di
Andrea Gandolfo | www.comune.triora.im.it
DALLA PREISTORIA ALLA FINE DEL
MEDIOEVO
L'alta valle Argentina, e in particolare
la zona di Triora, risulta abitata fin dalla più
remota antichità da piccole tribù che
avevano trovato rifugio all'interno di grotte o anfratti
naturali. I più antichi resti archeologici che
testimoniano la presenza di vita umana nel territorio
triorese risalgono al periodo del Neolitico medio, collocabile
all'incirca tra il 3800 e il 3000 a.C.
In tale periodo si sviluppò nell'Italia
settentrionale la cosiddetta "Cultura dei Vasi
a Bocca Quadrata", chiamata in questo modo proprio
per la caratteristica foggia dei vasi che allora venivano
prodotti dalla diverse popolazioni preistoriche. Le
genti portatrici di questa cultura, che sembra si sia
sviluppata per tutto il corso del IV millennio a.C.,
hanno lasciato testimonianze della loro civiltà
in molte grotte e anfratti del Finalese, tra cui le
più importanti sono la Caverna delle Arene Candide
e quella di Pollera.
Nei pressi di Triora sono stati recentemente
rinvenuti due importanti siti archelogici risalenti
al periodo del Neolitico medio: l'Arma della Gastéa
e la Tana della Volpe. L'Arma della Gastéa o
Arma Mamela, situata nelle immediate vicinanze dell'abitato
di Borniga, una borgata di Realdo, alla sinistra del
rio omonimo, presenta un'apertura, di forma triangolare,
costituita da calcari nummulitici del Luteziano ed è
posta all'altezza di circa 1270 metri. La cavità
è formata da una stretta galleria rettilinea
che tende a restringersi progressivamente verso l'interno.
L'anfratto, non abitabile a causa delle particolari
condizioni climatiche dell'ambiente, era adibito a luogo
di sepoltura collettiva in due distinti periodi, come
attestano i corredi funebri rinvenuti nella grotta insieme
alle ossa di non meno di quattro individui. L'occupazione
più antica della grotta è attribuibile
al Neolitico medio per la presenza di un unico frammento
di orlo di vaso a bocca quadrata; allo stesso periodo
dovrebbero risalire anche alcune piccole conchiglie
marine forate per uso ornamentale ed alcune lamelle
di fattura litica. Ad una fase più recente, collocabile
tra il XIII e il XII secolo a.C., sono invece ascrivibili
due spilloni in bronzo con capocchia di forma troncoconica
forata, utilizzati per fermare vesti e mantelli all'altezza
delle spalle.
La Tana della Volpe è invece costituita
da una piccola cavità formatasi dall'accumulo
di grossi massi franati, che si apre alla base di un'alta
parete rocciosa all'altezza di circa 750 metri sulla
riva destra del torrente Argentina dirimpetto all'abitato
della frazione triorese di Loreto. Nel corso di varie
esplorazioni archeologicheè venuto alla luce
un deposito archeologico suddiviso in cinque distinti
strati con uno spessore di circa 150 centimetri. Nel
quarto strato, il più antico, sono stati trovati
i frammenti di due o tre vasi a bocca quadrata risalenti
al periodo del Neolitico medio, con una decorazione
costituita da fasci di linee spezzate a zig-zag riscontrabile
anche in alcuni vasi del tredicesimo strato delle Arene
Candide. In questo strato sono stati anche rinvenuti
vari altri reperti adibiti a svariati usi quali un punteruolo
in osso, una lamella in selce, un pendaglio ricavato
da una zanna di cinghiale e tre conchiglie destinate
ad uso ornamentale.
Immediatamente sopra lo strato del Neolitico
medio, si sviluppa per oltre 1 metro di spessore, occupando
il terzo e il secondo strato, un vero e proprio ossario
con i resti umani sparsi in modo disordinato tra le
pietre e le fessure dell'anfratto. Il materiale archeologico
è invece costituito da alcune centinaia di frammenti
di vasi ad impasto. Nel terzo strato sono stati trovati
vasi globulari con bugne e prese a linguetta e ollette
a fondo piatto, riferibili ad un periodo compreso tra
il Neolitico finale e l'Eneolitico, intorno alla metà
del III millennio a.C.
Nel secondo strato sono stati rinvenuti
reperti vascolari di fattura più recente: ciotole
e tazze carenate, databili al Bronzo medio, ed olle
e urne che presentano decorazioni "ad unghiate"
e "a stecca", riferibili ad un periodo compreso
tra il Bronzo tardo e la prima Età del Ferro.
La Tana della Volpe rappresenta inoltre il punto più
occidentale raggiunto dalle genti della "Cultura
dei Vasi a Bocca Quadrata" nel corso delle loro
migrazioni nel territorio dell'Italia settentrionale.
Sul successivo periodo preistorico del
Neolitico superiore (3000-2500 a.C.), caratterizzato
in Liguria dalla "Cultura Chassey-Lagozza",
non sono venute finora alla luce testimonianze attendibili
sulla presenza dell'uomo nel territorio triorese. Tuttavia,
ad una fase finale di questo periodo, definita da Bernabò
Brea "sublagozza", potrebbero essere attribuiti
i vasi globulari e le tazze carenate ritrovate nella
Cava di Loreto e parte del materiale ceramico rinvenuto
nel terzo strato della Tana della Volpe.
Il periodo Eneolitico, che va dal 2500
al 1800 a.C., corrispondente all'introduzione e alla
lavorazione del primo metallo, il rame, è caratterizzato
nella zona di Triora dalla presenza di una serie di
cavernette sepolcrali e anfratti rocciosi, che testimoniano
l'esistenza di una avanzata e prospera civiltà
pastorale estesa fino al mare tramite le vie della transumanza
passanti per Tenda e Monte Bego, con significativi elementi
coevi alla civiltà dolmenica e calcolitica della
Provenza e della Linguadoca, e, a partire dal 2200 circa,
anche della "Cultura del Vaso Campaniforme",
di origine iberica.
Tra le varie grotte risalenti all'Eneolitico
le più importanti ubicate nel territorio triorese
sono l'Arma della Grà di Marmo, nota anche come
Grotta di Realdo, che si apre alla sommità dell'alta
falesia calcarea nummulitica del Luteziano, nell'area
immediatamente sottostante gli orti che circondano l'abitato
di Realdo e contiene numerosi reperti preistorici tra
cui un deposito sepolcrale, composto da uno spesso ammasso
di ossa umane collocate all'interno di una fossa ed
un ricco corredo funerario tipicamente eneolitico, oggetti
ornamentali in ceramica e in rame, frecce in selce e
diaspro, un ago ricavato da una zanna di cinghiale,
centinaia di collane di perle e in particolare di "perle
ad alette", caratteristico elemento decorativo
appartenente alle culture pastorali eneolitiche dell'area
calcarea della Linguadoca. L'Arma della Vigna, situata
nei pressi della Tana della Volpe a 640 metri di altitudine,
che conserva reperti in marmo, quali vaghi di una collana,
due "perle ad alette", quattro perle a tre
lobi e cinque perle a croce, e in ceramica, tra resti
di vasi ad impasto grezzo e di una ciotola a pareti
sottili con impasto depurato; e la stazione della Cava
di Loreto, situata a 400 metri a nord della chiesetta
di Nostra Signora di Loreto, poco distante dall'Arma
della Vigna, che testimonia, tramite numerosi reperti,
tra cui un vaso in puro stile "marittimo"
con decorazione composta da tredici bande orizzontali
parallele e altrettante bande inornate, frammenti ceramici
di olle, orcioli e tazze, e oggetti in osso e conchiglia,
la presenza in questa zona della "Cultura del Vaso
Campaniforme" nella fase più antica del
suo sviluppo, collocabile intorno al 2000 circa a.C.
La civiltà pastorale delle popolazioni
abitanti in grotte sepolcrali continuò a sussistere
nel territorio dell'alta valle Argentina anche nel periodo
della successiva età del Bronzo (1800-750 a.C.),
subendo peraltro gli influssi delle culture di Polada
e del Rodano nella fase più antica e di quelle
delle Terramare e dei Campi d'Urne nel Bronzo medio
e tardo. I nuclei abitativi più significativi
risalenti a questo periodo sono quelli rinvenuti nel
Pertuso, noto anche come Grotta di Goina, situato nell'alta
valle del Capriolo all'altezza di 1300 metri di altitudine,
in cui sono stati trovati una notevole quantità
di ossa umane, frammenti di vasi in ceramica e vari
oggetti ornamentali, costituiti da una quarantina di
perline piatte ricavate da valve di conchiglie e una
perla trilobata in pasta vitrea, e nel Buco del Diavolo,
una profonda cavità di origine carsica situata
nella parte alta della parete detta del "Bausu
Longu" a 1430 metri di quota, nelle vicinanze di
Borniga, formata da due distinte aperture situate a
30 metri di dislivello l'una dall'altra, che conserva
ossa umane e interessanti reperti archeologici risalenti
all'età del Bronzo costituiti da otto armille
a nastro carenato e decorazione di tipo geometrico,
un collare ritorto e bracciali anch'essi a nastro carenato
e decorazioni costituite da un motivo centrale di forma
ovale.
Significative testimonianze attestano
la presenza di una avanzata comunità alpestre
nel territorio di Triora nel periodo dell'età
del Ferro, dal 750 a.C. alla romanizzazione della regione.
In particolare sono stati rinvenuti reperti risalenti
alla fase più antica di questo periodo (VIII-V
secolo a.C.) nel secondo strato della Tana della Volpe,
quali frammenti di olle o urne presentanti decorazioni
"a stecca" e "ad unghiate", tipo
Rossiglione, caratteristici di molti altri insediamenti
umani della Liguria occidentale preromana.
Sulla cima del Bric Castellaccio, a 1275
metri di altitudine, nei pressi dell'abitato di Borniga,
sono stati trovati resti attestanti l'esistenza sul
luogo di un castellaro abitato da Liguri montani, quali
frustoli di ceramica ad impasto, una macina a mano e
frammenti del collo di un'anfora romana.
