di
Andrea Gandolfo | www.comune.triora.im.it
DALLA PREISTORIA ALLA FINE DEL
MEDIOEVO
L'alta valle Argentina, e in particolare
la zona di Triora, risulta abitata fin dalla più
remota antichità da piccole tribù che
avevano trovato rifugio all'interno di grotte o anfratti
naturali. I più antichi resti archeologici che
testimoniano la presenza di vita umana nel territorio
triorese risalgono al periodo del Neolitico medio, collocabile
all'incirca tra il 3800 e il 3000 a.C.
In tale periodo si sviluppò nell'Italia
settentrionale la cosiddetta "Cultura dei Vasi
a Bocca Quadrata", chiamata in questo modo proprio
per la caratteristica foggia dei vasi che allora venivano
prodotti dalla diverse popolazioni preistoriche. Le
genti portatrici di questa cultura, che sembra si sia
sviluppata per tutto il corso del IV millennio a.C.,
hanno lasciato testimonianze della loro civiltà
in molte grotte e anfratti del Finalese, tra cui le
più importanti sono la Caverna delle Arene Candide
e quella di Pollera.
Nei pressi di Triora sono stati recentemente
rinvenuti due importanti siti archelogici risalenti
al periodo del Neolitico medio: l'Arma della Gastéa
e la Tana della Volpe. L'Arma della Gastéa o
Arma Mamela, situata nelle immediate vicinanze dell'abitato
di Borniga, una borgata di Realdo, alla sinistra del
rio omonimo, presenta un'apertura, di forma triangolare,
costituita da calcari nummulitici del Luteziano ed è
posta all'altezza di circa 1270 metri. La cavità
è formata da una stretta galleria rettilinea
che tende a restringersi progressivamente verso l'interno.
L'anfratto, non abitabile a causa delle particolari
condizioni climatiche dell'ambiente, era adibito a luogo
di sepoltura collettiva in due distinti periodi, come
attestano i corredi funebri rinvenuti nella grotta insieme
alle ossa di non meno di quattro individui. L'occupazione
più antica della grotta è attribuibile
al Neolitico medio per la presenza di un unico frammento
di orlo di vaso a bocca quadrata; allo stesso periodo
dovrebbero risalire anche alcune piccole conchiglie
marine forate per uso ornamentale ed alcune lamelle
di fattura litica. Ad una fase più recente, collocabile
tra il XIII e il XII secolo a.C., sono invece ascrivibili
due spilloni in bronzo con capocchia di forma troncoconica
forata, utilizzati per fermare vesti e mantelli all'altezza
delle spalle.
La Tana della Volpe è invece costituita
da una piccola cavità formatasi dall'accumulo
di grossi massi franati, che si apre alla base di un'alta
parete rocciosa all'altezza di circa 750 metri sulla
riva destra del torrente Argentina dirimpetto all'abitato
della frazione triorese di Loreto. Nel corso di varie
esplorazioni archeologicheè venuto alla luce
un deposito archeologico suddiviso in cinque distinti
strati con uno spessore di circa 150 centimetri. Nel
quarto strato, il più antico, sono stati trovati
i frammenti di due o tre vasi a bocca quadrata risalenti
al periodo del Neolitico medio, con una decorazione
costituita da fasci di linee spezzate a zig-zag riscontrabile
anche in alcuni vasi del tredicesimo strato delle Arene
Candide. In questo strato sono stati anche rinvenuti
vari altri reperti adibiti a svariati usi quali un punteruolo
in osso, una lamella in selce, un pendaglio ricavato
da una zanna di cinghiale e tre conchiglie destinate
ad uso ornamentale.
Immediatamente sopra lo strato del Neolitico
medio, si sviluppa per oltre 1 metro di spessore, occupando
il terzo e il secondo strato, un vero e proprio ossario
con i resti umani sparsi in modo disordinato tra le
pietre e le fessure dell'anfratto. Il materiale archeologico
è invece costituito da alcune centinaia di frammenti
di vasi ad impasto. Nel terzo strato sono stati trovati
vasi globulari con bugne e prese a linguetta e ollette
a fondo piatto, riferibili ad un periodo compreso tra
il Neolitico finale e l'Eneolitico, intorno alla metà
del III millennio a.C.
Nel secondo strato sono stati rinvenuti
reperti vascolari di fattura più recente: ciotole
e tazze carenate, databili al Bronzo medio, ed olle
e urne che presentano decorazioni "ad unghiate"
e "a stecca", riferibili ad un periodo compreso
tra il Bronzo tardo e la prima Età del Ferro.
La Tana della Volpe rappresenta inoltre il punto più
occidentale raggiunto dalle genti della "Cultura
dei Vasi a Bocca Quadrata" nel corso delle loro
migrazioni nel territorio dell'Italia settentrionale.
Sul successivo periodo preistorico del
Neolitico superiore (3000-2500 a.C.), caratterizzato
in Liguria dalla "Cultura Chassey-Lagozza",
non sono venute finora alla luce testimonianze attendibili
sulla presenza dell'uomo nel territorio triorese. Tuttavia,
ad una fase finale di questo periodo, definita da Bernabò
Brea "sublagozza", potrebbero essere attribuiti
i vasi globulari e le tazze carenate ritrovate nella
Cava di Loreto e parte del materiale ceramico rinvenuto
nel terzo strato della Tana della Volpe.
Il periodo Eneolitico, che va dal 2500
al 1800 a.C., corrispondente all'introduzione e alla
lavorazione del primo metallo, il rame, è caratterizzato
nella zona di Triora dalla presenza di una serie di
cavernette sepolcrali e anfratti rocciosi, che testimoniano
l'esistenza di una avanzata e prospera civiltà
pastorale estesa fino al mare tramite le vie della transumanza
passanti per Tenda e Monte Bego, con significativi elementi
coevi alla civiltà dolmenica e calcolitica della
Provenza e della Linguadoca, e, a partire dal 2200 circa,
anche della "Cultura del Vaso Campaniforme",
di origine iberica.
Tra le varie grotte risalenti all'Eneolitico
le più importanti ubicate nel territorio triorese
sono l'Arma della Grà di Marmo, nota anche come
Grotta di Realdo, che si apre alla sommità dell'alta
falesia calcarea nummulitica del Luteziano, nell'area
immediatamente sottostante gli orti che circondano l'abitato
di Realdo e contiene numerosi reperti preistorici tra
cui un deposito sepolcrale, composto da uno spesso ammasso
di ossa umane collocate all'interno di una fossa ed
un ricco corredo funerario tipicamente eneolitico, oggetti
ornamentali in ceramica e in rame, frecce in selce e
diaspro, un ago ricavato da una zanna di cinghiale,
centinaia di collane di perle e in particolare di "perle
ad alette", caratteristico elemento decorativo
appartenente alle culture pastorali eneolitiche dell'area
calcarea della Linguadoca. L'Arma della Vigna, situata
nei pressi della Tana della Volpe a 640 metri di altitudine,
che conserva reperti in marmo, quali vaghi di una collana,
due "perle ad alette", quattro perle a tre
lobi e cinque perle a croce, e in ceramica, tra resti
di vasi ad impasto grezzo e di una ciotola a pareti
sottili con impasto depurato; e la stazione della Cava
di Loreto, situata a 400 metri a nord della chiesetta
di Nostra Signora di Loreto, poco distante dall'Arma
della Vigna, che testimonia, tramite numerosi reperti,
tra cui un vaso in puro stile "marittimo"
con decorazione composta da tredici bande orizzontali
parallele e altrettante bande inornate, frammenti ceramici
di olle, orcioli e tazze, e oggetti in osso e conchiglia,
la presenza in questa zona della "Cultura del Vaso
Campaniforme" nella fase più antica del
suo sviluppo, collocabile intorno al 2000 circa a.C.
La civiltà pastorale delle popolazioni
abitanti in grotte sepolcrali continuò a sussistere
nel territorio dell'alta valle Argentina anche nel periodo
della successiva età del Bronzo (1800-750 a.C.),
subendo peraltro gli influssi delle culture di Polada
e del Rodano nella fase più antica e di quelle
delle Terramare e dei Campi d'Urne nel Bronzo medio
e tardo. I nuclei abitativi più significativi
risalenti a questo periodo sono quelli rinvenuti nel
Pertuso, noto anche come Grotta di Goina, situato nell'alta
valle del Capriolo all'altezza di 1300 metri di altitudine,
in cui sono stati trovati una notevole quantità
di ossa umane, frammenti di vasi in ceramica e vari
oggetti ornamentali, costituiti da una quarantina di
perline piatte ricavate da valve di conchiglie e una
perla trilobata in pasta vitrea, e nel Buco del Diavolo,
una profonda cavità di origine carsica situata
nella parte alta della parete detta del "Bausu
Longu" a 1430 metri di quota, nelle vicinanze di
Borniga, formata da due distinte aperture situate a
30 metri di dislivello l'una dall'altra, che conserva
ossa umane e interessanti reperti archeologici risalenti
all'età del Bronzo costituiti da otto armille
a nastro carenato e decorazione di tipo geometrico,
un collare ritorto e bracciali anch'essi a nastro carenato
e decorazioni costituite da un motivo centrale di forma
ovale.
Significative testimonianze attestano
la presenza di una avanzata comunità alpestre
nel territorio di Triora nel periodo dell'età
del Ferro, dal 750 a.C. alla romanizzazione della regione.
In particolare sono stati rinvenuti reperti risalenti
alla fase più antica di questo periodo (VIII-V
secolo a.C.) nel secondo strato della Tana della Volpe,
quali frammenti di olle o urne presentanti decorazioni
"a stecca" e "ad unghiate", tipo
Rossiglione, caratteristici di molti altri insediamenti
umani della Liguria occidentale preromana.
Sulla cima del Bric Castellaccio, a 1275
metri di altitudine, nei pressi dell'abitato di Borniga,
sono stati trovati resti attestanti l'esistenza sul
luogo di un castellaro abitato da Liguri montani, quali
frustoli di ceramica ad impasto, una macina a mano e
frammenti del collo di un'anfora romana.
Nel II secolo a.C. gli abitanti di Triora
facevano parte della tribù ligure degli Albingauni,
che insieme agli Intemelii ed ai Savo sostennero una
lunga ed estenuante guerra contro i Romani. La guerra,
resa ancora più difficile dalla pervicace resistenza
opposta dai Liguri alla penetrazione romana e dalla
conformazione fisica del territorio particolarmente
impervio, durò oltre ottant'anni e terminò
nel 115 a.C. con la sottomissione della Liguria a Roma.
Tra le 45 tribù o genti alpine
assoggettate al dominio romano che sono riportate sulla
lapide del trofeo di Augusto a La Turbie compare anche
la tribù dei Triullates, che, secondo alcuni
storici, sarebbero stati gli antichi abitatori di Triola,
come era chiamata Triora nell'antichità e nel
medioevo. Nonostante la conquista della regione da parte
romana, i Liguri non si sottomisero ancora del tutto
dando luogo a resistenze e ribellioni, a cui i Romani
risposero con deportazioni in massa degli abitanti che
si insubordinavano. Tra questi furono deportati nel
piano del vallone Cians, primo affluente della sinistra
del fiume Varo, anche dei Triulati, che potrebbero essere
stati degli abitanti dell'antica Triora.
Durante il periodo imperiale Triora e
il resto della Liguria godettero di particolare prosperità
e ricchezza. Nel IV secolo Triora venne evangelizzata,
insieme ad altri paesi del territorio intemelio e ingauno,
da San Marcellino, primo vescovo di Embrun in Francia,
e dai suoi compagni Vincenzo e Donnino, che erano giunti
nell'alta valle Argentina dopo essere approdati dall'Africa
sulla spiaggia di Nizza nell'anno 360. Nel periodo delle
invasioni barbariche e dei regni romano-barbarici, Triora
vide probabilmente aumentato il numero dei suoi abitanti
a causa del fatto che numerosi abitanti della sottostante
riviera si rifugiarono sulle vicine montagne per scampare
alle numerose devastazioni operate dalle popolazioni
barbariche e saracene, tra cui le più significative
furono quella compiuta nel 641 dai Longobardi guidati
da re Rotari e nel 730 da un manipolo di arabi che saccheggiò
e incendiò il paese.
Durante la dominazione carolingia, succeduta
a quella longobarda, Triora conobbe un periodo particolarmente
oscuro, di cui non è rimasta alcuna traccia documentaria,
se non la supposizione, avanzata da alcuni storici,
tra cui Savio Fedele, che a questo periodo, tra l'VIII
e il IX secolo, risalirebbe la costruzione, da parte
di monaci benedettini, dell'antica chiesa-parrocchia
altomedievale dedicata a San Pietro apostolo e a San
Marziano martire, ubicata fuori le mura dell'abitato,
come lo erano del resto tutte le parrocchie dei pagus,
i villaggi dell'alto medioevo. La chiesa, oggi completamente
scomparsa, venne distrutta dalle fondamenta nel 1878
per erigervi al suo posto una piazza d'armi.
Verso la metà del X secolo il
re d'Italia Berengario II, per difendere le Alpi Marittime
dalle incursioni saracene, divise il territorio ligure
in tre marche: la Arduinica, la Aleramica e l'Obertenga.
Triora venne assegnata alla marca Arduinica o contea
di Albenga, che si estendeva lungo il litorale da Nizza
a Finale. A ponente la marca Arduinica confinava con
la contea di Ventimiglia presso il torrente Armea nei
pressi di Bussana. La marca cessò di esistere
nel 1091 con la morte dell'ultima contessa di Albenga,
Adelaide.
Durante il IX e il X secolo si sviluppò
anche a Triora l'economia feudale, basata sullo sfruttamento
della terra quale unica ricchezza sociale. Fulcro dell'economia
feudale era il sistema curtense, che si irradiava intorno
al castello del feudatario. A Triora il castello dovette
essere costituito dal Forte di San Dalmazzo, a cui era
annessa la chiesa omonima e l'abitazione del signore.
La corte era una vera e propria cittadella completamente
autosufficiente, con i suoi magazzini, coloni e artigiani,
e vendeva, comprava e barattava con i trioresi i prodotti
della terra e i manufatti locali.
Nel territorio del feudo si distinguevano
le terre dominiche, lavorate da coloni, e quelle massaricie,
costituite da poderi abitati da coloni che pagavano
un tributo al feudatario. Sul territorio di Triora erano
ubicate circa una dozzina di queste massaricie o "mansuarie"
(masserie), di cui si conservano ancora i resti sparsi
sulle alture prospicienti il paese. In seguito, al feudatario
successero i feudatari minori, detti anche vassalli,
che dettero origine alle tre o quattro famiglie nobili
e potenti del luogo. Estinti i conti, questi signorotti
acquistarono quasi tutte le terre del paese, mentre
le altre famiglie, più povere, dovettero accontentarsi
di lavorare a mezzadria i terreni restanti. Frattanto,
intorno al 1000, si era verificata una generale ribellione
dei coloni nei confronti dei feudatari, a cui essi si
rifiutarono di pagare i tributi e lavorare gratuitamente
e occuparono le terre, obbligando i feudatari a venire
a patti cedendo i terreni, mediante livelli e enfiteusi,
ai coloni, che col tempo sarebbero diventati gli unici
proprietari delle terre un tempo appartenenti ai feudatari.
Nella prima metà del secolo XII,
dopo l'estinzione dei conti di Albenga con la morte
della contessa Adelaide e il conseguente scioglimento
della marca arduinica, Triora passò sotto il
dominio dei conti di Ventimiglia, pur rimanendo sotto
la giurisdizione religiosa del vescovo di Albenga. In
tale occasione i conti di Ventimiglia accrebbero notevolmente
il proprio territorio, inglobando, oltre a Triora, gli
altri paesi della valle Argentina, e le valli del Maro,
dell'Impero e dell'Arroscia. Tali possedimenti erano
stati in precedenza oggetto di aspre e sanguinose contese
con gli Aleramici. Fu proprio durante questi dissidi
che la Repubblica di Genova riuscì a stringere
il 2 luglio 1140 un patto di alleanza con i figli di
Bonifacio, marchese di Savona, i quali si impegnarono
a soggiogare Ventimiglia e la sua contea e ad assoggettare
con le armi le popolazioni che abitavano dal fiume Armea
sino a Finale e nel relativo entroterra.
La stipulazione di tale trattato può
essere orientativamente indicata come l'inizio dell'espansione
ventimigliese oltre il fiume Armea e del passaggio di
Triora sotto il dominio dei conti di Ventimiglia, ma
propriamente del conte di Badalucco, che apparteneva
ad un ramo collaterale della dinastia regnante a Ventimiglia.
Nel 1153 Anselmo de Quadraginta, signore
feudale di Linguila, intervenne in Triora per far riscuotere
da parte della popolazione locale le decime ecclesiastiche
spettanti al vescovo di Albenga, alla cui diocesi il
paese apparteneva. Impossibilitato però a riscuoterle
personalmente, Anselmo inviò allora a Triora
e in altri trenta paesi un energico esattore, che effettuò
l'operazione di riscossione dei tributi. Il fatto non
riveste particolare importanza dal punto di vista politico
in quanto
Triora dipendeva allora politicamente
da Ventimiglia, quanto piuttosto da quello religioso,
che attesta inconfutabilmente la presenza di una parrocchia
a Triora all'epoca della richiesta delle decime da parte
della curia vescovile di Albenga. Quattro anni dopo,
nel 1157, ma la notizia non è perfettamente sicura,
Guido Guerra, conte di Ventimiglia, giurò fedeltà
a Genova, a cui donò tutti i castra della contea,
tra i quali anche Triora, ricevendoli contemporaneamente
in feudo per investitura. Tra i successivi eventi notevoli
che si verificarono a Triora in questo periodo ricordiamo
la sentenza, pronunciata nel 1162 dal conte Gerbardo
di Lussemburgo, legato dell'imperatore Federico Barbarossa,
relativa alle controversie sorte tra Triora e Briga
per motivi di pascolo nel territorio confinante tra
i due paesi.
Il 15 ottobre dello stesso anno Triora
fu invece teatro di un incontro, voluto dal conte Guido
Guerra, a cui parteciparono il fratello di Guido Ottone
IV e i rappresentanti dei comuni di Tenda e Briga, per
addivenire ad un accordo tra le parti in merito all'eredità
della signoria di Tenda e Briga, che era stata attribuita
a Guido. Dopo diversi giorni di trattative si pervenne
ad un concordato, che venne però duramente contestato
dagli abitanti dei due paesi.
Intorno al 1190 Triora e il resto della
Liguria occidentale passarono definitivamente sotto
la sfera di influenza politica e economica della Repubblica
di Genova. Nella seconda metà del XIII secolo,
inoltre, contemporaneamente al progressivo esautoramento
dell'autorità dei conti di Ventimiglia, che più
volte non avevano rispettato i patti sanciti con le
popolazioni sottomesse commettendo inutili soprusi,
cominciò a farsi sentire anche tra i trioresi
il desiderio di emanciparsi dal dominio ventimigliese
proprio quando anche il sistema feudale stava dissolvendosi.
Sorsero allora delle associazioni di
cittadini, dette Compagnie o Compagne, che si proponevano
di incentivare l'esercizio del commercio e garantire
la mutua collaborazione tra i cittadini del paese. I
mercanti, eletti per svolgere le mansioni di giudici
commerciali delle Compagnie, cominciarono quindi a farsi
chiamare con il nome di consoli. Successivamente le
Compagnie, per dare maggiore forza giuridica alla propria
azione e per contrastare lo strapotere dei feudatari,
si costituirono in comuni, come avvenne anche a Triora,
che in questo periodo venne eretta a Comune (non ancora
libero, ma propriamente feudo-comune), governato prima
da consoli e poi da podestà, con il potere di
emettere proprie leggi ed eleggere i magistrati locali.
Molti abitanti dei dintorni si rifugiarono allora a
Triora nella speranza di vivere al sicuro da eventuali
attacchi nemici ponendosi sotto la protezione dei potenti
signori del luogo.
In questo periodo andò formandosi
stabilmente il primo centro dell'impianto urbanistico
di Triora, il quartiere di San Dalmazzo, che era il
punto più elevato dell'abitato ed era quasi inaccessibile
da tre lati, con il suo forte, la chiesa e il palazzo
pubblico. Le cinque o sei case costruite fuori della
porta Peirana (o della Carriera Velli) formarono invece
il primo nucleo del paese, il cosiddetto burgus, direttamente
confinante con il castrum o castello. Come a Genova,
anche a Triora la popolazione era divisa in due distinte
fazioni, la nobiltà e la plebe, ciascuna occupante
un quartiere dell'abitato: quello inferiore (Camurata
e Sambughea) era destinato alla plebe, mentre quello
superiore (Carriera e Cima o Rizettu) era abitato dalla
ricca nobiltà.
Nel 1200 Triora acquistò da Gerardo
Travacca (scritto anche nella grafia Tranucca) di Roccabruna,
che lo aveva comprato a sua volta dal conte di Ventimiglia
Guglielmo I, metà del paese (castrum) di Do o
Dho (poi chiamato Castelfranco e oggi Castelvittorio).
