)
non esita a definire “lucido e crudele”.Lo
Scribani portò con sé una ventata di terrore
in quanto giunse,come lui stesso asserì,”
per smorbar di quella diabolica setta questo
paese che resta quasi per tal conto tutto desolato”.In
principio la sua permanenza a Triora sarebbe dovuta
durare non più di due mesi,ma sarà lo
stesso a chiederne una proroga.
In quel periodo il Podestà
viene rimosso e sostituito da G.B.Lerice,mentre
si ordina che le donne incarcerate vengano trasportate
a Genova (di queste sole tre appartengono alle
famiglie più importanti:i Giauni,gli
Stella, e i Borelli.Lo
Scribani dunque disillude le aspettative generali
e giunge a Triora con la volontà di trovare
nuove streghe.Come i due precedenti vicari cominciò
nuovi interrogatori, procedette a incarcerazioni
e sottopose al supplizio del fuoco molte innocenti.
Le accuse che egli muove alle donne sono sempre
sostanzialmente tre: reato contro Dio,
commercio con il demonio, omicidio di donne e
bambini. |
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L’opera dello Scribani interessò
anche paesi vicini a Triora:venti donne accusate a Castelvittorio,due
a Montalto,poi altre a Badalucco,per
arrivare fino a Porto Maurizio e Sanremo.
Il 22 luglio lo Scribani spedisce a Genova le sue richieste
di condanna a morte sul rogo per quattro donne di Andagna.
A questo punto il governo genovese di fronte a una richiesta
così grave ed esplicita si ritrovò perplesso,anche
perché lo Scribani si arrogava di accusare per
delitti materia solo ed esclusivamente dell’Inquisizione.La
repubblica si affida dunque a Serafino Petrozzi,in
veste di auditore e consultore. Quest’ultimo redige
la sua relazione opponendosi allo Scribani e alla sua
proposta di pena;dice che la confessione non è
sufficiente per suffragare l’accusa.Da questa
analisi sortiscono i primi effetti.La missione dello
Scribani viene prorogata di un mese,ma gli si raccomanda
solo di occuparsi della giustizia secolare,tralasciando
le accuse materia dell’Inquisizione.Gli si ricorda
anche di non procedere negli interrogatori suggerendo
le accuse e soprattutto gli si raccomanda moderazione
nell’agire.Per quanto riguarda le supposte streghe
di Andagna e altre di Bajardo gli si chiede di fornire
prove certe.Lo Scribani risponderà qualche giorno
più tardi giustificandosi dell’impossibilità
di addurre altre prove in quanto i delitti sarebbero
stati consumati molto tempo prima,mentre altri sarebbero
avvenuti fuori dallo Stato (Ad esempio nel Finale,comprendente
i comuni di Finale Ligure,Finale Borgo,Finale Marina,Finale
Pia o ad Oneglia,facente parte del principato dei Savoia).
Allo Scribani non rimane che
rifare i processi e lo fa celermente,arrivando
il 30 di agosto nuovamente alla condanna a morte
per le quattro streghe di Bajardo.Per quanto riguardava
la sorte di un’altra ragazza dello stesso
paese,egli in un primo tempo propose che fosse
messa in convento,poi si convinse invece della
pena di morte come per le altre (lettera del 31
ottobre).Il governo di Genova si oppose e assegnò
un curatore alla ragazza che nel frattempo era
imprigionata da mesi.Il colpo di scena però
arriva poco dopo,quando al Petrozzi vengono affiancati
altri due giudici e tutti e tre danno incredibilmente
ragione allo Scribani.Il Nulli imputa questo cambiamento
repentino di parere proprio a causa dell’affiancamento
degli altri due giudici;probabilmente influenzato
dagli altri due anche il Petrozzi si convince
delle ragioni dello Scribani.I due nuovi commissari
aggiunti sono:Giuseppe Torre
(podestà,ma non si conosce la località
che amministra) e Pietro Alaria Caracciolo.Appena
riunitisi i tre giudici convalidano le accuse
e danno il via libera alla messa al rogo:si tratta
di Peirina di Badalucco (definita
dallo Scribani “malefica confessa
et convinta”) e di Gentile
di Castelvittorio (nella cui casa,durante
una perquisizione furono rinvenuti due vasi d’olio
diabolico). Quando dunque sembra di essere giunti
alla drammatica conclusione (condanna per impiccagione
e incenerimento dei resti) ecco che interviene
il Padre Inquisitore di Genova
che chiedendo di rispettare la sua carica fino
a quel momento estromessa dal processo. |
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Infatti spettava a lui e solo a lui,in
quanto rappresentante dell’Inquisizione di Roma,giudicare
i crimini delle streghe.Avviene così il trasporto
da Triora a Genova delle cinque accusate,che partono
dal borgo nell’ottobre del 1588.Viaggiarono per
mare e una volta arrivate a Genova vennero messe nelle
carceri governative,in quanto l’Inquisizione non
aveva posto sufficiente.Queste si andarono ad aggiungere
alle prime tredici già incarcerate e lì
trasportate.Delle prime tredici non si conosce la sorte
e c’è la possibilità che alcune
fossero state rimandate già a Triora in quanto
ritenute innocenti.E’ una fase particolare del
processo,caratterizzata da un acceso attrito fra poteri
istituzionali che si contrappongono.La repubblica di
Genova ha il ruolo di carceriere delle innocenti e il
Doge non prende una posizione specifica,ma si mantiene
neutrale,relegando il compito di giudicarle ai poteri
competenti.L’unica cosa che fece fu quella di
sollecitare la Congregazione del Santo Offizio
in quanto la salute delle donne era cagionevole,considerate
le condizioni in cui erano tenute.E’ l’8
febbraio del 1589 quando il Doge scrive che “si
vanno consumando nonostante che da noi per quel che
merita la condition loro le sia fato provedere di tutto
il necessario,et che già tre di loro sono morte”.