Nel II secolo a.C. gli abitanti di Triora
facevano parte della tribù ligure degli Albingauni,
che insieme agli Intemelii ed ai Savo sostennero una
lunga ed estenuante guerra contro i Romani. La guerra,
resa ancora più difficile dalla pervicace resistenza
opposta dai Liguri alla penetrazione romana e dalla
conformazione fisica del territorio particolarmente
impervio, durò oltre ottant'anni e terminò
nel 115 a.C. con la sottomissione della Liguria a Roma.
Tra le 45 tribù o genti alpine
assoggettate al dominio romano che sono riportate sulla
lapide del trofeo di Augusto a La Turbie compare anche
la tribù dei Triullates, che, secondo alcuni
storici, sarebbero stati gli antichi abitatori di Triola,
come era chiamata Triora nell'antichità e nel
medioevo. Nonostante la conquista della regione da parte
romana, i Liguri non si sottomisero ancora del tutto
dando luogo a resistenze e ribellioni, a cui i Romani
risposero con deportazioni in massa degli abitanti che
si insubordinavano. Tra questi furono deportati nel
piano del vallone Cians, primo affluente della sinistra
del fiume Varo, anche dei Triulati, che potrebbero essere
stati degli abitanti dell'antica Triora.
Durante il periodo imperiale Triora e
il resto della Liguria godettero di particolare prosperità
e ricchezza. Nel IV secolo Triora venne evangelizzata,
insieme ad altri paesi del territorio intemelio e ingauno,
da San Marcellino, primo vescovo di Embrun in Francia,
e dai suoi compagni Vincenzo e Donnino, che erano giunti
nell'alta valle Argentina dopo essere approdati dall'Africa
sulla spiaggia di Nizza nell'anno 360. Nel periodo delle
invasioni barbariche e dei regni romano-barbarici, Triora
vide probabilmente aumentato il numero dei suoi abitanti
a causa del fatto che numerosi abitanti della sottostante
riviera si rifugiarono sulle vicine montagne per scampare
alle numerose devastazioni operate dalle popolazioni
barbariche e saracene, tra cui le più significative
furono quella compiuta nel 641 dai Longobardi guidati
da re Rotari e nel 730 da un manipolo di arabi che saccheggiò
e incendiò il paese.
Durante la dominazione carolingia, succeduta
a quella longobarda, Triora conobbe un periodo particolarmente
oscuro, di cui non è rimasta alcuna traccia documentaria,
se non la supposizione, avanzata da alcuni storici,
tra cui Savio Fedele, che a questo periodo, tra l'VIII
e il IX secolo, risalirebbe la costruzione, da parte
di monaci benedettini, dell'antica chiesa-parrocchia
altomedievale dedicata a San Pietro apostolo e a San
Marziano martire, ubicata fuori le mura dell'abitato,
come lo erano del resto tutte le parrocchie dei pagus,
i villaggi dell'alto medioevo. La chiesa, oggi completamente
scomparsa, venne distrutta dalle fondamenta nel 1878
per erigervi al suo posto una piazza d'armi.
Verso la metà del X secolo il
re d'Italia Berengario II, per difendere le Alpi Marittime
dalle incursioni saracene, divise il territorio ligure
in tre marche: la Arduinica, la Aleramica e l'Obertenga.
Triora venne assegnata alla marca Arduinica o contea
di Albenga, che si estendeva lungo il litorale da Nizza
a Finale. A ponente la marca Arduinica confinava con
la contea di Ventimiglia presso il torrente Armea nei
pressi di Bussana. La marca cessò di esistere
nel 1091 con la morte dell'ultima contessa di Albenga,
Adelaide.
Durante il IX e il X secolo si sviluppò
anche a Triora l'economia feudale, basata sullo sfruttamento
della terra quale unica ricchezza sociale. Fulcro dell'economia
feudale era il sistema curtense, che si irradiava intorno
al castello del feudatario. A Triora il castello dovette
essere costituito dal Forte di San Dalmazzo, a cui era
annessa la chiesa omonima e l'abitazione del signore.
La corte era una vera e propria cittadella completamente
autosufficiente, con i suoi magazzini, coloni e artigiani,
e vendeva, comprava e barattava con i trioresi i prodotti
della terra e i manufatti locali.
Nel territorio del feudo si distinguevano
le terre dominiche, lavorate da coloni, e quelle massaricie,
costituite da poderi abitati da coloni che pagavano
un tributo al feudatario. Sul territorio di Triora erano
ubicate circa una dozzina di queste massaricie o "mansuarie"
(masserie), di cui si conservano ancora i resti sparsi
sulle alture prospicienti il paese. In seguito, al feudatario
successero i feudatari minori, detti anche vassalli,
che dettero origine alle tre o quattro famiglie nobili
e potenti del luogo. Estinti i conti, questi signorotti
acquistarono quasi tutte le terre del paese, mentre
le altre famiglie, più povere, dovettero accontentarsi
di lavorare a mezzadria i terreni restanti. Frattanto,
intorno al 1000, si era verificata una generale ribellione
dei coloni nei confronti dei feudatari, a cui essi si
rifiutarono di pagare i tributi e lavorare gratuitamente
e occuparono le terre, obbligando i feudatari a venire
a patti cedendo i terreni, mediante livelli e enfiteusi,
ai coloni, che col tempo sarebbero diventati gli unici
proprietari delle terre un tempo appartenenti ai feudatari.
Nella prima metà del secolo XII,
dopo l'estinzione dei conti di Albenga con la morte
della contessa Adelaide e il conseguente scioglimento
della marca arduinica, Triora passò sotto il
dominio dei conti di Ventimiglia, pur rimanendo sotto
la giurisdizione religiosa del vescovo di Albenga. In
tale occasione i conti di Ventimiglia accrebbero notevolmente
il proprio territorio, inglobando, oltre a Triora, gli
altri paesi della valle Argentina, e le valli del Maro,
dell'Impero e dell'Arroscia. Tali possedimenti erano
stati in precedenza oggetto di aspre e sanguinose contese
con gli Aleramici. Fu proprio durante questi dissidi
che la Repubblica di Genova riuscì a stringere
il 2 luglio 1140 un patto di alleanza con i figli di
Bonifacio, marchese di Savona, i quali si impegnarono
a soggiogare Ventimiglia e la sua contea e ad assoggettare
con le armi le popolazioni che abitavano dal fiume Armea
sino a Finale e nel relativo entroterra.
La stipulazione di tale trattato può
essere orientativamente indicata come l'inizio dell'espansione
ventimigliese oltre il fiume Armea e del passaggio di
Triora sotto il dominio dei conti di Ventimiglia, ma
propriamente del conte di Badalucco, che apparteneva
ad un ramo collaterale della dinastia regnante a Ventimiglia.
Nel 1153 Anselmo de Quadraginta, signore
feudale di Linguila, intervenne in Triora per far riscuotere
da parte della popolazione locale le decime ecclesiastiche
spettanti al vescovo di Albenga, alla cui diocesi il
paese apparteneva. Impossibilitato però a riscuoterle
personalmente, Anselmo inviò allora a Triora
e in altri trenta paesi un energico esattore, che effettuò
l'operazione di riscossione dei tributi. Il fatto non
riveste particolare importanza dal punto di vista politico
in quanto
Triora dipendeva allora politicamente
da Ventimiglia, quanto piuttosto da quello religioso,
che attesta inconfutabilmente la presenza di una parrocchia
a Triora all'epoca della richiesta delle decime da parte
della curia vescovile di Albenga. Quattro anni dopo,
nel 1157, ma la notizia non è perfettamente sicura,
Guido Guerra, conte di Ventimiglia, giurò fedeltà
a Genova, a cui donò tutti i castra della contea,
tra i quali anche Triora, ricevendoli contemporaneamente
in feudo per investitura. Tra i successivi eventi notevoli
che si verificarono a Triora in questo periodo ricordiamo
la sentenza, pronunciata nel 1162 dal conte Gerbardo
di Lussemburgo, legato dell'imperatore Federico Barbarossa,
relativa alle controversie sorte tra Triora e Briga
per motivi di pascolo nel territorio confinante tra
i due paesi.
Il 15 ottobre dello stesso anno Triora
fu invece teatro di un incontro, voluto dal conte Guido
Guerra, a cui parteciparono il fratello di Guido Ottone
IV e i rappresentanti dei comuni di Tenda e Briga, per
addivenire ad un accordo tra le parti in merito all'eredità
della signoria di Tenda e Briga, che era stata attribuita
a Guido. Dopo diversi giorni di trattative si pervenne
ad un concordato, che venne però duramente contestato
dagli abitanti dei due paesi.
Intorno al 1190 Triora e il resto della
Liguria occidentale passarono definitivamente sotto
la sfera di influenza politica e economica della Repubblica
di Genova. Nella seconda metà del XIII secolo,
inoltre, contemporaneamente al progressivo esautoramento
dell'autorità dei conti di Ventimiglia, che più
volte non avevano rispettato i patti sanciti con le
popolazioni sottomesse commettendo inutili soprusi,
cominciò a farsi sentire anche tra i trioresi
il desiderio di emanciparsi dal dominio ventimigliese
proprio quando anche il sistema feudale stava dissolvendosi.
Sorsero allora delle associazioni di
cittadini, dette Compagnie o Compagne, che si proponevano
di incentivare l'esercizio del commercio e garantire
la mutua collaborazione tra i cittadini del paese. I
mercanti, eletti per svolgere le mansioni di giudici
commerciali delle Compagnie, cominciarono quindi a farsi
chiamare con il nome di consoli. Successivamente le
Compagnie, per dare maggiore forza giuridica alla propria
azione e per contrastare lo strapotere dei feudatari,
si costituirono in comuni, come avvenne anche a Triora,
che in questo periodo venne eretta a Comune (non ancora
libero, ma propriamente feudo-comune), governato prima
da consoli e poi da podestà, con il potere di
emettere proprie leggi ed eleggere i magistrati locali.