Il 18 marzo 1202 il comune di Triora stipulò,
insieme ad altri venti paesi delle valli di Arroscia,
Andora, Oneglia, Prelà, Rezzo e Nasino, un trattato
di mutua amicizia con il podestà di Genova Goffredo
Grasselli, che promise di prendere le difese dei paesi
firmatari dell'accordo qualora questi avessero subito
degli attacchi o delle molestie da parte della contea
di Ventimiglia, mentre i rappresentanti dei comuni firmatari
del trattato si impegnarono solennemente a difendere
i cittadini genovesi offesi o attaccati nei loro possedimenti,
a garantire la libera circolazione nei suddetti territori
del grano, della biada e delle altre mercanzie dirette
a Genova o da questa provenienti, a provvedere l'esercito
genovese, in caso di guerra, di grano, biada e vettovaglie,
e ad inviare nella chiesa di San Lorenzo a Genova, come
segno di devozione e fedeltà, in occasione della
festa di San Giovanni Battista, un grosso cero di venticinque
libbre.
Due anni dopo, il podestà Grasselli,
con ordinanza del 7 agosto 1204, intimò alle
popolazioni delle valli di Arroscia, Andora e Oneglia
di mantenersi in pace tra loro e di porre fine agli
omicidi, incendi e distruzioni delle case seguite ad
una guerra con il comune di Porto Maurizio, fissando
a mille lire in moneta genovese la pena pecuniaria che
avrebbe dovuto pagare un paese che contravvenisse a
questi ordini, e a cento lire la sanzione imputabile
a singoli cittadini di un comune di queste valli che
avessero disobbedito all'ordinanza podestarile. In particolare,
il podestà invitò gli uomini delle città
delle valli Arroscia, di Andora e di Oneglia a fare
guerra agli abitanti di Triora, a non vendere o comprare
merce da loro e a impossessarsi delle cose appartenenti
ai trioresi senza restituirle, e tutto questo fino a
quando i trioresi non avessero soddisfatto congruentemente
certi oneri imposti loro da Genova e non si fossero
sottomessi completamente all'autorità e al dominio
genovese.
Intorno al 1210 venne istituito a Triora
un governo popolare, detto Parlamento generale, formato
dai maiores terrae, e retto da sei consoli in rappresentanza
delle principali famiglie magnatizie trioresi. Pochi
anni prima, il 17 dicembre 1202, il marchese Ottone
Del Carretto, nunzio dell'imperatore Federico II, aveva
ordinato ai consoli di Triora, Pigna, Baiardo, Airole,
Castello, Perinaldo e Rocchetta di non prestare aiuti
o vettovaglie ai ventimigliesi, incorsi nel bando dell'impero,
sotto la pena di cinquecento marche di argento e del
bando imperiale. A causa dell'ostilità dell'imperatore
e delle difficoltà ad amministrare possedimenti
così diversi e lontani, i conti di Ventimiglia
decisero allora di disfarsi dei comuni della costa e
dell'entroterra che erano ancora sotto la loro giurisdizione.
Nel 1230 vendettero la villa di Gionco,
presso Ventimiglia, e il vicino castello omonimo, mentre
nel 1255 cedettero Dolceacqua e all'incirca nello stesso
periodo anche Apricale, Isolabona e Perinaldo. Nel 1217
Triora stipulò una convenzione con Montalto e
Badalucco, allora riunite in un'unica comunità,
per addivenire ad un accordo tra le parti per lo sfruttamento
del bosco di Tomena, e specialmente del cuneo detto
dell'Agrifoglio. Il 13 gennaio di quell'anno convennero
a Triora Ugo Baragna, Ugo Aldaria, Raimondo Picenoti
e Arnaldo Celmaria in rappresentanza del comune di Triora,
Bernardo Boeri e Raimondo Brizio di Badalucco e Ugo
Tabaria e Ugo Ammirati di Montalto per stabilire di
comune accordo l'utilizzazione da farsi del territorio
detto Ubago dell'Agrifoglio, dove gli abitanti di Montalto
tagliavano il fieno fino all'acqua del fiume.
Le parti pervennero al seguente accordo,
che giurarono solennemente di rispettare per il futuro:
la zona dell'Ubago fino al punto detto Cuneo Pietoso
sarebbe rimasta in perpetuo di comune proprietà
fra gli abitanti di Triora e quelli di Montalto e nessuna
delle due parti avrebbe potuta concederla in pascolo
ad altri o venderla. Gli uomini di Montalto avrebbero
potuto inoltre portare a bere il loro bestiame nel fossato
che segnava il confine, mentre la terra situata sopra
il prato della Gola non avrebbe potuto essere ceduta
da una parte all'altra. I dissidi tra trioresi e montaltesi
sui diritti di pascolo nel bosco di Tomena non finirono
peraltro con la firma di questo accordo tanto che, oltre
un secolo dopo, nel 1339, i montaltesi furono accusati
di pascolare abusivamente nella zona di Tomena e vennero
conseguentemente condannati dal giudice di Triora.
Dopo essersi appellati contro questa
sentenza al Senato di Genova, ottennero quindi l'assoluzione
il 27 giugno 1341. L'8 gennaio 1238 fu invece firmata
una transazione con il comune di Pigna, mentre, nel
settembre del 1250, il comune di Triora strinse una
convenzione di buon vicinato con Briga, che attesta
tra l'altro che in quest'epoca Triora era in grado di
amministrare liberamente le proprie finanze e i propri
interessi economici e sociali.
La convenzione, stipulata il 1° settembre
a Briga davanti alla casa di Giacomo Boeri dal sindaco
di Triora Vincenzo Rustico e da quello di Briga Vincenzo
Bosio, regolava sotto forma di un decalogo i rapporti
di amicizia e di buon vicinato tra gli abitanti di Triora
e quelli di Briga, stabilendo delle multe ed altre sanzioni
pecuniarie per chi violava determinate disposizioni
relative ai confini tra i due comuni e all'utilizzazione
dei pascoli e contro i colpevoli di ogni tipo di violenza,
furto, offesa o danneggiamento a persone e cose.
In particolare, in caso di "assalto"
di un cittadino ad un altro, la pena era di 100 soldi
all'amministrazione giudiziaria e 100 alla persona danneggiata;
in caso di percosse l'ammenda era di 10 lire alla giustizia
e 10 al cittadino percosso; se qualcuno violava una
proprietà privata la pena era di 20 lire, mentre
il giudizio sui furti era delegato a due uomini appartenenti
alla parentela dell'accusato, che era punito con il
banno e un'ammenda pecuniaria corrispondente a 20 soldi;
nel caso il colpevole non avesse potuto pagare il banno
o l'ammenda, il suo comune di appartenenza avrebbe dovuto
pagare per lui oppure marcargli un piede o una mano;
se poi non lo avesse trovato per applicargli la sanzione,
questo lo avrebbe dovuto esiliare in perpetuo fino a
quando non avesse soddisfatto ai suoi obblighi giudiziari.
La convenzione prevedeva inoltre il "divieto"
ai due comuni firmatari di farsi guerra tra di loro
o tra singoli cittadini appartenenti alle due comunità
per nessun motivo.
Queste convenzioni testimoniano in modo
particolare l'ampiezza del territorio utilizzato dai
trioresi per i pascoli e il commercio, comprendenti
anche zone di comuni limitrofi a quello di Triora. A
questo periodo, intorno alla metà del secolo
XIII, dovrebbe anche risalire la prima redazione degli
Statuti comunali di Triora, che regolavano la vita civile
e sociale della piccola comunità montana senza
tuttavia pregiudicare i diritti spettanti al conte di
Badalucco, che era ancora il proprietario formale del
paese.
In seguito, constatata la volontà
dei trioresi di non voler più dipendere dalla
contea di Ventimiglia, ribadita dal trattato stipulato
nel 1202 con Genova, il conte di Badalucco Bonifacio,
figlio di Oberto, già conte di Ventimiglia, vendette
all'avvocato Janella (scritto in altre grafie anche
Gianello e Janello), suo cognato, rappresentante insieme
al capitano Guglielmo Boccanegra la Repubblica di Genova,
con atto stipulato a Genova davanti alla chiesa di San
Lorenzo il 21 febbraio 1260, i castelli di Triora e
di Do o Dho, e la metà dei castelli di Arma e
Bussana, con i relativi domini, signorie, diritti comitali,
giurisdizioni, introiti e proventi per la somma di 3000
lire genovesi.
La vendita di Triora a Genova non modificò
tuttavia la dipendenza religiosa del paese dalla curia
vescovile di Albenga. L'avvocato Janella non era però
totalmente soddisfatto dell'acquisto di Triora forse
perché, avendo prestato precedentemente del denaro
al conte Oberto, riteneva che più che una vendita
quella appena conclusa era semplicemente una presa di
possesso di un bene già ipotecato. In ogni caso,
qualunque fossero i suoi propositi, l'anno successivo,
e precisamente il 4 marzo 1261, con atto siglato a Genova
in casa di Opizone dei Fieschi e poi rogato l'8 novembre
1267 dal notaio Guglielmo di San Giorgio, l'avvocato
Janella, assistito dall'avvocato Giacomo, vendette nuovamente
al comune di Genova il castello di Triora e metà
dei castelli di Do, Arma e Bussana per la somma di 2300
lire genovesi.
L'11 marzo successivo ad Arma l'avvocato
Pietro e sua figlia Giulietta, moglie del conte Bonifacio,
confermarono e ratificarono la vendita di Triora, Do,
Arma e Bussana al comune di Genova. Lo stesso 11 marzo
il rappresentante genovese Lanfranco Bulbonino incaricò
cinque trioresi di intervenire per chiarire la confusa
posizione fiscale dei nuovi sudditi della Repubblica
di Genova. I cinque prescelti, Ugo Bonsignore, Guglielmo
Rustico, Guglielmo Aiana, Raimondo Verrando e Guglielmo
Scofferio, accertarono che ventuno famiglie erano esenti
dal pagamento di metà delle decime da versare
al comune, ma dovevano pagare quattro soldi ogni due
anni e nulla l'anno successivo e quattordici denari
ciascuna per due anni. Le immunità richieste
dai cittadini dovevano tuttavia essere comprovate da
adeguata e inoppugnabile documentazione.
I cinque eletti presentarono anche una
lista di settantacinque capifamiglia, che dovevano due
denari ogni due anni, mentre al terzo anno il contriburo
richiesto loro era di quattordici denari. Metà
della somma riscossa sarebbe andata a favore dei signori
di Garessio, forse imparentati con i conti di Ventimiglia.
Seguiva poi un gruppo di diciotto persone (ma la relazione
ne cita solo diciassette), che erano obbligati a pagare,
oltre ai due e ai quattordici denari come gli altri,
anche una decima per i beni da loro posseduti oltre
il fiume di Taggia (l'Argentina). Di tale decima un
quarto sarebbe stato attribuito alla chiesa di San Dalmazzo
di Triora, la metà del rimanente al comune di
Genova, mentre dell'ultima metà non è
specificata la destinazione.
L'11 marzo 1261 a Triora, alla presenza
dell'ambasciatore genovese e legato del capitano Guglielmo
Boccanegra Lanfranco Bulbonino, i consoli e i capifamiglia
del paese dell'alta valle Argentina giurarono solennemente
fedeltà alla Repubblica di Genova. I sei consoli,
che allora reggevano le sorti del comune di Triora e
che giurarono fedeltà a Genova, erano Anselmo
Morando, Ricolfo Donzella, Oberto Borrelli, Daniele
Agagia, Sasso Beneadorno e Oberto Prete, mentre i capifamiglia
trioresi, rappresentanti l'intera popolazione del borgo
alpestre, anche se probabilmente non giurarono proprio
tutti, ammontavano a 369, pari a circa 1600-1700 persone,
che si presume dimorassero allora a Triora. Dopo averne
ratificato l'annessione, Genova eresse Triora a capo
di giurisdizione, in qualità di nona podesteria
della Repubblica, ponendo al vertice del comune un podestà,
nominato direttamente dal governo genovese, che aveva
il compito di sorvegliare l'operato degli amministratori
locali e di tutelare i diritti e gli interessi del comune
di Genova. Il podestà aveva inoltre pieni poteri
politici e militari, l'autorità per amministrare
la giustizia e anche la facoltà di condannare
alla pena di morte.
Per tali funzioni giudiziarie il podestà
veniva anche definito pretor. L'unica limitazione alla
sua autorità era quella di sottostare alle norme
degli Statuti comunali, che egli non poteva in alcun
caso modificare. La podesteria di Triora comprendeva
anche i paesi di Molini, Corte e Andagna (frazioni del
capoluogo), Baiardo, Do, Montalto, Badalucco, e per
qualche tempo anche Ceriana.
Nel 1271 Triora stipulò un'altra
convenzione di buon vicinato con il comune di Rezzo.
L'atto, redatto il 27 giugno sopra il ponte de Toriis,
presso il castrum di Triora, dal sindaco di Triora Enrico
Borreli e dal sindaco di Rezzo Tommaso Vivaldi, addiveniva
ad una reciproca intesa tra le due parti sulle delimitazioni
delle aree destinate al pascolo, stabilendo delle pene
e sanzioni pecuniarie contro coloro che violassero le
norme sui confini dei territori e sulla pastorizia commettendo
in particolare furti di bestiame e di biada.
Nel dettaglio era prevista la pena di
100 soldi nel caso di "assalto" di un cittadino
ad un altro e di 10 lire per le percosse; chiunque avesse
arrecato danni in proprietà altrui era punito
con il banno e un'ammenda; in caso di furto, l'accusato,
come era stato stabilito anche nella convenzione con
Briga, doveva essere giudicato da due suoi parenti,
e, se questi non lo avessero voluto giudicare, doveva
essere condannato al banno e al pagamento di un'ammenda;
per chi avesse rubato della biada la pena era invece
di 20 soldi, mentre i pastori che fossero stati trovati
a pascolare sui territori dei due comuni percore "in
cattivo modo" sarebbero stati trattenuti con il
bestiame per tre giorni; in caso di liti era prevista
la possibilità per i contendenti di nominare
un procuratore per la tutela dei loro legittimi interessi;
era infine stabilito che i pascoli e l'erbaggio dei
due paesi potevano essere banditi scambievolmente tra
le due comunità.
Nel 1280, con un'apposita convenzione
firmata il 13 luglio nei pressi di carmo Langan dal
podestà triorese Federico Vezzano e dal sindaco
di Do Guglielmo Tarenca, Triora dichiarò libero
da quasi tutte le servitù che esso doveva pagare
al comune triorese il paese di Do o Castel Do, che assunse
allora il nome di Castelfranco, cioè castello
libero, affrancato, e che prese poi il nome attuale
di Castelvittorio quasi sei secoli dopo, nel 1862. In
tale convenzione erano inoltre delineati i confini dei
pascoli alpestri tra i due paesi, indicando i luoghi
dove era consentito o vietato pascolare su un territorio
comune, falciare il fieno, tagliare la legna, seminare
e pratica la caccia nel territorio di Castelfranco tramite
l'utilizzazione degli antichi toponimi: dal passo di
Ranaro alla colla di Foi, dal vallone delle Morghe al
colle Bòzaro, dal monte Gordale alla costa del
Corroselo, dalla pineta di Germanzano alla colla di
Parà ecc.
Furono anche stipulati precisi accordi
per il pascolo nelle alpi di Cignarea e la coltivazione
dei terreni situati in Tenarda e in Langan e per la
reciproca tutela di persone e cose attraverso la solita
elencazione delle sanzioni pecuniarie a cui andavano
incontro coloro che si fossero resi responsabili di
furti, danneggiamenti o sconfinamenti di bestiame. Delimitazioni
del territorio dei pascoli riguardarono invece un accordo
siglato da Triora con Baiardo nel 1282, anche questa
volta per la zona di Tomena e di Ceppo. L'anno successivo
Triora raggiunse un'intesa con il comune di Carpasio
sempre per la questione dei pascoli.
La convenzione, stipulata il 4 gennaio
1283 a Montalto nella proprietà di Rosso Ammirato
dal sindaco di Triora Raimondo Calotta e da quelli di
Carpasio Bonino e Guglielmo Giordano, prevedeva ingenti
multe, stimabili a cura dei campari e rasperi del comune
di Triora, ai ladri di bestiame e ai pastori che lasciassero
entrare bestie minute e grosse di un comune nel territorio
dell'altro e stabiliva una speciale procedura penale
per coloro che si fossero resi responsabili di furto
o risse tra cittadini delle due comunità o fossero
stati messi al bando o espulsi dal proprio paese, simile
a quelle già precedentemente stabilite in convenzioni
con altri paesi, e che prevedeva l'intervento del comune
di appartenenza del condannato per far rispettare le
sanzioni a suo carico.
Nel 1284, in ottemperanza alle clausole
di collaborazione militare con la Repubblica genovese,
Triora inviò 200 balestrieri alla battaglia della
Meloria, nel corso della quale la flotta genovese distrusse
quella pisana. Cinque anni dopo, nel 1290, Triora mandò
altri 50 balestrieri per affiancare le truppe genovesi
impegnate in uno sbarco in Sardegna nel corso della
guerra contro Pisa. Il numero di balestrieri inviati
da Triora fu particolarmente alto se si considera che
eguagliava quelli mandati da città ben più
grandi e popolose come Ventimiglia e Porto Maurizio
ed era di poco inferiore ai 60 inviati da Sanremo, mentre
sopravanzava nettamente i 25 di Taggia e i 3 di Mentone
e Perinaldo. A Triora, come nel resto della Liguria,
era particolarmente diffuso l'addestramento di giovani
al tiro con la balestra, tanto che i Liguri erano famosi
per l'abilità nel maneggiare la balestra. Ancora
nel 1403 il comune di Triora risultava armato con quattro
balestre.
Intorno al 1295, a causa di attriti insorti
tra i due paesi per questioni di sconfinamenti di pastori
e bestiame, si ebbe un'aspra contesa fra Triora e Tenda,
nel corso della quale un certo Pietro Balbo di Tenda
distrusse vigne e castagneti appartenenti al comune
di Triora, trucidò migliaia di capi di bestiame
e centinaia di militi trioresi. Da tale contesa derivò
un forte indebolimento del traffico commerciale tra
i due borghi alpestri, che si sarebbe definitivamente
ripreso soltanto più di un secolo dopo con la
stipulazione di un patto di buon vicinato tra di due
comuni, che permise il ripristino degli scambi commerciali
e del pascolo indisturbato del bestiame nelle rispettive
zone confinarie. Altre controversie sorsero invece con
il comune di Briga per via delle gabelle imposte da
Triora alle merci brigasche dirette alla fiera di San
Lorenzo e di Santa Croce attraverso l'unica strada percorribile:
la Tenda-Briga-Triora-Taggia.
Nel 1310 Triora, retta da un'amministrazione
ghibellina, si trovò ad affrontare un conflitto
armato con i comuni guelfi di Cosio e Pornassio, che
dipendevano dai Savoia. Intorno al 1325 Triora, che,
al pari di Genova, era sempre ghibellina, assaltò,
coadiuvata dalle truppe del signore di Dolceacqua Imperiale
Doria, il vicino paese guelfo di Buggio. Sul fronte
invece delle riscossioni ecclesiastiche, il 30 maggio
1330 il vescovo di Albenga Federico I investì
i conti di Laigueglia, i fratelli Giacomino e Bonifacio,
della facoltà di riscuotere le decime ecclesiastiche
nel comune di Triora e di altri tre comuni limitrofi.
L'investitura venne quindi rinnovata il 23 febbraio
1345 al conte Manfredo Ventimiglia dal vescovo Federico
II, e successivamente nel 1349 e nel 1364.
Nel 1331 venne firmata una tregua delle
operazioni militari tra i ghibellini di Triora, Taggia,
Arma e Bussana e i guelfi dei paesi della val Nervia.
Quindici anni dopo, il 3 gennaio 1346, Triora accettò
un compromesso con Castelfranco e Pigna, concluso dal
podestà triorese Francesco da Firenze, relativo
al territorio boschivo e prativo del monte Tanarda,
ubicato sul confine dei tre comuni. In seguito però,
Pigna, alleatasi con il vicino paese di Buggio, avvalendosi
anche dei diritti che le spettavano in virtù
della transazione ottenuta con la mediazione del podestà
di Triora, scatenò intorno al 1350 un violento
conflitto armato con Castelfranco per assicurarsi il
possesso della zona di Tanarda che si prolungò
per diversi anni con alterne vicende.
Tra il 1347 e il 1350 Triora, come il
resto d'Italia e di gran parte d'Europa, venne duramente
colpita dal flagello della peste nera, che sterminò
un terzo della popolazione del paese. La pestilenza
imperversò soprattutto nel corso del 1348, quando
alcuni abitanti trioresi, per trovare scampo dal terribile
morbo, si rifugiarono in un luogo vicino, dove, non
lontano dall'abitato di Molini, fondarono il primo nucleo
del paese di Glori. Nello stesso periodo, nell'ambito
dei patti di buon vicinato con i paesi vicini, Triora
stipulò una convenzione con il comune di Saorgio.
