IL SECOLO XIX

2 Aprile 2004

di Ferdinando Molteni

Dai luoghi del sabba agli spettri:consigli per i turisti in cerca di emozioni forti.
LE FERIE? A CACCIA DI MISTERI
Una guida su miti e leggende del Savonese

La CURIOSITA’ - Quello spuntone rifugio di santi e peccatori

Il libro di Ippolito Edmondo Ferrario è ricco di aneddoti e leggende. A partire da quelli sull’Isola della Gallinara che dovrebbe il suo nome alla presenza di tanti uccelli selvatici, prolifici di uova. Che un giorno fuggirono “per l’arrivo dalla terra ferra di un bestemmiatore”

E’ lì da sempre. Gli albenganesi, che all’isola abitano davanti, non s’accorgono neppure che c’è. Tanto nessuno ci può salire sopra. Eppure quello spuntone di roccia che emerge dal mare, è uno dei luoghi più carichi di fascino della Liguria.
Già nel VI secolo, ospitava un monastero benedettino. Lì, si rifugiò, nella seconda metà del IV secolo, il vescovo di Arles, quel San Martino di Tours che è una delle figure più popolari del pantheon cattolico (il mantello, l’estate di San Martino, ecc.).
Non solo. Sull’isola visse un altro esule-eremita, Sant’Ilario di Poitiers, veneratissimo dai contadini.
L’Isola Gallinara deve il suo nome – secondo Ippolito Edmondo Ferrario, autore di Liguria tra storia e leggenda - alla presenza di una colonia di uccelli marini, probabilmente galline selvatiche, che un tempo, con le loro uova, sfamarono i santi ed i monaci benedettini. La leggenda dice che gli animali abbandonarono l’Isola a causa di un bestemmiatore giunto dal mare.
Non solo i due popolari “santi europei” vissero su quello spuntone di roccia, ma anche una gloria locale: San Benedetto Rovelli, vescovo su Albenga nel IX secolo. Il suo eremitaggio – secondo uno scrittore locale – fu all’insegna della “più cupa e tetra solitudine”.

Di solito quando si promuove la Riviera turistica si fa leva sul mare, sull’efficienza di alberghi e stabilimenti balneari, sulla bellezza dell’entroterra. Guide e depliant non vanno molto più in là.
L’editore De Ferrari, grazie al lavoro di Ippolito Edmondo Ferrario, è andato oltre. E non di poco: Ha pubblicato una guida solo in apparenza tradizionale: s’intitola Liguria tra storia e leggenda (pp.110, euro 14). Ma in realtà è davvero fuori da tutti gli schemi.
Si tratta, infatti, di un vero e proprio manuale rivolto agli appassionati del turismo insolito, a coloro che sono stanchi di sdraio e ombrelloni, e pure di monumenti vistosamente segnalati da invadenti cartelli esplicativi.
Quei turisti, insomma, che hanno bisogno, per amare un luogo, di un po’ di mito, di leggende locali, di tradizioni poco note.
Ferrario ha così composto una breve storia della Liguria sconosciuta, in particolare quella di Ponente. E lo ha fatto scovando storie davvero oscure, anche per gli stessi abitanti delle diverse località.
Chi sapeva, per esempio, che il venerdì notte, su un prato tra Andora e Stellanello, chiamato “Il ciarelun de basure”, si svolge un animato sabba stregonesco? E che, sempre ad Andora, nella pineta di Turia si nasconde una serpe con un ornamento d’oro in capo?
Sono tuttavia numerosi, nel libro, i riferimenti alle streghe, ma anche al demonio, legato ad una delle storie più suggestive raccontate da Ferrario.
A Loano non troppo tempo fa, viveva un dissoluto commerciante di alimentari, chiamato Barabbin. L’uomo era un alcolizzato che un giorno, dopo l’ennesima sbornia, si sente male. Il prete convocato per l’estrema unzione viene respinto: invece del sacramento, Barabbin chiede un ultimo bicchiere di vino. Una volta morto, viene sepolto in un campo. “Da quel momento – scrive Ferrario – di notte cominciarono misteriose e terrificanti apparizioni di spettri, fuochi fatui, voci, si diffuse la paura”.E così i Loanesi decisero di buttare il corpo di Barabbin in un orrido. Ma il diavolo ci mise la coda, apparve ai mulattieri che trasportavano il cadavere, e quella notte, in tutto il circondario, fu udita la voce di Barabbin che bestemmiava.
Triste, ma non priva di fascino, la storia di Belenda e Mendaro, sfortunati amanti finalesi. Mendaro, prima contadino e poi pescatore per sfuggire al dispotico dominio di Alfonso del Carretto, amava la bellissima Belenda. Il caso volle che il Marchese incontrasse la giovane dalle parti di Orco. Tenta di sedurla, ma la ragazza resiste. Poi la rapisce e la fa rinchiudere in una piccola torre, sul monte Gottaro, nei pressi del Castel Gavone. Belenda muore di fame e ancor oggi c’è chi sostiene di vedere, di notte, due luci apparire nei pressi della torre. Sono le anime degli sfortunati amanti, che tornano sul luogo della loro disgrazia.
Ferrario recupera, dunque, una memoria mitica quasi perduta. E lo fa, scegliendo racconti al tempo stesso inverosimili e straordinari, come quello di Gesù Cristo a Noli. Non è chiaro cosa facesse il Redentore insieme ai suoi discepoli sull’arenile nolese, ma la tradizione vuole che dove dormiva Gesù lì, il giorno successivo, gli angeli avrebbero edificato una città. Così doveva accadere anche a Noli, ma Simon Pietro, vedendo l’esiguo spazio tra le montagne disse: “Domine, noli facere!” Ma il Signore non ne volle sapere e gli rispose: “Se la città sarà stretta, ci sarà meno posto per i peccati”. All’alba, nella stretta insenatura dominata da Monte Ursino sorse Noli, così chiamata – secondo la leggenda – per ricordare la poca fede dell’apostolo.

 

© 2004 Ippolito Edmondo Ferrario - tutti i diritti riservati