Molti abitanti dei dintorni si rifugiarono allora a
Triora nella speranza di vivere al sicuro da eventuali
attacchi nemici ponendosi sotto la protezione dei potenti
signori del luogo.
In questo periodo andò formandosi
stabilmente il primo centro dell'impianto urbanistico
di Triora, il quartiere di San Dalmazzo, che era il
punto più elevato dell'abitato ed era quasi inaccessibile
da tre lati, con il suo forte, la chiesa e il palazzo
pubblico. Le cinque o sei case costruite fuori della
porta Peirana (o della Carriera Velli) formarono invece
il primo nucleo del paese, il cosiddetto burgus, direttamente
confinante con il castrum o castello. Come a Genova,
anche a Triora la popolazione era divisa in due distinte
fazioni, la nobiltà e la plebe, ciascuna occupante
un quartiere dell'abitato: quello inferiore (Camurata
e Sambughea) era destinato alla plebe, mentre quello
superiore (Carriera e Cima o Rizettu) era abitato dalla
ricca nobiltà.
Nel 1200 Triora acquistò da Gerardo
Travacca (scritto anche nella grafia Tranucca) di Roccabruna,
che lo aveva comprato a sua volta dal conte di Ventimiglia
Guglielmo I, metà del paese (castrum) di Do o
Dho (poi chiamato Castelfranco e oggi Castelvittorio).
Il 18 marzo 1202 il comune di Triora stipulò,
insieme ad altri venti paesi delle valli di Arroscia,
Andora, Oneglia, Prelà, Rezzo e Nasino, un trattato
di mutua amicizia con il podestà di Genova Goffredo
Grasselli, che promise di prendere le difese dei paesi
firmatari dell'accordo qualora questi avessero subito
degli attacchi o delle molestie da parte della contea
di Ventimiglia, mentre i rappresentanti dei comuni firmatari
del trattato si impegnarono solennemente a difendere
i cittadini genovesi offesi o attaccati nei loro possedimenti,
a garantire la libera circolazione nei suddetti territori
del grano, della biada e delle altre mercanzie dirette
a Genova o da questa provenienti, a provvedere l'esercito
genovese, in caso di guerra, di grano, biada e vettovaglie,
e ad inviare nella chiesa di San Lorenzo a Genova, come
segno di devozione e fedeltà, in occasione della
festa di San Giovanni Battista, un grosso cero di venticinque
libbre.
Due anni dopo, il podestà Grasselli,
con ordinanza del 7 agosto 1204, intimò alle
popolazioni delle valli di Arroscia, Andora e Oneglia
di mantenersi in pace tra loro e di porre fine agli
omicidi, incendi e distruzioni delle case seguite ad
una guerra con il comune di Porto Maurizio, fissando
a mille lire in moneta genovese la pena pecuniaria che
avrebbe dovuto pagare un paese che contravvenisse a
questi ordini, e a cento lire la sanzione imputabile
a singoli cittadini di un comune di queste valli che
avessero disobbedito all'ordinanza podestarile. In particolare,
il podestà invitò gli uomini delle città
delle valli Arroscia, di Andora e di Oneglia a fare
guerra agli abitanti di Triora, a non vendere o comprare
merce da loro e a impossessarsi delle cose appartenenti
ai trioresi senza restituirle, e tutto questo fino a
quando i trioresi non avessero soddisfatto congruentemente
certi oneri imposti loro da Genova e non si fossero
sottomessi completamente all'autorità e al dominio
genovese.
Intorno al 1210 venne istituito a Triora
un governo popolare, detto Parlamento generale, formato
dai maiores terrae, e retto da sei consoli in rappresentanza
delle principali famiglie magnatizie trioresi. Pochi
anni prima, il 17 dicembre 1202, il marchese Ottone
Del Carretto, nunzio dell'imperatore Federico II, aveva
ordinato ai consoli di Triora, Pigna, Baiardo, Airole,
Castello, Perinaldo e Rocchetta di non prestare aiuti
o vettovaglie ai ventimigliesi, incorsi nel bando dell'impero,
sotto la pena di cinquecento marche di argento e del
bando imperiale. A causa dell'ostilità dell'imperatore
e delle difficoltà ad amministrare possedimenti
così diversi e lontani, i conti di Ventimiglia
decisero allora di disfarsi dei comuni della costa e
dell'entroterra che erano ancora sotto la loro giurisdizione.
Nel 1230 vendettero la villa di Gionco,
presso Ventimiglia, e il vicino castello omonimo, mentre
nel 1255 cedettero Dolceacqua e all'incirca nello stesso
periodo anche Apricale, Isolabona e Perinaldo. Nel 1217
Triora stipulò una convenzione con Montalto e
Badalucco, allora riunite in un'unica comunità,
per addivenire ad un accordo tra le parti per lo sfruttamento
del bosco di Tomena, e specialmente del cuneo detto
dell'Agrifoglio. Il 13 gennaio di quell'anno convennero
a Triora Ugo Baragna, Ugo Aldaria, Raimondo Picenoti
e Arnaldo Celmaria in rappresentanza del comune di Triora,
Bernardo Boeri e Raimondo Brizio di Badalucco e Ugo
Tabaria e Ugo Ammirati di Montalto per stabilire di
comune accordo l'utilizzazione da farsi del territorio
detto Ubago dell'Agrifoglio, dove gli abitanti di Montalto
tagliavano il fieno fino all'acqua del fiume.
Le parti pervennero al seguente accordo,
che giurarono solennemente di rispettare per il futuro:
la zona dell'Ubago fino al punto detto Cuneo Pietoso
sarebbe rimasta in perpetuo di comune proprietà
fra gli abitanti di Triora e quelli di Montalto e nessuna
delle due parti avrebbe potuta concederla in pascolo
ad altri o venderla. Gli uomini di Montalto avrebbero
potuto inoltre portare a bere il loro bestiame nel fossato
che segnava il confine, mentre la terra situata sopra
il prato della Gola non avrebbe potuto essere ceduta
da una parte all'altra. I dissidi tra trioresi e montaltesi
sui diritti di pascolo nel bosco di Tomena non finirono
peraltro con la firma di questo accordo tanto che, oltre
un secolo dopo, nel 1339, i montaltesi furono accusati
di pascolare abusivamente nella zona di Tomena e vennero
conseguentemente condannati dal giudice di Triora.
Dopo essersi appellati contro questa
sentenza al Senato di Genova, ottennero quindi l'assoluzione
il 27 giugno 1341. L'8 gennaio 1238 fu invece firmata
una transazione con il comune di Pigna, mentre, nel
settembre del 1250, il comune di Triora strinse una
convenzione di buon vicinato con Briga, che attesta
tra l'altro che in quest'epoca Triora era in grado di
amministrare liberamente le proprie finanze e i propri
interessi economici e sociali.
La convenzione, stipulata il 1° settembre
a Briga davanti alla casa di Giacomo Boeri dal sindaco
di Triora Vincenzo Rustico e da quello di Briga Vincenzo
Bosio, regolava sotto forma di un decalogo i rapporti
di amicizia e di buon vicinato tra gli abitanti di Triora
e quelli di Briga, stabilendo delle multe ed altre sanzioni
pecuniarie per chi violava determinate disposizioni
relative ai confini tra i due comuni e all'utilizzazione
dei pascoli e contro i colpevoli di ogni tipo di violenza,
furto, offesa o danneggiamento a persone e cose.
In particolare, in caso di "assalto"
di un cittadino ad un altro, la pena era di 100 soldi
all'amministrazione giudiziaria e 100 alla persona danneggiata;
in caso di percosse l'ammenda era di 10 lire alla giustizia
e 10 al cittadino percosso; se qualcuno violava una
proprietà privata la pena era di 20 lire, mentre
il giudizio sui furti era delegato a due uomini appartenenti
alla parentela dell'accusato, che era punito con il
banno e un'ammenda pecuniaria corrispondente a 20 soldi;
nel caso il colpevole non avesse potuto pagare il banno
o l'ammenda, il suo comune di appartenenza avrebbe dovuto
pagare per lui oppure marcargli un piede o una mano;
se poi non lo avesse trovato per applicargli la sanzione,
questo lo avrebbe dovuto esiliare in perpetuo fino a
quando non avesse soddisfatto ai suoi obblighi giudiziari.
La convenzione prevedeva inoltre il "divieto"
ai due comuni firmatari di farsi guerra tra di loro
o tra singoli cittadini appartenenti alle due comunità
per nessun motivo.
Queste convenzioni testimoniano in modo
particolare l'ampiezza del territorio utilizzato dai
trioresi per i pascoli e il commercio, comprendenti
anche zone di comuni limitrofi a quello di Triora. A
questo periodo, intorno alla metà del secolo
XIII, dovrebbe anche risalire la prima redazione degli
Statuti comunali di Triora, che regolavano la vita civile
e sociale della piccola comunità montana senza
tuttavia pregiudicare i diritti spettanti al conte di
Badalucco, che era ancora il proprietario formale del
paese.
In seguito, constatata la volontà
dei trioresi di non voler più dipendere dalla
contea di Ventimiglia, ribadita dal trattato stipulato
nel 1202 con Genova, il conte di Badalucco Bonifacio,
figlio di Oberto, già conte di Ventimiglia, vendette
all'avvocato Janella (scritto in altre grafie anche
Gianello e Janello), suo cognato, rappresentante insieme
al capitano Guglielmo Boccanegra la Repubblica di Genova,
con atto stipulato a Genova davanti alla chiesa di San
Lorenzo il 21 febbraio 1260, i castelli di Triora e
di Do o Dho, e la metà dei castelli di Arma e
Bussana, con i relativi domini, signorie, diritti comitali,
giurisdizioni, introiti e proventi per la somma di 3000
lire genovesi.