L'accordo, che venne siglato il 5 agosto 1349 dal sindaco
di Triora Giovanni Gastaldi e da quello di Saorgio Pietro
Cina, al solito in una località intermedia tra
i due comuni, e precisamente "in Marta", sul
confine tra i due paesi, prevedeva una mutua collaborazione
fra trioresi e saorgini per una maggior sicurezza delle
persone e del bestiame circolanti nei territori confinanti,
specialmente nel caso di furti o calamità naturali
come temporali e frane.
La convenzione prevedeva anche delle
clausole che riguardavano un antico dissidio tra Triora
e Pigna stabilendo che nessun abitante di Saorgio avrebbe
dovuto dare asilo a bestie degli uomini di Pigna che
si trovassero a pascolare nel territorio comunale triorese,
e che gli abitanti dei due paesi si ripromettevano di
risarcirsi a vicenda i danni provocati direttamente
e indirettamente dal conflitto che aveva contrapposto
Triora a Pigna. Intorno al 1350, militi di Triora, aggregatisi
agli uomini di Ventimiglia e di Imperiale Doria, parteciparono
al saccheggio di Rocchetta Nervina e di Sospello, paesi
che appartenevano ai conti di Provenza.
Tra il 1350 e il 1351 si ebbe una lunga
e complessa lite tra gli abitanti di Triora e quelli
di Pigna, Buggio e Castelfranco per lo sfruttamento
dei pascoli e delle acque di Tenarda, di cui è
forse indice una sentenza emessa il 5 aprile 1351 nel
territorio di Castelfranco presso la chiesa di Santa
Maria di Migaleto, che dirimava una controversia sorta
fra Triora, Castelfranco e Pigna in merito ad un presunto
sconfinamento di pastori.
Nel 1356, prima ancora che Genova si
ribellasse all'amministrazione dei Visconti di Milano,
la popolazione triorese si sollevò cacciando
dal paese il rappresentante visconteo inviato dall'imperatore
Carlo IV e accusato di aver retto malamente il paese.
Il 28 gennaio 1367 il vescovo Giovanni Fieschi di Albenga
investì cinque membri dei conti di Ventimiglia
delle decime che percepiva nel territorio comunale di
Triora. Qualche anno dopo, nel 1379, Triora stipulò
un altro trattato di buon vicinato con il paese di Castelfranco,
siglato il 20 giugno dal sindaco di Triora Francesco
Sardo e dai sindaci di Castelfranco Pietro Rebaudo e
Giovanni Peverello, soprattutto per trovare di comune
accordo una soluzione per i pascoli di Langan, che erano
oggetto di scontri quotidiani per ottenerne il possesso.
Un tratto di questo territorio era infatti
di proprietà comune ed erano sorte divergenze
in merito alla stima di eventuali danni e all'applicazione
delle sanzioni pecuniarie che variavano in base alla
cittadinanza del camparo (guardia campestre) e del colpevole.
La comproprietà prevedeva infatti la sorveglianza
e l'intervento delle autorità dei due paesi,
ma evidentemente sussistevano delle disparità
di trattamento tra campari e pastori appartenenti a
un paese piuttosto che a un altro. Fu quindi deciso
di stabilire delle precise norme che garantissero l'equità
dei giudizi e vennero approvate anche delle disposizioni
che fissavano l'ammontare delle sanzioni pecuniarie
per eventuali danni causati dal bestiame. La convenzione
venne firmata proprio nella località di Langan.
Nel 1383 si verificò una rivolta
degli abitanti di Triora contro Genova a causa dell'eccessiva
pressione fiscale che la Repubblica aveva imposto al
piccolo borgo ligure. In questo periodo proprio per
motivi fiscali sorse un dissidio tra il comune di Triora
e quelli di Montalto e Badalucco. La contesa derivava
dalla suddivisione tra i comuni della podesteria della
tassa detta dell'avaria, il cui importo complessivo
doveva essere appunto egualmente ripartito in quote
tra i comuni della podesteria. Il problema consisteva
nel fatto che se un comune chiedeva una riduzione della
sua quota, inevitabilmente aumentava l'importo di quelle
che dovevano versare gli altri comuni.
Nel 1388 il sindaco di Montalto e Badalucco
Giacomo Ammirato presentò al doge di Genova una
supplica a nome dei suoi abitanti in cui si lamentava
del fatto che i due comuni che egli rappresentava erano
a suo modo di vedere trattati mali da quello di Triora
nella divisione della tassa dell'avaria da pagare a
Genova. Il doge e il Consiglio degli Anziani risposero
però in modo giudicato non soddisfacente dagli
abitanti di Montalto e Badalucco, che si incollerirono
ulteriormente quando seppero che due rappresentanti
del comune di Triora, Pietro Stella e Antonio Capponi,
si erano recati a Genova per sostenere il punto di vista
di Triora sulla questione in discussione.
Il doge investì allora del problema
il vicario della Riviera occidentale che confermò
la precedente suddivisione delle quote: di 5 denari
di tassa il comune di Triora doveva pagarne 3, mentre
gli altri 2 dovevano essere ugualmente ripartiti tra
i comuni di Baiardo, Castelfranco, Badalucco e Montalto.
Questa ripartizione venne accetta da Baiardo e Castelfranco,
ma non da Montalto e Badalucco, che continuarono a protestare
contro la quota assegnata loro giudicata non proporzionata
al numero degli abitanti e all'estensione del territorio.
Dopo aver verificato la consistenza della popolazione,
il vicario sentenziò che le comunità di
Badalucco e Montalto erano trattate in modo equo e confermò
quindi la suddivisione della tassa già stabilita.
Gli abitanti di Montalto e Badalucco continuarono però
a protestare vivacemente sostenendo che c'era una grande
differenza di censo tra le popolazioni dei diversi comuni
della podesteria di Triora.
Al 1391 risale invece una nuova convenzione
con il comune di Pigna, siglata il 29 marzo di quell'anno
dal sindaco triorese Angelino Oddo e da quello pignese
Pietro Allavena, che prevedeva precise norme giurisprudenziali
e di procedura civile per la soluzione di liti, cavilli
e frodi che spesso insorgevano tra abitanti dei due
paesi per atti di compravendita, prestiti, alienazioni,
concessioni e obbligazioni soprattutto di territori
destinati al pascolo, per il cui danneggiamento da parte
di pastori di entrambi i paesi erano previste speciali
sanzioni pecuniarie. In particolare, si stabiliva che
la giurisdizione per qualsiasi atto di vendita, obbligazione,
alienazione o concessione era di esclusiva competenza
del tribunale di appartenenza del reo; si fissava in
otto giorni il termine massimo di tempo entro cui il
reo debitore o confessante avrebbe dovuto pagare l'ammenda;
era inoltre sancito il diritto per i pastori che sconfinassero
con il loro bestiame nel territorio di uno dei comuni
di essere giudicati allo stesso modo con cui sarebbero
stati giudicati nel comune di loro appartenenza; si
stabiliva infine che nessuno poteva essere perseguito
in base ad accuse vaghe e incerte, ma che dovevano essere
prodotte delle prove certe e inconfutabili.
Qualche anno più tardi, nel 1399,
nell'ambito dei rapporti tributari con Genova, Triora
versò la somma di 3940 lire genovesi per pagare
la tassa detta dell'avarìa (per i danni subiti
dalle navi genovesi nelle recenti battaglie). L'ammontare
della tassa, superiore a quella pagata da Ventimiglia
e quasi pari a quella versata da Porto Maurizio, attesta
ancora una volta la particolare prosperità della
situazione economica di Triora, che allora era senz'altro
superiore a quella di numerose città della Riviera.
Tra il 1404 e il 1405 San Vincenzo Ferreri predicò
a Triora, dove fondò la confraternita dei Flagellanti
di San Giovanni Battista, ancora oggi detta dei Battùti,
che però, secondo altre testimonianze, sarebbe
stata invece istituita da San Bernardino da Siena.
Nel 1405, sempre a causa dell'eccessiva
tassazione a cui era sottoposta da parte della Repubblica
genovese, Triora, guidata dal podestà Levrotto,
si ribellò nuovamente a Genova, prendendo in
ostaggio il governatore genovese e distruggendo le cinque
fortezze del paese: San Dalmazzo, che era la più
antica, e quelle del Castello, della Colombèira
o del Poggio, del Fortino e della Sella o di San Bernardino.
Di tale fortezze ne rimangono ancora i ruderi, ad eccezione
di quella di San Dalmazzo, conservatisi sino alla fine
del Seicento.
Nel 1411 venne stipulato un'altra convenzione
di buon vicinato con il comune di Tenda. L'atto, rogato
in Saorgio in casa di Antonio Giordano il 30 giugno,
da Filippo Stella luogotenente del podestà di
Triora insieme ai sindaci trioresi da una parte e dai
rappresentanti degli abitanti di Tenda dall'altra, fissava
i tempi e i luoghi per il passaggio e la permanenza
delle mandrie nei rispettivi paesi: i pastori di Tenda
avrebbero potuto trattenersi per otto giorni nel territorio
di Triora, Molini, Corte e Andagna quando dovevano passarvi
per dirigersi verso altre terre, e quelli di Triora
avrebbero potuto fare altrettanto nel territorio di
Tenda senza pagare dazi o gabelle. Notevole interesse
riveste inoltre la clausola che stabiliva che in tempo
di guerra gli abitanti di un paese, con i loro capi
di bestiame, potevano trasferirsi nel territorio dell'altro
e lì rimanere e pascolare liberamente e impunemente
per la durata di un mese; oltre questo termine avrebbero
dovuto pagare i diritti di pascolo nella misura dei
residenti.
Nel 1418 si svolse a Triora la predicazione
di San Bernardino da Siena, che si trovava allora ad
Albenga per una missione di prediche. Pochi anni dopo,
nel 1429, Triora venne nuovamente tassata da Genova
per la somma di 400 lire genovesi per il tributo dell'avarìa,
che si era reso necessario a causa delle notevoli spese
incontrate da Genova nel recupero del borgo di Monaco,
che era stato riconquistato ed era ritornato ai Grimaldi.
Anche in questo caso Triora pagò più di
Ventimiglia, che versò 100 lire, di Sanremo,
200 lire, e poco meno di Porto Maurizio, che dovette
pagare 500 lire. Il 13 febbraio 1433 avvenne la dismembrazione,
cioè la divisione, delle prebende canonicali
fra i beneficiati (parroco e due canonici) della chiesa
della Collegiata, fondata nel secolo XII.
Del 1435 è invece un nuovo trattato
con Briga, che venne stipulato per evitare il ripetersi
di liti e contese sorte da questioni di pascoli alpini
tra le due comunità. Il trattato, firmato il
28 giugno dal sindaco triorese Francesco Prevosto e
da quello di Briga Pietro Rantrua, stabiliva i precisi
confini territoriali dei due paesi, individuandoli in
un cuneo di territorio brigasco che entrava in quello
di Triora, corrispondente all'estrema punta della valle
Argentina e compreso tra i monti Saccarello e Collardente
e le frazioni di Verdeggia e Realdo, e che, dopo la
seconda guerra mondiale, con la cessione di Briga (La
Brigue) alla Francia, è ritornato a far parte
del comune di Triora. Venivano inoltre fissate delle
norme per il pascolo, tra cui quella che garantiva l'immunità
fiscale dei pastori trioresi in territorio brigasco
e di quelli brigaschi in territorio triorese.
Sei anni più tardi, nel 1441,
Triora stipulò invece un accordo con Taggia,
che venne sottoscritto il 23 giugno dal sindaco triorese
Antonio Verrando e da quello taggese Francesco Boeri
nel carrugio pubblico di Badalucco e che stabiliva delle
sanzioni per gli abitanti di un paese che avessero arrecato
danno od offesa a persone o cose dell'altro e risolveva
pacificamente delle controversie sorte tra i due comuni
in merito ad accuse di furti e danni riguardanti il
bestiame. In dettaglio, si stabiliva che se qualche
cittadino di Triora avesse arrecato danno od offesa
ad uno di Taggia e viceversa, questo sarebbe stato giudicato
dal foro del reo; nel caso invece un pastore avesse
pascolato del bestiame in territorio altrui senza licenza,
questo avrebbe dovuto pagare un banno di sette soldi,
che aumentava a 15 soldi se le sue bestie avessero arrecato
dei danni a prati e poderi; se qualche cittadino avesse
danneggiato vigneti, fichi o alberi da frutta, esso
avrebbe dovuto risarcire il danneggiato dei danni da
lui provocati in base ad un ammontare stabilito da un
collegio di periti, mentre per chi fosse stato sorpreso
a tagliare degli alberi, la pena era invece di un banno
da 40 soldi.
La convenzione stabilì infine
che tutte le liti e pendenze giudiziarie tra cittadini
dei due paesi non ancora risolte al momento della firma
dell'accordo, sarebbero cadute in prescrizione e come
tali considerate nulle come se non fossero mai accadute.
Qualche anno dopo, il 28 ottobre 1452, i sindaci di
Badalucco e Montalto Pietro Ammirato e Giorgio Rossi
e quello di Triora Giovanni Morardo raggiunsero un nuovo
accordo per la soluzione pacifica dei problemi derivanti
dall'utilizzo e sfruttamento del bosco di Tomena, che
nei secoli precedenti era stato oggetto di aspre contese
tra gli abitanti dei tre paesi.
Nell'accordo, siglato a Triora davanti
alla porta di San Giovanni della Valle, veniva confermata
la sentenza del 13 gennaio 1217, con cui era stato raggiunto
un primo compromesso tra le parti sull'uso da farsi
del bosco, si prevedeva una multa di 25 lire per chi
avesse contravvenuto al patto appena concluso e si stabiliva
la remissione reciproca dei danni ricevuti in passato.
Successivi accordi si resero necessari nel 1542 e nei
secoli seguenti, senza tuttavia pervenire ad una soluzione
definitiva del problema, fino a quando il commissario
generale di Sanremo stabilì nel 1757 che la parte
del bosco di Tomena detta Cuneo dell'Agrifoglio sarebbe
spettata per sempre alle comunità di Montalto
e Badalucco, escludendo quindi i diritti di proprietà
rivendicati sul bosco dal comune di Triora. Il contenzioso
venne comunque definitivamente superato solo nel 1821
quando il governo sabaudo dichiarò il bosco di
Tomena proprietà demaniale.
Nel 1459 una terribile pestilenza avrebbe
distrutto metà degli abitanti di Triora, ma la
notizia non è storicamente certissima. Nello
stesso anno, nell'ambito dei contrasti plurisecolari
tra Triora e i comuni dipendenti di Badalucco e Montalto,
che chiedevano maggiore autonomia fiscale e amministrativa
dal capoluogo podestarile, i sindaci di Badalucco e
Montalto presentarono una supplica al governo genovese
e al Consiglio degli Anziani, nella quale, dopo aver
fatto presente che in virtù dei loro Statuti
essi avevano la facoltà di eleggere i propri
consoli, gli anziani, lo scriba della curia e gli altri
ufficiali comunali e dovevano inoltre ricorrere al podestà
di Triora per l'appello alle sentenze e corrispondergli
24 lire di salario per le avarie come gli abitanti trioresi,
chiesero di potersi separare da Triora per tutta una
serie di motivi, che elencarono dettagliatamente.
In particolare, i motivi di dissidio
erano così motivati: se un cittadino di Montaldo
o Badalucco fosse stato debitore di uno di Triora, egli
era subito citato a comparire a Triora dove era immediatamente
arrestato e tenuto in carcere finché non avesse
pagato, mentre se il debitore era uno di Triora, nessuno
poneva un termine al versamento del dovuto; se qualcuno
di Triora avesse arrecato danni di qualsiasi genere
nei comuni di Badalucco e Montalto, questo, data la
lontananza, era difficilmente rintracciabile e quindi
spesso non punito, mentre se qualcuno di Badalucco o
Montalto metteva piede nel territorio triorese era subito
visto e accusato dai campari; i sindaci di Triora decidevano
e agivano senza neanche avvertire i rappresentanti di
Badalucco e Montalto, che erano poi costretti a pagare
quanto era stato deciso; il Parlamento triorese aveva
inoltre deliberato di tagliare molti castagni in territorio
comune senza concedere ai badalucchesi e montaltesi
di fare altrettanto. Per tutte queste motivazioni, i
sindaci di Badalucco e Montalto chiesero al governo
di Genova di staccare i loro paesi dalla podesteria
di Triora in modo che non restasse più nulla
in comune tra loro e il comune di Triora.
Il 7 novembre 1459 il regio governatore
di Genova e il Consiglio degli Anziani esaminarono la
documentazione prodotta dalle due parti, leggendo in
particolare le dichiarazioni di Luca Rosso e Giovanni
Bianco, sindaci e procuratori di Badalucco e Montalto,
e quelle di Antonio Borelli, sindaco di Triora, incaricando
nel contempo il podestà di Taggia di raccogliere
nuove testimonianze, che furono poi mandate a Genova
in un plico sigillato. Esaminati tutti i documenti,
i governanti genovesi respinsero la richiesta di separare
i comuni di Badalucco e Montalto dalla podesteria di
Triora, in quanto, a loro giudizio, non era conveniente
separare le membra dal capo.
Stabilirono però anche che Badalucco
e Montalto potevano mantenere in vigore i loro Statuti,
che dovevano essere rispettati dalle autorità
di Triora, che i consoli di Badalucco e Montalto potevano
giudicare secondo i loro Statuti, che se uomini di Triora
avessero arrecato danni nei boschi di Badalucco e Montalto,
dovevano essere credute le tesimonianze rese con giuramento
dai campari e dagli estimatori badalucchesi e montaltesi,
che gli abitanti di Triora potevano obbligare quelli
di Badalucco e Montalto a spese, doni e missioni solo
per cause che avessero interessato anche loro, e che
infine, se si fossero verificati dei ritardi nel pagamento
delle avarie al comune di Genova per colpa dei trioresi,
gli eventuali aggravi sarebbero stati a carico degli
abitanti di Triora; era inoltre stabilito che nelle
cause civili i trioresi non potevano far incarcerare
dal loro podestà gli abitanti di Badalucco e
Montalto se non nei casi espressamente previsti dalla
legge, che ogni volta che abitanti di Montalto o Badalucco
dovevano presentarsi al podestà di Triora, questi
avevano tre giorni di tempo per farlo, e non potevano
essere arrestati prima della scadenza dei tre giorni,
e infine che i trioresi avrebbero dovuto trattare gli
abitanti di Badalucco e Montalto "benigne ac debite",
cioè benignamente e con il dovuto rispetto. Dopo
che il giusperito Francesco de Cocerino ebbe esaminato
tali decisioni del Consiglio degli Anziani, ne inviò
una dettagliata relazione al regio governatore e al
Consiglio degli Anziani di Genova, che, il 3 aprile
1460, ratificarono tutte le decisioni assunte e comandarono
che fossero osservate.
Anche dopo la ratifica dell'arbitrato
emanato dal governo genovese, continuarono a sussistere
tra Triora da una parte e Badalucco e Montalto dall'altra
contrasti e dissidi che derivavano dall'interpretazione
delle norme pattuite, con particolare riferimento alla
questione che se per debito pecuniario gli abitanti
di Badalucco e Montalto potevano essere arrestati e
condotti nelle carceri di Triora. Su quest'ultimo punto
si arrivò infine ad un accordo, raggiunto il
3 febbraio 1472 a Triora in casa del podestà
triorese Francesco dei marchesi di Ponzone e rogato
dal notaio Pietro Ammirato, da parte dei notai Giacomo
Gastaudo e Lorenzo Capponi e dell'ufficiale comunale
Marco Borelli in rappresentanza di Triora e dei notai
Giacomo Bestagno e Giovanni Brizio per Badalucco e Montalto,
che stabilirono le modalità per limitare i casi
dell'eventuale custodia di badalucchesi e montaltesi
nelle carceri trioresi, che doveva essere attuata nelle
stesse condizioni di quelle riservate agli abitanti
di Triora.
Quasi quindici anni dopo, nel 1486, avvenne
il distacco della chiesa del paese di Molini dalla parrocchia
madre di Triora. Del 1497 è invece un'altra convenzione
di buon vicinato con Taggia, di cui però non
è stato conservato il relativo atto. Il 19 maggio
1498 venne firmato un altro trattato con Briga, andato
anch'esso smarrito. Al termine del Medioevo si può
concludere che Triora si trovasse in uno stato di notevole
prosperità economica, mentre, politicamente e
amministrativamente, rimaneva una fedele podesteria
della Repubblica di Genova.
DALLA PRIMA ETA' MODERNA AL 1815
Nel 1498, in concomitanza con la discesa
in Italia delle truppe francesi guidate da Carlo VIII,
Triora venne saccheggiata e incendiata dal duca Serranono,
che faceva parte del seguito del re di Francia. Nello
stesso anno, per risarcire gli ingenti danni subiti
dal paese, venne istituita una Universitas crematorum
hominum Trioriae, che aveva appunto il compito di aiutare
finanziariamente le persone che avevano subito i maggiori
danni a cose e abitazioni.
Tre anni dopo, il 25 marzo 1501, Triora
concluse un altro trattato di amicizia e buon vicinato
con Saorgio. Nel 1512, in occasione della nomina di
Antoniotto Adorno a doge di Genova in sostituzione di
Ottaviano Fregoso, i pittori Giovanni Battista Braida
di Genova e Angelo Chierico o del Chierico di Messina,
come era uso ad ogni cambiamento del governo genovese,
dipinsero la bandiera di Genova e lo stemma del nuovo
doge sulla facciata del palazzo comunale triorese.