Le rimostranze giacciono inascoltate,e verranno ripetute
ad aprile.Le seconde vengono presentate attraverso il
cardinale Sauli,raccomandandosi “ch’era
ormai tempo di finire i processi contro le maliarde,
e di liberare le carceri da tale impedimento”.
Il 23 aprile 1589 giunge la svolta:
l’ Inquisizione ordina di terminare il processo,attenendosi
al principio “di conservare la vita
a sudditi della Signoria”.Dalla
lettera si deduce che si sarebbe poi proceduto
alla liberazione delle tredici incarcerate (non
più diciotto in quanto cinque erano morte
durante la carcerazione).Infatti dalle cronache
sappiamo che tre erano perite in febbraio e le
altre due in aprile o maggio.Si presume dunque
che le sopravvissute inviate a giugno furono rimandate
libere a Triora,ma non ne abbiamo certezza. |
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Qui di seguito riportiamo un breve schema
riassuntivo del Ferraironi:
-Sul finire dell’estate del 1587
si additano alla giustizia alcune supposte streghe di
Triora,le quali vengono incarcerate.
-Ai primi di ottobre,giungono sul luogo
due inquisitori,che erano mandati:uno da Genova (Inquisizione)
ed uno da Albenga (cioè del vescovo diocesano).
-Nel gennaio 1588 gli Anziani di Triora
si lagnano con Genova nel modo con cui sono condotti
i processi di stregoneria.
-Genova comunica al vescovo le lagnanze
che le sono pervenute;ed il vescovo dà assicurazione
che verrà preso rimedio contro ogni inconveniente;e
intanto il suo vicario si discolpa,ed il podestà
di Triora giustifica l’opera dei due inquisitori.
-Ma la procedura dei processi zoppica
ancora,e perciò ai primi di maggio si reca sul
luogo il Capo Inquisitore di Genova.
-Il giorno 8 giugno,essendo ripartito
il Capo Inquisitore,giunge in Triora un commissario
straordinario per definire la faccenda.Tredici streghe
sono inviate nelle carceri di Genova.
-Il detto commissario inquisisce su altre
streghe,e propone a Genova la condanna di cinque di
queste.Ma il processo che ne aveva istruito il commissario
viene fatto rivedere:prima da un solo giudice,e poi
da altri due aggiunti.E tutti e tre confermano le sentenze
di morte già pronunziate;e anche il senato di
Genova approva.
-Ma interviene il capo inquisitore di
Genova (settembre 1588),e mette il suo veto,poiché
spetta alla Congregazione del S.Offizio il pronunciare
la sentenza.
-Cinque streghe vengono mandate a Genova
(ottobre) e vi sono rinchiuse nelle carceri con le altre
che vi erano già da quattro mesi.
-I processi sono inviati a Roma;ma la
decisione non avviene che verso la fine d’agosto
dell’anno successivo.E intanto,alcune streghe
(tre delle prime tredici,e due del secondo gruppo) se
ne morirono nelle carceri ;e le altre,forse (poiché
non risulta con certezza,per mancanza di documenti)
furono mandate libere.
-Dal S.Offizio è scomunicato
chi aveva istruito il processo di condanna delle streghe,per
essersi ingerito in cose spettanti all’autorità
ecclesiastica;ma viene concessa l’assoluzione.
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