La vendita di Triora a Genova non modificò
tuttavia la dipendenza religiosa del paese dalla curia
vescovile di Albenga. L'avvocato Janella non era però
totalmente soddisfatto dell'acquisto di Triora forse
perché, avendo prestato precedentemente del denaro
al conte Oberto, riteneva che più che una vendita
quella appena conclusa era semplicemente una presa di
possesso di un bene già ipotecato. In ogni caso,
qualunque fossero i suoi propositi, l'anno successivo,
e precisamente il 4 marzo 1261, con atto siglato a Genova
in casa di Opizone dei Fieschi e poi rogato l'8 novembre
1267 dal notaio Guglielmo di San Giorgio, l'avvocato
Janella, assistito dall'avvocato Giacomo, vendette nuovamente
al comune di Genova il castello di Triora e metà
dei castelli di Do, Arma e Bussana per la somma di 2300
lire genovesi.
L'11 marzo successivo ad Arma l'avvocato
Pietro e sua figlia Giulietta, moglie del conte Bonifacio,
confermarono e ratificarono la vendita di Triora, Do,
Arma e Bussana al comune di Genova. Lo stesso 11 marzo
il rappresentante genovese Lanfranco Bulbonino incaricò
cinque trioresi di intervenire per chiarire la confusa
posizione fiscale dei nuovi sudditi della Repubblica
di Genova. I cinque prescelti, Ugo Bonsignore, Guglielmo
Rustico, Guglielmo Aiana, Raimondo Verrando e Guglielmo
Scofferio, accertarono che ventuno famiglie erano esenti
dal pagamento di metà delle decime da versare
al comune, ma dovevano pagare quattro soldi ogni due
anni e nulla l'anno successivo e quattordici denari
ciascuna per due anni. Le immunità richieste
dai cittadini dovevano tuttavia essere comprovate da
adeguata e inoppugnabile documentazione.
I cinque eletti presentarono anche una
lista di settantacinque capifamiglia, che dovevano due
denari ogni due anni, mentre al terzo anno il contriburo
richiesto loro era di quattordici denari. Metà
della somma riscossa sarebbe andata a favore dei signori
di Garessio, forse imparentati con i conti di Ventimiglia.
Seguiva poi un gruppo di diciotto persone (ma la relazione
ne cita solo diciassette), che erano obbligati a pagare,
oltre ai due e ai quattordici denari come gli altri,
anche una decima per i beni da loro posseduti oltre
il fiume di Taggia (l'Argentina). Di tale decima un
quarto sarebbe stato attribuito alla chiesa di San Dalmazzo
di Triora, la metà del rimanente al comune di
Genova, mentre dell'ultima metà non è
specificata la destinazione.
L'11 marzo 1261 a Triora, alla presenza
dell'ambasciatore genovese e legato del capitano Guglielmo
Boccanegra Lanfranco Bulbonino, i consoli e i capifamiglia
del paese dell'alta valle Argentina giurarono solennemente
fedeltà alla Repubblica di Genova. I sei consoli,
che allora reggevano le sorti del comune di Triora e
che giurarono fedeltà a Genova, erano Anselmo
Morando, Ricolfo Donzella, Oberto Borrelli, Daniele
Agagia, Sasso Beneadorno e Oberto Prete, mentre i capifamiglia
trioresi, rappresentanti l'intera popolazione del borgo
alpestre, anche se probabilmente non giurarono proprio
tutti, ammontavano a 369, pari a circa 1600-1700 persone,
che si presume dimorassero allora a Triora. Dopo averne
ratificato l'annessione, Genova eresse Triora a capo
di giurisdizione, in qualità di nona podesteria
della Repubblica, ponendo al vertice del comune un podestà,
nominato direttamente dal governo genovese, che aveva
il compito di sorvegliare l'operato degli amministratori
locali e di tutelare i diritti e gli interessi del comune
di Genova. Il podestà aveva inoltre pieni poteri
politici e militari, l'autorità per amministrare
la giustizia e anche la facoltà di condannare
alla pena di morte.
Per tali funzioni giudiziarie il podestà
veniva anche definito pretor. L'unica limitazione alla
sua autorità era quella di sottostare alle norme
degli Statuti comunali, che egli non poteva in alcun
caso modificare. La podesteria di Triora comprendeva
anche i paesi di Molini, Corte e Andagna (frazioni del
capoluogo), Baiardo, Do, Montalto, Badalucco, e per
qualche tempo anche Ceriana.
Nel 1271 Triora stipulò un'altra
convenzione di buon vicinato con il comune di Rezzo.
L'atto, redatto il 27 giugno sopra il ponte de Toriis,
presso il castrum di Triora, dal sindaco di Triora Enrico
Borreli e dal sindaco di Rezzo Tommaso Vivaldi, addiveniva
ad una reciproca intesa tra le due parti sulle delimitazioni
delle aree destinate al pascolo, stabilendo delle pene
e sanzioni pecuniarie contro coloro che violassero le
norme sui confini dei territori e sulla pastorizia commettendo
in particolare furti di bestiame e di biada.
Nel dettaglio era prevista la pena di
100 soldi nel caso di "assalto" di un cittadino
ad un altro e di 10 lire per le percosse; chiunque avesse
arrecato danni in proprietà altrui era punito
con il banno e un'ammenda; in caso di furto, l'accusato,
come era stato stabilito anche nella convenzione con
Briga, doveva essere giudicato da due suoi parenti,
e, se questi non lo avessero voluto giudicare, doveva
essere condannato al banno e al pagamento di un'ammenda;
per chi avesse rubato della biada la pena era invece
di 20 soldi, mentre i pastori che fossero stati trovati
a pascolare sui territori dei due comuni percore "in
cattivo modo" sarebbero stati trattenuti con il
bestiame per tre giorni; in caso di liti era prevista
la possibilità per i contendenti di nominare
un procuratore per la tutela dei loro legittimi interessi;
era infine stabilito che i pascoli e l'erbaggio dei
due paesi potevano essere banditi scambievolmente tra
le due comunità.
Nel 1280, con un'apposita convenzione
firmata il 13 luglio nei pressi di carmo Langan dal
podestà triorese Federico Vezzano e dal sindaco
di Do Guglielmo Tarenca, Triora dichiarò libero
da quasi tutte le servitù che esso doveva pagare
al comune triorese il paese di Do o Castel Do, che assunse
allora il nome di Castelfranco, cioè castello
libero, affrancato, e che prese poi il nome attuale
di Castelvittorio quasi sei secoli dopo, nel 1862. In
tale convenzione erano inoltre delineati i confini dei
pascoli alpestri tra i due paesi, indicando i luoghi
dove era consentito o vietato pascolare su un territorio
comune, falciare il fieno, tagliare la legna, seminare
e pratica la caccia nel territorio di Castelfranco tramite
l'utilizzazione degli antichi toponimi: dal passo di
Ranaro alla colla di Foi, dal vallone delle Morghe al
colle Bòzaro, dal monte Gordale alla costa del
Corroselo, dalla pineta di Germanzano alla colla di
Parà ecc.
Furono anche stipulati precisi accordi
per il pascolo nelle alpi di Cignarea e la coltivazione
dei terreni situati in Tenarda e in Langan e per la
reciproca tutela di persone e cose attraverso la solita
elencazione delle sanzioni pecuniarie a cui andavano
incontro coloro che si fossero resi responsabili di
furti, danneggiamenti o sconfinamenti di bestiame. Delimitazioni
del territorio dei pascoli riguardarono invece un accordo
siglato da Triora con Baiardo nel 1282, anche questa
volta per la zona di Tomena e di Ceppo. L'anno successivo
Triora raggiunse un'intesa con il comune di Carpasio
sempre per la questione dei pascoli.
La convenzione, stipulata il 4 gennaio
1283 a Montalto nella proprietà di Rosso Ammirato
dal sindaco di Triora Raimondo Calotta e da quelli di
Carpasio Bonino e Guglielmo Giordano, prevedeva ingenti
multe, stimabili a cura dei campari e rasperi del comune
di Triora, ai ladri di bestiame e ai pastori che lasciassero
entrare bestie minute e grosse di un comune nel territorio
dell'altro e stabiliva una speciale procedura penale
per coloro che si fossero resi responsabili di furto
o risse tra cittadini delle due comunità o fossero
stati messi al bando o espulsi dal proprio paese, simile
a quelle già precedentemente stabilite in convenzioni
con altri paesi, e che prevedeva l'intervento del comune
di appartenenza del condannato per far rispettare le
sanzioni a suo carico.
Nel 1284, in ottemperanza alle clausole
di collaborazione militare con la Repubblica genovese,
Triora inviò 200 balestrieri alla battaglia della
Meloria, nel corso della quale la flotta genovese distrusse
quella pisana. Cinque anni dopo, nel 1290, Triora mandò
altri 50 balestrieri per affiancare le truppe genovesi
impegnate in uno sbarco in Sardegna nel corso della
guerra contro Pisa. Il numero di balestrieri inviati
da Triora fu particolarmente alto se si considera che
eguagliava quelli mandati da città ben più
grandi e popolose come Ventimiglia e Porto Maurizio
ed era di poco inferiore ai 60 inviati da Sanremo, mentre
sopravanzava nettamente i 25 di Taggia e i 3 di Mentone
e Perinaldo. A Triora, come nel resto della Liguria,
era particolarmente diffuso l'addestramento di giovani
al tiro con la balestra, tanto che i Liguri erano famosi
per l'abilità nel maneggiare la balestra. Ancora
nel 1403 il comune di Triora risultava armato con quattro
balestre.
Intorno al 1295, a causa di attriti insorti
tra i due paesi per questioni di sconfinamenti di pastori
e bestiame, si ebbe un'aspra contesa fra Triora e Tenda,
nel corso della quale un certo Pietro Balbo di Tenda
distrusse vigne e castagneti appartenenti al comune
di Triora, trucidò migliaia di capi di bestiame
e centinaia di militi trioresi. Da tale contesa derivò
un forte indebolimento del traffico commerciale tra
i due borghi alpestri, che si sarebbe definitivamente
ripreso soltanto più di un secolo dopo con la
stipulazione di un patto di buon vicinato tra di due
comuni, che permise il ripristino degli scambi commerciali
e del pascolo indisturbato del bestiame nelle rispettive
zone confinarie. Altre controversie sorsero invece con
il comune di Briga per via delle gabelle imposte da
Triora alle merci brigasche dirette alla fiera di San
Lorenzo e di Santa Croce attraverso l'unica strada percorribile:
la Tenda-Briga-Triora-Taggia.