Al 1519 risale invece una terza convenzione
con il comune di Castelfranco, di cui però non
è stata conservata la relativa documentazione.
Come era già avvenuto nel 1512, essendo succeduto
un nuovo doge a Genova, i pittori Pietro Caminata di
Genova e Raffaele Fassòlo dipinsero nel 1522
le insegne genovesi (bandiera e stemma del nuovo doge)
sulla facciata del palazzo del comune. Nel 1531 Genova
istituì a Triora una scuola pubblica, assegnando
al relativo maìsto (maestro) lo stipendio annuo
di 200 lire.
Nello stesso anno si svolse un censimento
generale della popolazione residente a Triora, da cui
risultava che il paese di Triora era abitato da una
popolazione stimabile in 500 fuochi, corrispondenti
a circa 2500 abitanti, mentre gli abitanti dell'intero
territorio comunale erano stimati in 680 fuochi, ossia
3400 abitanti. Il fuoco corrispondeva all'incirca a
un nucleo di 5 persone.
Nel 1556 la parrocchia di Triora venne
definitivamente trasferita nella chiesa della Collegiata,
abbandonando la chiesa madre dei Santi Pietro e Marziano,
che era stata edificata al di fuori dell'abitato. L'anno
successivo, il 1557, registra la visita a Triora di
Giovanni Lovera, inviato dal duca di Savoia da Cuneo
a Bruxelles. Lovera aveva percorso la mulattiera che
da Tenda portava a Taggia, facendo così tappa
a Triora. Da Taggia proseguì quindi per Genova
e Milano giungendo infine in Belgio dove venne ucciso
l'anno dopo. Le più significative impressioni
della sua sosta a Triora sono state descritte da Lovera
nel suo diario di viaggio.
Il 20 luglio 1564 un forte terremoto
devastò il Ponente ligure e il Nizzardo; a Triora
si ebbero numerose case rovinate dal sisma. Nel 1573
venne stipulata una terza convenzione, dopo quelle del
1441 e del 1497, con il comune di Taggia, di cui non
è però rimasta traccia documentaria. Due
anni dopo, nel 1575, la castellana del marchesato di
Maro (oggi Borgomaro) signora d'Urfè, chiese
a Genova, nell'ambito della contesa dinastica che contrapponeva
il marchesato di Maro al marchese e ammiraglio de Villars,
di ordinare ai suoi ufficiali che erano di stanza a
Triora di non concedere passaggio, favori, aiuti, vettovaglie
e munizioni ai soldati del marchese de Villars. Nel
1579 Bernardino Alberti, notaio e fine scrittore di
versi in latino e italiano, dotò Triora di una
nuova scuola pubblica, che si affiancò o forse
sostituì del tutto quella fondata da Genova nel
1531.
Verso la fine dell'estate del 1587, durante
una carestia che aveva duramente provato la popolazione
triorese e che durava da oltre due anni, gli abitanti
di Triora, particolarmente stremati, iniziarono a sospettare
che a provocare la carestia che stava flagellando le
campagne del paese sarebbero state delle streghe locali,
dimoranti nel quartiere detto della Cabotina. Dopo essere
state individuate, le streghe trioresi vennero subito
additate alla giustizia. Il Parlamento generale, dopo
essersi riunito, affidò al podestà del
paese Stefano Carrega l'incarico di fare in modo che
le streghe venissero sottoposte ad un regolare processo
e stabilì anche la somma di denaro occorrente
per lo svolgimento del processo.
Carrega chiamò allora il sacerdote
Girolamo Del Pozzo, in qualità di vicario del
vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva Triora,
e un vicario dell'Inquisitore di Genova. I due vicari,
giunti a Triora ai primi di ottobre, iniziarono quindi
il processo dopo che Del Pozzo, con una infuocata predica
nella chiesa della Collegiata, aveva denunciato le diaboliche
"malefatte" operate dalle streghe a Triora
eccitando in tal modo la collera del popolo triorese
verso di loro.
I due vicari fecero allora arrestare
una ventina di streghe, che vennero subito rinchiuse
in alcune case private adattate a carcere delle streghe,
dichiarandone subito colpevoli tredici, più quattro
ragazze e un fanciullo. Dal momentò però
che tali streghe, forse per estorcere loro la confessione
delle loro "malefatte", venivano sottoposte
ad atroci torture, ed avevano denunciato diverse "complici",
tra cui non poche appartenenti alla nobiltà locale,
la popolazione triorese iniziò ad intimorirsi
e a nutrire dei dubbi sulla corretta condotta dei due
vicari tanto da indurre il Consiglio degli Anziani,
un organismo che rappresentava le famiglie più
altolocate e benestanti di Triora, a intervenire presso
il governo di Genova affinché questo facesse
interrompere un processo che non dava più alcuna
garanzia, soprattutto in merito all'incolumità
fisica delle streghe, tra le quali una, Isotta Stella,
era morta in seguito alle torture subite, e un'altra
era deceduta per le ferite riportate nel gettarsi da
una finestra per sfuggire ai suoi aguzzini.
Il 13 gennaio 1588, con una lunga lettera
inviata al governo genovese, gli Anziani di Triora espressero
le loro lamentele in merito alla condotta dei due vicari,
giudicata eccessivamente severa nel valutare la colpevolezza
delle streghe, che erano state arrestate solo in forza
di indizi molto dubbi o perché denunciate da
altre donne sottoposte ad indicibili tormenti ed erano
costrette a rimanere in carcere nonostante non avessero
confessato alcun crimine. Gli Anziani rimproverarono
inoltre ai due vicari il fatto di tenere ancora in prigione
donne che, per quanto tormentate, non avevano confessato
niente e di non riconoscere innocenti delle deboli donne
che avevano confessato e ritrattato in mezzo ad atroci
tormenti.
Il doge e i governatori genovesi, dopo
aver ricevuto la lettera degli Anziani di Triora, scrissero
il 16 gennaio una lettera al vescovo di Albenga Luca
Fieschi, facendogli presente le proteste che aveva causato
il comportamento del suo vicario Girolamo Del Pozzo
a Triora. Il 25 gennaio il vescovo Fieschi inviò
a Genova una circostanziata lettera scritta da Del Pozzo,
con cui il vicario ingauno si giustificava del suo operato
ispirato, secondo lui, a criteri di legalità
e giustizia e non condizionato dalle decisioni del Parlamento
triorese, discolpandosi in particolare dall'accusa di
aver torturato ingiustamente con la tortura dei tratti
di corda le streghe incarcerate, tra cui, come si è
ricordato, la sessantenne Isotta Stella, che era morta
proprio in seguito ai patimenti subiti, e la donna che
si era gettata dalla finestra, di cui Del Pozzo giustifica
la fine dicendo che si era buttata non per paura delle
torture che le si minacciavano, ma perché "tentata"
dal diavolo. Il vicario si discolpò anche dalle
accuse di non aver provato a sufficienza la colpevolezza
delle donne incarcerate e torturate, che, tenne a sottolineare,
erano in numero inferiore a quello che si voleva esageratamente
far credere.
Il nuovo atteggiamento assunto da Del
Pozzo placò comunque l'ira del Consiglio degli
Anziani, che in una lettera al governo genovese del
20 gennaio, si diceva sostanzialmente soddisfatto dell'operato
di Del Pozzo, soprattutto per il fatto che il vicario
del vescovo di Albenga aveva rinunciato a incarcerare
delle donne appartenenti alla nobiltà locale,
di cui molti membri facevano parte dello stesso Consiglio
degli Anziani. Anche il podestà Carrega si associò
al parere degli Anziani scrivendo una lettera al governo
genovese il 21 gennaio, in cui difendeva l'operato dei
due vicari scagionandoli tra l'altro dall'accusa di
aver provocato con le loro torture la morte di Isotta
Stella e dell'altra donna che era deceduta in seguito
alla caduta dalla finestra. Intorno al 10 gennaio i
due vicari erano nel frattempo partiti da Triora lasciando
in carcere tutte le streghe arrestate.
Ai primi di febbraio il Parlamento triorese,
con una lettera inviata al governo di Genova, supplicò
i governanti genovesi di provvedere alla revisione dei
processi contro le donne trioresi accusate di stregoneria
affinché le colpevoli fossero punite e le innocenti
liberate e il popolo di Triora liberato dall'onta di
annidare al suo interno delle donne eretiche. Il governo
genovese allora, anche per tutelare i legittimi diritti
dei suoi cittadini, decise di inviare a Triora l'Inquisitore
Capo, che vi giunse ai primi di maggio del 1588. Egli
ascoltò le donne incarcerate, che era erano detenute
da cinque mesi e che negarono tutte, tranne una, quanto
avevano confessato in precedenza ai due vicari, e decise
di tenerle tutte in carcere meno una, una fanciulla
di 13 anni, che venne liberata e il 3 maggio abiurò
nella chiesa della Collegiata durante la celebrazione
di una messa solenne.
L'8 giugno 1588 giunse a Triora il commissario
straordinario Giulio Scribani, inviato dal governo genovese
per fare chiarezza sui processi intentati alle streghe.
Qualche giorno dopo l'arrivo del commissario Scribani,
il nuovo podestà del paese Giovanni Battista
Lerice, in seguito ad un ordine ricevuto dal Padre inquisitore
di Genova, mandò a Genova per la revisione del
processo le streghe detenute nelle carceri di Triora.
Il locale bargello, ossia il capo della polizia, Francesco
Totti si occupò del trasferimento delle tredici
donne trioresi accusate di stregoneria, che gli vennero
consegnate il 27 giugno. Intanto Scribani intentò
regolari processi a diverse donne di Triora e dei dintorni,
arrestandone diverse e sottoponendole ad atroci torture,
che provocarono da parte del popolo le stesse lagnanze
che si erano avute contro i due vicari qualche tempo
prima.
Secondo una relazione inviata in giugno
al governo genovese, Scribani individuò tre donne
di Andagna, Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella,
che, benché non sottoposte ad alcun tormento,
si erano dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra
cui anche omicidi di bambini innocenti di Andagna. Il
commissario intentò processi anche contro una
ventina di donne di Castelfranco, Montalto Ligure, Porto
Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò
quindi a Genova i verbali degli interrogatori delle
streghe accompagnandoli con la richiesta di condanna
a morte per quattro donne di Andagna. Appena ricevuta
la documentazione inviata da Scribani, il governo della
Repubblica affidò al suo auditore e consultore
Serafino Petrozzi il compito di decidere in merito alle
richieste avanzate da Scribani. Petrozzi respinse però
tutte le conclusioni e le proposte di pena del giudice
Scribani, sostenendo che non si potevano adottare provvedimenti
punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili.
Il primo di agosto il governo genovese
invitò quindi Scribani, a cui era stata prorogata
di un mese la missione a Triora, a mandare le prove
relative ai delitti commessi dalle streghe come richiesto
dall'auditore Petrozzi. Sette giorni dopo, l'8 agosto,
Scribani rispose da Badalucco che non poteva inviare
alcuna prova in quanto i delitti o erano stati commessi
molto tempo prima cadendo perciò nell'oblio o
erano avvenuti in luoghi fuori dai confini della Repubblica
genovese. Sostenne però che i delitti consumati
dalle quattro streghe di Andagna erano tutti sufficientemente
provati. Nonostante ciò, in seguito alle obiezioni
avanzate dal governo genovese, egli dovette rifare i
processi a carico delle streghe di Andagna, che, con
sentenza emessa il 30 agosto, vennero condannate a morte.
A Genova si decise allora di affiancare
due altri commissari, il podestà Giuseppe Torre
e Pietro Alaria Caracciolo, al giudice Petrozzi affinché
si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da
Scribani. Messisi subito al lavoro, i tre giudici, contrariamente
a quanto stabilito in un primo tempo, diedero parere
favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe
di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco,
Peirina Bianchi e Gentile Moro. Dopo la decisione dei
tre giureconsulti, il Senato genovese approvò
la condanna a morte di cinque delle streghe accusate
di delitti ordinando contemporaneamente di scrivere
al vescovo di Albenga, affinché, prima che venissero
eseguite le condanne a morte, le cinque condannate fossero
riconciliate con la Chiesa.
Poco prima però di dar corso alle
sentenze contro le cinque streghe con impiccagione e
conseguente bruciatura dei cadaveri da eseguirsi quattro
a Triora o ad Andagna e una a Castelfranco, giunse da
Genova l'opposizione all'esecuzione delle sentenze da
parte del Padre Inquisitore, che sostenne che prima
di eseguire qualsiasi condanna a morte nel territorio
della Repubblica genovese, spettava a lui, ossia alla
Santa Inquisizione di Roma da cui egli dipendeva, fare
il processo sui quali aveva diritto di giurisdizione
l'autorità ecclesiastica.
Il 27 settembre 1588 il governo genovese
informò quindi la Congregazione del Sant'Uffizio
di Roma di aver accolto la domanda del Padre Inquisitore.
Nel mese di ottobre il commissario Scribani inviò
a Genova le quattro streghe di Andagna e una certa Ozenda
di Baiardo, lamentando il fatto che la popolazione locale
era rimasta molto delusa per la mancata esecuzione delle
cinque condannate. Giunte a Genova via mare, le cinque
donne vennero subito rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione.
Poco tempo dopo il governo genovese mandò a Roma
agli uffici della Congregazione del Sant'Uffizio gli
atti relativi ai processi alle streghe incriminate.
La Congregazione tenne però gli
atti per lungo tempo senza addivenire ad alcuna decisione
tanto che il doge e i governatori genovesi scrissero
più volte a Roma nel febbraio e nell'aprile del
1589 affinché il Sant'Uffizio prendesse quanto
prima una decisione in merito. Il 28 aprile 1589 il
cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione,
assicurò il governo di Genova che erano stati
impartiti ordini tassativi per una rapida conclusione
della causa.
Il 27 maggio il doge e i governatori
di Genova sollecitarono nuovamente la Congregazione,
tramite il cardinale genovese Sauli, perché concludesse
in tempi brevi la revisione del processo. Intanto, delle
donne accusate di stregoneria detenute nelle carceri
dell'Inquisizione genovese, due, tra quelle condannate
a morte, erano nel frattempo decedute, mentre, delle
tredici inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano
morte e le altre erano state probabilmente rimandate
libere al loro paese natale. Il 28 agosto 1589 il cardinale
di Santa Severina annunciò al governo genovese
che il procedimento di revisione del processo era finalmente
terminato.
Da quanto riferito dal cardinale di Santa
Severina al governo di Genova, si può dedurre
che il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente
cassato alcune delle condanne a morte comminate dall'autorità
ecclesiastica genovese, stabilendo con ogni probabilità
che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri
genovesi venissero scarcerate. Nello stesso mese di
agosto la Santa Inquisizione decise anche di aprire
un procedimento contro il magistrato genovese Giulio
Scribani per aver invaso il campo riservato all'autorità
ecclesiastica.
Di fronte però alla strenua difesa
dell'operato del proprio giudice sostenuta dalla Repubblica
genovese, che ne aveva raccomandato l'assoluzione, i
cardinali inquisitori decisero intorno al 10 agosto
di assolvere Scribani con formula piena purché
egli ne facesse pubblica richiesta al vicario arcivescovile
di Genova, come infatti avvenne pochi giorni dopo. Il
processo alle streghe di Triora del 1588 contribuì
tra l'altro a mettere in luce le complesse motivazioni
che erano alla base dei contrasti tra Stato e Chiesa
in merito ai processi alle streghe, la grande facilità
con cui tribunali di diversa natura si rimproveravano
tra loro di eccessiva severità e le non lievi
responsabilità dei giudici dell'epoca nel condannare
senza adeguate prove, e spesso alla pena capitale, le
donne accusate di stregoneria.
Il 6 gennaio 1592, sotto il governo del
podestà Lodisio Canessa, il Parlamento generale
affidò ad una commissione di esperti e giureconsulti
il compito di riformare gli Statuti comunali del paese,
la cui prima redazione risaliva alla fine del XIII o
all'inizio del XIV secolo. Concluso il lavoro di riforma,
gli Statuti vennero quindi approvati dal Senato di Genova
il 3 novembre 1599; successive riforme furono attuate
nel 1605 e nel 1620. In precedenza agli Statuti trioresi,
che dovevano essere confermati ogni dieci anni dal Senato
genovese, erano stati aggiunti 40 capitoli nel 1540;
da quella data in poi non si parlò più
di statuti, bensì di "capitula", cosicché
i primi diventarono la legge e i secondi il regolamento
che si doveva leggere pubblicamente davanti a tutto
il popolo due volte l'anno nei mesi di gennaio e luglio.
Gli Statuti rappresentarono la norma giuridica, etica
e sociale a cui si informò tutta la vita triorese
dal tempo della loro prima promulgazione fino all'età
napoleonica, quando gli Statuti vennero abrogati.
Queste leggi regolavano inoltre minuziosamente
anche la vita e l'attività economica del piccolo
borgo ligure. Gli Statuti erano parte integrante dell'organizzazione
statale di Genova in qualità di leggi locali
e non si occupavano di gran parte del diritto privato,
per cui era competente un magistrato locale, il pretore,
che rinviava al tribunale di Genova le cause che non
avevano trovato soluzione a Triora. La competenza dei
magistrati locali si limitava esclusivamente ai reati
espressamente previsti dagli Statuti.
Gli Statuti si soffermano nella prima
parte sulle principali istituzioni politiche del comune
di Triora, ad eccezione del podestà che, pur
essendo il capo formale dell'amministrazione comunale,
era un funzionario statale nominato direttamente da
Genova. Gli organi più importanti del comune
erano il Parlamento generale, il Consiglio dei Ventiquattro
e il Consiglio degli Anziani. Gli altri uffici comunali
erano costituiti dai sindaci, gli ispettori, gli stimatori,
gli stanzieri, i campari che costituivano il corpo della
polizia rurale, i rasperi, i notai, i ragionieri, gli
scrivani pubblici, i massari e i magazzinieri.
Il Parlamento generale o Consiglio maggiore
era la principale assemblea popolare del comune ed era
eletta da un terzo degli abitanti di Triora e delle
tre frazioni di Andagna, Corte e Molini. Le adunanze
del Parlamento si tenevano nella sala comunale detta
della "caminata", oppure nella chiesa della
Collegiata, che ne fu la prima sede. Ogni decisione
del Parlamento doveva essere approvata all'unanimità
e, per essere valida, dovevano essere presenti almeno
due terzi dei consiglieri, come erano detti i membri
del Parlamento. L'elezione dei consiglieri avveniva
a cadenza annuale da parte dei cosiddetti "grandi
elettori", appositamente designati dal Consiglio
minore.
I "grandi elettori", in numero
di 14 (8 per Triora e 6 per le frazioni) erano designati
dal Consiglio minore in una pubblica adunanza, che si
teneva la prima domenica di aprile. La domenica successiva
questi elettori prestavano giuramento nelle mani del
pretore assicurando di scegliere i membri del Parlamento
generale tra i cittadini con almeno vent'anni che si
fossero particolarmente distinti per doti morali nel
rispetto di Dio e del bene della collettività.
Nella settimana seguente i "grandi elettori"
preparavano le liste dei candidati, che, nella terza
domenica di aprile, venivano eletti nominativamente
con il sistema dei sassolini bianchi e neri. Al Parlamento
generale spettava l'approvazione della nomina dei sindaci,
degli anziani, dei ragionieri e degli stimatori eletti
dal Consiglio minore. Il Parlamento aveva inoltre il
potere di introdurre nuove tasse e di abrogare quelle
in vigore.
Il Consiglio dei Ventiquattro rappresentava
invece il vero e proprio governo del paese, con il potere
di ratificare i trattati stipulati con i paesi vicini
e di nominare gli ambasciatori del comune. La prima
domenica di maggio, il Parlamento generale, in seduta
comune, eleggeva 7 "grandi elettori", che,
appena nominati, eleggevano in seduta segreta i 24 membri
del Consiglio dei Ventiquattro (18 di Triora e 6 dei
paesi minori), che dovevano essere tutti membri del
Parlamento generale.
Una volta insediatisi, i 24 consiglieri
eleggevano tra di loro un priore, che aveva il compito
di sottoporre all'assemblea le questioni da esaminare.
Il Consiglio, a cui spettava l'elezione di tutti gli
ufficiali del comune, godeva di un appannaggio di 100
lire annue.
L'amministrazione della giustizia era
affidata al Consiglio degli Anziani, che erano quattro,
tre di Triora e uno di una delle tre frazioni, a rotazione
annuale. Le sedute del Consiglio, che si tenevano il
primo giovedì del mese, erano presiedute dal
pretore, che era la massima carica della magistratura
locale. Le sentenze di condanna erano valide se votate
da almeno tre membri del Consiglio, mentre per quelle
di assoluzione ne erano necessarie altrettante. I sindaci
erano invece sei: il sindaco e il vicesindaco di Triora
e i tre vicesindaci di Andagna, Corte e Molini, ed avevano
il compito di difendere gli interessi del comune sui
beni demaniali che gli appartenevano da atti giudiziari
che li potessero danneggiare.
Erano inoltre chiamati a difendere i
privati da malversazioni e abusi operati da magistrati
o pubblici ufficiali. I due ispettori comunali avevano
invece la funzione, sotto la direzione del pretore,
di sorvegliare gli altri dipendenti del comune per controllarne
l'operato con il potere di comminare sanzioni pecuniarie
agli eventuali trasgressori.
Gli stimatori, eletti annualmente in
numero di quattro, tre per Triora e uno per le frazioni,
a turno, erano incaricati di varie mansioni, tra cui
quella della manuntezione e dell'ampliamento delle strade
e delle mulattiere, della designazione dei confini delle
terre che il comune dava in concessione ai privati e
dell'esecuzione dei pignoramenti. Le funzioni annonarie,
di controllo cioè sui prezzi delle carni, del
pane, del vino e dei generi che si vendevano al dettaglio,
erano svolte invece dagli stanzieri. Alle operazioni
di polizia rurale erano destinati i campari, 12 per
Triora e 2 per ogni frazione, eletti dal Consiglio dei
Ventiquattro, che avevano il compito di sorvegliare
il territorio comunale diviso in diverse zone, ciascuna
assegnata a un camparo.
Ai rasperi spettava invece il compito
di tutelare i boschi e i beni del comune e di stimare
i danni superiori alle 12 lire di cui non si era trovato
il colpevole. I notai, pur non essendo propriamente
dei pubblici funzionari, svolgevano un ruolo importante
stilando le convenzioni di matrimonio, le donazioni
e i testamenti privati e pubblici. I ragionieri avevano
invece la funzione di tenere un registro delle pratiche
comunali che era conservato nella cassaforte del comune
e in cui erano registrate le entrate e le uscite del
bilancio comunale. Ai magazzini comunali erano infine
preposti i magazzinieri, che erano responsabili dei
generi alimentari conservati nei magazzini.
Gli Statuti contenevano anche delle norme
che regolavano la riscossione delle tasse da parte degli
esattori comunali, che dovevano esigere i tributi nei
due anni successivi alla consegna nelle loro mani del
registro delle tasse comunali. Le tasse si dividevano
in imposte sugli immobili, imposte indirette come le
gabelle, e tributi che dovevano versare i forestieri
che soggiornavano a Triora. Nel campo del diritto civile,
gli Statuti presentavano delle disposizioni che riguardavano
i lanci di pietre e le immissioni di fumo nei fondi
altrui, le distanze tra gli alberi, lo stillicidio,
la regolamentazione e l'utilizzazione delle acque, l'occupazione
e l'usucapione dei terreni e i contratti di lavoro.
Per quanto concerne i beni demaniali,
gli Statuti dettavano le norme che regolavano le concessioni
amministrative per coltivare le terre comunali ed edificarvi
determinate costruzioni, la tutela del patrimonio forestale
e boschivo, la manutenzione delle sorgenti e delle fonti
pubbliche, l'igiene pubblica con particolare riferimento
alla pulizia ed al riattivo delle vie e la salvaguardia
degli incendi.
Il diritto penale, pure contemplato negli
Statuti, consisteva in una specie di tariffario, cioè
un elenco dell'ammontare delle sanzioni pecuniarie che
dovevano pagare coloro che si fossero resi responsabili
di un reato, la cui punizione in termini di multa era
direttamente proporzionata alla gravità dello
stesso. Era prevista solamente una responsabilità
oggettiva per essere punibili, cioè era sufficiente
l'aver provocato il danno anche se incoscientemente
e involontariamente, la recidiva portava ad un aggravamento
della pena, e le pene erano esclusivamente di natura
pecuniaria in rapporto al danno provocato, mentre, per
i delitti più gravi, come gli omicidi, vigevano
le leggi genovesi, che prevedevano anche l'impiccagione,
il carcere o anni di remo sulle galere della Repubblica
di Genova.
Gli Statuti contenevano inoltre delle
norme che regolamentavano le attività agricole,
la pastorizia, il commercio, la caccia e la pesca. In
particolare, al tradizione mercato pubblico del giorno
di San Lorenzo (10 agosto) venne affiancato un mercato
da tenersi nel giorno di Santa Croce a maggio. Negli
Statuti sono inoltre contenute norme che regolavano
la tessitura e la vendita dei panni, l'attività
dei mugnai, obbligati a macinare tutto il grano che
veniva loro consegnato, dei fornai, tenuti a cuocere
bene il pane, e dei tavernieri, che non dovevano permettere
ai loro avventori di giocare a dadi o ad altri giochi
d'azzardo; vi sono anche prescrizioni sulla vendemmia,
il cui inizio era consentito solo dopo il giorno di
San Michele (29 settembre) nella maggior parte del territorio
triorese e dopo il 10 ottobre nel Villaro.
Varie disposizioni regolavano invece
la gestione del patrimonio zootecnico locale con precise
indicazioni riguardanti ad esempio le mulattiere attraverso
le quali era concesso passare con il bestiame radunato
in mandrie. La caccia non era invece direttamente regolamentata
dagli Statuti, che tuttavia prevedevano dei premi in
denaro per chi avesse ucciso determinati animali selvatici,
mentre precise norme regolavano la disciplina della
pesca, che non poteva essere effettuata con la rete
o il barrello e sulla cui regolarità vigilava
un guardiapesca stipendiato dal comune, il "gabellottus".
Per quanto riguarda invece le procedure giudiziarie,
gli Statuti di Triora non facevano alcuna distinzione
tra procedura penale e procedura civile, prevedendo
un'unica procedura valevole per qualsiasi questione
presentata al tribunale locale.
E' opportuno a proposito sottolineare
come la stragrande maggioranza delle norme di diritto
contenute negli Statuti riguardassero quasi esclusivamente
reati contravvenzionali, mancando del tutto norme che
regolassero i delitti più gravi come l'omicidio,
su cui poteva giudicare solo il podestà, osservando
scrupolosamente quanto previsto dalle leggi della Repubblica
di Genova. La competenza del pretore, il magistrato
locale, era limitata esclusivamente alle disposizioni
scritte negli Statuti, mentre per tutte le altre questioni
legali era competente il foro di Genova, a cui il pretore
triorese trasmetteva le cause.
Mentre era ancora in corso il lavoro
di revisione degli Statuti, nel 1596, la chiesa di Andagna
venne staccata dalla parrocchia madre di Triora. Due
anni dopo, nel 1598, iniziarono dei lavori di ingrandimento
della chiesa romanica della Collegiata. Risale invece
al 1605 la cessazione ufficiale del titolo di podestà
del comune di Triora, sostituito con quello di sindaco,
anche se nei secoli precedenti i due titoli erano stati
usati contemporaneamente, essendo in carica nello stesso
tempo un sindaco e un podestà, ed anche dopo
il 1605 i due titoli furono utilizzati indifferentemente
ancora per qualche tempo.
Con un rescritto pontificio del 26 giugno
1610, la chiesa triorese di San Francesco, edificata
nel 1593, venne aggregata alla basilica di San Giovanni
in Laterano di Roma, ed divenne perciò possibile
per i trioresi lucrarvi l'indulgenza plenaria quotidiana.
Nel 1612 il patrizio romano e oriundo triorese Cesare
Velli ottenne da papa Clemente VIII la concessione di
speciali indulgenze per gli iscritti e le iscritte alle
due confraternite di Triora, quella di San Giovanni
Battista e quella di San Dalmazzo.
Otto anni più tardi, nel 1620,
il canonico triorese Giovanni Velli, addetto alla collegiata
di San Nazàro Maggiore di Milano, lasciò
in eredità ai canonici di Triora la somma di
diecimila lire. Il prelato lasciò inoltre delle
rendite per la fondazione nel suo paese natale di una
scuola di latino, che, esistente ancora agli inizi del
Novecento, era detta appunto del "lascito Velli".
Tre anni dopo, nel 1623, un'altra chiesa locale si staccò
dalla chiesa madre: la chiesa di Corte venne scissa
dalla Collegiata triorese.
Nell'estate del 1624 il duca di Savoia
Carlo Emanuele I, con l'appoggio della corte di Francia,
decise di attaccare la Repubblica di Genova per impadronirsi
dei territori della Riviera ligure che erano ancora
sotto il dominio genovese. In particolare, il casus
belli fu rappresentato dall'acquisto nel 1622, da parte
del governo genovese, del marchesato di Zuccarello,
ambito fortemente dal duca di Savoia. Nel mese di settembre
si tenne un convegno a Susa, a cui parteciparono il
duca Carlo Emanuele I, l'inviato della regina di Francia
Maria de' Medici maresciallo Lesdiguières, l'ambasciatore
francese in Piemonte e l'ambasciatore della Repubblica
di Venezia.
Nel corso del convegno venne deciso di
muovere una guerra contro la Repubblica di Genova, al
termine della quale i francesi avrebbero avuto la Corsica
e lo stato di Genova fino a Savona, mentre al duca di
Savoia sarebbe spettato il marchesato di Zuccarello
e tutte le terre da Ormea e Oneglia fino a Nizza. Fu
inoltre stabilito di attaccare subito lo stato genovese
attraverso l'appennino ligure. Una volta varcato il
confine che divideva il genovesato dal Monferrato, sul
cui territorio il duca di Mantova diede libero accesso
all'esercito del duca di Savoia, le truppe franco-piemontesi
ottennero subito delle vittorie militari su quelle genovesi
a Voltaggio e a Gavi.
Dopo che, per dissensi ai vertici del
comando, i franco-piemontesi ebbero rinunciato a porre
l'assedio a Genova, Carlo Emanuele I decise di indirizzare
gli sforzi delle proprie truppe per la conquista della
Riviera di Ponente, inviandovi settemila fanti, quattrocento
cavalli e i figli Vittorio Amedeo e don Felice di Savoia.
Il principe Vittorio Amedeo pose subito l'assedio a
Pieve di Teco, strenuamente difesa dai fanti genovesi
guidati da Girolamo Doria, che però cadde dopo
cinque giorni di assedio e venna messa a ferro e fuoco
dai piemontesi. In seguito anche altre città
della Riviera, tra cui Albenga, Alassio, Porto Maurizio,
Oneglia, Sanremo e Ventimiglia caddero senza opporre
resistenza di fronte all'urto delle forze piemontesi,
a cui dovettero pagare forti somme di denaro per evitare
di essere sottoposte al sacco.
Il 7 agosto 1625 truppe franco-piemontesi
con 500 soldati provenienti da Sospello e comandate
dal commendatore francese Dandelot e da don Felice di
Savoia, posero l'assedio a Triora. La popolazione triorese
decise allora di resistere ad oltranza all'assedio opponendo
una resistenza eroica e disperata con l'aiuto anche
delle milizie cittadine e di quelle inviate da Genova.
Quando però il 20 agosto i trioresi stavano per
arrendersi e consegnare gli ostaggi al nemico, giunsero
a Triora delle truppe ausiliarie provenienti da Taggia,
Porto Maurizio e Sanremo guidate dal capitano G. Vincenzo
Lercari, che costrinsero gli assedianti, tornati alla
carica con 4000 soldati agli ordini di don Felice di
Savoia, a togliere l'assedio al paese ed a tornarsene
a Sospello, dove condussero prigionieri 130 ostaggi.
Durante i durissimi giorni dell'assedio,
si distinse in modo particolare nell'incitare la popolazione
a resistere agli attacchi del nemico il capitano genovese
Pietro Antonio Cornero, che cadde in combattimento il
12 agosto nel corso di uno scontro a fuoco tra soldati
genovesi e franco-piemontesi nei primi giorni dell'assedio
del paese e venne poi sepolto nei sotterranei della
sacrestia della Collegiata triorese, dove un'iscrizione
ne ricorda il sacrificio. La felice conclusione dell'assedio,
avvenuta il 20 agosto, giorno della festa di San Bernardo
di Chiaravalle, indusse i trioresi ad attribuire all'intercessione
del santo il merito principale della vittoria sui franco-piemontesi.
La comunità di Triora e quella
delle tre frazioni, Molini, Andagna e Corte, decisero
allora che da quell'anno in poi il 20 agosto sarebbe
stato un giorno festivo per commemorare l'intervento
di San Bernardo a favore di Triora, e che gli abitanti
dei quattro paesi, in quell'occasione, si sarebbero
recati in processione alla chiesa dei Santi Pietro e
Marziano di Triora, che sarebbe stata restaurata in
onore di San Bernardo, a cui sarebbe stato dedicato
anche un altare nello stesso edificio religioso. Fallito
anche un tentativo di impadronirsi di Genova attraverso
una sollevazione interna, Carlo Emanuele I stipulò
la pace con Genova nel 1641.
Nel maggio 1631, sei anni dopo l'assedio
del 1625, il magistrato di Guerra di Genova inviò
a Triora il commissario alle Armi della Repubblica Giovanni
Vincenzo Imperiale con il compito di compiere un'ispezione
delle fortezze del borgo. Imperiale stese quindi un'ampia
relazione della sua visita in cui erano sottolineate
la posizione strategica dei forti trioresi e il valore
militare, unito alla tenacia e l'intraprendenza nel
lavoro, dei suoi abitanti. L'anno successivo venne edificato
su pilastri altissimi per portarlo all'altezza della
piazza della Collegiata l'oratorio di San Giovanni Battista.
In seguito, con decreto della Repubblica di Genova e
relativo atto di divisione rogato dal commissario Giacomo
Negrone il 2 maggio 1654, i paesi di Molini, Andagna
e Corte ottennero la piena autonomia amministrativa
da Triora con facoltà di dotarsi di un proprio
consiglio o parlamento, che sarebbe rimasto in vigore
fino alla proclamazione della Repubblica ligure il 14
giugno 1796.
Nel 1656 la popolazione triorese venne
letteralmente decimata da una grave peste, che, partita
dal porto di Villafranca, dilagò in tutta la
Liguria. Dieci anni dopo, nel 1666, in relazione alla
necessità di riformare le leggi ecclesiastiche
locali, il pontefice Alessandro VII emanò una
bolla, intitolata Provisionis canonicatus collegiatae
et parochialis loci Triorae, che trattava degli obblighi
e degli onori canonicali del parroco e degli altri prelati
residenti a Triora. Nel 1670, essendo sorte delle contese
fra Triora e Briga in merito all'intricata questione
dei confini tra i due comuni, il re di Francia Luigi
XIV inviò a Triora in qualità di legato
con il compito di risolvere la questione confinaria
tra i due paesi l'abate Ugo Servient.
Dopo esser giunto a Triora ed aver attentamente
esaminato i termini giuridici della contesa confinaria,
l'abate francese pronunciò un laudo o arbitrato
sulla questione sulla sommità del monte Marta.
Il tentativo di mediazione compiuto dall'abate Servient
non risolse però affatto la contesa inosorta
tra i due paesi tanto che l'anno successivo il duca
di Savoia Carlo Emanuele II, prendendo proprio a preteso
la situazione permanente di attrito tra Triora e Briga
per la questione dei confini e dei pascoli ai confini
dei loro territori, dichiarò nuovamente guerra
alla Repubblica di Genova.
Per tutto il 1672 il territorio di Triora
divenne dunque teatro di una serie di sanguinosi scontri
militari tra le truppe piemontesi e quelle genovesi,
nel corso dei quali le campagne circostanti il paese
vennero pesantemente devastate e le masserie sparse
sul territorio saccheggiate e messe a ferro e fuoco.
A Triora vennero inoltre stanziati migliaia di soldati
genovesi, cinquecento dei quali ingaggiarono uno scontro
armato con le forze piemontesi sul colle del Pizzo.
Dopo due anni di aspro conflitto sulle montagne prospicienti
Triora, il duca di Savoia pervenne infine ad una nuova
pace con Genova che venne stipulata il 18 gennaio 1673.
Intorno al 1700 la popolazione triorese
e delle tre frazioni di Molini, Andagna e Corte raggiunse
il culmine della sua consistenza numerica nell'età
moderna, come risulta dal registro parrocchiale dei
residenti nati e morti in quel periodo. Nel 1711 soggiornò
a Triora per tenervi una serie di seguitissime prediche
il famoso oratore padre Paolo Segneri iunior. Oltre
trent'anni dopo, nel 1745, durante la guerra di successione
austriaca, Triora venne occupata da un corpo di spedizione
spagnolo. In questa occasione il vescovo di Albenga
diede facoltà al parroco di Triora di permettere
che i soldati disertori, rifugiatisi nelle chiese e
nei conventi del paese, venissero catturati senza però
che questi fossero sottoposti a processo e che i catturanti
incorressero nella scomunica.
Il presule ingauno diede anche disposizioni
affinché i feriti e i cadaveri dei soldati venissero
portati all'infuori di chiese e ospedali in modo che
le autorità militari potessero effettuare il
bilancio degli scontri tramite la ricognizione dei morti
e dei feriti.
Intorno al 1755, su iniziativa del gesuita
triorese padre Antonio Stella, vennero trasportate a
Triora le ossa di un giovane martire, detto Tusco, provenienti
dalle catacombe di Roma e risalenti al periodo delle
grandi persecuzioni contro di cristiani del III secolo.
Le autorità comunali e religiose ne istituirono
quindi la festa solenne, accompagnata da una grande
fiera, da tenersi annualmente la seconda domenica di
luglio. Il 28 novembre 1756, dopo oltre un anno di devastazione
dei vigneti locali da parte dei bruchi e dei campi di
grano da uno sciame di cavallette, il Parlamento triorese
istituì la festa e la processione penitenziale
detta del Monte per ottenere la liberazione dalla tremenda
pestilenza. La festa del Monte si celebra ancora oggi
la seconda domenica dopo Pasqua.
Nel 1770 furono eseguiti grandiosi lavori
di rifacimento della chiesa romanica della Collegiata,
che venne così trasformata in una chiesa barocca.
Nell'ambito di questi lavori di ristrutturazione, venne
anche data una nuova forma a cupola all'antico campanile
a cuspide della Collegiata, il cui quarto giro, costituito
da quattro colonnine centrali di pietra, fu sostituito
dalla nuova cella campanaria. Intorno al 1773 iniziò
ad impartire l'insegnamento del latino presso la locale
scuola retta dai francescani e diretta da don Bartolomeo
Gazzano, il beato Giovanni Lantrua, che si recava nella
scuola francescana, detta del lascito Velli, salendo
quotidianamente a Triora dal sottostante paese natio
di Molini. Nel 1781 giunse invece a Triora il vescovo
di Albenga Stefano Giustiniani per effettuarvi la periodica
visita pastorale.
Dopo lo scoppio della rivoluzione in
Francia, le truppe francesi invasero nel settembre 1792
la Savoia appartenente al regno di Sardegna, il cui
sovrano Vittorio Amedeo III si era poco prima alleato
con l'Austria. Il 29 settembre le avanguardie dell'esercito
francese, comandate dal generale Andrea Massena, occuparono
Nizza e tutta la fascia costiera della contea nizzarda.
La buona linea difensiva predisposta dai piemontesi
impedì però all'esercito francese di penetrare
nelle valli Roia e Vesubia. Subito dopo a Parigi la
Convenzione proclamò l'annessione di Nizza e
della Savoia alla Francia.
Nel 1793, dopo l'esecuzione di Luigi
XVI e l'entrata in guerra della Francia con tutti gli
Stati monarchici d'Europa, l'armata francese in Italia
venne aumentata a ventimila uomini e posta alle dirette
dipendenze del generale Biron, che riuscì a penetrare
nell'alta valle Vesubia. Anche alle truppe piemontesi,
in seguito ad una convenzione con l'Austria, vennero
aggiunti rinforzi costituiti da un corpo di soldati
autriaci ammontanti a ottomila unità. Assunse
quindi il comando del corpo di spedizione austro-piemontese
sulle Alpi Marittime il generale di Sant'Andrea, mentre
al vertice di tutte le truppe austriache e piemontesi
venne nominato il generale austriaco De Vins, che avrebbe
diretto le operazioni belliche da Torino.
La vetta dell'Authion divenne il fulcro
della resistenza piemontese, che resse bene all'impatto
delle forze francesi, che vi sferrarono tra il febbraio
e il giugno 1793 quattro furiosi attacchi senza tuttavia
riuscire ad impadronirsene. L'8 giugno 1793 avvenne
un durissimo e sanguinoso scontro tra francesi e piemontesi
con ingenti perdite da ambo le parti. Nel settembre
successivo le truppe piemontesi tentarono di forzare
lo sbarramento nemico e penetrare nella contea di Nizza,
ma, dopo diversi furibondi attacchi respinti dai francesi,
dovettero rinunciarvi.
Dopo che era fallito anche un analogo
tentativo francese di penetrare in Piemonte attraverso
la val Roia, il generale Massena e il giovane Napoleone
Bonaparte, il futuro imperatore dei francesi, suggerirono
al comandante generale delle armate francesi sul fronte
italiano Dumerbion un nuovo piano strategico da attuarsi
nella primavera del 1794, una volta terminata la stagione
invernale. Il piano prevedeva l'aggiramento della stretta
di Saorgio attraverso i passi di Collardente e Tanarello
dopo aver occupato i pilastri laterali di Marta e Saccarello
e la stretta di Ponte di Nava in val d'Arroscia. Basi
di partenza per queste operazioni avrebbero dovuto essere
Triora e il colle di Nava, che però appartenevano
alla Repubblica di Genova da poco dichiaratasi neutrale.