Nel 1310 Triora, retta da un'amministrazione
ghibellina, si trovò ad affrontare un conflitto
armato con i comuni guelfi di Cosio e Pornassio, che
dipendevano dai Savoia. Intorno al 1325 Triora, che,
al pari di Genova, era sempre ghibellina, assaltò,
coadiuvata dalle truppe del signore di Dolceacqua Imperiale
Doria, il vicino paese guelfo di Buggio. Sul fronte
invece delle riscossioni ecclesiastiche, il 30 maggio
1330 il vescovo di Albenga Federico I investì
i conti di Laigueglia, i fratelli Giacomino e Bonifacio,
della facoltà di riscuotere le decime ecclesiastiche
nel comune di Triora e di altri tre comuni limitrofi.
L'investitura venne quindi rinnovata il 23 febbraio
1345 al conte Manfredo Ventimiglia dal vescovo Federico
II, e successivamente nel 1349 e nel 1364.
Nel 1331 venne firmata una tregua delle
operazioni militari tra i ghibellini di Triora, Taggia,
Arma e Bussana e i guelfi dei paesi della val Nervia.
Quindici anni dopo, il 3 gennaio 1346, Triora accettò
un compromesso con Castelfranco e Pigna, concluso dal
podestà triorese Francesco da Firenze, relativo
al territorio boschivo e prativo del monte Tanarda,
ubicato sul confine dei tre comuni. In seguito però,
Pigna, alleatasi con il vicino paese di Buggio, avvalendosi
anche dei diritti che le spettavano in virtù
della transazione ottenuta con la mediazione del podestà
di Triora, scatenò intorno al 1350 un violento
conflitto armato con Castelfranco per assicurarsi il
possesso della zona di Tanarda che si prolungò
per diversi anni con alterne vicende.
Tra il 1347 e il 1350 Triora, come il
resto d'Italia e di gran parte d'Europa, venne duramente
colpita dal flagello della peste nera, che sterminò
un terzo della popolazione del paese. La pestilenza
imperversò soprattutto nel corso del 1348, quando
alcuni abitanti trioresi, per trovare scampo dal terribile
morbo, si rifugiarono in un luogo vicino, dove, non
lontano dall'abitato di Molini, fondarono il primo nucleo
del paese di Glori. Nello stesso periodo, nell'ambito
dei patti di buon vicinato con i paesi vicini, Triora
stipulò una convenzione con il comune di Saorgio.
L'accordo, che venne siglato il 5 agosto 1349 dal sindaco
di Triora Giovanni Gastaldi e da quello di Saorgio Pietro
Cina, al solito in una località intermedia tra
i due comuni, e precisamente "in Marta", sul
confine tra i due paesi, prevedeva una mutua collaborazione
fra trioresi e saorgini per una maggior sicurezza delle
persone e del bestiame circolanti nei territori confinanti,
specialmente nel caso di furti o calamità naturali
come temporali e frane.
La convenzione prevedeva anche delle
clausole che riguardavano un antico dissidio tra Triora
e Pigna stabilendo che nessun abitante di Saorgio avrebbe
dovuto dare asilo a bestie degli uomini di Pigna che
si trovassero a pascolare nel territorio comunale triorese,
e che gli abitanti dei due paesi si ripromettevano di
risarcirsi a vicenda i danni provocati direttamente
e indirettamente dal conflitto che aveva contrapposto
Triora a Pigna. Intorno al 1350, militi di Triora, aggregatisi
agli uomini di Ventimiglia e di Imperiale Doria, parteciparono
al saccheggio di Rocchetta Nervina e di Sospello, paesi
che appartenevano ai conti di Provenza.
Tra il 1350 e il 1351 si ebbe una lunga
e complessa lite tra gli abitanti di Triora e quelli
di Pigna, Buggio e Castelfranco per lo sfruttamento
dei pascoli e delle acque di Tenarda, di cui è
forse indice una sentenza emessa il 5 aprile 1351 nel
territorio di Castelfranco presso la chiesa di Santa
Maria di Migaleto, che dirimava una controversia sorta
fra Triora, Castelfranco e Pigna in merito ad un presunto
sconfinamento di pastori.
Nel 1356, prima ancora che Genova si
ribellasse all'amministrazione dei Visconti di Milano,
la popolazione triorese si sollevò cacciando
dal paese il rappresentante visconteo inviato dall'imperatore
Carlo IV e accusato di aver retto malamente il paese.
Il 28 gennaio 1367 il vescovo Giovanni Fieschi di Albenga
investì cinque membri dei conti di Ventimiglia
delle decime che percepiva nel territorio comunale di
Triora. Qualche anno dopo, nel 1379, Triora stipulò
un altro trattato di buon vicinato con il paese di Castelfranco,
siglato il 20 giugno dal sindaco di Triora Francesco
Sardo e dai sindaci di Castelfranco Pietro Rebaudo e
Giovanni Peverello, soprattutto per trovare di comune
accordo una soluzione per i pascoli di Langan, che erano
oggetto di scontri quotidiani per ottenerne il possesso.
Un tratto di questo territorio era infatti
di proprietà comune ed erano sorte divergenze
in merito alla stima di eventuali danni e all'applicazione
delle sanzioni pecuniarie che variavano in base alla
cittadinanza del camparo (guardia campestre) e del colpevole.
La comproprietà prevedeva infatti la sorveglianza
e l'intervento delle autorità dei due paesi,
ma evidentemente sussistevano delle disparità
di trattamento tra campari e pastori appartenenti a
un paese piuttosto che a un altro. Fu quindi deciso
di stabilire delle precise norme che garantissero l'equità
dei giudizi e vennero approvate anche delle disposizioni
che fissavano l'ammontare delle sanzioni pecuniarie
per eventuali danni causati dal bestiame. La convenzione
venne firmata proprio nella località di Langan.
Nel 1383 si verificò una rivolta
degli abitanti di Triora contro Genova a causa dell'eccessiva
pressione fiscale che la Repubblica aveva imposto al
piccolo borgo ligure. In questo periodo proprio per
motivi fiscali sorse un dissidio tra il comune di Triora
e quelli di Montalto e Badalucco. La contesa derivava
dalla suddivisione tra i comuni della podesteria della
tassa detta dell'avaria, il cui importo complessivo
doveva essere appunto egualmente ripartito in quote
tra i comuni della podesteria. Il problema consisteva
nel fatto che se un comune chiedeva una riduzione della
sua quota, inevitabilmente aumentava l'importo di quelle
che dovevano versare gli altri comuni.
Nel 1388 il sindaco di Montalto e Badalucco
Giacomo Ammirato presentò al doge di Genova una
supplica a nome dei suoi abitanti in cui si lamentava
del fatto che i due comuni che egli rappresentava erano
a suo modo di vedere trattati mali da quello di Triora
nella divisione della tassa dell'avaria da pagare a
Genova. Il doge e il Consiglio degli Anziani risposero
però in modo giudicato non soddisfacente dagli
abitanti di Montalto e Badalucco, che si incollerirono
ulteriormente quando seppero che due rappresentanti
del comune di Triora, Pietro Stella e Antonio Capponi,
si erano recati a Genova per sostenere il punto di vista
di Triora sulla questione in discussione.
Il doge investì allora del problema
il vicario della Riviera occidentale che confermò
la precedente suddivisione delle quote: di 5 denari
di tassa il comune di Triora doveva pagarne 3, mentre
gli altri 2 dovevano essere ugualmente ripartiti tra
i comuni di Baiardo, Castelfranco, Badalucco e Montalto.
Questa ripartizione venne accetta da Baiardo e Castelfranco,
ma non da Montalto e Badalucco, che continuarono a protestare
contro la quota assegnata loro giudicata non proporzionata
al numero degli abitanti e all'estensione del territorio.
Dopo aver verificato la consistenza della popolazione,
il vicario sentenziò che le comunità di
Badalucco e Montalto erano trattate in modo equo e confermò
quindi la suddivisione della tassa già stabilita.
Gli abitanti di Montalto e Badalucco continuarono però
a protestare vivacemente sostenendo che c'era una grande
differenza di censo tra le popolazioni dei diversi comuni
della podesteria di Triora.
Al 1391 risale invece una nuova convenzione
con il comune di Pigna, siglata il 29 marzo di quell'anno
dal sindaco triorese Angelino Oddo e da quello pignese
Pietro Allavena, che prevedeva precise norme giurisprudenziali
e di procedura civile per la soluzione di liti, cavilli
e frodi che spesso insorgevano tra abitanti dei due
paesi per atti di compravendita, prestiti, alienazioni,
concessioni e obbligazioni soprattutto di territori
destinati al pascolo, per il cui danneggiamento da parte
di pastori di entrambi i paesi erano previste speciali
sanzioni pecuniarie. In particolare, si stabiliva che
la giurisdizione per qualsiasi atto di vendita, obbligazione,
alienazione o concessione era di esclusiva competenza
del tribunale di appartenenza del reo; si fissava in
otto giorni il termine massimo di tempo entro cui il
reo debitore o confessante avrebbe dovuto pagare l'ammenda;
era inoltre sancito il diritto per i pastori che sconfinassero
con il loro bestiame nel territorio di uno dei comuni
di essere giudicati allo stesso modo con cui sarebbero
stati giudicati nel comune di loro appartenenza; si
stabiliva infine che nessuno poteva essere perseguito
in base ad accuse vaghe e incerte, ma che dovevano essere
prodotte delle prove certe e inconfutabili.