Le difficoltà derivanti dalla neutralità
di Genova vennero però superate de facto con
l'occupazione dei suddetti territori da parte delle
truppe francesi.
Il 6 aprile 1794 le avanguardie dell'esercito
francese, guidate dal generale Arena, varcarono i confini
della Repubblica di Genova ed occuparono Ventimiglia.
Una divisione francese, comandata dal generale Massena,
per accerchiare le forze piemontesi che presidiavano
monte Grande, entrò in val Nervia, raggiunse
Pigna e Castelfranco, e, attraverso il passo di Langan,
penetrò in valle Argentina. Una seconda divisione,
agli ordini del generale Laharpe, rimase di presidio
in val Nervia occupando Dolceacqua, mentre una terza,
guidata dal generale Hammel, prese possesso del passo
di Tanarda, tra monte Grai e Porta Bertrand, prospicienti
l'abitato di Triora. Una quarta e ultima divisione,
comandata dal generale Mouret, occupò il 9 aprile
la città di Oneglia, l'unico porto di mare che
era rimasto in mano ai piemontesi.
Lo stesso giorno, il generale Massena,
che aveva fatto occupare Triora e vi aveva posto il
suo quartier generale, prendendo alloggio nella casa
dei Borelli ubicata nel quartiere Poggio, fece occupare
a sua volta dalle truppe della divisione François
monte Trono, sovrastante l'abitato triorese, in modo
da contrapporre un valido schieramento alle postazioni
piemontesi asserragliatesi sulle pendici del monte Pellegrino.
Altri reparti appartenenti alla stessa divisione presero
possesso dei monti Mónega e Grande per poter
sorvegliare le mosse delle truppe avversarie schierate
nei pressi del Ponte di Nava e del monte Fronté.
Nell'ambito dell'approntamento dello
schieramento antipiemontese, il generale Massena ordinò
anche il trasferimento a Triora dalla val Roia attraverso
il passo di Langan della divisione guidata dal generale
Hammel. Effettuati questi movimenti di truppe, il generale
Massena scese da Triora a Oneglia la mattina del 12
aprile per tenervi un consiglio di guerra con i generali
Mouret, Laharpe, Bonaparte e il tenente colonnello Rusca.
Nello stesso giorno Massena impartì delle direttive
alle sue truppe per sferrare un attacco alle postazioni
nemiche nella stretta del Ponte di Nava. Ritornato a
Triora, Massena si portò con le sue truppe al
Colle di Nava, dove, insieme alla divisione del generale
Mouret e all'artigliera comandata dal generale Bonaparte,
sferrò un furioso attacco alle posizioni austro-piemontesi,
che, nonostante una valida resistenza da parte del reggimento
piemontese Lombardia, ebbe successo e si concluse con
l'occupazione di Ormea il 17 aprile e di Garessio il
giorno successivo.
Dopo aver ottenuto questo brillante risultato,
il generale Massena rientrò a Triora, dove predispose
il piano dettagliato dei futuri spostamenti delle sue
truppe. La prossima azione prevedeva un'ampia manovra
di aggiramento dello schieramento austro-piemontese
allo scopo di penetrare in val Roia scendendo a nord
della stretta di Saorgio e prendendo possesso dei passi
di Collardente e Tanarello e le cime di Marta e Saccarello,
tutti situati nell'alta valle Argentina. Il 25 aprile
un primo attacco francese alle postazioni piemontesi
sul monte Pellegrino venne respinto dai reparti comandati
dal conte Saint Michel. Nel corso della giornata del
26 aprile gli zappatori del Genio, appartenenti al battaglione
del tenente colonnello Rusca, eseguirono lavori oltre
l'abitato di Realdo e nei pressi di monte Gerbonte per
sgombrare la neve e riparare le mulattiere.
La mattina del 27 aprile partirono da
Triora tre colonne di soldati francesi agli ordini del
generale Hammel, mentre altre due si staccarono dalla
regione retrostante il Saccarello e una terza dalla
zona di Saorgio, alla volta dell'abitato di Loreto.
Superata la gola di Loreto, le colonne, tra cui la principale
era guidata dallo stesso Massena e dal tenente colonnello
Rusca, si avviarono verso il passo di Collardente con
l'obiettivo di far sloggiare i piemontesi dalla cima
di Marta e penetrare quindi in val Roia.
La colonna comandata dal generale François
ingaggiò subito uno scontro armato con una compagnia
del reggimento Piemonte agli ordini del generale Vernata
nei pressi del monte Pellegrino riuscendo però,
grazie anche alla sovrabbondanza delle proprie forze
rispetto a quelle piemontesi, a superare l'ostacolo
e a raggiungere il monte Saccarello, dove si trovò
di fronte le truppe piemontesi guidate dal tenente Di
Montezemolo, che, dopo aver ricevuto consistenti rinforzi,
riuscirono a respingere i ripetuti attacchi nemici.
Poco dopo i reparti piemontesi agli ordini
del cavaliere Vialardi, coadiuvati da altri reparti
mandati in rinforzo e guidati dal colonnello Bellegarde,
ottennero un brillante successo sulle pendici del Saccarello
sulla colonna francese del generale còrso Fiorella,
che morì in combattimento insieme a trecento
soldati e quindici ufficiali. Forti di questo successo,
i piemontesi attaccarono anche la colonna del generale
François, che venne sgominata e ricacciata in
piena fuga e con grandi perdite su passo della Guardia
e monte Pellegrino. Un altro battaglione francese venne
duramente sconfitto nei pressi del monte Tanarello da
un reggimento provinciale di Nizza. Al termine di questi
combattimenti, i piemontesi, comandati dal colonnello
Bellegarde, rimanevano i padroni assoluti della zona
prospiciente i monti Fronté, Saccarello e Tanarello.
Sul fronte di Collardente la colonna
francese guidata dal generale Bruslé ingaggiò
un primo cruento scontro con le forze piemontesi e austriache
presso il fortino di Tanarda, che si concluse con forti
perdite da parte francese. Contemporaneamente, la colonna
Hammel, con cui marciavano Massena e Rusca, sferrò
un attacco violentissimo alle forze piemontesi presso
la ridotta di Sansòn, che venne occupata dai
francesi dopo un durissimo scontro corpo a corpo, che
era costato quattrocento morti ai francesi e centocinquanta
ai piemontesi.
Successivamente le colonne francesi guidate
dai generali Hammel e Bruslé tentarono senza
successo di impadronirsi del passo di Collardente, che
venne strenuamente difeso dai reparti piemontesi. Dopo
una notte di tregua, l'azione venne ripresa la mattina
del 28 aprile con uno scontro presso le ridotte Linaire
e Cima Piné tra la colonna francese agli ordini
di Massena e Hammel e un battaglione del reggimento
austriaco Belgioioso, che, datosi inspiegabilmente alla
fuga, consentì alle forze francesi di dilagare
verso la vallata sottostante.
Nelle prime ore della notte tra il 28
e il 29 aprile, il comandante della fortezza di Saorgio
generale Saint Amour, vistosi minacciato di completo
accerchiamento da parte delle truppe francesi, decise
di ritirarsi con il suo presidio a Tenda nonostante
il parere contrario dei componenti il consiglio di guerra
della fortezza. Nel giugno successivo il generale Saint
Amour sarebbe stato poi processato a Torino per aver
abbandonato la fortezza di Saorgio disobbedendo agli
ordini del comandante supremo generale Colli e conseguentemente
condannato alla pena capitale e fucilato.
La sera stessa del 29 aprile le truppe
del generale Massena scesero nella val Roia occupando
Briga Marittima. L'avanzata verso il colle di Tenda
venne poi ripresa solo il 7 maggio, dopo che le truppe
francesi avevano abbandonato il presidio di Triora e
della val Nervia. Le truppe di Massena occuparono quindi
il colle di Tenda l'8 maggio, rimanendovi fino al 20
per riorganizzare le retrovie e i rifornimenti. L'anno
successivo Massena avrebbe poi sconfitto i piemontesi
in varie località liguri arrivando ad occupare
Savona. A lui successe Bonaparte, che, dopo aver battuto
i piemontesi a Montenotte e Millesimo, costrinse il
re di Sardegna Vittorio Amedeo III a firmare l'armistizio
di Cherasco (28 aprile 1796), divenuto in seguito trattato
di pace, siglato a Parigi il 15 maggio successivo, in
attuazione del quale il re di Sardegna cedette Nizza
e la Savoia alla Francia e accettò l'occupazione
di parte del Piemonte da parte di alcune guarnigioni
francesi.
Successivamente, in seguito alla proclamazione
della Repubblica Ligure (31 febbraio 1797) direttamente
dipendente dalla Francia, Triora entrò a far
parte del nuovo distretto dell'Argentina, comprendente
13444 abitanti, con Taggia per capoluogo. Il 20 maggio,
per sottolineare la rottura con il vecchio regime, anche
a Triora vennero discalpellati gli stemmi gentilizi
dei portali del paese e delle tombe nelle chiese. Nella
piazza della Collegiata venne piantato l'albero della
Libertà, cerimonia che si sarebbe ripetuta anche
negli anni successivi, e si fecero feste pubbliche a
cui parteciparono moltissimi abitanti al canto della
"Carmagnola". Il 1° agosto il Governo
provvisorio ligure emanò quindi la nuova costituzione
democratica della Repubblica. Pochi giorni dopo, il
6 agosto, il popolo triorese, convocato nella chiesa
parrocchiale, deliberò la soppressione dell'aumento
sulla gabella degli erbaggi.
Il 14 settembre, con un decreto del governo
provvisorio di Triora, venne stabilito di destinare
una parte dei proventi dell'eredità lasciata
al comune dal canonico triorese Giovanni M. Prevosto
a favore dell'istruzione pubblica, mentre un'altra quota
sarebbe stata utilizzata per costruire a Triora un ospedale
per i poveri e realizzare un collegamento stradale con
Briga. Nell'ambito poi della generale offensiva contro
i membri del clero e i loro beni immobili, la municipalità
triorese costrinse nello stesso 1797 i frati agostiniani
a lasciare il loro convento e la chiesa di Sant'Agostino,
edificata nel 1625, incamerandone i beni che ammontavano
ad oltre centomila lire. Il 1797 venne anche funestato
da una grave tragedia, che si consumò sulle alture
della vicina Verdeggia, dove sedici persone morirono
sepolte sotto una valanga di neve staccatasi dalle pendici
del monte Saccarello.
Il 26 febbraio 1798 venne effettuato
un censimento generale della popolazione del comune
di Triora, che risultò ammontante a 9133 unità,
di cui 2615 nel capoluogo, 1779 a Badalucco e 1155 a
Castelfranco. Il 9 giugno la Liguria occidentale venne
invasa dalle truppe piemontesi comandate dal conte Desgeney.
A Triora si apprestarono le prime misure difensive con
la trasformazione dell'oratorio di San Giovanni Battista
in un luogo di concentramento delle truppe. Venne anche
costituito un Comitato militare, presieduto dall'avvocato
Luca Maria Capponi e dal cittadino Carabalone, che coordinò
le operazioni militari dei volontari trioresi che si
erano uniti ai soldati regolari dell'esercito genovese.
Dopo poco tempo però Triora e il resto della
Liguria occidentale dovettero capitolare e furono occupate
dall'esercito piemontese.
Nel 1802 Triora fu incorporata nella
Repubblica italiana, mentre due anni dopo passò
sotto il Regno d'Italia. Nel 1802 si tenne anche un
censimento della popolazione residente a Triora, da
cui risultò che il comune era abitato da 5828
persone con un decremento dovuto alle numerose epidemie
e carestie che avevano interessato la popolazione ligure
alla fine del XVIII secolo. L'11 febbraio 1803, con
decreto della Repubblica Ligure, vennero abrogati gli
Statuti comunali trioresi insieme a quelli di tutti
gli altri comuni della Liguria, anche se tali speciali
leggi comunali rimasero formalmente in vigore a Triora
ancora per qualche anno, almeno fino al 1819.
Pochi mesi dopo, il 2 giugno 1803, il
governo della Repubblica Ligure emanò una legge
in virtù della quale Triora veniva eretta a capoluogo
dell'ottavo cantone della sesta giurisdizione, una delle
sei divisioni amministrative in cui fu ripartito il
territorio ligure, con residenza della municipalità
e del giudice cantonale di prima classe. Il 2 dicembre
1804 il Senato di Genova supplicò l'imperatore
Napoleone Bonaparte di annettere la Liguria all'Impero
francese. La richiesta venne accolta ufficialmente il
5 maggio 1805. Con decreto infine del 17 pratile dell'anno
XIII (5 giugno 1805), la Liguria venne riunita alla
Francia e divisa in dipartimenti. Triora entrò
a far parte dell'85° dipartimento delle Alpi Marittime,
che aveva come capoluogo Nizza, in qualità di
comune del secondo circondario di Sanremo.
Nel 1806, in ottemperanza a quanto disposto
dal governo napoleonico a Saint-Cloud il 2 giugno 1804
sull'obbligo di seppellire i morti nei cimiteri anziché
nei sotterranei delle chiese, anche a Triora si iniziò
a seppellire i morti fuori dalle chiese e precisamente
in un tratto di terreno, detto Trunchettu, adiacente
all'antica chiesa parrocchiale di San Pietro. Tale zona
era stata riservata fino al XIV secolo a luogo per le
esecuzioni capitali, ossia le impiccagioni, che vennero
poi trasferite nel Fortino, detto negli Statuti anche
"carmo furcarum", cioè sommità
delle forche. Prima del cimitero del Trunchettu, i defunti
trioresi venivano sepolti nei sotterranei della chiesa
della Collegiata, di San Francesco e di San Pietro.
Il 25 marzo 1810 un decreto imperiale del governo napoleonico
conferì a Triora il titolo di "Ville"
(Città) come riconoscimento della particolare
importanza politica e economica che il paese ligure
aveva raggiunto sotto la dominazione francese.
Dopo l'abdicazione di Napoleone nell'aprile
1814 e il generale sfaldamento del suo vasto impero,
a Genova venne ricostituita la Repubblica Ligure. Nel
mese di maggio il sindaco di Triora, allora detto alla
francese maire, Luca Capponi si recò a Genova,
insieme ad una delegazione di altri sindaci della Riviera
di Ponente, per esprimere al governatore inglese Lord
Bentinck le sue felicitazioni per la restaurazione della
Repubblica Ligure. La Repubblica era però destinata
a breve vita in quanto i plenipotenziari europei riuniti
a Vienna in congresso stabilirono che la Liguria, corrispondente
al Ducato di Genova, sarebbe passata sotto la sovranità
del Regno di Sardegna.
L'annessione del Ducato di Genova
al Regno sardo venne ratificata con un trattato approvato
a Vienna il 9 giugno 1815. Nello stesso anno il territorio
del Regno di Sardegna fu diviso in province: Triora
con tutto la zona compresa tra il fiume Varo e Oneglia
sulla costa e fino a Tenda nell'entroterra venne inclusa
nella provincia di Nizza, a cui sarebbe rimasta legata
amministrativamente fino al 1860, mentre, per le riscossioni
tributarie, venne messa alle dipendenze di Savona, capoluogo
del dipartimento finanziario, a decorrere dal 18 aprile
del 1815.
DAL 1815 AI GIORNI NOSTRI
Dal giugno 1815 Triora, annessa
con il resto della Liguria al Regno di Sardegna, divenne
un comune dipendente dalla sottoprefettura di Sanremo.
L'economia del paese, ancora quasi totalmente di natura
agricola, risultava allora completamente autosufficiente
con i suoi ulivi, i vigneti, le fasce di grano-segala
e orzo, gli orti accanto alle sorgenti, i frutteti,
i castagneti e i pascoli, che fornivano in abbondanza
latte e formaggio. Nonostante tutto i ricchi boschi
della zona erano soggetti frequentemente al rischio
di vasti incendi, come quello avvenuto nel marzo 1819
nei pressi di Aigovo, dove ben 300 alberi di castagno
erano andati distrutti con un danno al patrimonio boschivo
calcolato in 2000 lire circa.
Qualche anno dopo, e precisamente nel
1831, nell'ambito del piano generale di riassetto delle
parrocchie delle diocesi liguri, la parrocchia di Triora,
insieme ad altre 24 parrocchie della diocesi di Albenga,
venne assegnata alla diocesi di Ventimiglia. Nell'agosto
del 1835 una terribile epidemia di colera, che aveva
già causato molti morti in tutta la Liguria e
in particolare a Genova, investì anche Triora,
dove si ebbero numerose vittime.
Nel 1837 vennero ultimati i lavori di
ristrutturazione della chiesa parrocchiale della Collegiata
con la trasformazione della facciata romanica in una
neoclassica, conservante però ancora il portale
gotico risalente al XII secolo. Dieci anni dopo iniziarono
in Piemonte e in altre regioni italiane i prodromi delle
rivoluzioni che avrebbero caratterizzato il 1848 in
Italia e in Europa. Due ufficiali di fanteria di Triora,
i fratelli Giovanni Battista e Luca Dho, presero parte
nell'esercito piemontese alle campagne militari della
prima guerra d'indipendenza nel 1848-49.
Nel corso del primo anno di guerra, furono
portati a Triora alcuni prigionieri di guerra austriaci,
che morirono e furono sepolti nel piccolo borgo ligure,
come risulta dagli archivi parrocchiali e del comune.
Nel 1850 le suore Figlie di Maria Santissima dell'Orto,
guidate dalla fondatrice Caterina Podestà, giunsero
a Triora e vi fondarono una casa all'interno del palazzo
del vecchio ospedale, di cui assunsero la direzione
alle dipendenze della Congregazione di Carità.
L'ospedale triorese era già in
funzione in questo edificio da qualche secolo, dopo
aver lasciato i ristretti locali di quello di San Lazzaro,
poi incorporati nella nuova struttura, all'altezza del
piano sottostante a quello dove fu sistemato il municipio
in seguito al terremoto del 1887. Nel 1854-58 il maggiore
Giovanni Battista Dho, che, come si è ricordato
aveva già combattuto nella prima guerra d'indipendenza,
prese parte alla guerra di Crimea alla guida di un battaglione;
nel corso di questa guerra morirono anche diversi giovani
soldati trioresi.
Nel 1856 la popolazione triorese venne
duramente flagellata da una terribile epidemia di colera
asiatico, il cui tragico passaggio è ricordato
da una grande croce di legno piantata al Poggio delle
Pie. Tre anni dopo diversi militari trioresi parteciparono
alle battaglie della seconda guerra d'indipendenza:
uno di essi cadde nella battaglia di Palestro (30-31
marzo), nel corso della quale il tenente colonnello
Luca Dho, reduce della prima guerra d'indipendenza,
si meritò per il suo eroismo la croce dell'Ordine
militare di Savoia, mentre altri sette soldati trioresi
perirono nella battaglia di San Martino della Battaglia
(24 giugno).
Nel marzo 1860, in seguito alla cessione
di Nizza e di parte della sua provincia alla Francia,
Triora entrò a far parte della nuova provincia
di Porto Maurizio, costituita da quella parte dell'ex
provincia di Nizza non ceduta alla Francia, che andava
da Cervo a Ventimiglia con il relativo entroterra. Il
17 marzo 1861 avvenne la proclamazione del Regno d'Italia,
nel cui territorio venne ovviamente inserita anche Triora
con il resto della Liguria.
Nello stesso anno il parroco Francesco
Garibaldi fondò la Compagnia dei giovani Luigini,
che avevano appunto per patrono San Luigi Gonzaga. Nel
1864 venne posta la prima pietra del nuovo ospedale
civico, poi definitivamente completato nel 1867. Nel
1865, abbandonato il vecchio cimitero attiguo alla chiesa
dei Santi Pietro e Marziano in piazza d'Armi, si cominciò
a seppellire i morti nell'antica fortezza della Repubblica
di Genova, detta il Fortino, che nel Medio Evo era stata
utilizzata come luogo adibito alle esecuzioni capitali
e successivamente posto di guardia e dogana con il Piemonte
fino al 1815.
Nel 1868 venne inaugurato il nuovo ospedale
civico, terminato l'anno precedente e costruito con
la pietra ricavata dalle cave locali. Intorno al 1870
Triora venne colpita da un altro flagello: il vaiolo
nero, che mietè molte vittime soprattutto tra
i neonati e le puerpere. Nello stesso anno il parroco
Francesco Garibaldi istituì la Compagnia delle
Figlie di Maria, che venne associata alla Prima Primaria
di Sant'Agnese fuori le Mura di Roma.
Nel 1871 iniziarono i lavori di costruzione
della strada carrozzabile che, attraversando la valle
Argentina, porta da Taggia a Triora. Quattro anni dopo
cominciarono delle trattative in vista della prosecuzione
della strada provinciale Triora-Briga Marittima, poi
continuate fino al momento dell'annessione di Briga
alla Francia nel 1947. Nel 1878 venne demolita la vecchia
chiesa altomedievale dei Santi Pietro e Marziano per
far posto ad una piazza d'armi. Nello stesso anno Triora
venne scelta dal ministero della Guerra come sede di
una compagnia di alpini, che vi si stanziarono a partire
dal 1879. I padri francescani dovettero quindi abbandonare
il loro convento di San Francesco, che venne adibito
a caserma, detta appunto di San Francesco, e poi, dal
1933, Umberto I, e dal 1934, Saccarello. Successivamente
intervenne anche un'ordinanza del ministro Taiani, che
obbligò le autorità competenti a estromettere
dai conventi soppressi i religiosi e le suore che vi
si erano reinstallati.
Nel 1879 l'ingegner Pisani presentò
un progetto che prevedeva il passaggio della nuova ferrovia
dal borgo di Loreto, dove sarebbe sorta la stazione
ferroviaria di Triora, e l'opposta località di
Màuta. Nello stesso anno il progetto dell'ingegner
Pisani venne inserito nel disegno di legge sul nuovo
tratto ferroviario Cuneo-Ventimiglia, il cui tronco
Vievola-Ventimiglia avrebbe dovuto necessariamente attraversare
l'alta valle Argentina mediante una galleria di entrata
sotto il monte Collardente ed un'altra di uscita sotto
il colle di Langan per entrare in val Nervia e quindi
giungere a Ventimiglia.
A questo punto intervenne però
il presidente della Camera dei deputati, il ventimigliese
Giuseppe Biancheri, che, con l'appoggio del presidente
del Consiglio Agostino Depretis, a cui Ventimiglia avrebbe
poi conferito la cittadinanza onoraria, presentò
una relazione che appoggiava un altro progetto, realizzato
dall'ingegner Wautheleret e approvato definitivamente,
che prevedeva il passaggio della ferrovia in territorio
francese ed escludeva quindi dal percorso la zona di
Triora.
Il 4 ottobre 1879 un fortissimo ciclone,
che venne soprannominato il "diluvio" e attribuito
a punizione divina per la cacciata dei frati francescani
l'anno precedente, devastò il paese scoperchiando
metà dei tetti dell'abitato e facendo franare
alcuni terreni coltivati nelle regioni Santa Caterina,
Curugalla e Cerèixe ad est di monte Trono, che
in seguito dovettero essere abbandonati. Intorno al
1880 venne costruito il tratto di strada, poi chiamato
via De Sonnaz, che dalla chiesa della Madonna delle
Grazie immette nel paese formando nel suo tratto finale
alla passeggiata detta delle Spianate, poi alberata
nel 1895. Il terribile terremoto che investì
la Liguria occidentale nel 1887 interessò anche
Triora, dove molti edifici vennero seriamente danneggiati,
senza tuttavia provocare vittime. Nel 1890 il parroco
Giuseppe Giauni fondò un orfanotrofio ed un piccolo
seminario per chierici, che ebbero però entrambi
breve vita.
Nello stesso anno il governo affidò
in concessione al comune il nuovo palazzo costruito
nei due anni precedenti dall'impresa Vigo-Giordano lungo
le Spianate per sistemarvi la nuova sede municipale
in luogo di quella vecchia distrutta dal terremoto del
1887. Per evitare però che l'edificio venisse
ipotecato dai creditori, gli amministratori comunali
di Triora cedettero il palazzo nel 1892 alla Congregazione
di Carità. Questa lo affittò quindi al
governo per uso caserma, finché, nel 1905, non
lo vendette alla signora Maria Capponi che lo convertì
in albergo, che prese il nome di Hotel Triora; in seguito
l'edificio passò, sempre come albergo, sotto
la direzione di Giovanni Battista Oddo, e, dopo il fallimento
di quest'ultimo, venne nuovamente acquistato dal governo
che nel 1937 lo adattò a caserma, detta Cima
di Marta, per ospitarvi un reggimento della Guardia
alla Frontiera.
Quasi completamente distrutto nell'incendio
del luglio 1944, il palazzo fu ricostruito su iniziativa
del governo nel 1949-51 e restituito al comune, che
vi insediò la nuova sede delle scuole elementari.
Una grave tragedia della montagna avvenne il 14 dicembre
1890: un ufficiale e quattro soldati del 1° reggimento
alpini, di stanza a Triora, vennero travolti e uccisi
da una valanga di neve presso la cima del monte Saccarello,
a 2200 metri d'altitidune, nel corso di un'ardita escursione.
Nel 1892 il comune di Triora, dopo aver
perso una lunga e dispendiosa causa con la ditta Rossat,
costruttrice della strada Taggia-Triora, fu costretto
a cedere alle stessa ditta Rossat i quattro boschi di
Ceppo, Tenarda, Gerbònte o Sansùn e Foresto,
che costituivano una delle principali ricchezze del
paese. Nello stesso periodo si iniziarono a costruire
i primi baraccamenti militari sulla sommità del
monte Marta, a 2140 metri di altezza, sostituiti in
seguito da costruzioni in muratura per l'alloggio invernale
di alpini prima e di carabinieri poi. Negli anni immediatamente
precedenti alla guerra scoppiata nel 1940 vennero edificate
sulla stessa cima altre costruzioni scavate all'interno
della montagna, che poi passarono alla Francia in virtù
del trattato di pace del febbraio 1947.
Nel 1893 il ministero della Guerra, su
proposta del comandante del corpo d'armata di Genova
generale Giuseppe De Sonnaz, fece iniziare la costruzione
della strada militare Rezzo-Pigna attraversante la valle
di Triora dal colle del Pizzo al passo di Langan, monte
Marta, monte Collardente e monte Saccarello; la strada
venne poi ingrandita e rafforzata nel 1930-35 ed aumentata
di due diramazioni (Ceppo e prati dell'Arpiglia) nel
1939-40. Nello stesso anno vennero rimosse le macerie
del palazzo distrutto dal terremoto del 1887, che ospitava
nei suoi tre piani il municipio, la casa parrocchiale
e le scuole, e nei sotterranei le carceri, chiudendo
il vicoletto che lo fiancheggiava e aprendo un passaggio
più ampio ed a cordonata, che dalla piazza immette
sotto il Masaghìn. Una ventina d'anni dopo venne
anche abbassato il piano stradale dello stesso Masaghìn.
Nel 1896 alcuni soldati trioresi, reduci
della campagna d'Eritrea, fecero costruire una sacra
edicoletta votiva dedicata a San Giovanni Battista,
compatrono di Triora, lungo la passeggiata delle Spianate.
L'edicola venne poi ridotta a umili proporzioni nel
1905 e incorporata nel muro della rampa di accesso alla
piazza d'Armi. Durante questi ultimi lavori, vennero
alla luce le fondamenta della chiesa altomedievale dei
Santi Pietro e Marziano. Alla fine di ottobre dello
stesso anno, i soldati del 1° reggimento alpini,
per festeggiare e ricordare il matrimonio tra il principe
ereditario Vittorio Emanuele e la principessa Elena
di Montenegro, celebrato il giorno 24, trasformarono
il terreno non coltivato compreso nell'ansa della strada
provinciale sulla passeggiata delle Spianate in un piazzale,
che gli alpini vollero battezzare "Piazza Principessa
Elena" e dove, nel primo dopoguerra, verrà
collocato il monumento ai caduti trioresi della prima
guerra mondiale.
Due anni dopo furono eseguiti dei lavori
di rifacimento dei canali di muratura cementata, conducenti
l'acqua potabile a Triora dalla regione Curugalla, che
vennero sostituiti con tubi di grès. Nel 1928
il volume dell'acqua sarebbe stato ancora aumentato
con l'innesto dell'acqua proveniente da due sorgenti
della regione Gorda e della regione Lercaria.
Nel 1898 inoltre l'amministrazione comunale,
per far conoscere ai più la pregiata qualità
di marmo nero che si trovava nel bosco del Foresto presso
Loreto, fece eseguire su una lastra di questo marmo
lo stemma del comune di Triora e lo inviò all'Esposizione
internazionale di Torino per mostrarlo al grande pubblico
che affollava quella importante manifestazione fieristica.
Al termine della fiera, lo stemma fece ritorno a Triora
e venne murato sull'ingresso del municipio.
Nel settembre del 1900 si tenne il sinodo
diocesano di Ventimiglia che dichiarò chiese
succursali della parrocchia di Triora quelle di Creppo
(poi eretta a parrocchia nel 1942), Cetta e Perallo
(divenute parrocchie intorno al 1940), Verdeggia (parrocchia
nel 1948), Aigovo (divenuta anch'essa parrocchia in
seguito) e Gavàno. Nel 1901 morì a Triora,
dove si era recato per presenziare all'inaugurazione
del monumento al Redentore innalzato sulla cima del
monte Saccarello, l'arcivescovo di Genova monsignor
Tommaso Reggio, già vescovo di Ventimiglia e
fondatore delle Suore di Santa Marta. Nello stesso anno
giunse a Triora la signorina cagliaritana Luigia Margherita
Brassetti, che svolse un'intensa attività di
apostolato religioso e sociale per la gioventù
femminile locale fondando diverse congregazioni femminili
tra cui la compagnia delle figlie di Maria.
L'8 settembre 1902 avvenne l'inaugurazione
ufficiale del monumento al Redentore, una statua di
ghisa dorata alta 6 metri e rappresentante il Sacro
Cuore di Gesù, sulla cima del monte Saccarello.
Il 27 dicembre 1903 venne emanato un decreto ministeriale
con cui venne definitivamente smembrata l'antica podesteria
di Triora, dalla quale vennero staccate diverse frazioni
che andarono a costituire il nuovo comune di Molini
di Triora. Nello stesso anno, in seguito ad un accordo
intercorso tra il comune di Triora e il parroco del
paese Giovanni Battista Bottini, venne istituita la
festa religiosa e comunale annuale detta di Loreto,
da tenersi la prima domenica di settembre.
Nel 1906 venne inaugurato dopo due anni
di lavori il tronco di strada carrozzabile Molini-Triora,
che non era stato completato trent'anni prima a causa
di liti tra il comune e le ditte impegnate nella costruzione
della strada. In seguito venne anche progettato di costruire
una strada che collegasse Triora con Briga, ma il progetto,
dopo alterne vicende, non venne realizzato per mancanza
di fondi e per contrasti tra le varie autorità,
comunali, provinciali e statali, preposte alla sua costruzione,
fino a quando non cadde definitivamente con la cessione
di Briga alla Francia nel 1947. Nel 1910 la signorina
Brassetti fondò la pia associazione dei Santi
Tabernacoli, detta anche delle Sacramentine, che accoglieva
le donne rimaste nubili. Sempre intorno al 1910 l'impresa
Fratelli Lantrua sostituì le vetture a cavalli
con autocorriere per il servizio postale e il trasporto
dei passeggeri nella tratta da Taggia a Triora. Nel
corso della successiva guerra di Libia del 1911-12 diversi
soldati e ufficiali di Triora vennero decorati di medaglie
al valor militare.
Nel 1915, in seguito ad una istanza del
comune basata su due pubblicazioni appositamente redatte
all'uopo: Triora stazione climatica di Giovanni Gandolfo,
medico condotto del paese, e Guida ed album di Triora
di padre Francesco Ferraironi, Triora venne ufficialmente
dichiarata "luogo climatico di soggiorno estivo".
Nello stesso anno, su iniziativa del signor Giovanni
Battista Stella di Molini di Triora, venne costruita
una centrale elettrica sulla sponda sinistra del torrente
Argentina nei pressi di Loreto per l'illuminazione del
paese, e, dopo molti anni, anche delle frazioni di Creppo,
Bregalla e Cetta.
Dal maggio 1915 al novembre 1918 parecchi
militari di Triora parteciparono alle operazioni militari
della prima guerra mondiale sul fronte italo-austriaco.
Alla fine della guerra i soldati trioresi caduti in
guerra ammontavano a 54. Il 22 agosto 1920 venne inaugurato
a Triora, in piazza Principessa Elena, il monumento
ai caduti trioresi nella recente guerra mondiale, alla
presenza delle più alte autorità civili
e militari del comune e della provincia.
Nel marzo 1923 venne chiusa per decreto
ministeriale la pretura di Triora, che cessò
da tutte le sue funzioni al pari di molte altre preture
italiane che vennero chiuse nello stesso periodo. Nel
1926, ricorrendo il venticinquesimo anniversario delll'erezione
del monumento al Redentore, venne inaugurata una cappella-rifugio,
progettata dall'ingegner Capponi, sulla cima del monte
Saccarello. Due anni dopo, grazie al lavoro gratuito
di alcuni membri della compagnia della Buona Morte,
fu ingrandita ed appianata la via che porta alla chiesa
di Sant'Agostino, rimasta però incompleta nel
tratto finale per una quindicina di metri.
Nel 1929 venne inaugurata la nuova sede
della Biblioteca Ferraironi, che era ubicata originariamente
e per una decina d'anni in un locale del vicolo Ciappa.
Nel 1934 venne ritirata la compagnia di alpini di stanza
a Triora dal 1878, in quanto il paese non era più
considerato zona alpina. Gli alpini furono rimpiazzati
da una compagnia di fanteria, giunta a Triora il 15
settembre.
Nello stesso anno, durante l'esecuzione
di lavori nella caserma del monte Saccarello (già
convento francescano con chiesa annessa), venne alla
luce all'interno di un locale murato una grande quantità
di ossa umane. Il materiale rinvenuto, corrispondente
a nove carichi di mulo, cioè circa nove quintali,
venne quindi trasportato dai militari del presidio in
un apposito ossario del cimitero. Le ossa trovate nella
caserma del monte Saccarello provenivano dalle otto
tombe di famiglie nobili trioresi collocate all'interno
della chiesa di San Francesco e poi svuotate nel 1878
quando i frati francescani furono cacciati dal convento
e l'edificio religioso trasformato in una caserma per
stanziarvi la compagnia di alpini.
Tre anni dopo, nel 1937, la compagnia
di fanteria stanziatasi a Triora nel settembre 1934
venne sostituita da reparti della Guardia alla Frontiera
(GAF), che occuparono la caserma Cima Marta, la fortezza
di Marta, e le casermette di colle Belenda e costa Melosa.
Nel 1938, con il contributo del governo e degli abitanti
del luogo, venne restaurata l'antica chiesa campestre
di San Bernardino, situata in una radura posta nelle
immediate vicinanze del paese.
Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò
guerra alla Francia e Triora, che si trovava nelle immediate
vicinanze del fronte, dovette essere evacuata. Tutti
gli abitanti, compresi anche i malati, lasciarono il
paese il giorno 13 e furono trasportati via ferrovia
in alcune località del Piemonte e della Lombardia,
dove rimasero fino al 30 giugno. Nello stesso mese di
giugno il governo diede disposizioni per l'inizio dei
lavori di costruzione di una grande caserma in regione
Ciantà, nei pressi di piazza d'Armi. L'anno successivo
il ministero della Guerra fece invece costruire in località
Maddalena dall'impresa Visetti di Genova un grande serbatoio
d'acqua per il rifornimento idrico del cosiddetto "casermone";
l'acqua vi venne condottata da due sorgenti della regione
Gorda Sottana.
Nell'aprile del 1943 venne inaugurata
la grande caserma (a quattro piani), ribattezzata dai
trioresi il "casermone", intitolata al tenente
colonnello Giuseppe Tamagni e destinata ad ospitare
una compagnia della milizia confinaria, la GAF.
La caduta del fascismo, avvenuta il 25
luglio 1943, non ebbe particolare risonanza fra i trioresi,
che rimasero quasi indifferenti di fronte al crollo
del regime; maggiore eco destò invece la notizia
dell'annuncio dell'armistizio con gli angloamericani
il successivo 8 settembre. Durante quella stessa notte
i reparti della GAF di stanza a Triora abbandonarono
in fretta e furia tutte le caserme della zona e lasciarono
il paese vestiti con abiti civili forniti dagli abitanti.
Il 9 e 10 settembre i trioresi, approfittando
della fuga dei soldati della GAF, saccheggiarono il
casermone portandosi via tutto quello che vi si trovava,
compresi gli infissi, l'impianto elettrico, le tubature,
le mattonelle e i marmi dei pavimenti. L'operazione
venne ripetuta il 13 ottobre, quando, con il consenso
delle autorità civili e militari del luogo, i
trioresi saccheggiarono anche le caserme "Saccarello"
e "Cima di Marta".
Il 22 ottobre giunse a Triora il tenente
tedesco Halber, che, accompagnato da due fascisti, si
rifornì di benzina e viveri. Nello stesso periodo
soldati tedeschi collocarono delle mine lungo la strada
di valle Argentina e nei ponti che ne attraversavano
il torrente. Il giorno seguente il capitano maggiore
tedesco Edgard fece arrestare l'ex capitano della Compagnia
della GAF di stanza a Triora Eugenio Danovaro, e il
podestà del paese Carlo Pesce, che venne però
rilasciato. Danovaro fu invece condotto a Bordighera
e sottoposto a stringente interrogatorio per sapere
se sulle montagne trioresi vi fossero bande di partigiani
e disertori.
Il capitano Edgard fece quindi perlustrare
a dorso di muli e cavalli le montagne vicine a Triora
alla ricerca di eventuali sbandati e disertori, e pare
anche del genero del generale Badoglio, che si diceva
potesse trovarsi in quelle zone, senza tuttavia pervenire
ad alcun risultato positivo.
Come in altri paesi della valle Argentina,
anche a Triora e nei suoi dintorni iniziarono ad operare
dalla fine del 1943 delle bande di partigiani, che si
diedero alla macchia nelle montagne prospicienti il
paese. Il 25 marzo 1944 alcuni partigiani, che già
da qualche mese si trovavano sulle alture nei pressi
di Triora, scesero in paese e operarono il disarmo dei
carabinieri di stanza a Triora saccheggiandone la caserma.
Nell'aprile successivo altri partigiani iniziarono a
prelevare viveri e generi di prima necessità
nei negozi di Triora, Cetta, Creppo e Verdeggia. I partigiani,
di solito, scendevano nei paesi durante le ore notturne
e si recavano dai bottegai e dal podestà portandosi
via la farina e i medicinali appena giunti alla popolazione.
Nello stesso lasso di tempo individui
armati si presentarono dal podestà Pesce per
avere le chiavi del palazzo comunale, ma, di fronte
al rifiuto del podestà, si allontanarono lasciando
le chiavi del Comune nella porta del palazzo municipale
senza che questa venisse manomessa. Verso la fine di
maggio, altri gruppi di partigiani si stanziarono sulle
montagne trioresi, provocando la decisione delle autorità
provinciali di non fornire più di viveri la popolazione
di Triora. I principali responsabili delle formazioni
partigiane che operavano a Triora, facenti capo alla
2ª Divisione garibaldina "Felice Cascione",
erano Nino Siccardi di Imperia, detto Curto, Armando
Izzo di Afragola (Napoli), detto Fragola, e Vittorio
Guglielmo di Loreto, detto Vittò, che assunse
la direzione operativa della Divisione partigiana operante
nel territorio triorese.
Il 4 giugno i partigiani fecero saltare
il presidio tedesco di Andagna, impossessandosi del
materiale che vi si trovava e mettendo in fuga i cinque
soldati tedeschi a guardia della baracca. Tre giorni
dopo circa trecento partigiani scesero a Triora e occuparono
il paese. Il podestà acconsentì alle loro
richieste e mise in salvo alcuni impiegati del Comune
che i partigiani sospettavano fossero delle spie fasciste.
Il 10 giugno alcuni partigiani del gruppo di Triora
distrussero la baracca che i tedeschi avevano costruito
sulla strada militare della regione Stornina liberando
così la strada Triora-Langan.
Il 20 giugno i tedeschi decisero di puntare
su Triora con tre camion armati provenienti dalla bassa
valle Argentina per compiere una rappresaglia contro
le forze partigiane, che si erano già rese responsabili
di parecchie azioni di disturbo contro le truppe tedesche.
Nei pressi di Carpenosa però la colonna tedesca
venne attaccata da un gruppo di partigiani, che ingaggiarono
una lotta durissima con i tedeschi utilizzando anche
dei mortai. Alla fine della battaglia si lamentarono
due morti, uno per parte, e diversi feriti, che furono
ricoverati nell'ospedale di Triora.
Dal 26 al 29 giugno alcuni trioresi,
armati di moschetto, per prevenire possibili attacchi
tedeschi, si misero a presidiare alcune delle principali
vie di accesso al paese, mentre la tensione nel paese
aumentava sempre di più e i contadini, per precauzione,
sospendevano i lavori campestri. Il 30 giugno i partigiani
piazzarono dei cannoni sulla piazza Elena e iniziarono
a sparare contro il distaccamento tedesco stanziato
a monte Ceppo. Due giorni dopo altri cannoni, trasportati
a Langan dai partigiani, cominciarono a fare fuoco contro
le postazioni tedesche di monte Ceppo.