Qualche anno più tardi, nel 1399,
nell'ambito dei rapporti tributari con Genova, Triora
versò la somma di 3940 lire genovesi per pagare
la tassa detta dell'avarìa (per i danni subiti
dalle navi genovesi nelle recenti battaglie). L'ammontare
della tassa, superiore a quella pagata da Ventimiglia
e quasi pari a quella versata da Porto Maurizio, attesta
ancora una volta la particolare prosperità della
situazione economica di Triora, che allora era senz'altro
superiore a quella di numerose città della Riviera.
Tra il 1404 e il 1405 San Vincenzo Ferreri predicò
a Triora, dove fondò la confraternita dei Flagellanti
di San Giovanni Battista, ancora oggi detta dei Battùti,
che però, secondo altre testimonianze, sarebbe
stata invece istituita da San Bernardino da Siena.
Nel 1405, sempre a causa dell'eccessiva
tassazione a cui era sottoposta da parte della Repubblica
genovese, Triora, guidata dal podestà Levrotto,
si ribellò nuovamente a Genova, prendendo in
ostaggio il governatore genovese e distruggendo le cinque
fortezze del paese: San Dalmazzo, che era la più
antica, e quelle del Castello, della Colombèira
o del Poggio, del Fortino e della Sella o di San Bernardino.
Di tale fortezze ne rimangono ancora i ruderi, ad eccezione
di quella di San Dalmazzo, conservatisi sino alla fine
del Seicento.
Nel 1411 venne stipulato un'altra convenzione
di buon vicinato con il comune di Tenda. L'atto, rogato
in Saorgio in casa di Antonio Giordano il 30 giugno,
da Filippo Stella luogotenente del podestà di
Triora insieme ai sindaci trioresi da una parte e dai
rappresentanti degli abitanti di Tenda dall'altra, fissava
i tempi e i luoghi per il passaggio e la permanenza
delle mandrie nei rispettivi paesi: i pastori di Tenda
avrebbero potuto trattenersi per otto giorni nel territorio
di Triora, Molini, Corte e Andagna quando dovevano passarvi
per dirigersi verso altre terre, e quelli di Triora
avrebbero potuto fare altrettanto nel territorio di
Tenda senza pagare dazi o gabelle. Notevole interesse
riveste inoltre la clausola che stabiliva che in tempo
di guerra gli abitanti di un paese, con i loro capi
di bestiame, potevano trasferirsi nel territorio dell'altro
e lì rimanere e pascolare liberamente e impunemente
per la durata di un mese; oltre questo termine avrebbero
dovuto pagare i diritti di pascolo nella misura dei
residenti.
Nel 1418 si svolse a Triora la predicazione
di San Bernardino da Siena, che si trovava allora ad
Albenga per una missione di prediche. Pochi anni dopo,
nel 1429, Triora venne nuovamente tassata da Genova
per la somma di 400 lire genovesi per il tributo dell'avarìa,
che si era reso necessario a causa delle notevoli spese
incontrate da Genova nel recupero del borgo di Monaco,
che era stato riconquistato ed era ritornato ai Grimaldi.
Anche in questo caso Triora pagò più di
Ventimiglia, che versò 100 lire, di Sanremo,
200 lire, e poco meno di Porto Maurizio, che dovette
pagare 500 lire. Il 13 febbraio 1433 avvenne la dismembrazione,
cioè la divisione, delle prebende canonicali
fra i beneficiati (parroco e due canonici) della chiesa
della Collegiata, fondata nel secolo XII.
Del 1435 è invece un nuovo trattato
con Briga, che venne stipulato per evitare il ripetersi
di liti e contese sorte da questioni di pascoli alpini
tra le due comunità. Il trattato, firmato il
28 giugno dal sindaco triorese Francesco Prevosto e
da quello di Briga Pietro Rantrua, stabiliva i precisi
confini territoriali dei due paesi, individuandoli in
un cuneo di territorio brigasco che entrava in quello
di Triora, corrispondente all'estrema punta della valle
Argentina e compreso tra i monti Saccarello e Collardente
e le frazioni di Verdeggia e Realdo, e che, dopo la
seconda guerra mondiale, con la cessione di Briga (La
Brigue) alla Francia, è ritornato a far parte
del comune di Triora. Venivano inoltre fissate delle
norme per il pascolo, tra cui quella che garantiva l'immunità
fiscale dei pastori trioresi in territorio brigasco
e di quelli brigaschi in territorio triorese.
Sei anni più tardi, nel 1441,
Triora stipulò invece un accordo con Taggia,
che venne sottoscritto il 23 giugno dal sindaco triorese
Antonio Verrando e da quello taggese Francesco Boeri
nel carrugio pubblico di Badalucco e che stabiliva delle
sanzioni per gli abitanti di un paese che avessero arrecato
danno od offesa a persone o cose dell'altro e risolveva
pacificamente delle controversie sorte tra i due comuni
in merito ad accuse di furti e danni riguardanti il
bestiame. In dettaglio, si stabiliva che se qualche
cittadino di Triora avesse arrecato danno od offesa
ad uno di Taggia e viceversa, questo sarebbe stato giudicato
dal foro del reo; nel caso invece un pastore avesse
pascolato del bestiame in territorio altrui senza licenza,
questo avrebbe dovuto pagare un banno di sette soldi,
che aumentava a 15 soldi se le sue bestie avessero arrecato
dei danni a prati e poderi; se qualche cittadino avesse
danneggiato vigneti, fichi o alberi da frutta, esso
avrebbe dovuto risarcire il danneggiato dei danni da
lui provocati in base ad un ammontare stabilito da un
collegio di periti, mentre per chi fosse stato sorpreso
a tagliare degli alberi, la pena era invece di un banno
da 40 soldi.
La convenzione stabilì infine
che tutte le liti e pendenze giudiziarie tra cittadini
dei due paesi non ancora risolte al momento della firma
dell'accordo, sarebbero cadute in prescrizione e come
tali considerate nulle come se non fossero mai accadute.
Qualche anno dopo, il 28 ottobre 1452, i sindaci di
Badalucco e Montalto Pietro Ammirato e Giorgio Rossi
e quello di Triora Giovanni Morardo raggiunsero un nuovo
accordo per la soluzione pacifica dei problemi derivanti
dall'utilizzo e sfruttamento del bosco di Tomena, che
nei secoli precedenti era stato oggetto di aspre contese
tra gli abitanti dei tre paesi.
Nell'accordo, siglato a Triora davanti
alla porta di San Giovanni della Valle, veniva confermata
la sentenza del 13 gennaio 1217, con cui era stato raggiunto
un primo compromesso tra le parti sull'uso da farsi
del bosco, si prevedeva una multa di 25 lire per chi
avesse contravvenuto al patto appena concluso e si stabiliva
la remissione reciproca dei danni ricevuti in passato.
Successivi accordi si resero necessari nel 1542 e nei
secoli seguenti, senza tuttavia pervenire ad una soluzione
definitiva del problema, fino a quando il commissario
generale di Sanremo stabilì nel 1757 che la parte
del bosco di Tomena detta Cuneo dell'Agrifoglio sarebbe
spettata per sempre alle comunità di Montalto
e Badalucco, escludendo quindi i diritti di proprietà
rivendicati sul bosco dal comune di Triora. Il contenzioso
venne comunque definitivamente superato solo nel 1821
quando il governo sabaudo dichiarò il bosco di
Tomena proprietà demaniale.
Nel 1459 una terribile pestilenza avrebbe
distrutto metà degli abitanti di Triora, ma la
notizia non è storicamente certissima. Nello
stesso anno, nell'ambito dei contrasti plurisecolari
tra Triora e i comuni dipendenti di Badalucco e Montalto,
che chiedevano maggiore autonomia fiscale e amministrativa
dal capoluogo podestarile, i sindaci di Badalucco e
Montalto presentarono una supplica al governo genovese
e al Consiglio degli Anziani, nella quale, dopo aver
fatto presente che in virtù dei loro Statuti
essi avevano la facoltà di eleggere i propri
consoli, gli anziani, lo scriba della curia e gli altri
ufficiali comunali e dovevano inoltre ricorrere al podestà
di Triora per l'appello alle sentenze e corrispondergli
24 lire di salario per le avarie come gli abitanti trioresi,
chiesero di potersi separare da Triora per tutta una
serie di motivi, che elencarono dettagliatamente.
In particolare, i motivi di dissidio
erano così motivati: se un cittadino di Montaldo
o Badalucco fosse stato debitore di uno di Triora, egli
era subito citato a comparire a Triora dove era immediatamente
arrestato e tenuto in carcere finché non avesse
pagato, mentre se il debitore era uno di Triora, nessuno
poneva un termine al versamento del dovuto; se qualcuno
di Triora avesse arrecato danni di qualsiasi genere
nei comuni di Badalucco e Montalto, questo, data la
lontananza, era difficilmente rintracciabile e quindi
spesso non punito, mentre se qualcuno di Badalucco o
Montalto metteva piede nel territorio triorese era subito
visto e accusato dai campari; i sindaci di Triora decidevano
e agivano senza neanche avvertire i rappresentanti di
Badalucco e Montalto, che erano poi costretti a pagare
quanto era stato deciso; il Parlamento triorese aveva
inoltre deliberato di tagliare molti castagni in territorio
comune senza concedere ai badalucchesi e montaltesi
di fare altrettanto. Per tutte queste motivazioni, i
sindaci di Badalucco e Montalto chiesero al governo
di Genova di staccare i loro paesi dalla podesteria
di Triora in modo che non restasse più nulla
in comune tra loro e il comune di Triora.
Il 7 novembre 1459 il regio governatore
di Genova e il Consiglio degli Anziani esaminarono la
documentazione prodotta dalle due parti, leggendo in
particolare le dichiarazioni di Luca Rosso e Giovanni
Bianco, sindaci e procuratori di Badalucco e Montalto,
e quelle di Antonio Borelli, sindaco di Triora, incaricando
nel contempo il podestà di Taggia di raccogliere
nuove testimonianze, che furono poi mandate a Genova
in un plico sigillato. Esaminati tutti i documenti,
i governanti genovesi respinsero la richiesta di separare
i comuni di Badalucco e Montalto dalla podesteria di
Triora, in quanto, a loro giudizio, non era conveniente
separare le membra dal capo.