Il 3 luglio si sparse nel paese la notizia
che i tedeschi si stavano preparando per compiere un
rastrellamento in grande stile. I partigiani decisero
allora di sgomberare Triora per non compromettere la
popolazione e si ritirarono portandosi via i feriti
e due medici. Nella stessa mattinata iniziarono a convergere
su Triora le prime colonne di automezzi tedeschi, inducendo
la popolazione triorese, terrorizzata per l'arrivo dei
tedeschi, ad evacuare il paese e a mettersi al riparo
nelle campagne. Sul campanile il parroco di Triora don
Barla, d'accordo con il podestà, fece issare
un grande drappo bianco, visibile dall'opposto versante,
per scongiurare il bombardamento del paese.
Verso le cinque del pomeriggio una colonna
di quattrocento tedeschi, provenienti da Pigna, giunsero
a Triora, mentre altri seicento perlustrarono Andagna
e Molini, dove uccisero il partigiano triorese Pietro
Bronda. Ad Andagna furono anche uccisi sei uomini presi
a caso e scambiati per partigiani. Nella stessa giornata
i tedeschi rastrellarono tredici persone nei pressi
di Carpenosa, che non avevano avuto alcuna parte nell'attacco
alla colonna tedesca, le portarono a Molini e le rinchiusero
in un casa guardata a vista da alcune sentinelle armate.
Il giorno dopo i tedeschi appiccarono
il fuoco alla casa bruciando vivi tutti coloro che vi
si trovavano. Intanto i tedeschi giunti a Triora furono
accolti dalla popolazione che offrì loro vino
e frutta. I soldati presero quindi alloggio nelle caserme
del paese e in abitazioni private. La sera il podestà
Pesce diede un ricevimento a cui parteciparono alcuni
ufficiali tedeschi. Alle prime ore del mattino del 4
luglio il comune provvide di carne, riso e vino le truppe
tedesche occupanti il paese. Nel pomeriggio alcune pattuglie
tedesche lasciarono Triora e si diressero verso Gorda,
Verdeggia, Gerbonte e Realdo, dove bruciarono diverse
case e spararono dei colpi di mortaio verso i partigiani.
Alle 16 dello stesso giorno il podestà
Pesce venne condotto a Molini per essere interrogato
dal comando tedesco, che lo avvertì che, dato
il contegno della popolazione, il paese sarebbe stato
risparmiato, ma non le tre carserme che sarebbero state
danneggiate e rese inabitabili, come infatti avvenne
il giorno seguente alle sei di mattina. Dopo la parziale
distruzione delle tre caserme trioresi e di una delle
due palazzine per ufficiali e sottufficiali, la popolazione,
avvertita dal podestà che il paese non sarebbe
stato incendiato, rientrarono sul far della sera a Triora
dalle campagne circostanti. Verso le 12 del 5 luglio
però tre grossi camion di truppe tedesche, di
cui uno carico di materiale esplosivo, giunsero a Triora.
Un maresciallo che comandava la spedizione
fece chiamare il podestà e gli disse di avvertire
la popolazione di lasciare l'abitato perché tra
due ore il paese sarebbe stato incendiato. Il podestà
protestò vibratamente per la decisione di incendiare
il paese che andava contro quanto stabilito in precedenza,
ma le sue proteste caddero nel vuoto. Due messi comunali
avvertirono in tutta fretta la popolazione dell'imminente
pericolo invitandola ad evacuare immediatamente il paese.
Nello spazio di un'ora e mezza oltre la metà
degli abitanti riuscì a trasportare nelle vicine
fasce tutta la roba che era possibile portare via, comprese
le bestie e gli animali domestici, quali capre, conigli
e galline.
Non tutte le famiglie furono però
avvertite in tempo e molte non riuscirono quindi a mettere
in salvo i loro averi. Un'ora dopo l'avviso del comando
tedesco il paese era quasi completamente evacuato. I
tedeschi si diedero allora ad un vandalico saccheggio
dei negozi, degli uffici del comune e delle abitazioni
private, asportando tutto ciò che li interessasse
e scardinando le porte delle case.
Alle 14 i tedeschi iniziarono a pennellare
con liquidi neri incendiari le porte delle abitazioni
e a porre cassette di tritolo all'ingresso e alle fondamenta
degli edifici principali. Le squadre tedesche impegnate
nell'opera di distruzione del paese furono tre: la prima
si diresse verso via Cima, la seconda verso il quartiere
Poggio e la terza imboccò la via Dietro la Stretta.
Nel quartiere Poggio, dove non fu utilizzato il tritolo,
vennero incendiate cinque case. La squadra, operante
nella zona di via Cima, fece invece ampio uso di tritolo
e bombe incendiarie. Tutte le case collocate in vicolo
Rizetto, posto fra via Cima e regione Ciappe, furono
letteralmente rase al suolo.
Dopo la distruzione del Rizetto i tedeschi
fecero saltare in aria la palazzina detta della "Scia
Marì", cioè Signora Maria, ricca
di pregevoli opere d'arte. Fu poi la volta del palazzo
dell'ingegner Antonio Capponi, anch'esso contenente
numerose opere d'arte. Venne anche distrutta l'attigua
caserma dei carabinieri, mentre la soprastante chiesa
di San Dalmazzo fu risparmiata. Furono poi fatti saltare
in aria o incendiati diversi edifici siti nella piazza
della Collegiata, tra cui il locale delle poste e telegrafi
e l'albergo dei Cacciatori attiguo all'oratorio di San
Giovanni Battista.
I tedeschi passarono quindi in via Roma,
dove distrussero parzialmente il palazzo Stella, in
cui si trovavano diversi importanti quadri. Furono poi
demolite le case site in via della Carriera e posta
una notevole quantità di tritolo presso Porta
Peirana, che distrusse radicalmente tutto il quartiere
circostante. In seguito i tedeschi rasero al suolo il
palazzo comunale, distruggendo così il ricco
archivio e le preziose suppellettili che vi si trovavano.
Venne anche parzialmente danneggiato l'edificio ospitante
l'ospedale civico. Al termine dell'immane devastazione,
dei sei quartieri di Triora, ne furono distrutti o danneggiati
tre: Poggio, Cima e Carriera, mentre gli altri tre,
Castello, Camurata e Sambughea, furono risparmiati.
Pare però che i tedeschi avrebbero
voluto distruggere anche il quartiere della Sambughea,
in quanto, dopo la loro partenza, gli abitanti, tornati
nel paese, trovarono 50 chilogrammi di tritolo presso
l'ingresso della casa Faraldi in via Cava, la cui esplosione
avrebbe senz'altro provocato la distruzione delle case
contigue che sarebbero franate su quelle della Sambughea
schiacciandole completamente.
Terminata l'opera di distruzione, i militari
tedeschi salirono su tre camion e lasciarono il paese.
Verso le 19 i primi trioresi rientrarono in paese e
iniziarono a spegnere gli ultimi focolai dell'immane
incendio, ma quando si sparse la voce che quattro tedeschi,
armati di mitra, si stavano dirigendo a Triora da Molini,
quelli che erano ritornati fuggirono di nuovo terrorizzati,
mentre l'enorme rogo continuava la devastazione delle
case. Solo la mattina del 6 luglio furono domati gli
ultimi focolai dell'incendio.
Il disastro aveva provocato la distruzione
totale o parziale di una settantina di case. Le famiglia
rimaste senza casa ammontavano a cinquantadue. In piazza
della Collegiata vennero distribuiti viveri alla popolazione
sinistrata, mentre, nella stessa giornata, il podestà
Pesce istituì tre commissioni: una, per lo sgombero
delle macerie, era presieduta da Antonio Asplanato;
l'altra per l'alloggio ai sinistrati da Giovanni Viale;
la terza, per la fornitura dei viveri, da Adolfo Faraldi.
Aiuti ai sinistrati giunsero anche da altre località
per un totale di trentamila lire tra denaro e indumenti.
Ma il disagio durò ancora diverso tempo, mancando
i generi essenziali come il sale e non funzionando nemmeno
il servizio postale, fino a quando giunsero viveri da
Pigna e da Rezzo. Gli uffici del comune furono sistemati
provvisoriamente nell'oratorio di San Giovanni Battista,
dove fu anche celebrata una messa la domenica successiva
l'incendio del paese. Per oltre due mesi, molti abitanti
continuarono a dormire ancora nelle campagne, dove era
rimasta anche la roba portata dal paese prima dell'incendio.
L'11 ottobre successivo reparti tedeschi
si stanziarono a Triora fermandovisi per circa 40 giorni.
Il giorno dopo i tedeschi cominciarono a requisire viveri,
vino, fieno, legna e grano. I civili furono obbligati
a trasportare le derrate alimentare con i loro muli
o, in mancanza di questi, anche di persona, e l'obbligo
venne esteso anche alle donne. Gli uomini dovevano anche
strigliare muli e cavalli, pulire le stalle e spaccare
la legna. Le persone che portavano del cibo ai loro
familiari nelle campagne erano poi obbligate a munirsi
di uno speciale permesso per evitare di essere sospettate
di aver portato alimenti ai partigiani.
Il 21 ottobre i tedeschi prelevarono
una ventina di uomini di Triora come ostaggi portandoli
a Dolceacqua ma rilasciandoli dopo due giorni. Nel mese
di ottobre soldati tedeschi fecero anche incursioni
a Creppo e Gerbonte, dove incendiarono diverse case
e asportarono capi di bestiame. Il 9 novembre, in occasione
dell'anniversario delle vittime naziste del putsch di
Monaco di Baviera del 1923, le truppe tedesche di stanza
a Triora, Molini e Andagna si riunirono a Triora presso
l'oratorio di San Giovanni Battista, dove commemorarono
i caduti del putsch con un pranzo e canti popolari.
Il 18 novembre i tedeschi lasciarono
Triora, mentre, nello stesso giorno, aerei alleati sganciavano
delle bombe presso il torrente Capriolo senza tuttavia
fare danni e vittime. Il 3 dicembre successivo tutti
gli uomini di Triora vennero condotti nella piazza della
Collegiata. I militi repubblichini dissero che avevano
bisogno di uomini per riparare la strada militare interrotta
dai partigiani. Di questi uomini ne furono presi una
ventina e portati a Pigna, dove una parte venne rilasciata,
mentre altri tredici furono trasferiti a Sanremo come
ostaggi, e poi rilasciati dopo sei giorni grazie all'intervento
del podestà di Triora.
Il 10 dicembre alcuni partigiani lanciarono
una bomba anticarro contro due automobili tedesche sulla
strada militare Molini-Rezzo facendo diverse vittime
tra i tedeschi. In seguito a questo grave episodio,
a Triora la gente ripiombò nella paura temendo
un'altra terribile rappresaglia. Due giorni dopo i fascisti
"Cacciatori degli Appennini" occuparono Triora
e la zona circostante ordinando la chiamata alle armi
ai giovani trioresi soggetti al servizio militare. Il
23 gennaio 1945 i fascisti effettuarono un primo rastrellamento
dei giovani inclusi nelle classi chiamate alle armi.
Il 14 febbraio i partigiani assalirono una colonna di
fascisti e tedeschi a Langan, uccidendo cinque fascisti
e ferendo gravemente un tedesco, mentre un altro tedesco,
salvatosi, raggiunse Briga, dove aveva sede il comando
tedesco, per avvertire i superiori dell'eccidio. A Triora
la popolazione tornò nel più totale sgomento
e temette seriamente una nuova rappresaglia tedesca.
Verso il 20 febbraio i "Cacciatori
degli Appennini" lasciarono Triora e furono riampiazzati
dai militi repubblicani, detti Bande Nere, facenti parte
della Guardia Nazionale Repubblicana. Il 28 febbraio
i tedeschi riuscirono ad impossessarsi di un cifrario
indicante i segnali da fare agli aerei alleati per avere
soccorsi. Fu quindi ordinato agli aerei alleati di sganciare
viveri e altro materiale sulla cima del monte Marta,
come infatti avvenne poco dopo. I tedeschi, nascostisi
con i loro muli nelle stalle e sotto gli alberi, si
impossessarono quindi dell'ingente materiale lanciato
dagli aerei alleati e lo fecero trasportare da uomini
e donne di Pigna e Briga nella vicina Briga. Parte di
questo materiale sarebbe poi stato consumato o distrutto
a Briga, e il restante trasportato a Ivrea. L'11 marzo
si verificò un altro rastrellamento di giovani
chiamati alle armi, mentre la zona Bregalla-Creppo-Gerbonte
veniva perquisita casa per casa. Verso la fine del mese
vari partigiani ed un civile di Gerbonte vennero uccisi
dai tedeschi. In totale i caduti nelle azioni partigiane
svoltesi a Triora e dintorni tra la fine del 1944 e
i primi mesi del '45 furono parecchi da entrambe le
parti.
Tra il 23 e il 24 aprile 1945 iniziò
la ritirata dei tedeschi, che, con carriaggi e cannoni,
scesero a valle tra i castagneti di Stornina. I mulattieri
trioresi furono obbligati a trasportare materiale tedesco
dai militi repubblichini. Durante la ritirata un soldato
repubblichino sparò un colpo di cannone che arrestò
momentaneamente la marcia della colonna tedesca, che,
però, dopo venti minuti, riprese il viaggio verso
valle.
Dopo la Liberazione, diversi partigiani
presero alloggio a Triora impiantando la loro sede in
un capannone lungo le Spianate, che era già stato
adibito a sala-convegno dei militari di truppa della
GAF. In questo capannone i partigiani tennero feste
e pranzi la sera e nei giorni festivi essendo stato
chiuso il cinema-sonoro per il suo scarso rendimento
in seguito alla partenza dei militari. Ai partigiani
si aggiunsero poi nell'estate del 1945 anche i trioresi
rientrati in paese dalla prigionia o dal servizio militare.
Finita la guerra, il governo fece costruire
nel 1946-47 due palazzine destinate ad accogliere i
sinistrati della rappresaglia tedesca del luglio 1944.
Il comune venne trasferito nell'ex Albergo Triora, dove
si trova attualmente. Il 10 febbraio 1947 venne firmato
a Parigi il trattto di pace tra l'Italia e la Francia,
che stabiliva la nuova linea confinaria tra i due paesi
lungo l'arco alpino.
Il comune di Triora perse le cime del
Saccarello, di Marta, di Grai, di Sanson e di Collardente,
che passarono alla Francia, mentre inglobò nel
suo territorio la frazione brigasca di Realdo, che venne
staccata dal resto del paese diventato francese. Realdo
aspirava però a diventare comune autonomo, ma
tale aspirazione non venne soddisfatta in quanto al
suo posto venne istituito il comune di Briga Alta, comprendente
i centri di Piaggia, Upega e Carnino. Realdo accettò
a malincuore questa soluzione e negli anni successivi
i rapporti con Triora furono alquanto tesi tanto che
venne anche istituito un comitato che si batteva per
la piena autonomia amministrativa della frazione triorese.
Nello stesso anno cominciò a funzionare presso
l'ospedale civico un ambulatorio per i degenti più
bisognosi.
Nel luglio 1948 la federazione di Imperia
della Democrazia Cristiana istituì a Triora la
colonia montana "O. Lorenzi", che venne sistemata
in un primo momento nei locali sottostanti all'ospedale
e successivamente trasferita all'interno del casermone.
Sempre nel 1948, dopo i due mandati di Giacomo Saldo
e di Giacomo Moraldo, venne eletto sindaco di Triora
Luigi Lantrua, che avrebbe retto ininterrottamente le
sorti del comune fino al 1980.
Nel 1950, alla presenza del prefetto
di Imperia, del vescovo di Ventimiglia e di altre autorità,
si celebrò il primo centenario della venuta a
Triora delle suore dell'Orto. Nella stessa occasione
venne anche inaugurato l'ospedale civico, restaurato
dopo i gravi danni subiti dall'edificio nel luglio 1944.
Nel 1950 iniziarono anche dei lavori
di ricostruzione delle case rovinate dai tedeschi a
cura della ditta Verna di Vinadio. Nello stesso anno
le province di Savona e Imperia impiantarono a Triora
un convalescenziario estivo per i degenti dimessi dagli
ospedali provinciali, che erano già assistiti
dalla mutua. Il convalescenziario venne quindi ubicato
nei locali del restaurato Asilo infantile. L'anno successivo,
con l'obiettivo di dare lavoro ai numerosi disoccupati
del luogo, il ministero dell'Agricoltura e foreste stabilì
un cantiere di lavoro a Triora per il rimboschimento
dello sperone orientale del paese, detto Dubbarìe,
e delle pendici orientali del monte Trono, la cui sommità
era già stata rimboschita nel 1935.
Il bosco in queste zone era stato sradicato
nei secoli passati per distruggere i lupi che infestavano
il paese. Nel 1952 venne eseguita l'asfaltatura della
strada provinciale fino all'abitato, compresa la passeggiata
delle Spianate. Nello stesso anno si conclusero, dopo
due anni, i lavori di ricostruzione dell'ex caserma
Cima di Marta, al cui interno furono collocate le scuole
elementari di Triora.
Nel 1954-55 venne costruita la strada
da Triora a Loreto a cura dell'impresa Siniscalchi di
Roma. La strada fu poi continuata fino a Creppo, arrivò
a Castel del Pino nel 1958 e raggiunse infine Verdeggia
e Realdo a metà degli anni Sessanta. Il completamento
del tratto di strada fino a Realdo avvenne nel 1970.
Nel 1959 iniziarono invece i lavori di costruzione della
diga di Tenarda a servizio dell'AAMAIE di Sanremo, che
furono terminati nel 1963.
Nello stesso anno venne costruito l'audace
ponte di Loreto, alto ben 120 metri, da parte dell'impresa
Rosario e Piero Siniscalchi di Roma. L'armatura tubolare
del ponte venne realizzata a cura dell'ingegner Rossello
di Milano, mentre il progetto dell'opera fu ideato dall'ingegner
Scalesse di Roma. Due anni dopo venne terminato il tratto
di strada che congiungeva Loreto a Cetta da parte delle
imprese Siniscalchi di Roma e Emanuele Damonte di Alassio.
Il 30 aprile 1963 morì a Roma l'illustre storico
triorese padre Francesco Ferraironi, nato a Triora il
3 marzo 1883, che aveva scritto numerose e significative
opere storiche sul suo paese natale.
Il 14 novembre 1963 giunse a Triora il
battaglione mobile dei carabinieri di Genova, composto
da 100 militari, che presero alloggio nella caserma
Tamagni. I carabinieri, ripartiti da Triora il 22 febbraio
1964, furono mandati nell'alta valle Argentina per sedare
i tumulti e gli atti vandalici degli abitanti di Badalucco
contrari alla costruzione della diga di Glori. Nel 1970
terminò la costruzione della strada da Triora
a Passo della Guardia, che collega il borgo della valle
Argentina con la strada di Garezzo e che avrebbe dovuto
essere sistemata per raggiungere la frazione triorese
di Monesi.
Tra il 1966 e il 1972 la frazione di
Monesi visse il periodo più florido con la costruzione
di tre sciovie, una seggiovia, una pista di pattinaggio,
una piscina, varie strutture alberghiere, condomini,
ecc. La stazione sciistica venne invasa da un gran numero
di turisti. In seguito però Monesi perse la sua
vitalità turistica, sia per la distanza dal capoluogo
che per la scarsa preveggenza delle autorità
politiche locali e per diverse controversie sul suo
futuro, che tra l'altro impedirono il rilancio della
piccola frazione con la respinta del piano regolatore
generale della zona sciistica.
L'11 agosto 1974 venne inaugurata, alla
presenza dei sindaci Lantrua e Merquiol e di altre autorità,
la Route de l'Amitié, cioè la strada carrozzabile
che collega Realdo con il comune francese di La Brigue.
Tale inaugurazione fu resa possibile grazie alla costruzione
da parte del comune di Triora del tratto di strada da
Realdo a Sanson. Nello stesso anno venne costituita
l'Associazione Turistica Pro Triora, che diede un notevole
impulso alle attività turistiche locali e rivitalizzò
le ricche tradizioni del paese dell'alta valle Argentina,
grazie anche alla valida collaborazione di abili soci
quali Silvio Pastor, Sergio e Luigi Coldebella, Michele
Figaia e Roberto Faraldi. Nel 1980 venne eletto sindaco
Luigi Capponi, che sarà poi rieletto nel 1985
e nel 1990. Nel 1983 fu invece aperto il Museo Etnografico
e della Stregoneria, che attirò moltissimi visitatori.
Nel 1992 divenne sindaco il professor
Antonio Lanteri di Realdo, che sarebbe stato rieletto
nel 1995 dopo un ballottaggio con il geometra di Cetta
Nino Gramegna. Durante i primi anni della sua amministrazione
il sindaco Lanteri ha dato prova di una notevole sensibilità
e attenzione verso i vari problemi che riguardano la
comunità triorese, operando in modo particolarmente
efficace per il rilancio e il potenziamento delle attività
turistiche, che rappresentano ormai uno dei principali
punti di forza dell'economia del piccolo borgo dell'alta
valle Argentina.
Ed è proprio sul turismo
che oggi, alle soglie del 2000, Triora punta tutta la
sua attenzione per un rilancio della sua territorio,
che, dopo aver conosciuto il fenomento di un notevole
spopolamento, appare oggi orientato a diventare una
amena e confortevole località alpina nei pressi
del confine con la Francia, in grado di offrire tutta
una serie di servizi alla numerosa clientela turistica
nazionale ed internazionale che la sceglie come luogo
di villeggiatura estiva e invernale.
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