Stabilirono però anche che Badalucco
e Montalto potevano mantenere in vigore i loro Statuti,
che dovevano essere rispettati dalle autorità
di Triora, che i consoli di Badalucco e Montalto potevano
giudicare secondo i loro Statuti, che se uomini di Triora
avessero arrecato danni nei boschi di Badalucco e Montalto,
dovevano essere credute le tesimonianze rese con giuramento
dai campari e dagli estimatori badalucchesi e montaltesi,
che gli abitanti di Triora potevano obbligare quelli
di Badalucco e Montalto a spese, doni e missioni solo
per cause che avessero interessato anche loro, e che
infine, se si fossero verificati dei ritardi nel pagamento
delle avarie al comune di Genova per colpa dei trioresi,
gli eventuali aggravi sarebbero stati a carico degli
abitanti di Triora; era inoltre stabilito che nelle
cause civili i trioresi non potevano far incarcerare
dal loro podestà gli abitanti di Badalucco e
Montalto se non nei casi espressamente previsti dalla
legge, che ogni volta che abitanti di Montalto o Badalucco
dovevano presentarsi al podestà di Triora, questi
avevano tre giorni di tempo per farlo, e non potevano
essere arrestati prima della scadenza dei tre giorni,
e infine che i trioresi avrebbero dovuto trattare gli
abitanti di Badalucco e Montalto "benigne ac debite",
cioè benignamente e con il dovuto rispetto. Dopo
che il giusperito Francesco de Cocerino ebbe esaminato
tali decisioni del Consiglio degli Anziani, ne inviò
una dettagliata relazione al regio governatore e al
Consiglio degli Anziani di Genova, che, il 3 aprile
1460, ratificarono tutte le decisioni assunte e comandarono
che fossero osservate.
Anche dopo la ratifica dell'arbitrato
emanato dal governo genovese, continuarono a sussistere
tra Triora da una parte e Badalucco e Montalto dall'altra
contrasti e dissidi che derivavano dall'interpretazione
delle norme pattuite, con particolare riferimento alla
questione che se per debito pecuniario gli abitanti
di Badalucco e Montalto potevano essere arrestati e
condotti nelle carceri di Triora. Su quest'ultimo punto
si arrivò infine ad un accordo, raggiunto il
3 febbraio 1472 a Triora in casa del podestà
triorese Francesco dei marchesi di Ponzone e rogato
dal notaio Pietro Ammirato, da parte dei notai Giacomo
Gastaudo e Lorenzo Capponi e dell'ufficiale comunale
Marco Borelli in rappresentanza di Triora e dei notai
Giacomo Bestagno e Giovanni Brizio per Badalucco e Montalto,
che stabilirono le modalità per limitare i casi
dell'eventuale custodia di badalucchesi e montaltesi
nelle carceri trioresi, che doveva essere attuata nelle
stesse condizioni di quelle riservate agli abitanti
di Triora.
Quasi quindici anni dopo, nel 1486, avvenne
il distacco della chiesa del paese di Molini dalla parrocchia
madre di Triora. Del 1497 è invece un'altra convenzione
di buon vicinato con Taggia, di cui però non
è stato conservato il relativo atto. Il 19 maggio
1498 venne firmato un altro trattato con Briga, andato
anch'esso smarrito. Al termine del Medioevo si può
concludere che Triora si trovasse in uno stato di notevole
prosperità economica, mentre, politicamente e
amministrativamente, rimaneva una fedele podesteria
della Repubblica di Genova.
DALLA PRIMA ETA' MODERNA AL 1815
Nel 1498, in concomitanza con la discesa
in Italia delle truppe francesi guidate da Carlo VIII,
Triora venne saccheggiata e incendiata dal duca Serranono,
che faceva parte del seguito del re di Francia. Nello
stesso anno, per risarcire gli ingenti danni subiti
dal paese, venne istituita una Universitas crematorum
hominum Trioriae, che aveva appunto il compito di aiutare
finanziariamente le persone che avevano subito i maggiori
danni a cose e abitazioni.
Tre anni dopo, il 25 marzo 1501, Triora
concluse un altro trattato di amicizia e buon vicinato
con Saorgio. Nel 1512, in occasione della nomina di
Antoniotto Adorno a doge di Genova in sostituzione di
Ottaviano Fregoso, i pittori Giovanni Battista Braida
di Genova e Angelo Chierico o del Chierico di Messina,
come era uso ad ogni cambiamento del governo genovese,
dipinsero la bandiera di Genova e lo stemma del nuovo
doge sulla facciata del palazzo comunale triorese.
Al 1519 risale invece una terza convenzione
con il comune di Castelfranco, di cui però non
è stata conservata la relativa documentazione.
Come era già avvenuto nel 1512, essendo succeduto
un nuovo doge a Genova, i pittori Pietro Caminata di
Genova e Raffaele Fassòlo dipinsero nel 1522
le insegne genovesi (bandiera e stemma del nuovo doge)
sulla facciata del palazzo del comune. Nel 1531 Genova
istituì a Triora una scuola pubblica, assegnando
al relativo maìsto (maestro) lo stipendio annuo
di 200 lire.
Nello stesso anno si svolse un censimento
generale della popolazione residente a Triora, da cui
risultava che il paese di Triora era abitato da una
popolazione stimabile in 500 fuochi, corrispondenti
a circa 2500 abitanti, mentre gli abitanti dell'intero
territorio comunale erano stimati in 680 fuochi, ossia
3400 abitanti. Il fuoco corrispondeva all'incirca a
un nucleo di 5 persone.
Nel 1556 la parrocchia di Triora venne
definitivamente trasferita nella chiesa della Collegiata,
abbandonando la chiesa madre dei Santi Pietro e Marziano,
che era stata edificata al di fuori dell'abitato. L'anno
successivo, il 1557, registra la visita a Triora di
Giovanni Lovera, inviato dal duca di Savoia da Cuneo
a Bruxelles. Lovera aveva percorso la mulattiera che
da Tenda portava a Taggia, facendo così tappa
a Triora. Da Taggia proseguì quindi per Genova
e Milano giungendo infine in Belgio dove venne ucciso
l'anno dopo. Le più significative impressioni
della sua sosta a Triora sono state descritte da Lovera
nel suo diario di viaggio.
Il 20 luglio 1564 un forte terremoto
devastò il Ponente ligure e il Nizzardo; a Triora
si ebbero numerose case rovinate dal sisma. Nel 1573
venne stipulata una terza convenzione, dopo quelle del
1441 e del 1497, con il comune di Taggia, di cui non
è però rimasta traccia documentaria. Due
anni dopo, nel 1575, la castellana del marchesato di
Maro (oggi Borgomaro) signora d'Urfè, chiese
a Genova, nell'ambito della contesa dinastica che contrapponeva
il marchesato di Maro al marchese e ammiraglio de Villars,
di ordinare ai suoi ufficiali che erano di stanza a
Triora di non concedere passaggio, favori, aiuti, vettovaglie
e munizioni ai soldati del marchese de Villars. Nel
1579 Bernardino Alberti, notaio e fine scrittore di
versi in latino e italiano, dotò Triora di una
nuova scuola pubblica, che si affiancò o forse
sostituì del tutto quella fondata da Genova nel
1531.
Verso la fine dell'estate del 1587, durante
una carestia che aveva duramente provato la popolazione
triorese e che durava da oltre due anni, gli abitanti
di Triora, particolarmente stremati, iniziarono a sospettare
che a provocare la carestia che stava flagellando le
campagne del paese sarebbero state delle streghe locali,
dimoranti nel quartiere detto della Cabotina. Dopo essere
state individuate, le streghe trioresi vennero subito
additate alla giustizia. Il Parlamento generale, dopo
essersi riunito, affidò al podestà del
paese Stefano Carrega l'incarico di fare in modo che
le streghe venissero sottoposte ad un regolare processo
e stabilì anche la somma di denaro occorrente
per lo svolgimento del processo.
Carrega chiamò allora il sacerdote
Girolamo Del Pozzo, in qualità di vicario del
vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva Triora,
e un vicario dell'Inquisitore di Genova. I due vicari,
giunti a Triora ai primi di ottobre, iniziarono quindi
il processo dopo che Del Pozzo, con una infuocata predica
nella chiesa della Collegiata, aveva denunciato le diaboliche
"malefatte" operate dalle streghe a Triora
eccitando in tal modo la collera del popolo triorese
verso di loro.
I due vicari fecero allora arrestare
una ventina di streghe, che vennero subito rinchiuse
in alcune case private adattate a carcere delle streghe,
dichiarandone subito colpevoli tredici, più quattro
ragazze e un fanciullo. Dal momentò però
che tali streghe, forse per estorcere loro la confessione
delle loro "malefatte", venivano sottoposte
ad atroci torture, ed avevano denunciato diverse "complici",
tra cui non poche appartenenti alla nobiltà locale,
la popolazione triorese iniziò ad intimorirsi
e a nutrire dei dubbi sulla corretta condotta dei due
vicari tanto da indurre il Consiglio degli Anziani,
un organismo che rappresentava le famiglie più
altolocate e benestanti di Triora, a intervenire presso
il governo di Genova affinché questo facesse
interrompere un processo che non dava più alcuna
garanzia, soprattutto in merito all'incolumità
fisica delle streghe, tra le quali una, Isotta Stella,
era morta in seguito alle torture subite, e un'altra
era deceduta per le ferite riportate nel gettarsi da
una finestra per sfuggire ai suoi aguzzini.
Il 13 gennaio 1588, con una lunga lettera
inviata al governo genovese, gli Anziani di Triora espressero
le loro lamentele in merito alla condotta dei due vicari,
giudicata eccessivamente severa nel valutare la colpevolezza
delle streghe, che erano state arrestate solo in forza
di indizi molto dubbi o perché denunciate da
altre donne sottoposte ad indicibili tormenti ed erano
costrette a rimanere in carcere nonostante non avessero
confessato alcun crimine. Gli Anziani rimproverarono
inoltre ai due vicari il fatto di tenere ancora in prigione
donne che, per quanto tormentate, non avevano confessato
niente e di non riconoscere innocenti delle deboli donne
che avevano confessato e ritrattato in mezzo ad atroci
tormenti.
Il doge e i governatori genovesi, dopo
aver ricevuto la lettera degli Anziani di Triora, scrissero
il 16 gennaio una lettera al vescovo di Albenga Luca
Fieschi, facendogli presente le proteste che aveva causato
il comportamento del suo vicario Girolamo Del Pozzo
a Triora. Il 25 gennaio il vescovo Fieschi inviò
a Genova una circostanziata lettera scritta da Del Pozzo,
con cui il vicario ingauno si giustificava del suo operato
ispirato, secondo lui, a criteri di legalità
e giustizia e non condizionato dalle decisioni del Parlamento
triorese, discolpandosi in particolare dall'accusa di
aver torturato ingiustamente con la tortura dei tratti
di corda le streghe incarcerate, tra cui, come si è
ricordato, la sessantenne Isotta Stella, che era morta
proprio in seguito ai patimenti subiti, e la donna che
si era gettata dalla finestra, di cui Del Pozzo giustifica
la fine dicendo che si era buttata non per paura delle
torture che le si minacciavano, ma perché "tentata"
dal diavolo. Il vicario si discolpò anche dalle
accuse di non aver provato a sufficienza la colpevolezza
delle donne incarcerate e torturate, che, tenne a sottolineare,
erano in numero inferiore a quello che si voleva esageratamente
far credere.
Il nuovo atteggiamento assunto da Del
Pozzo placò comunque l'ira del Consiglio degli
Anziani, che in una lettera al governo genovese del
20 gennaio, si diceva sostanzialmente soddisfatto dell'operato
di Del Pozzo, soprattutto per il fatto che il vicario
del vescovo di Albenga aveva rinunciato a incarcerare
delle donne appartenenti alla nobiltà locale,
di cui molti membri facevano parte dello stesso Consiglio
degli Anziani. Anche il podestà Carrega si associò
al parere degli Anziani scrivendo una lettera al governo
genovese il 21 gennaio, in cui difendeva l'operato dei
due vicari scagionandoli tra l'altro dall'accusa di
aver provocato con le loro torture la morte di Isotta
Stella e dell'altra donna che era deceduta in seguito
alla caduta dalla finestra. Intorno al 10 gennaio i
due vicari erano nel frattempo partiti da Triora lasciando
in carcere tutte le streghe arrestate.
Ai primi di febbraio il Parlamento triorese,
con una lettera inviata al governo di Genova, supplicò
i governanti genovesi di provvedere alla revisione dei
processi contro le donne trioresi accusate di stregoneria
affinché le colpevoli fossero punite e le innocenti
liberate e il popolo di Triora liberato dall'onta di
annidare al suo interno delle donne eretiche. Il governo
genovese allora, anche per tutelare i legittimi diritti
dei suoi cittadini, decise di inviare a Triora l'Inquisitore
Capo, che vi giunse ai primi di maggio del 1588. Egli
ascoltò le donne incarcerate, che era erano detenute
da cinque mesi e che negarono tutte, tranne una, quanto
avevano confessato in precedenza ai due vicari, e decise
di tenerle tutte in carcere meno una, una fanciulla
di 13 anni, che venne liberata e il 3 maggio abiurò
nella chiesa della Collegiata durante la celebrazione
di una messa solenne.
L'8 giugno 1588 giunse a Triora il commissario
straordinario Giulio Scribani, inviato dal governo genovese
per fare chiarezza sui processi intentati alle streghe.
Qualche giorno dopo l'arrivo del commissario Scribani,
il nuovo podestà del paese Giovanni Battista
Lerice, in seguito ad un ordine ricevuto dal Padre inquisitore
di Genova, mandò a Genova per la revisione del
processo le streghe detenute nelle carceri di Triora.
Il locale bargello, ossia il capo della polizia, Francesco
Totti si occupò del trasferimento delle tredici
donne trioresi accusate di stregoneria, che gli vennero
consegnate il 27 giugno. Intanto Scribani intentò
regolari processi a diverse donne di Triora e dei dintorni,
arrestandone diverse e sottoponendole ad atroci torture,
che provocarono da parte del popolo le stesse lagnanze
che si erano avute contro i due vicari qualche tempo
prima.
Secondo una relazione inviata in giugno
al governo genovese, Scribani individuò tre donne
di Andagna, Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella,
che, benché non sottoposte ad alcun tormento,
si erano dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra
cui anche omicidi di bambini innocenti di Andagna. Il
commissario intentò processi anche contro una
ventina di donne di Castelfranco, Montalto Ligure, Porto
Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò
quindi a Genova i verbali degli interrogatori delle
streghe accompagnandoli con la richiesta di condanna
a morte per quattro donne di Andagna. Appena ricevuta
la documentazione inviata da Scribani, il governo della
Repubblica affidò al suo auditore e consultore
Serafino Petrozzi il compito di decidere in merito alle
richieste avanzate da Scribani. Petrozzi respinse però
tutte le conclusioni e le proposte di pena del giudice
Scribani, sostenendo che non si potevano adottare provvedimenti
punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili.
Il primo di agosto il governo genovese
invitò quindi Scribani, a cui era stata prorogata
di un mese la missione a Triora, a mandare le prove
relative ai delitti commessi dalle streghe come richiesto
dall'auditore Petrozzi. Sette giorni dopo, l'8 agosto,
Scribani rispose da Badalucco che non poteva inviare
alcuna prova in quanto i delitti o erano stati commessi
molto tempo prima cadendo perciò nell'oblio o
erano avvenuti in luoghi fuori dai confini della Repubblica
genovese. Sostenne però che i delitti consumati
dalle quattro streghe di Andagna erano tutti sufficientemente
provati. Nonostante ciò, in seguito alle obiezioni
avanzate dal governo genovese, egli dovette rifare i
processi a carico delle streghe di Andagna, che, con
sentenza emessa il 30 agosto, vennero condannate a morte.
A Genova si decise allora di affiancare
due altri commissari, il podestà Giuseppe Torre
e Pietro Alaria Caracciolo, al giudice Petrozzi affinché
si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da
Scribani. Messisi subito al lavoro, i tre giudici, contrariamente
a quanto stabilito in un primo tempo, diedero parere
favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe
di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco,
Peirina Bianchi e Gentile Moro. Dopo la decisione dei
tre giureconsulti, il Senato genovese approvò
la condanna a morte di cinque delle streghe accusate
di delitti ordinando contemporaneamente di scrivere
al vescovo di Albenga, affinché, prima che venissero
eseguite le condanne a morte, le cinque condannate fossero
riconciliate con la Chiesa.
Poco prima però di dar corso alle
sentenze contro le cinque streghe con impiccagione e
conseguente bruciatura dei cadaveri da eseguirsi quattro
a Triora o ad Andagna e una a Castelfranco, giunse da
Genova l'opposizione all'esecuzione delle sentenze da
parte del Padre Inquisitore, che sostenne che prima
di eseguire qualsiasi condanna a morte nel territorio
della Repubblica genovese, spettava a lui, ossia alla
Santa Inquisizione di Roma da cui egli dipendeva, fare
il processo sui quali aveva diritto di giurisdizione
l'autorità ecclesiastica.
Il 27 settembre 1588 il governo genovese
informò quindi la Congregazione del Sant'Uffizio
di Roma di aver accolto la domanda del Padre Inquisitore.
Nel mese di ottobre il commissario Scribani inviò
a Genova le quattro streghe di Andagna e una certa Ozenda
di Baiardo, lamentando il fatto che la popolazione locale
era rimasta molto delusa per la mancata esecuzione delle
cinque condannate. Giunte a Genova via mare, le cinque
donne vennero subito rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione.
Poco tempo dopo il governo genovese mandò a Roma
agli uffici della Congregazione del Sant'Uffizio gli
atti relativi ai processi alle streghe incriminate.
La Congregazione tenne però gli
atti per lungo tempo senza addivenire ad alcuna decisione
tanto che il doge e i governatori genovesi scrissero
più volte a Roma nel febbraio e nell'aprile del
1589 affinché il Sant'Uffizio prendesse quanto
prima una decisione in merito. Il 28 aprile 1589 il
cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione,
assicurò il governo di Genova che erano stati
impartiti ordini tassativi per una rapida conclusione
della causa.
Il 27 maggio il doge e i governatori
di Genova sollecitarono nuovamente la Congregazione,
tramite il cardinale genovese Sauli, perché concludesse
in tempi brevi la revisione del processo. Intanto, delle
donne accusate di stregoneria detenute nelle carceri
dell'Inquisizione genovese, due, tra quelle condannate
a morte, erano nel frattempo decedute, mentre, delle
tredici inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano
morte e le altre erano state probabilmente rimandate
libere al loro paese natale. Il 28 agosto 1589 il cardinale
di Santa Severina annunciò al governo genovese
che il procedimento di revisione del processo era finalmente
terminato.
Da quanto riferito dal cardinale di Santa
Severina al governo di Genova, si può dedurre
che il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente
cassato alcune delle condanne a morte comminate dall'autorità
ecclesiastica genovese, stabilendo con ogni probabilità
che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri
genovesi venissero scarcerate. Nello stesso mese di
agosto la Santa Inquisizione decise anche di aprire
un procedimento contro il magistrato genovese Giulio
Scribani per aver invaso il campo riservato all'autorità
ecclesiastica.
Di fronte però alla strenua difesa
dell'operato del proprio giudice sostenuta dalla Repubblica
genovese, che ne aveva raccomandato l'assoluzion |